:: Manni Editori :: Home Page
 
   
 
 

Giò Stajano , Willy Vaira
Pubblici scandali e private virtù

Dalla Dolce Vita al convento

Descrizione:

Giò Stajano è il transessuale più famoso d’Italia, icona gay degli anni Cinquanta, oggi riservata signora dedita alla pittura e agli esercizi spirituali.
In un lungo dialogo con Willy Vaira, Giò racconta la sua vita: l’infanzia dorata segnata dalla personalità del nonno, quell’Achille Starace che fu segretario del Partito nazionale fascista; la Dolce Vita romana, vissuta da protagonista tra set cinematografici, via Veneto e night club; Parigi con i suoi scandali; l’operazione per cambiare sesso a Casablanca. E ancora gli eccessi, come la prostituzione e l’editoria pornografica, le frequentazioni col mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, il non breve ritiro nel Monastero di Vische e infine, oggi, la vita quasi francescana nel Salento. 

Argomento: Varia

Collana:
Fuori Collana

Anno 2007, 136 pagine - € 13,00 - ISBN: 978-88-8176-870-4

Note: Con inserto fotografico

Approfondimenti

Indice


Introduzione di Piero Manni
 
Il sorriso scandaloso di un’epoca

Ricordi di infanzia

Flash Gordon ovvero la scoperta di essere diverso

La Dolce Vita

L’amore, gli amori

Casablanca e la seconda vita

“Fascinosa esperta in culinaria e golosità offresi…”

La dama e il gran ballo della politica

Fellini e l’ottava musa

La pittura

Suggestioni letterarie

“Il salotto di Oscar W.” e “Lo specchio di Adamo”

In scena con le “Flon-Flons” e Lyly Gay

Sempre in prima fila

Dalla Dolce Vita al convento


Il sorriso scandaloso di un’epoca
 
 
La luna che ricordo
era una rosa bianca
che fioriva, alla notte,
sul terrazzo di casa.
E il sole era un trionfo,
barocco,
di cicale
e di voli di rondini
sul fondale turchese
d’un cielo merletato,
di pietra leccese.
 
Giò Stajano
 
 
A Sannicola, comune dell’estremo lembo salentino, vive ormai stabilmente, in una piccola casa poco lontana dalla grande villa di famiglia dove nacque 75 anni fa, Giò Stajano. Pochi oggi riconoscono in lei, elegante signora che frequenta le funzioni religiose ma vive appartata insieme ai suoi quadri e ai suoi gatti, il famoso Giò, icona della trasgressione degli anni Cinquanta e Sessanta.
La decisione di scrivere e raccontare la nuova vita di Giò Stajano, è venuta una sera a cena parlando con alcuni amici incuriositi da questa mia conoscenza e che, come tanti altri, non sapevano più nulla di lei.
Grazie alla fraterna e buona amicizia, che ormai dura da tempo, sono riuscito a farmi raccontare gli ultimi suoi dieci anni, sicuramente quelli meno noti e forse i più sorprendenti, ritirata nel suo paese natio.
Probabilmente non tutti sanno che il primo omosessuale dichiarato d’Italia è stato, negli anni Cinquanta, proprio Giò Stajano.
Fu lui ad aprire, allora, grazie alla sua esuberante personalità, alle provocazioni e al coraggio, una falla nell’imperante bigottismo –essenzialmente di facciata– dietro il quale si trincerava allora la società italiana.
Usando armi improprie per quei tempi, questo bel giovanotto di grandi speranze, nipote del gerarca fascista Achille Starace, riuscì a ritagliarsi uno spazio unico, ben visibile e stupefacente nella Roma della Dolce Vita, e di conseguenza in quell’Italia tutta che stava rinascendo dopo la guerra.
Negli anni a seguire, i mass media lo hanno riconosciuto ed elevato a portabandiera di un mondo sotterraneo e nascosto che piano piano incominciava ad acquisire coscienza e visibilità.
Fu sempre lui, o se preferite lei, a sconvolgere il mondo borghese, aristocratico e nobile, che per diritto di nascita frequentava.
Raccontò, infatti, nel suo primo romanzo Roma capovolta, addirittura sequestrato e poi bruciato in piazza, le abitudini sessuali di quegli ambienti tanto dissoluti, eppure –come è facile comprendere– così attenti alle apparenze.
Osannato o aborrito, a seconda delle occasioni, riuscì anche a imporre usi e costumi che oggi appaiono banalità, ma che a quei tempi erano considerati assolute stravaganze se non pura follia.
Colto, educato, studiò presso il collegio gesuita “Padre Argento” di Lecce, fino alla maturità liceale.
Poi prese a viaggiare. Era curioso e molto attento a tutte le novità che incontrava e riusciva a plasmare adattandole al suo gusto; iniziò anche a frequentare i locali di via Veneto a Roma, con abbigliamenti, e modi di dire e di fare, i quali finivano per influenzare l’effimero mondo che faceva da cornice all’arte, al cinema, alla cultura di quegli anni, anche grazie all’enorme risonanza concessa dalla stampa.
Chi di noi non ha nell’armadio una maglia a collo alto, comunemente detta a dolce vita?
Ebbene, i primi maglioni di quel tipo, neri ed essenziali, da “esistenzialista”, mi ha raccontato Giò, apparvero nei salotti di via Veneto addosso a lui.
Giò, biondo ossigenato e di nero vestito, catturava i flash dei paparazzi, rubando la scena con la sua presenza e originalità a personaggi ben più in voga di lui.
In breve tempo con le sue risposte intelligenti e argute divenne un punto di riferimento per i tanti omosessuali, coscienti e non, che scrivevano alla sua rubrica, “Il salotto di Oscar Wilde spolverato da Giò Stajano” in cerca di consiglio o conforto, dandogli una enorme popolarità.
Si può così tranquillamente affermare che il pioniere di tanti personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, dell’arte, della politica o della moda che, a partire dagli anni Cinquanta, si son fatti conoscere dichiarando la loro diversità, è questa signora che dal 1984 è anagrafata e registrata in tutti i pubblici registri come Gioacchina Stajano dopo il suo cambiamento di sesso, avvenuto a Casablanca nel 1982.
A Sannicola, in via Regina Elena, una minuscola casa è oggi il suo rifugio.



Recensioni

16/02/2007   Il Venerdì di Repubblica
Da nipote di Starace a scandalosa Giò. E oggi suora laica, di Antonella Barina
 
Sannicola (Lecce).
«Il bisogno di esibirmi ha mosso tutta la mia vita: non ho mai agito per convinzione, ma per apparire». Ecopelliccia leopardata, come il foulard al collo, gonna lunga e turbante, a 75 anni Giò Stajano parla di sé con lucidità spietata. «Durante la Dolce vita, sono stato il primo n Italia a gridare la mia omosessualità con libri shock. Poi il primo a tenere una rubrica gay sui giornali. E il primo protagonista delle cronache mondane a cambiare sesso. Quindi la prima neo-donna a rilanciarsi come pornostar… Ma a 64 anni ero caduta nell’oblio. Che fare per tornare alla ribalta? Sposarmi in chiesa, no: lo aveva già fatto Coccinelle al ritorno da Casablanca. Pensa e ripensa, l’idea: potevo contrarre il matrimonio più eccelso, quello con Dio. E così mi sono ritirata nel convento delle suore di Betania del Sacro Cuore, in Piemonte. Pregustando l’ennesimo scandalo: l’icona della trasgressività diventava sposa del Signore. Ma i miei piani sono andati a monte».
Il volto di Giò Stajano, ritoccato da vari interventi di chirurgia estetica, è sorridente. Ha da poco finito di dettare a un amico, Willy Vaira, la storia della propria vita, che oggi Manni porta in libreria: Pubblici scandali e private virtù. Dalla Dolce Vita al convento (pp. 136, euro 13). E intorno a lei, nella sua casa di Sannicola, vicino a Lecce, pareti e mobili sono gremiti di santini, Madonne luminose, presepi, angeli in volo, effigi sacre sotto vetro, riproduzioni della Sindone, rami d’ulivo benedetto, vite dei santi… Di sottofondo, si sente Radio Maria.
«Il fatto è che in quei mesi di vita monastica mi sono sentita serena come non mai. Le giornate scandite dalla preghiera mi hanno dato la pace. E pian piano ho ritrovato la fede della mia infanzia, quando studiavo dai gesuiti. Ma anche i sensi di colpa… Potevo ingannare il mondo, non Dio. Così, il giorno prima della mia consacrazione a suora laica, sono andata dalla madre superiora e le ho svelato il tranello: di nascosto, avevo convocato un giornalista e un fotografo, che l’indomani avrebbero fatto lo scoop. Non batté ciglio: disse che forse il Signore si stava servendo di me per riportare sulla retta via tanti altri peccatori». Il servizio in realtà suscitò gran clamore: l’ennesima provocazione di Giò. «La verità è che sono cambiata», giura lei. «Vado a messa quasi tutti i giorni, leggo le vite dei santi e, dopo una vita dissoluta, rispetto il voto di castità».
Da tempo Giò Stajano è tornata a vivere nel suo paese natale, in Puglia, dove nel ’31 nacque come Gioacchino, il primogenito della figlia del gerarca Achille Starace, segretario del Partito fascista («Ricordo il ritorno del nonno dalla campagna d’Africa: la folla esultava sotto il nostro palazzo. E la mamma venerava quel nonno fautore della maschia gioventù italiana: pensi il dolore che devo averle provocato con la mia omosessualità»).
Villa Starace, con affreschi e mosaici del primo ‘900, è diventata Villa Excelsa: sale per matrimoni e un ristorante frequentato anche da Massimo D’Alema. Intorno, su quelle che un tempo erano le terre di famiglia, si è esteso il paese. Dove Giò affitta 25 metri quadri, senza finestre e riscaldamento, molta polvere, un gatto e un letto singolo (incorniciato, però, da una maliziosa tenda rossa): «Ho guadagnato molto, sempre in nero, e speso ancora di più: oggi devo cavarmela con la pensione sociale. Un bilancio? Due terzi della mia vita sono finiti al macero, a inseguire maschi deludenti. Ad abbrutirmi nel buio dei cinema. Tutto il resto – i libri, il giornalismo, le parti nei film – è avvenuto nei ritagli di tempo».
Approdato a Roma poco più che ventenne, sotto la tutela dell’onorevole Cicerone, detto «zia Vincenza», deputato monarchico leccese che va in Parlamento con un velo di cipria, Gioacchino riesce a ritagliarsi uno spazio della Doce vita della città.
Di locale in locale fino all’alba, paparazzi al seguito, con Walter Chiari, Ava Gardner, re Faruk… E l’immancabile Novella Parigini, pittrice e «regina di via Margutta», abilissima nel circondarsi di personaggi stravaganti per attrarre l’attenzione. Lei porta Giò sempre con sé, incoraggiandolo a dipingere e a esporre i suoi quadri. Ma è un libro-scandalo, Roma capovolta, a far balzare il ragazzo alla cronaca, nel ’59: storia delle sue folli scorribande gay, prima il romanzo va a ruba, poi viene sequestrato. Così Giò diventa il più celebre omosessuale d’Italia. Tanto che Fellini gli chiede di interpretare se stesso in un piccolo ruolo nella Dolce Vita. E prende l’idea del bagno di Anita Ekberg nella fontana di Trevi proprio da un pediluvio improvvisato da Giò e Novella Parigini nella Barcaccia di piazza di Spagna. «Non ero certo un grande attore» commenta oggi Stajano. «Ma ho avuto ruoli effeminati anche in film di Steno, Corbucci, Risi, Sordi, Pingitore…».
Seguono nel tempo altri romanzi: altri scandali. E per un po’ Giò calca anche i palcoscenici dei night, esibendosi come cabarettista e sciantosa, anche a Parigi. Poi debutta nei giornali, a raccontare (e inventare) i pettegolezzi del bel mondo. Fino alla nascita di Men, il primo settimanale «per soli uomini», dove – cosa mai vista – inaugura una rubrica di lettere per il pubblico gay: «Il salotto di Oscar W. spolverato da Giò Stajano». Un successone. Che lo porta fino alla direzione di Men.
Intanto si susseguono gli amori e le delusioni: spesso coronate da teatrali simulazioni di suicidio davanti ai fotografi. «Il guaio era che mi innamoravo spesso di uomini che dopo un po’ mi lasciavano per una donna» spiega Giò. «La mia femminilità era rinchiusa in un corpo maschile: non potevo pretendere granché, mi dicevano. E allora a cinquant’anni, nell’82, presi la grande decisione: sarei diventata anche fisicamente la donna convinta che tutti desideravano. Quando lo dissi a mia madre, mi misurò la febbre, convinta che stessi delirando. Ma io mi sottoposi a un lifting facciale completo, mi dotai di protesi al silicone della quarta misura e infine andai a Casablanca. Per la mia famiglia fu quasi un sollievo: non ero più l’ambiguo personaggio “irregolare”. Mia madre mi chiamò per la prima volta “figlia mia”».
Stajano continua: «Ero finalmente pronta a scatenare la mia rivincita su tutti i maschi dell’universo. Iniziò così il periodo più dissennato della mia vita: prostituta d’alto bordo e pornostar. Una vita riprovevole, che allora mi sembrava il massimo della femminilità». E giù, oggi, a condannare quegli anni alla luce della ritrovata moralità. Con qualche guizzo divertito: «Sa che annuncio misi sul Messaggero? “Fascinosa esperta in culinaria e golosità offresi…”».
Civettuola, nonostante il suo quasi metro e 80, Giò scoppia a ridere: provocare è più forte di lei. E le sue provocazioni, per quanto eccessive e discutibili, per quanto motivate dalla ricerca personale del successo e non d una coscienza sociale, hanno contribuito a svecchiare l’Italietta farisaica degli Anni ’50. Come dice Nichi Vendola, presidente della regione Puglia: «Con la sua personalità eccentrica, tra trasgressione e innocenza, esibizione impudica e ansia di santità, Stajano ha squarciato il velo di ipocrisia che dominava l’Italia di allora, anticipando fenomeni culturali e di costume che in seguito sarebbero entrati nella coscienza collettiva. Giò è stato il primo testimone del sessualmente scorretto. E il fatto che provenisse da una famiglia potente, perfettamente inserita nell’establishment dell’epoca, rende le sue scelte particolarmente interessanti: questo salentino trapiantato al Nord altro non era che un personaggio di Jean Genet nell’Italia del dopoguerra».
18/02/2007   Gazzetta del Mezzogiorno

Transessuale io? Sono una donna, il terzo sesso non c'è, di Gloria Indennitate

«Transessuale? Mai stata un transessuale. L’unico transessuale che esiste in natura è il baco da seta che si chiude nel suo bozzo per poi divenire farfalla…».
Voce suadente, ma ferma, decisa, quella di Giò Stajano a dir poco furibonda quando rilegge la quarta di copertina del libro pubblicato da Manni, Pubblici scandali e private virtù (introduzione di Piero Manni), nel quale il primo omosessuale dichiarato d’Italia, icona gay per eccellenza, si racconta a Willy Vaira. Centotrentratré pagine fitte di domande e risposte, dal primo capitolo intitolato Il sorriso scandaloso di un’epoca – quello dell’allora Gioacchino Stajano, nato a Sannicola, in provincia di Lecce, l’11 dicembre 1931, nipote per parte di madre del gerarca fascista Achille Starace – all’ultimo intitolato Dalla Dolce Vita al convento, sottotitolo del libro. Una biografia che Giò, dal 1982 donna a tutti gli effetti dopo l’intervento a Casablanca, definisce come la seconda puntata che segue La mia vita scandalosa, autobiografia sul suo vivere nel mare in tempesta fra i pronomi «lui» e «lei» con esperienze sempre al limite, dirompenti.
Perché la offende essere definita «trans»?
«Guardi, nel genere umano di sessi ce ne sono solo due: maschile e femminile, con propri apparati genitali. Qualcuno ha mai visto su qualche persona un apparato genitale transessuale? Ci sono i travestiti, che si vergognano di dire che sono uomini perché “sotto” hanno il pisello e le palline. Tipo quell’onorevole, come si chiama, Guadagno… Luxuria».
Veramente Vladimir Luxuria si definisce «transgender»…
«E cosa significa? Nulla. Sono uomini con abiti da donna, se vogliono esserlo davvero si fanno operare. Io non mi sono mai travestita e mi sono sempre comportata adeguatamente all’anatomia che avevo e che ho, soprattutto per rispetto alla mia famiglia, pur avendo dichiarato di essere omosessuale col mio primo libro Roma capovolta che, figuriamoci, fu “mandato al rogo” dalle autorità di quel periodo democristiano con Scelba e il resto».
Lei è stata attore/attrice, cantante, cabarettista e come giornalista ha anche curato rubriche su riviste di costume, attualità ed eros sul finire degli anni ’60.
«L’esperienza di giornalista più nota l’ho vissuta a “Men”, una rivista indirizzata ad un pubblico eterosessuale e l’editrice Adelina Tattilo mi consentì di inserire due rubriche dedicate agli omosessuali, una di corrispondenza chiamata Il salotto di Oscar Wilde e una di fotografie con bellissimi uomini: il primo fu Alessio Orano, poi marito di Ornella Muti, ne parlo anche nel libro. Ma non mi sono mai sognata di andare in redazione vestita da donna».
Chissà quante difficoltà ha incontrato nel trattare un argomento così spinoso…
«Era il 1969, le prime settimane dovetti inventarmele le lettere, poi cominciarono ad arrivarne a mucchi. E molti omosessuali dei paesi o delle città, che pensavano di essere gli unici, presero coraggio. A cominciare da quella persona squisita che è Nichi Vendola, il quale mi ha ringraziata per i libro che ho scritto».
Tornando al recente libro…
«Ah, riguardo a questo ho già contattato un avvocato che chiederà al procuratore della Repubblica di Lecce di ritirare tutte le copie già distribuite nelle librerie con quella parola transessuale perché sono una donna e in più mi sono già fatta consegnare dall’anagrafe di Sannicola i certificati di iscrizione della mia nascita col sesso maschile col cambiamento in quello femminile trasmesso in seguito alla sentenza del Tribunale di Latina, perché in quell’epoca abitavo a Sabaudia».
Però impedirà a tanti lettori di poter conoscere meglio la storia di Giò Stajano.
«Potranno farlo quando sarà stata corretta quella parola che rifiuto».
Secondo lei, a chi potrà essere utile la narrazione del suo passaggio da una vita scandalosa ad un’altra completamente opposta e legata a Dio?
«Aiuterà magari a far capire a chi si trova o si è trovato nella mia condizione di aver condotto una vita dissoluta che la misericordia del Signore è tanto grande da accogliere tutti. Così mi esortò a fare la madre superiora del convento di Betania del Sacro Cuore a Vische, in provincia di Torino, dove sono stata nel 1996, e così ho fatto. Il suo consiglio mi evitò di fare l’ennesimo scoop scandaloso».
Lei ha preso i voti?
«Solo quello di castità l’anno dopo, qui, nelle mani del parroco con l’autorizzazione del vescovo. I voti di povertà e di ubbidienza non ho potuto prenderli perché non vivo in comunità ma da sola; la mia vita è serena, dipingo i miei quadri naif, e nella mia casa sento la grazia del Signore che ha voluto salvarmi dall’abisso in cui stavo precipitando. Il mio unico conflitto è quello di avere solo amici gay e sono contraria a quegli eccessi che non hanno rispetto della religione cristiana».
I suoi «pubblici scandali» hanno in qualche modo fatto emergere, pian piano, le “private virtù”?
«Non credo proprio. Tutto era soffocato dal passare il mio tempo libero alla ricerca di rapporti sessuali con uomini o nel non fermarmi davanti a niente per egoismo. E, ancora, una volta divenuta donna mi sono scatenata a fare la pornostar e la squillo. No, tutto è venuto fuori per la grazia del Signore».
La sua conversione ricorda, con le dovute differenze, quella di Claudia Koll.
«È vero, non la conosco di persona, mi dicono che giri per l’Italia, raccontandola. Spero che una volta venga a Sannicola».
Facendo un volo nel secolo scorso, cosa rammenta del periodo felliniano?
«Federico mi volle per il suo film, è noto, sia per il mio ruolo di scrittore omosessuale di Roma capovolta, sia perché frequentavo quel giro di aristocratici romani o di persone qualificate come appartenenti alla Dolce vita. Lui, però, non riuscì a stravolgermi come in genere faceva con i suoi personaggi, spesso grotteschi. Ero lontana dal prototipo del gay tutto mossette e gridolini. Infatti, sono presente solo in una scena, per le altre utilizzò una controfigura che tutti hanno sempre creduto fossi io».
Lei è nipote di Starace. Che rapporto aveva col regime fascista?
«Nessuno, lo ricordo come nonno e basta. D’altronde se il Fascismo fosse sopravvissuto, una come me chissà che fine avrebbe fatto».
01/03/2007   Qui Salento

La dolce vita di Giò, trasgressione e passione, di Eleonora Carriero

Preparatevi a non scandalizzarvi. Leggere la storia di Giò Stajano infatti non scandalizzerà nessuno: soprattutto i quindicenni di oggi «ormai avvezzi a realtà ben più scabrose». Inutile accostarsi al libro-intervista, raccolto da Willy Vaira, sperando di conoscere particolari piccanti e sconosciuti del primo transessuale italiano, nipote del gerarca fascista Achille Starace, arrivato da Sannicola a Roma negli anni Cinquanta ad animare e rendere mitiche le notti della Dolce Vita. Anzi, di mitico, guardando attraverso i ricordi di Giò (e cioè da dietro le quinte di quel set fotografico che era Roma in quegli anni così come era costruito, ad uso e consumo dei paparazzi e dei lettori dei rotocalchi) non c’è proprio niente. L’intervistatore incalza, chiede di raccontare uno dei periodi più creativi, innovativi, trasgressivi, indimenticabili, eccessivi del nostro Novecento. E la risposta di Giò è disarmante: «In realtà a quel tempo i miei giorni e la mia vita scorrevano come tutti quelli che erano venuti prima e sarebbero venuti dopo, ed erano dolci o amari a seconda di ciò che mi capitava».
Preparatevi a non essere turbati da alcun tipo di violenza legata allo stereotipo dell’amore omosessuale. L’iniziazione di Giò avviene attraverso la ricerca di un significato che sfugge e non di una forma che seduce. A sedici anni, dopo una lezione di padre Pisani al collegio “Argento” di Lecce, cerca sul vocabolario il significato della parola pederasta: «Lessi, appresi, compresi. Non sono esattamente e tre V del cesareo “Veni, vidi, vici”, ma siamo lì. Ero un uomo che amava gli uomini». I suoi primi innamoramenti platonici sono per i corteggiatori delle sorelle («Io e mio fratello Achille dovevamo badare alle nostre sorelle e i ronzanti giovanotti, per avvicinarle, dovevano fare amicizia prima con me»). I suoi più grandi amori sono rievocati come scene di film hollywoodiani in bianco e nero (Giorgio «somigliava incredibilmente a Gregory Peck», Rolando «aveva una somiglianza notevole con Tyrone Power») e poi trasfigurati in romanzetti rosa.
Preparatevi a lasciare irrisolto il dubbio su chi sia veramente Giò Stajano. Uomo o donna? Persona o personaggio? Neanche la grammatica soccorre il lettore: capita che nella stessa pagina Giò parli di sé al maschile e al femminile; dopo l’operazione a Casablanca ( fatta «come rivincita su tutti i maschi dell’universo») continua a tenere il suo nome “ermafrodito” (anche se per l’anagrafe ora è Gioacchina). Eppure Giò, pagina dopo pagina, resta lì al centro di quel palcoscenico che con questa intervista ha voluto ricreare per sfuggire ancora una volta il nemico di sempre: la solitudine.
Ma questa volta ha deciso di farlo in modo sorprendente: con pudore, con un sentimento di delicatezza per i suoi parenti (soprattutto per quelli a cui non potrà più chiedere scusa per ciò che oggi definisce egoismo) e finalmente anche per sé.
Il palcoscenico di Giò ritorna ad essere la Puglia, il Salento: la terra da cui ha sentito di dover andare via per poter vivere nella verità. «Ero un uomo che amava gli uomini. Ma vivevo in Puglia, in una piccola cittadina agricola, e in più ero il nipote del segretario del partito fascista… Orizzonti luminosi non ne vedevo. Avrei dovuto vivere le mie emozioni e i miei sentimenti da solo e in solitudine, ma non ero proprio sicuro, già allora, di volere queste».
Dell’ambiente romano ora resta solo un elenco di nomi che stentano a riprendere vita (l’Excelsior, il Flora, il Madison, l’Hasler e l’Hotel de la Ville, il Café de Paris, il Pipistrello, il Victor’s, il Capriccio, il Kit-Kat, l’Open-Gate…): quella Roma era il luogo dell’esposizione di sé, della sperimentazione, dell’eccesso, della riprovazione, di cui sono testimoni le foto (alcune delle quali hanno fatto epoca, come quella del bagno nella fontana di Barcaccia che ispirerà a Fellini la scena con Anita Ekberg nel film La dolce vita) e le cicatrici dell’anima (che non si leggono, non sono chiaramente raccontate, ma si sentono tra le righe, come il dolore per la separazione dei genitori).
Il Salento era e resta la casa, la madre che accoglie (quella «combattuta» tra l’amore per la sua creatura e l’amore per il padre, ma anche quella che in una fotografia del 1983 posa composta e sorridente accanto a Giò che ora chiama «figlia mia»), la possibilità di nascondersi dallo sguardo onnivoro e provocatorio dei fotografi, per prendere fiato, per riposare, per ritrovare la parte più profonda di sé, quella che oggi ha scelto di non fare della sua vocazione religiosa un nuovo scandalo da dare in pasto alla stampa.
Questo libro è per chi non conosce il nome di Giò Stajano, per trovare il comportamento di una società ipocrita (“l’Italietta”) nei confronti dei transessuali e degli omosessuali ma anche delle donne, di una società costretta da Giò, ostinatamente provocatoriamente e pubblicamente, a confrontarsi con loro, a non ignorarli a doverci convivere e quindi accettare, riconoscendone infine se non diritti almeno la dignità.
Questo libro è per chi ricorda il nome di Giò Stajano e abbia voglia di passare dalla conoscenza (pubblica e pubblicizzata) dell’evoluzione di un copro al racconto (privato e quasi reticente) della storia di un’anima, capace di rinascere dalla cenere di incendi il più delle volte provocati da sé e contro di sé.
E questo libro è anche per Giò Stajano perché ancora una volta oggi, a 75 anni tra le mura della sua piccola casa a Sannicola, in via Regina Elena, possa ricreare, attraverso i lettori e con i suoi ricordi, il palcoscenico di quel Rigoletto che nella sua infanzia per punizione non ha potuto vedere: «i fantastici scenari», «i sontuosi costumi». Ora Giò è lì, al centro di quel palcoscenico, dopo la recita di una vita, e ringrazia.
01/03/2007   Clubbing
Dalla Dolce Vita al convento, di Giovanni Minerba

Giò Stajano, una delle poche icone gay italiane, vive a Sannicola, un piccolo comune salentino tra Gallipoli e Lecce, dove da circa quindici anni si è ritirata a vivere, in una minuscola casa rifugio. L'ho incontrata, in attesa dell'imminente uscita di Pubblici scandali e private virtù - Dalla Dolce Vita al convento, edito da Manni Editori e scritto da Willy Vaira, dove l'autore racconta le intime confessioni della lunga e travagliata vita di Giò; ne viene fuori un pezzo di storia del costume culturale ed omosessuale italiano, che inizia nei primi anni Cinquanta, quando Giò, nipote del gerarca fascista Achille Starace, braccio destro di Mussolini, per primo in Italia dichiara pubblicamente la sua omosessualità. Sull'onda del clamore suscitato, nel 1959 pubblica Roma capovolta, il primo romanzo a tematica omosessuale che racconta con dovizia di particolari ciò che accadeva nei salotti e nelle alcove della Roma papalina e nobile, che lui per diritto di nascita frequentava. Lo scandalo fu enorme, il libro venne sequestrato e bruciato in piazza, rendendo Giò famosissimo anche all'estero, divo incontrastato del Jet-set e della dolce vita. Osannato o dissacrato, come tutti i personaggi di rottura, contribuì fortemente a far sì che il mondo gay sommerso iniziasse ad avere una sua visibilità ben precisa, culminata con la nascita di vari circoli omosessuali, a cui però non prese mai parte direttamente, fino alla storia dei giorni nostri e ai recenti “DICO”. Negli anni 1960-70 riuscì a crearsi spazi artistici ben definiti, prima con la pittura, insieme a Novella Parigini, poi nel cinema dove tra gli altri lavorò con Fellini ne La Dolce vita, Dino Risi in In nome del popolo italiano e Alberto Sordi in Il comune senso del pudore. Ma fu soprattutto in campo giornalistico che Giò operò una vera e propria rivoluzione per il mondo omosessuale. Convinse infatti l'editore Adelina Tattilo, recentemente scomparsa, a inserire sul settimanale esclusivamente eterosessuale “Men” una rubrica di lettere intitolata Il salotto di Oscar W, dedicata agli omosessuali. Il successo fu insperato e grandissimo, per diversi anni Giò diventò il punto di riferimento per tantissimi gay che vivevano in clandestinità la loro realtà, dal nord al sud. Successivamente, a metà degli anni 1980, l'intervento chirurgico a Casablanca operò quella trasformazione che la fece diventare la più famosa transessuale d'Italia. Poi lentamente la sua stella si appannò. Il mondo politico-culturale gay, sempre più attento e impegnato nel sociale, non era più interessato ai suoi eccessi e ai suoi colpi di  testa. Ritornò alla ribalta nel 1991 con la pubblicazione della sua autobiografia e come protagonista del film documentario Il fico del regime (girato da me medesimo e Ottavio Mai) per Rai tre, per poi ritirarsi nel Salento. A metà degli anni novanta decise di entrare nel convento delle suore di Betania e del Sacro Cuore a Vische e cambiare radicalmente il suo stile di vita. Ora vive una dimensione francescana da suora laica, in quanto non ha potuto diventare suora a tutti gli effetti per ragioni anagrafiche, lontana da quei clamori che sempre l'hanno accompagnata. Questo e molto altro nel libro che andrete a leggere. Ora poche domande sulla Giò di adesso.

Giò, come è avvenuta questa decisione di ritirarsi dalle scene?
Non l'ho decisa io, è stato un percorso che avevo iniziato per fare un nuovo scoop, volevo diventare la sposa di Dio, la prima transuora, sono entrata per tre mesi in convento e lì ho riscoperto la fede.
Hai raccontato per la prima volta a Willy Vaira, questo cambiamento e tante cose che nessuno sapeva; perché hai deciso di farlo e perché hai scelto proprio lui?
È stata una decisione meditata in quanto ritengo che il mio esempio di gran “peccatore-peccatrice” perdonato da Dio possa servire ad altri a ritrovare la via del Signore. La scelta di raccontare tuttoì questo a Willy, piuttosto che ad altri, è motivata dal fatto che mi lega a lui una buona amicizia, che dura ormai da diversi anni e che mi ha permesso quindi di raccontare cose anche molto intime e private che a nessun altro avrei mai confidato.
Oggi vivi da “suora laica”, non ti pesa questa dimensione, abituata com'eri al successo e al jet-set?
Assolutamente no, vivo le giornate lentamente, in compagnia della mia gatta Muscia, leggendo e pregando; raramente incontro gente ed ho pochissimi amici.
Quali rimpianti oggi che a 75 anni hai raggiunto questa tua serenità?
Più che rimpianti ho solo delle amarezze per il mio comportamento scandaloso o dissennato che per anni ho avuto. Adesso aspetto, finalmente in pace con me stessa, il mio incontro con Dio.
07/03/2007   www.blog.panorama.it
Un'icona gay di 75 anni, di Antonio Carnevale

Giò Stajano: una vita tra libri, set cinematografici, prostituzione e conventi di suore. Negli anni Sessanta è stato celebre come il primo omosessuale pubblicamente dichiarato in Italia. Poi il cambio di sesso. E l’attività di scrittrice, giornalista e attrice (nei film, tra gli altri, di Dino Risi, Alberto Sordi e Pier Francesco Pingitore). Oggi si dedica alla pittura e agli esercizi spirituali. E lamenta: “Avrei voluto entrare in un monastero femminile, ma non ho potuto farlo e a causa del mio cambio di sesso non riconosciuto come legittimo dalla Chiesa cattolica”.
Tutta la sua vita è ora raccolta in Pubblici scandali e private virtù, una lunga conversazione con Willy Vaira, in uscita in questi giorni per i tipi di Manni Editori. Senza risparmiare nomi di politici e di uomini di spettacolo, Stajano rievoca la Dolce Vita romana in via Veneto e nei night club, le avventure parigine, l’operazione per cambiare sesso a Casablanca, le esperienze da marciapiede e nei fotoromanzi porno. Fino al ritiro in Monastero e alla vita quasi francescana di oggi.

15/03/2007   Quotidiano di Lecce

Vita spericolata, di Maria Claudia Minerva

Il suo certificato di nascita è stato rettificato il 4 maggio 1984: “Gioacchino Stajano” diventò “Gioacchina Stajano”. Sesso femminile.
Giò, anzi Gioacchina, mostra il certificato perché è stufa di sentirsi definire “transessuale”, parola che giudica “senza senso”. Continua a ribadirlo anche in questi giorni, tornata alla ribalta grazie al libro-intervista realizzato da Willy Vaira: “Pubblici scandali, private virtù. Dalla Dolce vita al convento” (Manni editore).
“I generi sono due – dice Giò – maschile e femminile. Transessuale non esiste”.
Tu, invece, volevi essere donna, senza nessun equivoco.
«Proprio così, donna. Per questo mi sono sottoposta all’intervento chirurgico, a Casablanca».
Quando ti sei resa conto che provavi attrazione per gli uomini?
«Da adolescente, negli anni del liceo nel convento dei Gesuiti di Lecce. Scoprii di essere attratta da un compagno di collegio. Gli scrivevo lettere affettuose, una di queste fu intercettata dai gesuiti che avvertirono i miei genitori».
Come la presero?
«Molto male. Mio padre non accettava la realtà. Mi fece anche sottoporre ad un intervento chirurgico ideato dal professor Nicola Pende, famoso endocrinologo, che sosteneva di “guarire” l’omosessualità con l’impianto di estratti di ghiandole di gorilla. Io non volevo operarmi, ma accettai dicendo a mio padre: se l’intervento non riesce, mi dovrai accettare comunque. La “cura” infatti fallì, ci fu un rigetto, e mio padre mi accettò com’ero».
Nell’82, poi, il cambiamento di sesso…
«Sì, la mia vita divenne all’improvviso piena di gratificazioni, perché finalmente potevo essere una vera donna. Ne combinai moltissime, in quello stato d’euforia. Girai anche dei fotoromanzi-porno con il famoso Gabriel Pontello, pubblicati sulla rivesta “Supersex”. Arrivarono purtroppo anche in Italia, con grande imbarazzo per la mia famiglia. Non mi dissero niente, ma adesso mi rendo conto delle amarezze che i miei genitori e i miei fratelli hanno dovuto sopportare per causa mia».
Prima di cambiare sesso, com’era la sua vita?
«Mi sentivo emarginata. Dopo la scuola, mi iscrissi a giurisprudenza a Roma, ma l’ambiente non era adatto a me. Negli anni ’50 c’era troppo machismo e io divenni oggetto di scherno, così, nonostante il mio primo “trenta” abbandonai l’università. Avevo una stanza in via Margutta, ed entrai negli ambienti artistici».
Fu allora che conobbe la pittrice Novella Parigini?
«Esattamente. Novella mi incitò a dipingere, mi insegnò delle tecniche, feci delle mostre. Poi mi iscrissi al Centro sperimentale di Cinematografia, ma anche l’ambiente del cinema era piuttosto chiuso. Solo un bellissimo giovanotto, fratello di uno dei più noti conduttori di telegiornali Rai e ora Mediaset, di incrollabile fede democristiana, si avvicinò a me e con lui ebbi per la prima volta una relazione affettuosa».
In genere com’erano le sue relazioni?
«Prima di operarmi, ho pagato io gli uomini. E quando non avevo soldi, arrivavo a rubare. Il demone della lussuria mi spingeva a fare cose ripugnanti. L’intervento che mi fece diventare donna fu il riscatto per me».
In che senso?
«Nel senso che “dopo” hanno pagato me. Misi un’inserzione sul Messaggero. Ebbi un sacco di clienti. Mi sentivo valorizzata e vendicata da quello che avevo dovuto subire per tanti anni. Ma fu una vita di perdizione».
Negli anni Sessanta hai conosciuto Fellini, Moravia, politici come Andreotti e altri.
«Fellini lo conobbi nell’autunno del ’59, dopo la pubblicazione del mio libro “Roma Capovolta”, in cui per la prima volta confessavo di essere omosessuale. Fellini mi volle nel film “La dolce vita” per interpretare me stesso. Ma non finì bene. perché lui voleva che io interpretassi l’omosessuale-macchetta, tutto mossettine. Io invece, con la mia educazione rigida, ne ero incapace. Ci lasciammo male. Mi richiamò comunque per un altro film, diceva che gli portavo fortuna e così ad ogni nuova pellicola mi chiamava sempre per i provini. Poi però sceglieva altri attori. Comunque, mi apprezzava anche come pittore e acquistò un mio quadro».
Ricordi qualche altre aneddoto di quegli anni?
«Una volta feci arrabbiare Gina Lollobrigida, madrina di una festa di Carnevale al Piper. Io avevo una parrucca bionda e lei mi vide al suo posto sul palco scambiandomi per Monica Vitti. Dovetti inseguirla per chiarire l’equivoco. Un’altra volta, al Premio Strega, Andreotti mi scambiò per una signora e mi fece il baciamano. Quando seppe che ero io, impallidì. Tutte le foto scattate in quell’occasione furono ritirate».
E dell’incontro con Moravia cosa ricordi?
«Lo conobbi a Sabaudia. Facemmo amicizia. Illustrai un suo racconto per “Palyboy”. Venne a casa mia per vedere i miei quadri, gli piaceva tanto la macedonia che gli preparavo, perché alla frutta aggiungevo pezzi di cioccolato».
Poi, sono arrivati il pentimento e la redenzione. Fino a coltivare l’idea di farsi suora.
«Dopo tutto questo il Signore ha voluto degnarsi di farmi capire l’abisso di perdizione e mi ha perdonato accogliendomi nella sua grazia. Io ho fatto questa pubblica confessione che mi copre di fango solo per far capire la grandezza della misericordia del Signore».
 
16/03/2007   Italia Sera

Scandali pubblici e virtù private che sono costante ricerca di verità, di Maurizio Gregorini

Di rado le nuove generazioni di omosessuali possono sapere di chi sia stato Giò Stajano e cosa abbia significato il suo modo di essere, di vivere, per l’emancipazione della stessa omosessualità. Ha studiato lettere e filosofia nella università di Roma; è stato pittore a via Margutta (promosso dalla sua intima amica Novella Parigini); è stato attore (lavorò con Federico Fellini ne La dolce vita, poi con Dino Risi ne In nome del popolo italiano e con Alberto Sordi ne Il comune senso del pudore); è stato scrittore. Roma capovolta fu il suo primo grande successo letterario, edito nel 1959 e subito sequestrato e bruciato in piazza per i contenuti scabrosi. Una vicenda che lo rese subito noto anche all’estero (vi raccontava con dovizia di particolari quel che accadeva nei salotti e nelle alcove della Roma papalina e nobile, che Giò per diritto di nascita, frequentava). In questo senso non furono fortunati nemmeno gli altri libri: Meglio l’uovo oggi (all’epoca disponibile all’estero, come il primo, ma sequestrato in Italia). Roma erotica”(prima sequestrato e poi dissequestrato), “Le signore sirene” e il “Letto stretto”. A tale produzione letteraria vanno aggiunti Caro Giò… (lettere a Giò Stajano pubblicate nella rubrica omonima del settimanale Men) e “Album di versi sparsi, libercolo di poesie dedicate alla sua terra. Premettiamo ciò perché si possa comprendere appieno cosa abbia voluto dire un tipo di scrittura negli anni Cinquanta e Sessanta, uno stile, una franchezza che avrebbe poi ispirato su questa stessa via i vari Alberto Arbasino, Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza, Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi (tanto per citare alcuni nomi). Ma Giò Stajano si dedicò anche al giornalismo (collaborò a settimanali e periodici tra cui Lo specchio, Momento Sera, Stop e Men) e a soggetti e sceneggiature di film. Detto ciò, anche se egli non è più Giò ma Gioacchina Stajano per via di una operazione di cambiamento di sesso avvenuta a Casablanca nei primi anni Ottanta, tuttora si può considerare il personaggio quale icona gay degli anni Cinquanta e Sessanta, insomma degli anni della Dolce Vita romana. Oggi, la riservata signora dedita alla pittura e agli esercizi spirituali, racconta la sua esperienza (l’infanzia dorata segnata dalla personalità del nonno e dalla loro aderenza al fascismo; la dolce vita romana, vissuta da protagonista tra set cinematografici, via veneto e i night club, Parigi e i suoi scandali, le frequentazioni col mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, i tanti amori iniziati e finiti tragicamente, gli amici/amanti canoisti di Sabaudia, i vari suicidi tentati, la riscoperta di Dio). Lo fa pubblicando un libro, Pubblici scandali e private virtù”(sottotitolo ‘Dalla dolce vita al convento’, Manni Editori, 133 pagine, 13,00 euro), rivelandosi così all’amico Willy Vaira, che ne ha redatto le confidenze. Quel che emerge dalla lettura è lo spaccato reale di un pezzo di storia del costume culturale ed omosessuale di casa nostra, uno spaccato che prende il via dagli anni del secondo dopoguerra, quando Giò Stajano, nipote del gerarca fascista Achille Storace, braccio destro di Mussolini, per primo dichiara in Italia la sua omosessualità. Fu scandalo assoluto, ma fu, come annota Willy Vaira nella sua introduzione “una vera apertura, grazie alla sua esuberante personalità, alle provocazioni e al coraggio, di una falla nell’imperante bigottismo – essenzialmente di facciata – dietro il quale si trincerava allora la società italiana. Infatti, osannato o aborrito a seconda delle occasioni, Già riuscì ad imporre usi e costumi che oggi appaiono banali, ma che a quei tempi erano considerati assolute stravaganze se non pura follia”. Tant’è che lo stesso Vaira, continuando nella introduzione, ammette che si deve a lei, “pioniere di tanti personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, dell’arte, della politica o della moda se, a partire dagli anni Cinquanta, si sono fatti conoscere dichiarando la loro diversità”, lei, l’ex Giò, che ora si è ritirata a vivere a Sannicola, in una minuscola casa divenuta il suo rifugio. Però, anche se contribuì fortemente a far sì che il mondo omosessuale emergesse dal buio destinatogli, iniziando così a godere di una visibilità precisa, culminata dalla nascita di vari circoli omosessuali (Angelo Pezzana diede via al Fuori, Massimo Consoli all’Ompos), egli non ne fu mai parte integrante, attiva, preferendo all’elite della diversità una coerenza individuale che lo rendeva unico, inimitabile. A tal punto che le sue ideazioni giornalistiche divennero di vero e proprio atto rivoluzionario per il mondo omosessuale: si deve a lui l’idea di inserire su di un settimanale esclusivamente eterosessuale (si parla dei primi anni Settanta) una rubrica dedicata ai soli uomini e chiamata “Il salotto di Oscar Wilde”, in seguito presa d’assalto da ogni tipo di omosessuale represso, finché – investito da un successo insperato e vasto –, Stajano non divenne punto di riferimento per molti gay, destinati a vivere la loro realtà, tanto al nord Italia come al sud, in maniera clandestina. Col passare degli anni la sua stella si appannò (nel frattempo, prima del cambiamento di sesso, andò a vivere presso Sabaudia; poi, una volta operata, si dedicò alla prostituzione e ai fotoromanzi hard, girati a Parigi insieme a Gabriel Pontello), anche se un breve ritorno alla ribalta lo ebbe con la pubblicazione, nel 1991, della sua autobiografia e per un film (“Il fico del regime”, di Ottavio Mai e Giovanni Minerba girato per Rai tre) di cui fu protagonista. Poi la scelta di ritirarsi nel Salento e, a metà degli anni Novanta, di entrare nel convento delle suore di Betania e del Sacro Cuore a Vische, andando così a mutare radicalmente il senso della sua vita. Ora, nella sua piccolissima casa, messe da parte le stravaganze, gli eccessi, i soldi e la fama, Gioacchina Stajano vive in una dimensione francescana, da suora laica (non ha potuto diventare suora a tutti gli effetti per questioni anagrafiche), lontana da quei clamori che ne hanno accompagnato l’esistenza: “Non è stata una mia decisione, ma una decisione venutami dall’alto: era mia intenzione divenire sposa di Dio. Di qui l’entrata nel convento e la riscoperta della fede”, racconta a Vaira. E ancora: “Una decisione decisamente meditata, poiché ritengo che il mio esempio di gran peccatore/peccatrice prescelto dal Signore possa aiutare gli altri a ritrovare il gioioso cammino di Dio. Ora passo le mie giornate con la mia gatta e i miei pennelli, leggendo e pregando. Di rado incontro gente e, in realtà, ora ho pochi amici. All’età di settantacinque anni non rimpiango nulla del mio passato. Casomai avverto dell’amarezza pel comportamento dissennato e scandaloso a cui mi sono abbandonato per anni. Ora sono in pace con me stessa, e l’unica cosa che aspetto è il mio incontro con Dio. Mi auguro di migliorare nel cammino della grazia verso il Signore, per arrivare al giorno della fine, quando serenamente potrò dire: Ecco Signore, sono qui, prendimi con te”.
 
 
29/03/2007   Corriere del Mezzogiorno
Giò Stajano, transessuale e devota, racconta se stessa e l'Italia del Novecento, di Enzo Mansueto
08/04/2007   Corriere del Mezzogiorno

Niente più scandali, mi ritiro a Sannicola, di Lorenzo Marvulli

«La mia ambiguità per niente nascosta, mi aveva elevato a simbolo della perversione più abietta ed io la usavo a quei tempi per massacrare il perbenismo democristiano imperante. Io fotografato da bambino, in braccio al Duce, ero ora l’ambiguo esponente del corrotto mondo omosessuale, ed esperto de li vizi umani». Maria Gioacchina Stajano, nipote del gerarca fascista Achille Starace, racconta così parte del suo burrascoso passato in Pubblici scandali e private virtù di Willy Vaira, libercolo edito da pochi mesi che meriterebbe più attenzione. Specialmente mentre le (tragiche) cronache quotidiane ci raccontano di colpi di coda dell’omofobia, mentre definizione come «diverso» e «malattia» tornano ad affacciarsi sulle colonne dei giornali. Facendoci fare un passo indietro di quarant’anni.
A quarant’anni fa (e più) risale la consacrazione sulla scena mondana e debosciata di Roma. Gioacchino Stajano, nato a Sannicola in provincia di Lecce in piena ascesa del fascismo, è diventato a soli vent’anni il solo omosessuale pubblicamente dichiarato in Italia. La lunga intervista a Maria Gioacchina Stajano – nuovo nome di Gioacchino dopo il cambio di sesso a Casablanca nel 1983 – scritta da Willy Vaira e ora in libreria, offre uno spaccato di un’Italia che ci stiamo dimenticando e la storia di un personaggio praticamente unico. Giò Stajano – il suo nome d’arte rende tutto più semplice – fece mitiche le notti della Dolce Vita (secondo le cronache Giò ispirò anche Federico Fellini), fece parlare di sé sui giornali di tutta la penisola, costrinse tutto il paese a confrontarsi con quel tabù – l’omosessualità – che continua a far discutere oggi.
Scandaloso e scandalosa fu Giò Stajano. Da anni è tornata a Sannicola, dove vive con uno stile definito «quasi francescano». Sopravvive grazie a un assegno sociale, si diletta con la pittura, sua passione di sempre, e dice di aver incontrato la pace interiore grazie al riavvicinamento alla religione cattolica. «Ogni giorno – dice – ringrazio il Signore della sua misericordia. Mi ha presa per i capelli e riportata sulla retta via. Ora conduco una vita più regolata».
Parliamo del libro, signora Stajano. Come nasce?
«Il libro in un certo modo è stato voluto da Nichi Vendola. È stato lui a parlare di me a Willy Vaira, un giovane scrittore che poi mi ha contattata. Dai colloqui con Vaira è nato il testo, redatto interamente da lui. Io mi sono limitata a ripetere parte di quello che avevo scritto nella mia autobiografia La mia vita scandalosa, pubblicato nel 1992 da Sperling & Kupfer, oggi purtroppo introvabile».
È stata capofila della prima Italia omosessuale, che aveva finalmente il coraggio di rendersi pubblica. Che pensa oggi della condizione degli omosessuali?
«Grazie ai movimenti per i loro diritti, nati dopo le mie esperienze pubbliche e giornalistiche, sono state fatte molte conquiste. A tutti gli essere umani devono essere riconosciuti i loro diritti. E questo ora avviene, anche se a volte succedono cose che fanno venire la pelle d’oca per la loro tragicità».
Si riferisce al caso del giovane di Torino?
«Sì. Mi dispiace che cose del genere avvengano ancora. Anch’io quando mi iscrissi all’università e fui costretto a lasciare gli studi. Avevo un atteggiamento più che eloquente, mi piacevano gli uomini. E capii presto che non avrei potuto sopportare le mortificazioni. Per fortuna incontrai persone che mi accettarono, che mi presero sotto la loro ala».
Oggi è frequente la discriminazione degli omosessuali?
«No. Anzi. Gli omosessuali hanno conquistato i loro diritti, e non solo. Sono entrati nei palazzi del potere. Basti pensare, senza andare troppo lontano, a Nichi Vendola o alle dimissioni del ministro Buttiglione dal Parlamento Europeo per le sue esternazioni sul tema».
E riguardo alle richieste di riconoscere agli omosessuali il diritto a risposarsi?
«Assolutamente contraria. Come assolutamente contraria al fatto che si possa permettergli di adottare dei figli. E come considero delle pagliacciate le manifestazioni con i matrimoni gay in piazza, in cui un uomo si veste con il vestito da sposa e il velo bianco».
Non sono le risposte che ci si aspetterebbe da un personaggio come lei.
«Io non mi sarei mai sognata di vestirmi da donna prima dell’operazione. Quando facevo il giornalista non mi sarebbe mai venuto in mente di andare in redazione con gli orecchini. Vedo invece che oggi questo può succedere in Parlamento, che a mio modo di vedere dovrebbe essere un luogo molto più serio. Non adatto a persone come Luxuria, insomma».
Giò Stajano sa ancora graffiare. Nel libro edito da Manni tutta (o quasi) la sua avventura: dalla Dolce Vita al convento, come recita il sottotitolo. Leggerlo per conoscerla, perché presto potremmo tornare a vederla scuotere (scandalizzare?) quest’Italia un po’ bacchettona.
01/05/2007   Altre recensioni

01/05/2007 - Rolling Stone
Molto meglio di un ansiolitico, di Franco Capacchione

Nipote di un gerarca fascista, famiglia salentina fascoltosa, Gioacchino Stajano avrebbe avuto le carte in regola per trascorrere una vita da tranquillo borghese. Ma da giovanissimo adocchia gli uomini e non se ne fa problema (si parla di anni 40). Anzi. Gioacchino diventa Giò, scopre Roma e le sue dolcezze, diventa protagonista delle notti capitoline (e interpreta se stesso ne La dolce vita) va a Casablanca (zac!) negli anni 80, fa il giornaliasta per testate come "Men", si inventa rubriche di gran successo come Il salotto di Oscar W (la prima volta che i froci d'Italia hanno una rubrica di posta tutta per loro su un giornale). Poi il ritiro a vita privata, la pittura, la conversione al cattolicesimo e vabbè. Resta una vita molto vissuta, raccontata con garbo d'altri tempi in questo libro-oi ntervista curato da Willy Vaira. Per chi fatica a venire a patti con la propria identità, molto meglio di un ansiolitico. Lo pubblica Manni, casa editrice salentina che già qualche mese fa stampò una divertente raccolta di scritti e fumetti, Gay Everyday.

04/07/2007 - www.gay.it
Dieci libri per l'estate, di Giulio Maria Corbelli

Giò Stajano è uno di quei personaggi la cui vita potrebbe riempire decine di libri: nipote del segretario del Partito nazionale fascista, Giò diventa famoso negli anni della Dolce Vita come uno dei pochi gay visibili degli ambienti della Roma godereccia, partecipa ai film di vari registi (tra cui Fellini), anima le notti dei night club, riempie di proprie immagini le pagine dei rotocalchi. Fino al viaggio a Casablanca in cui realizza il cambiamento di sesso: comincia un periodo di eccessi in cui Giò non rinuncia nemmeno alla prostituzione o al porno, pur continuando a frequentare il mondo dello spettacolo, della cultura e della politica. A un certo punto qualcosa si rompe: questa trans insolita e spregiudicata passa un lungo periodo rinchiusa in un convento e ne esce solo per ritirarsi a condurre una vita privata nel natio Salento. È qui che Willy Vaira l’ha raggiunta per farsi raccontare la sua storia che riferisce in questo libro godibile in cui è presente una parte della storia del costume italiano.

17/07/2007 - L’Unità
Stajano, scandalo trans ai tempi della dolce vita, di a.s. Laddor
 
Giò Stajano, pittore, giornalista, scrittore, attore, fu Adamo omo pubblico nel paradiso terrestre dell’Italietta borghese anni Cinquanta «ipocrita e farisaica», tra boom e dolce vita. Stajano fu anche persona transessuale dichiarata e finalmente Eva operata – nel 1982 a Casablanca – tra le prime a mostrarsi. Anticipatore del vivere entrambe le condizioni di «capovolgimento» della norma in totale visibilità, nell’essere il «diverso» che dettava moda, e nell’ottenere uno spazio gay sul settimanale “Men” nel 1969. Rivelò infine nei suoi «scandalosi» libri sequestrati e bruciati le inconfessabili pulsioni di politici sportivi attori e potenti.
Con brillante delicata ironia «raro pezzo di barocco che a meraviglia si incastra con i fregi e gli stucchi delle cittadine del Salento» – nacque a Sannicola 75 anni fa – Giò si narra a Willy Vaira cominciando dall’infanzia e dalla invadente personalità del nonno opposta alla propria: il gerarca Achille Starace maschilista di regime. La interessantissima testimonianza affettuosamente raccolta in Pubblici scandali e private virtù si conclude con un altro «capovolgimento» non definitivo: il ritiro in convento come suora laica. Nei suoi «pubblici scandali», la «privata virtù» di Giò consistette nell’essere sé, senza valenze politiche, convinto che pagassero la dolcezza, la singolarità sottile, e non i «ghetti» dei collettivi coi «bollettini per soli soci» nati molto tempo dopo, nel 1971, come ricorda Piero Manni nella prefazione.
Fu tuttavia disarmante dissacratore dei palazzi. Come quando con «zia Vincenza» cioè l’onorevole Cicerone – una pre/Luxuria solita giungere in parlamento incipriata e profumatissima tanto che Giulio Andreotti la riconosceva olfattivamente – si presentarono «en travesti» alla caserma per la visita di leva, sconvolgendo tutti e conquistando il congedo immediato. Anche oggi Stajano colpisce con grazia: ad un turbato onorevole Bottiglione bacchettato omofono dal parlamento di Bruxelles chiese scusa per avergli fatto perdere la poltrona, a nome anche degli altri «diversi» – e tra l’ironia generale.
Attento tanto da soffrire su di sé, rinato donna, la condizione del sesso acquisito, Stajano interpreta «favolosamente» una vita da palcoscenico nell’epoca che precede la politicizzazione e i drammi del movimento.

01/10/2007 - Il Brigante
Pionieri, di Antonio Mocciola

Il titolo è tutto un programma: Pubblici scandali e private virtù, e il sottotitolo spiegameglio: Dalla Dolce Vita al convento. Così si presenta il libroche Willy Vaira dedica a GiòStajano, il primo transessuale d'Italia. Dall'infanzia salentinaall'ombra di nonno AchilleStarace, segretario del Partito Nazionale Fascista, fino ai vizi e agli stravizi romani, conditi da amori strazianti e suicidi falliti, passando per un cambio di sessonel 1982, e per concludersi con ilrichiamo della foresta, ovvero ilritorno in Puglia, con notevoleestro pittorico e inusitati slancimistici. Vaira scrive con trattoamorevole e divertito, la Stajanosi sbizzarrisce in ricordi piccanti,momenti di tenerezza ed ironiadiffusa. E così il libro scorre piacevolissimo,senza neanche sfiorarel'agiografia né tantomeno ilmoralismo. Un personaggioconosciuto, certo, ma non forsequanto la sua statura meriterebbe, visti i notevoli intuiti quasi pionieristici in temadi diritti delle minoranze e il coraggio dimostrato nell'affrontare l'opinione dei “benpensanti”. L'Italia di allora non era pronta, l'Italia di oggi neppure.

16/03/2008 - www.ilsensodellavita.tv
La storia

“Ho aperto io le porte agli omosessuali. Sono stato il primo omosessuale dichiarato in Italia”. Maria Gioacchina Stajano è anche un precursore; è stato uomo si è operato ed è diventata donna in un periodo in cui questa trasformazione era vista come un’utopia, un vero scandalo. Ma Giò Stajano non è e non è stato solo questo. E’ anche il coraggio che si fa uomo e donna al contempo. Un’icona di un lungo e largo periodo italiano. La sua vita non è una storia ma un tracciato storico dell’Italia degli ultimi 50 e passa anni. A suo dire “si è ritirata dal mondo 10 anni fa”. Attualmente vive a San Nicola nel paese natio in Salento. Ha abbandonato tutto ciò che per lei aveva senso (scandali, trasgressione, tendenza, mondanità????) per “rinascere nella luce”. Giovanissimo, andò a Roma all’università????, ma era più affascinato dal richiamo artistico di via Margutta. Conobbe De Chirico, Moravia, Guttuso e altre personalità???? di quell’epoca. Lei ,che era tra l’altro nipote del gerarca fascista Achille Storace, sconvolse negli anni 50 quando dichiarò la sua omosessualità????. “Mi ero stancato di fingere che mi piacessero le ragazze”confessa in studio. Rampollo di una famigli fascista, ma consapevolmente omosessuale decise di mettere in piazza se stesso. Aspirava al successo, ma il suo era anche un forte segno di ribellione. Faceva parte di una cerchia di persone estrose, creativi e artisti. Nel libro di Willy Vaira, Pubblici scandali e private virtù. Dalla Dolce Vita al Convento Manni Editore ( Lecce 2007) sono raccontate con lucida precisione, avvincente tensione e appassionante realismo tutti gli aneddoti della sua vita; come quando con Novella Parigini (stilista) e una sua modella nell’estate del 59 prendevamo accordo coi paparazzi per apparire e far vendere le fotografie di un bagno in notturna nella fontana di piazza di Spagna. In quegli anni conobbe Federico Fellini, il quale prese spunto dal gesto di Stajiano per girare il celebre bagno della Ekberg nella Fontana di Trevi. “Federico aveva l’abitudine di deformare i personaggi, ma io avevo avuto un’educazione seria e non ero in grado di fare quello che voleva lui -Confida la Stajano- Quindi feci parte solo di una sequenza del suo film, non me la sentivo d’interpretarmi in quel modo parodistico in cui Federico mi vedeva”. In quegli anni, Giò Stajano era provocatore, pittore, scrittore, giornalista e attore. Ha fatto nascere il gossip. Ha fatto parlare e scrivere di scandali. Poi in a seguire la grande decisione di operarsi. “Ho sempre avuto un conflitto d’identita' di genere- ammette la Stajano- Avevo sempre sperato che la natura avesse preparato un modo per risolvere il conflitto. Presi l’aereo e andai a Casablanca in clinica e divenni donna. Poi mi resi conto che è più faticoso essere donna che omosessuale, a causa delle giarrettiere, del vestirsi, truccarsi e tante altre cose. Da bambini, le femminucce gia' sapevano che avrebbero dovuto dedicare tempo ed energia per curarsi l’estetica e per diventare donne. Io da bambino sapevo solo che dovevo essere figlio della lupa. Poi però notai alcuni vantaggi: essendo donna, non pagavo più gli uomini che mi interessavano, ma misi un annuncio sul Messaggero e cominciai a farmi pagare dagli uomini”. Esilarante è il racconto (in video nel sito) della rapina dei gioielli da parte di un cliente-malfattore che quando scopre che si tratta di bigiotteria chiede alla Stajano di consumare un rapporto sessuale; la risposta è accondiscendente, ma con sincera confessione all’uomo che anche sotto veste avrebbe trovato bigiotteria. A quel punto, pur di dare al malcapitato rapinatore qualcosa di autentico Gioacchina decide di offrirgi un piatto di spaghetti. La sua vita, cambia definitivamente nel momento in cui si mette in testa di realizzare l’ennesima provocazione: prendere i voti e diventare suora presso le suore del sacro cuore. Ma dopo avere vissuto per tre mesi una dimensione spirituale, mai avvicinata così profondamente, alla vigilia del prendere i voti, confessa tutto alla madre superiora, la quale la rassicura e la accoglie con cristiana carita'. La Stajano, a questo punto, non si sente più blasfema, ma scopre e vive tutta la sua esistenza in piena fede. L’ennesima rivoluzione di una vita vissuta continuamente in trasformazione, ma con un punto fermo indissolubile: il coraggio di vivere sempre intensamente.
Guarda l'intervista di Paolo Bonolis a Giò Stajano qui: http://www.ilsensodellavita.tv/ospiti.php?id=109


 
Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno (+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25).