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Maria Corti
La leggenda di domani



Descrizione:

Fra Otranto e Santa Maria di Leuca, Paola, sedicenne orfana milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo; nella sua casa, Paola cresce figlia tra i figli. Arriverà un ingegnere torinese a portarla via, per sposarla, da quella che oramai è la sua terra.
 
Scrive Cesare Segre nella Premessa:
La polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti.
L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole.
La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio.
Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto.
                      
 
 

Argomento: Narrativa

Collana:
Pretesti

Anno 2007, 88 pagine - € 12,00 - ISBN: 978-88-8176-871-4

Note: Premessa di Cesare Segre Postfazione di Anna Longoni

Approfondimenti
Maria Corti (1915-2002) è stata considerata la signora delle lettere italiane, sia per i suoi fondamentali studi di teoria e di storia letteraria, sia per la sua produzione narrativa, sia infine per la sua attività di critica militante.

Incipit

Come un demonio fischia il vento tra le rocce che vanno da Otranto a Capo Santa Maria di Leuca; i cespugli di finocchio selvatico sulla scogliera si contorcono e il vento li batte, li batte e nella risacca trascina via tutte le acque del mare, sì che la terra mostri il suo corpo nudo.
Calmati, vento, non posso camminare.
Ora fa schioccare fruste: “Io vado – dice – per sentieri sassosi, e non chiedo riposo, il sasso non chiede di essere stella, e tu? Che cosa vuoi di diverso dal tuo destino?”
Ma lei cerca una masseria, che le dia cibo e un letto per la notte; da tre ore fugge sulla scogliera con i nastri della paglia di Firenze che le roteano davanti alla faccia e il terrore che qualcuno la raggiunga; che farebbe allora? Non le resterebbe che buttarsi in mare e annegare; la ripescherebbero dopo lo scirocco. Si figura l’episodio. Poi di lei non rimane che una lastra di marmo e nessuna possibilità di essere riammessa nella vita.
A questo punto ode un passo alle sue spalle.
Un vecchio pescatore a piedi nudi sale, con una cesta di pesce sotto il braccio; va per una traccia di sentiero, segnata da infiniti piedi nudi sulla roccia, escludendo dal suo corpo il vento, i sassi appuntiti e qualsiasi segno di scomodità naturale; le piante dei piedi gli si espandono per terra, illese. Giuntole vicino si ferma, guarda lei, gli scogli, di nuovo il sentiero. «Buon vespro a Signoria» dice.
«Buon giorno» lei risponde. Vede due grossi dentati dalle squame bianche che protestano con la coda contro chi li ha chiusi in un cestino. Ora lei teme che il pescatore se ne vada: «Avete fatto una buona pesca» gli dice.
«Signorsì» egli risponde con una sorgiva calma tra le spalle. «Quando è tramontana, si pesca bene verso Tricase e Castro; quando è scirocco stanno bene quelli di Otranto.» Alza la testa e si vede la poderosa nuca piena di pelurie; indi prosegue lento, con una straniera calma e il passo cadenzato si allontana sui ciottoli. Lei lo raggiunge: «Mi potete ospitare questa notte?»
«Nella mia masseria? Ti sei perduta?»
«No, non mi sono perduta.» Egli attende con calma, senza curiosità. Si guardano in silenzio, lei dice: «Sono fuggita dal convento di S. Fortunata.»
Nessun segno di protesta; il pescatore scuote solo leggermente quel suo capo, pieno di pelurie e proveniente da lunghe generazioni di uomini, vissuti in attesa dello scirocco e della tramontana, per regolare su essi i loro pensieri e le loro faccende.
«È a dodici chilometri, sei venuta a piedi sin qui?»
«È un giorno che fuggo.»
«La masseria di S. Damiano non chiude la porta a nessuno» dice «ma perché sei fuggita?».
«Non potevo più vivere là.»
«Non hai un padre e una madre?»
«No.»
«Fratelli?»
«No.»
«Che Iddio ti protegga.»



Recensioni

19/04/2007   Corriere del Mezzogiorno

Un Salento quasi autobiografico nelle pagine della giovane Maria Corti, di Enzo Mansueto

Grazie all'editore Manni si rende disponibile al pubblico il primo tentativo narrativo complesso di Maria Corti, un romanzo breve prodotto nei primissimi anni del secondo dopoguerra e ambientato in quel Salento che, per ragioni famigliari (il papà, l'ingegner Emilio Corti, diresse i lavori della strada costiera salentina, quella Otranto-Santa Maria di Leuca che è "protagonista" di questo racconto, ampiamente, anche se indirettamente, autobiografico) diverrà la seconda terra della scrittrice e studiosa di letteratura. Il lungo racconto offre squarci di un Salento scabro e solenne che, pur nell'impianto neorealistico alla moda, punta ad una personale mitologia dei luoghi. L'introduzione di Cesare Segre nobilita, al di là degli intrinseci valori leterari, l'edizione.

22/04/2007   Gazzetta del Mezzogiorno

Il Salento magico che fu riflesso in occhi di ragazza, di Giacomo Annibaldis

Ci sono manoscritti che viviono esistenze carsiche ovvdero naufraghe, prima di nascere al mondo come libri. Vite misteriose, capaci di suscitare interrogativi anche a distanza di decenni, di proiettare ombre e riflessi (e non solo letterari), e di scintillare emozioni.
E' il caso di La leggenda di domani di Maria Corti, un romanzetto che la scrittrice cercò di pubblicare insistentemente dopo il 1945 (la prima traccia si ha nel '47); e che poi si "rassegnò" a conservare nei suoi cassetti. Un manoscritto che era stato infine destinato a un immaginario archivio documentario, come è giusto che avvenisse per una studiosa che si era battuta una intera vita per costituire un Fondo dei manoscritti di autori a Pavia.
Ancora oggi La leggenda di domani risulta gradevolissima lettura; pagine carezzate dai venti che soffiano sulle coste salentine, aromatizzate dai cespugli di finocchio selvatico, popolate da vite minime sul cui capo "lentissimo cammina il mondo degli astri e la sua sconcertante etetrnità". E' la storia di una ragazza milanese fuggita da un monastero leccese, in cui era ospitata come orfana, e accolta da una famiglia di pescatori salentini; finché non incontrerà l'amore di un ingegnere nordico, venuto in Puglia a costruire la strada verso la modernità.

Quindi La leggenda di domani è un'opera giustamente riesumata, e non solo per le ragioni filologiche espresse nella Premessa da Cesare Segre e nella Postfazione da Anna Longoni.
I due studiosi si domandano perché Maria Corti non volle più, anche quando fu considerata la "signora delle lettere italiane", pubblicare La leggenda. E ravvisano i motivi di una insoddisfazione stilistica, che in quegli anni indurrà la studiosa a definirsi "una piccola catecumena della scrittura quale io ero allora". Molti temi di questo "esercizio privato" (cui però la Corti aveva creduto fino al 1949...) furono ripresi e magnificamente sviluppati nel romanzo capolavoro della semiologa milanese, adottata in Salento: L'ora di tutti del 1962, il racconto molto bello sulla Otranto del 1480, città assalita dai turchi e martirizzata. La leggenda ne fu dunque un prodromo. Non privo di accenti autobiografici: e anche ciò deve aver scoraggiato l'autrice.
Il lettore si convincerà di un'altra ragione fondamentale per cui il romanzetto non poteva soddisfare una filologa. Ed era l'incipit pretestuoso. Come abvrebbe mai potuto una ragazzina - anche negli anni 40 - fuggire da un monastero ed ottenere da un istituto giuridico occidentale di viviere, minorenne, in una famiglia raccattata sugli scogli? E senza che le monache ne denunciassero la sparizione, senza che venisse stigmatizzata la sua situazione di "affidata"?
Il romanzo soprassiede su questi accidenti. L'autrice non era interessata a dirimere questioni di verosimiglianza giuridica, ma - attraverso gli occhi di una ragazzina del nord - intendeva far immergere il lettore nello stupefacente scenario di una Puglia magica, proiettata sui limiti del mare come un orizzonte, "una linea dell'ignoto, che ciascuno attraversa secondo le possibilità della sua fantasia". Su questo mare, in cui "i pesci ballano la pizzica pizzica" già negli anni 40, in cui il pescatore mastro Oronzo ci parla "con una sorgiva calma tra le spalle", sciorinando il suo catalogo di detti marinari, enciclopedia sapienziale ("Viene mezzogiorno e pure il mare, adesso, si vuole riposare"; "Quando è tramontana si pesca bene verso Tricase e Castro; quando è scirocco stanno bene quelli di Otranto"; "ogni legno ha il suo fumo"...); su questo mare si possono raccontare le storie, come si rammenda una rete di pescatore: sentendo "le risa silenziose dei pesci, fuggiti tra una maglia e l'altra, con un guizzo sottile".
La stroria approda sulla terra con la risacca, attraverso le leggende. E sono i morti annegati che ritornano la notte con "in cima alle dita bianche il senso di una gioia perduta"; è anche la Torre delle serpi, rettili colpevoli di aver succhiato tutto l'olio dei fanali, impedendo alle vedette di avvistare l'arrivo dei turchi; ovvero la leggenda della ragazza partita nel '500 per la Spagna, innamorata di un soldato, e che torna morta onda su onda sulla scogliera del suo paese salentino, e la cui ombra non può donare al Signore altro "che il suo 'domani' ".
Il "domani" è l'unica cosa che anche Paola, la ragazza fuggitiva, può offrire e che, con il matrimonio con l'ingegnere venuto dal Nord, sarà destinata di nuovo a un mondo di "piedi calzati e rumorosi".

01/05/2007   Stilos

Da uno studio del Salento il rapporto che lega la figura umana all'ambiente, di Giuseppe Amoroso

Scritto dopo il 1945 e rimasto nel cassetto – come si legge nella Premessa di Cesare Segre –, compare ora uno dei primi testi narrativi di Maria Corti, La leggenda di domani. Ambientata lungo la costa del Salento, fra Otranto e Santa Maria di Leuca, la storia della giovanissima Paola, fuggita dal convento di S. Fortunata e accolta nella casa del pescatore Oronzo, si snoda come su un nastro lento che registra senza scosse ciò che accade («i fatti del mondo vecchi e nuovi, si somigliano tutti») secondo un ritmo naturale, in ascolto dei suoni, delle vibrazioni delle cose, delle sollecitazioni e delle voci di uomini nei quali «pensieri e tramonto non si distinguono entro di loro».
L’andamento volutamente disadorno e prosastico oscilla, con qualche nota di scarto, fra cronaca nuda e partecipata adesione al colore locale: ne vien fuori una specie di inedito bozzettismo che chiude l’introspezione in una misura vivace, toccata da sorprendenti e inattesi accenti in grado di superare l’ingombrante deriva dei dettagli propria della temperatura neorealistica alla quale si affida la compagine del libro.
Portata a folgorare un carattere, l’autrice punta sul rapporto che lega la figura umana all’ambiente (ad apertura ecco la protagonista che chiede alla furia del vento di calmarsi) per attingere cifre psicologiche definitive, lapidarie, lontane dall’astrazione sempre in agguato quando un personaggio si confronta con la potenza della natura. Questa disposizione a guardare la realtà favorisce una sorta di costruzione binaria del breve romanzo: da un lato, i personaggi concreti, attivi nell’ambito delle loro vicende che il tempo presente sembra dislocare in uno spazio infinito; dall’altro, il parallelo e coperto percorso della Corti che li solleva dalle pur opprimenti contingenze per osservarli in mosse anomale, in lievi obliquità di atteggiamenti, di parole incantate, gesti ieratici, e per interpretarne le azioni come un oggetto di studio e di stupore.
Le scene si immobilizzano, soverchiate da avvenimenti «invisibili»; la campagna è calcinata dal sole, mentre le sere sono strette nel «silenzio del cielo». Solo un palpito di strana vita arriva dal mare che batte contro le sponde «come uno che si divincoli da una colpa» e dai morti che vanno per lontani sentieri «a non più udire il rumore della loro morte». Nella magia e nella concretezza quotidiana passano gli anni. Paola si integra nell’operosità, nelle gioie e nei dolori della famiglia che la ospita, non pensa alla sua lontana terra d’origine e ascolta racconti di tempi remoti (la leggenda di santa Cesarea, l’assedio di Otranto).
Ma quando dal Nord giunge un ingegnere incaricato di costruire strade sull’altopiano, allora «fissa la linea incolore dell’orizzonte, la linea dell’ignoto che ciascuno attraversa secondo le possibilità della sua fantasia». Paola apparve diversa: «una cosa estranea le si è incastrata nell’anima».
La pagina si fa un po’ più leggera in un diffuso canto, i modi parchi prendono un respiro più lungo, un riflesso di cose che si spostano e non sono più lì, nel punto giusto. Muta qualcosa intorno, l’evidenza rincorre un suo mistero, l’inquietudine entra nella casa. L’amore per Paola che scopre nelle parole usate una «salvezza impreveduta». Intanto la memoria corre a un’altra leggenda prima che giunga l’ora di partire.
Il paesaggio-spettacolo diviene oggetto di riflessione («con le stelle va una falce di luna, molto dura il loro viaggio e non sanno di essere così lontane. La mezzanotte è passata; perché tante notti furono sprecate?») e sembra spegnersi per Paola pronta per un nuovo orizzonte. In quell’estremo lembo di terra, dove la donna ha trascorso la sua giovinezza, verrà un’altra alba su un mare «immobile».
29/05/2007   Il Corriere della sera
Generosità e amicizia. Così nascono i «buoni maestri», di Paolo Di Stefano
 
[…]a proposito di irradiazione della cultura: ne sa qualcosa un editore come Manni, che da Lecce ha avuto un intenso sodalizio con Maria Corti e che da sempre rende omaggio alla studiosa e all’amica ricordandola e pubblicandone gli inediti. Come il racconto giovanile La leggenda di domani, uscito in questi giorni (a cura di un’altra allieva della Corti, Anna Longoni): si tratta di un breve romanzo autobiografico di ambiente salentino in cui la sedicenne Paola, orfana milanese, fugge da un convento e si rifugia per anni presso una famiglia di pescatori. Perché la Corti decise di non pubblicarlo?, si chiede Cesare Segre nella prefazione. In parte le ragioni si trovano nelle lettere al suo maestro Terracini, perché i maestri veri a volte sono anche confidenti e consiglieri. La stessa Corti lo sarebbe stata, per molti suoi più giovani amici. Ma questo è un altro discorso.
07/05/2007   Gazzetta del Mezzogiorno - Lecce
Il Salento leggendario di Maria Corti, di Gloria Indennitate
 
«Signora delle lettere italiane», innamorata di Otranto, del Salento, Maria Corti (1915-2002) conserva in sé l’eterno carisma di chi ha saputo nella vita donare emozioni intense attraverso la scrittura.
Ora, l’editore Manni, nella colla «Pretesti», curata da Anna Grazia D’Oria, pubblica un breve racconto della Corti dal titolo La leggenda di domani (86 pagg., 12 euro), con premessa di Cesare Segre, che testimonia i suoi primi passi nella narrativa. Lo scenario – già prima dell’Ora di tutti (1962) – è Otranto e Leuca, dove Paola, sedicenne milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità ad un pescatore. Nella casa di «mastro» Oronzo cresce figlia tra i figli. Un giorno arriva un ingegnere torinese e la porta via per sposarla. Ma quella è ormai la sua terra. Incontriamo, così, quella polarità Milano-Salento, che sarà una costante della vita di Maria Corti, maestra in questo racconto rimasto per troppo tempo chiuso in un cassetto.
11/05/2007   Il Secolo d'Italia
 E nel Salento magico sbocciò una scrittrice, di Nicola Vacca
 
Maria Corti è stata una grande scrittrice. Considerata da più parti la signora delle lettere italiane, ha pubblicato romanzi, racconti e soprattutto interessanti saggi di critica letteraria, onorando sempre il grande canone della tradizione novecentesca. Pensavamo di aver letto tutto di questa grande autrice straordinaria. Non pensavamo che venisse fuori, dopo tutti questi anni, un testo che ci riportasse ai suoi esordi narrativi.
In questi giorni esce La leggenda di domani, un romanzo breve che la Corti scrisse negli anni Quaranta. Dopo qualche tentativo di pubblicazione il testo finì, per volontà della stessa scrittrice, nel cassetto. «La leggenda di domani – scrive Anna Longoni nella postfazione – testimonia i primi passi della Corti nella narrativa: non si tratta del testi di data più alta ma del primo lavoro per il quale pensò, senza successo, alla pubblicazione. Al rifiuto degli editori probabilmente si aggiunge la scelta di puntare su altro». Arrivarono infatti i suoi libri più belli. Treno della partenza, un romanzo a cui lavorò a lungo. Anche questo libro fu pubblicato molti anni più tardi. Ora di tutti fu il romanzo che nel 1962 rivelò la Corti come scrittrice. Una data tardiva se si pensa che lei aveva già scritto molto negli anni precedenti.
Torniamo al libro. L’invenzione letteraria della Corti raggiunge momenti descrittivi di altissima poesia. In «Un Salento magico» Paola, la docile protagonista di queste pagine suggestive, fugge da un convento e vaga incantata per le terre ricche di storia e tradizione di questo paesaggio estremo, dove è possibile guardare il mare infinito per scorgere nuovi orizzonti. La ragazza fuggita dall’orfanotrofio incontra Mastro Oronzo, un pescatore saggio che diventerà per lei più di un padre. Paola Carnelli troverà rifugio nell’umile casa del pescatore salentino. Qui imparerà la saggezza della vita che si incontra nelle cose più vere della quotidianità.
Maria Corti è stata sempre innamorata del Salento. In queste pagine la sua invenzione letteraria si diverte a descrivere tutta la suggestiva forza emotiva di quel paesaggio che suggerisce pensieri e richiami interiori di notevole altezza. Il Salento rappresenta, nelle parole di Maria Corti, un paesaggio che incuriosisce l’osservatore e lo induce all’entusiasmo e all’abbandono contemplativo: «Come un demonio fischia il vento tra le rocce che vanno da Otranto a Capo Santa Maria di Leuca; i cespugli di finocchio selvatico sulla scogliera si contorcono, il vento li batte, li batte e nella risacca trascina via tutte le acque del mare, sì che la terra mostri il suo corpo nudo». Con chiarezza e precisione, la Corti inizia così il suo racconto che darà solennità tradizionale ai personaggi che parleranno sempre con l’anima e con il cuore. Il racconto, infatti, trova la sua forma più perfetta nei dialoghi tra i personaggi che si muovono sullo sfondo di un Sud ricco di saggezza popolare e di tradizioni tutte da scoprire, perché in esse alberga il senso della vita.
Cesare Segre, nella prefazione, mette in risalto la partecipazione amorosa della scrittrice alle vivaci scene di pesca, o alla descrizione dei lavori domestici e di quelli della masseria, popolata di animali e di bambini, o la descrizione della grande festa di Santa Cesaria. La Corti, in questo bellissimo romanzo che recupera la tradizione attraversa la memoria, osserva dal vero la vita di una comunità che si trova nella bellezza delle cose semplici. Il racconto anticipa L’ora di tutti, il suo capolavoro che sancisce in maniera definitiva il grande amore della scrittrice per il Salento, che diventerà la materia prima delle sue suggestive invenzioni letterarie. Tutte riscontrabili nella sua attività di studiosa dei problemi linguistici della letteratura italiana. La Corti ha contribuito, con un’intensa attività saggistica e di ricerca testuale, a scrivere pagine importanti del Novecento letterario.
Accanto ai numerosi romanzi vanno ricordati oltre ai testi sulla storia della lingua italiana, gli studi sul latino medievale, sulla latinità merovingia. Ha condotto, inoltre, studi decisivi sulla sintassi poesia italiana e sulla morfologia. La Corti ha dedicato la sua vita anche alla frequentazione della letteratura contemporanea: e da scrittrice in proprio frequentava personalmente gli scrittori e i poeti. Basti ricordare la sua amicizia con Eugenio Montale.
All’amore per la letteratura dei contemporanei, la Corti ha dedicato enormi energie creative. Addirittura nel 1972 ebbe la geniale idea di creare presso l’Università di Pavia il Fondo Manoscritti di autori moderni e contemporanei, nel quale la Corti ha raccolto importante e raro materiale autografo dei più grandi autori del Novecento: Mario Luzi, Morselli, Manganelli, Volponi, Parise, Malerba, Levi, Saba, Amelia Rosselli. Un patrimonio inestimabile che solo la passione di Maria Corti poteva raccogliere.
La pubblicazione di questo libro postumo riconduce l’attenzione sull’importanza dell’attività narrativa di Maria Corti, facendoci scoprire nuovi aspetti della sua ricca figura d’intellettuale, che erano rimasti rinchiusi nel cassetto insieme a questo notevole esempio di alta letteratura.
Anna Grazia D’Oria, oltre a essere l’editore de La leggenda di domani, è sta anche una sua amica e allieva. In maniera confidenziale così la ricorda: «Maria Corti è stata importante per la mia personale crescita umana e culturale (riusciva anche a gratificarmi, a farmi sentire brava anche se avevo la coscienza di essere infinitamente limitata, riusciva a stimolare la mia curiosità, intellettuale, riusciva a essere non la madre ma la sorella maggiore sì, che è complice e all’occorrenza ti maltratta)».
Il ricordo non scientifico di Anna Grazia D’Oria di Maria Corti e le pagine bellissime di questo libro, che giungono inaspettate da lontano, contribuiscono a consegnare al lettore l’immagine dell’autentica grandezza dell’intellettuale e della studiosa.
17/05/2007   Quotidiano di Lecce
Il Sud di Maria Corti. Ecco il libro rimasto nei cassetti, di Antonio Errico
 
Ci sono libri che esplodono come un fuoco d’artificio, che bruciano in un tempo breve, generati da un nucleo tematico denso e condensato, che si fanno in pochi giorni, nel tempo di alcune settimane, e durano per secoli.
Poi ci sono libri che invece si distendono negli anni. Sono come gli alberi che crescono più in profondità che in altezza, affondando e spandendo le radici. Sono libri che stratificano nell’esistenza dell’autore, che riverberano le sue esistenze, avvertono i passaggi di stagione, sono testimoni di giovinezze e maturità, di gioie e di dolori, si costituiscono come il resoconto di ideologie, teorie, metodi, riflessioni, passioni, di coerenze e di contraddizioni. Sono compagni di un viaggio lungo o breve, diari segreti di una avventurosa o quieta navigazione. Ogni pagina, ogni riga, ogni parola, corrispondono ad un giorno o un attimo, ad un accadimento fugace o a una lunga storia, sono la sintesi essenziale di qualcosa e di qualcuno cui siamo appartenuti, di una scena di cui siamo stati protagonisti o spettatori partecipi e coinvolti.
Vivono nei cassetti, cambiano casa insieme con i loro autori, qualche volta si perdono e si ritrovano, qualche volta si disperdono irrimediabilmente. Ma non accade mai che colui che li ha scritti li dimentichi. Non può accadere perché ha costantemente bisogno di quei fogli per annotare, puntualizzare, cancellare, riscrivere, riprovare a dire quello che si vuole dire con parole che non possono essere alternative.
L’ora di tutti di Maria Corti è stato un libro così: come questi ultimi; libro lungo, che ha attraversato gli anni, scritto e riscritto, cresciuto con il lievito.
Il nucleo essenziale era intitolato La leggenda di domani che ora l’editore Piero Manni pubblica con una premessa di Cesare Segre e una postfazione di Anna Longoni.
È antica l’amicizia e l’attenzione di Manni ad una delle figure più autorevoli e carismatiche della letteratura europea, concretizzatasi nella pubblicazione di testi creativi come Storie, edito nel 2000, in un numero monografico di “l’immaginazione”, nel volume Scritture e immaginazione del 2006 che raccoglie anche le testimonianze di intellettuali ed amici.
Racconta Anna Longoni che Maria Corti teneva chiusi i manoscritti della Masseria di San Damiano e della Leggenda di domani in uno stipo della libreria di un piccolo studio che si affacciava sul terrazzo condominiale, un rifugio liberato dall’incubo del telefono, circondato da piante e difeso dalla statuetta di un gendarme.
Ora, La leggenda di domani, che si configura come un racconto lungo o romanzo breve, rappresenta in modo estremamente significativo il processo di scrittura narrativa di una intellettuale che, negli stessi anni in cui elaborava il testo, procedeva a costruirsi o a potenziare formidabili strumenti di filologia, teoria letteraria, semiologia, storia della lingua, analisi testuale.
Mi chiedo se non sia stato questo, per esempio, il motivo – o uno dei motivi – per cui dopo alcuni tentativi piuttosto insistenti di pubblicazione, la Corti abbia lasciato questa storia di sud sul fondo dei cassetti, se non sia stato – in altre parole – il suo apparato teorico e tecnico a renderla tanto esigente fino al punto di bloccarla. Infatti diceva che il suo lavoro letterario passato era tutto da distruggere, da cancellare. Oppure se non sia stato quell’accentuato autobiografismo che, in una lettera a Benvenuto Terracini, diceva di sentire come un tallone d’Achille.
A volte la scrittura entra – o viene risucchiata – in vortici di perfezionismo, in una sorta di estenuante corpo a corpo con il linguaggio, si trasforma in una sfida che pretende la forma assoluta, la parola insostituibile, essenziale, la finzione che sia la metafora della realtà.
Ma a volte dentro quel vortice, nell’ossessione della riscrittura, nella costante percezione dell’incompiutezza, nella sensazione pressante di una possibilità di dire meglio e di dire di più, nella tensione della ricerca di significati più profondi e ulteriori, si generano e maturano capolavori come L’ora di tutti.
03/05/2007   Giornale di Sicilia

La prima prova narrativa della Corti, di Giuseppe Quatriglio

Di Maria Corti, studiosa di primo piano nel panorama letterario del secondo Novecento scomparsa nel 2002, la casa editrice Manni ripropone, con una premessa di Cesare Segre, La leggenda di domani. Si tratta della prima prova di narrativa, e risale agli anni intorno al 1945, di una scrittrice che è stata autrice di romanzi e anche di testi critici e di analisi semiologica.
Una presenza significativa quella della milanese Maria Corti che ebbe il merito di creare, presso l’università di Pavia nella quale insegnava Storia della lingua italiana, un Fondo di manoscritti di autori contemporanei, molto apprezzato anche all’estero perché ha impedito la dispersione di un prezioso patrimonio.
La leggenda di domani non ebbe fortuna letteraria, e dopo essere stato presentato a diversi editori e all’attenzione di premi letterari senza ottenere risultati concreti, il racconto venne rinchiuso in un cassetto e praticamente dimenticato. Eppure, come annota Cesare Segre, il testo è nitido e la prosa è fluente ricca di preziosità che non disturbano il lettore. Certamente costituisce il preludio alle successive prove di narrativa che ebbero successo chiaro, quali L’ora di tutti, Il ballo dei sapienti, Il canto delle sirene. Perché allora il lungo racconto di Maria Corti non venne accettato dagli editori? Forse perché era il testo di narrativa di una allora sconosciuta esordiente?
Anna Longoni, che è stata la collaboratrice a lei più vicina, nella postfazione, afferma che l’attività dell’autrice fu assorbita dalla produzione saggistica tipica del critico militante e del teorico della letteratura. Ma questo non può spiegare del tutto la disattenzione degli editori ai quali il testo venne offerto per la pubblicazione; un testo di grande suggestione ambientato nel Salento, una terra che Maria Corti conosceva, per averla frequentata, e che aveva imparato ad amare.
È la storia della sedicenne Paola che abbandona il convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo. Nella sua famiglia, la giovane viene cresciuta come una figlia. La vicenda è narrata con partecipazione e accenti di verità. E l’ambiente è tracciato mirabilmente. Le rocce bianche, le macchie di ulivi dei campi sterminati, il mare ora mosso ora sereno, hanno una solennità antica come se l’autrice avesse voluto attingere ai miti di una terra millenaria. Anche le immagini letterarie sono di grande suggestione, anche se a volte sembrano volutamente ricercate: le risa silenziose dei pesci, i muri di cinta che dormono in piedi sotto la luna, i serpi che scivolano a bere il fresco della notte.
Maria Corti assorbe la lezione del neorealismo degli anni Quaranta del Novecento, ma mette sulla carta sensazioni ed emozioni di una letterata raffinata sin da quando muoveva i primi passi nel campo minato della letteratura.
06/05/2007   America oggi
Il futuro come leggenda, di Giuseppe Quatriglio
31/05/2007   Altre recensioni

31/05/2007 - La provincia pavese
La leggenda nel Salento, di Lucrezia Semenza

01/06/2007 - Qui Salento
Il Sud da fiaba, di Eleonora Carriero

“È finita da un po’ la notte, ma al mare è rimasto un sonno pesante […] sotto, mille alghe in muto fervore si allacciano, si slacciano, si asserpano fra gli scogli; se filtrasse un raggio di sole in quel bosco svincolato, spunterebbe dal fondo una fiaba”. Cosi nasce La leggenda di domani di Maria Corti: come una fiaba spuntata dal fondo del mare, in quel tratto di costa tra Otranto e Santa Maria di Leuca.
Lo sguardo della scrittrice, poco più che trentenne, ha illuminato questa terra e l’ha fatta cantare, creando per lei una leggenda. Realtà e mito si intrecciano e si confondono nelle vicende di Paola, giovane orfana fuggita da un convento e accolta da una famiglia di pescatori alla Masseria di San Damiano.
Paola entra a far parte di una vita lontana “come il cielo” da tutto ciò che fino ad ora ha conosciuto: è il mondo di mastro Oronzo e di Assunta, degli scogli, del mare e dei pesci, della terra, dei capperi e degli ulivi. Qui lei può sentire davvero di camminare “tra gli dei”, in una terra in cui “[…] ogni uomo è imparentato lontanamente con riti misteriosi e appassionati”. Accade infatti che gli uomini partecipino della natura delle piante, degli animali, dei minerali e che la natura possa esprimersi con sentimenti umani. Paola “è comparsa dalla terra d’improvviso, come un asparago”; i bambini “scompaiono tutti come lucertole”; mastro Oronzo, nella continuità e ciclicità dei suoi gesti, trova la certezza che “la sua razza discenda da un minerale”.
Il cielo livido “assomiglia ad un’insidia”, la montagna rocciosa è “ferita” dallo scoppio di una mina e giace “silenziosamente”, una spugna si muta in una pietra bianca perché “per qualche sua vicenda è impallidita” e i pesci, intorno alla processione in mare per Santa Cesarea, “ballano la pizzica pizzica”. Questo è il Sud di Maria Corti, tenuto nascosto in un cassetto da quando (dopo il 1949) la scrittrice ha rinunciato a presentare il suo racconto a editori e premi letterari. Ritorna ora nell’edizione di Manni, con prefazione di Cesare Segre, senza aver perso la forza di rievocare un mondo perduto, forse mai esistito o che solo uno sguardo poetico poteva essere in grado di cogliere.
È lo sguardo di una donna che ha vissuto questa terra sulla sua pelle, e che sa restituire ai dialoghi di queste anime intrise di terra e di sale, alla storia della loro vita la profondità del mare, a cui appartengono.

 30/06/2007 - Pubblinews  
Cesare Segre: «La Corti continua a essere maestra», di Angelo Lippo

Sono d’accordo – come non potrei esserlo dal momento che dice una sacrosanta verità? – con l’amico Antonio Errico, il quale intrattenendosi sul racconto lungo o romanzo breve come dir si voglia, La leggenda di domani di Maria Corti, rimasto adagiato nei cassetti della scrittrice-filologa innamorata del Salento. Afferma che probabilmente la Corti, dopo la mancata pubblicazione del manoscritto al momento della stesura, abbia sentito, avvertito, e perfino “pesato” su di lei la maturità critica che tutti conosciamo. Sta di fatto che soltanto ora, grazie alla cura di Piero Manni e di Anna Grazia D’Oria, La leggenda di domani è stata rimossa dall’oblio e consegnata ai lettori nella sua originaria veste. L’edizione è arricchita da una premessa puntuale di Cesare Segre, il quale conferma la importanza del lavoro della Corti, soprattutto nell’ampio contesto della sua produzione. «Insomma La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio. Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto». Su altro versante, la postfazione di Anna Longoni, che attraversa in lungo e in largo tutto l’iter della Corti, e ne scandisce le varie tappe fino al culmine del romanzo l’Ora di tutti, di cui peraltro La leggenda di domani è una sorta di fil rouge che troverà in quella prova successiva disegno e tratto distintivo. La Longoni ripercorre tutte le tappe del destino de La leggenda di domani, e fra i molti tentativi di pubblicazione e rifiuti degli editori, compare anche la notizia che proprio con quel lavoro la Corti ebbe a partecipare al Premio Taranto, nel 1949, ma fu scartato perché non rispondente al bando (infatti i lavori dovevano essere ispirati alle tematiche del “mare”), anche se venne a conoscenza che il suo lavoro incontrò l’interesse di Ungaretti. Storie e destini incrociati di persone e di luoghi, s’intrecciano così alla godibilità di un testo che se da un lato appariva in nuce un tentativo non perfettamente riuscito, oggi, a distanza di anni, è evidente che la preoccupazione di quello che dopo sarebbe diventata: una scrittrice e una filologa d’altissimo respiro culturale. La Corti, evidentemente, e ne condividiamo le perplessità, non era persona da adagiarsi sull’effimero, lei puntava a mete più alte e soprattutto tendeva al capolavoro, quell’Ora di tutti, che rappresenta il fulcro della sua maturità di scrittura narrante. E se quest’ultimo è il capolavoro, La leggenda di domani, ne è l’incipit, il prologo perché in esso è racchiuso e concluso il suo messaggio e il suo amore per questa terra calda e piena di memorie, come il Salento e tutto il Sud. Un’attenzione che andava al di là dell’affetto, dei legami d’amicizia che intrecciò e sviluppò, portando sul territorio la sua consapevolezza critica e il suo amore per la letteratura. Un libro “necessario”, a mio parere, che completa l’esistenza di una scrittrice che rimane una “maestra” indiscutibile di scrittura e di vita. E di ciò – meritatamente – va dato atto a Manni per averne portato a compimento il recupero, che ci consente di avviare un discorso unitario sull’attività di colei che rimane, per tutti, ancora e sempre la signora delle lettere italiane.

 01/09/2007 - L'Indice
A che servono i turchi, di Roberto Gigliucci

L’esordio di Maria Corti narratrice, nel 1962, è anche il dono del suo capolavoro: L’ora di tutti. Libro di guerra, di assalto, di assedio, di morte, di apocalissi, nella Otranto di fine Quattrocento. Un romanzo a più voci, di complessa coralità, dove lo scontro dei turchi con i cristiani, materia storica ed epica cruciale nella tradizione europea, si ripercuote addosso a noi brutalmente, oggi che viene simulato un analogo scontro di civiltà.
L’interrogativo che si poneva un personaggio di sfondo dell’Ora di tutti risuona quasi sconcertante: “Io domando a che servono i turchi sulla terra. Me lo dite a che servono?”. Nessuno risponde. Certo è la domanda più assurda e insieme più elementare in una età di conflitto. A che serve il nemico, l’altro? Se è diverso perché esiste? Arendt o Adorno offrirono commenti agghiaccianti a questa forma bruta di inquisizione sulla realtà, cui segue necessariamente una violenza sulla realtà.
Quel che è certo è che Corti non descrive lo scontro, pur sanguinoso ed estremo, con un linguaggio di espressionismo corporeo. È una modalità di sguardo femminile sull’atroce maschile della guerra? Comunque l’autrice rifuggiva da una prosa turgida della violenza; le era ben lontano, almeno stilisticamente, il canto salentino di un maschio neo-barocco come Vittorio Bodini, che scrisse versi quali: “Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud / un tramonto di bestia macellata. / L’aria è piena di sangue” ecc.; siamo nella seconda metà degli anni quaranta, dalla silloge La luna dei Borboni.
Nella Leggenda di domani, racconto finora inedito proprio degli anni 1945-1947, troviamo un’osservazione di quelle che rimangono conficcate nella mente del lettore: gli uomini guerrieri talora riflettono in una pausa di riposo sul “perpetuo avvicendarsi del destino di grandezza fra i popoli”, ma poi, anzi, contemporaneamente, si preparano a una nuova giornata di battaglia per l’indomani, “perché gli uomini – conclude la scrittrice – fanno così, anche se sono speculativi”. I maschi come filosofi e guerrieri, insomma, visti da un occhio femminile. Sembrerebbe una banalità, se non fosse che l’attività speculativa non è presentata come alternativa a quella bellica, ma si intuisce che l’una è sostanza dell’altra, l’una è identitaria quanto l’altra e da essa indissolubile. Gli uomini uccidono perché sono speculativi e viceversa.
Ma tuttavia questa Leggenda, pur se suoi piccoli lacerti confluiranno nel romanzo del 1962, non è una storia di violenza ma una vicenda intima, inversamente autobiografica, avendo al centro una giovane che percorre la sua vicenda di distacco dal Salento dei pescatori verso il Nord industriale, al seguito di un ingegnere giovane e pensoso.
La Leggenda è fatta di un realismo trasognato, con un ricco dialogo colmo di sapienza arcaica ma signorilmente raziocinante, certo con una necessità di essere sempre indiscutibilmente profondo a ogni battuta, ma in una prosa di lirismo nobile che tende all’esterno. Si pensa al cantilenare etnico-metafisico di Conversazione in Sicilia dell’amato Vittorini, o forse a una linea di scrittura narrativa femminile che arriva a Elsa Morante, ma vorrei azzardare un altro nome, che risulta piuttosto estraneo al mondo di Corti: Grazia Deledda. Nella leggenda pare di sentire un certo realismo stupefatto deleddiano rimpastato con i più moderni astratti furori, ma è suggerimento tutto da verificare e approfondire.
 
19/09/2007- Il Giornale - Milano
E dal cassetto spuntò un inedito
, di Luigi Mascheroni

Destini letterari. Tra i meriti della scrittrice e critica letteraria milanese Maria Corti, una delle nostre grandi «Signore delle Lettere», c’è l’istituzione (accadde tra l’incredulità di molti colleghi...) del Fondo manoscritti dell’Università di Pavia, dove ha a lungo insegnato. Erano gli anni Settanta, e all’epoca sembrava un’assurdità. Oggi è uno straordinario archivio di pagine, appunti, lettere e materiale inedito dei più celebri studiosi, romanzieri e poeti italiani del Novecento, da Bilenchi a Saba, da Gatto a Volponi. Bene. Ora la «Signora degli inediti», scomparsa nel 2002 a 87 anni, torna alla ribalta letteraria con un suo inedito, un romanzo giovanile a lungo dimenticato che l’editore Pietro Manni, un vecchio amico di Maria Corti, ha deciso di pubblicare tirandolo fuori dal cassetto dov’è rimasto per oltre sessant’anni. S’intitola La leggenda di domani (Manni, pagg. 88, euro 12) ed è ambientato tra Milano e il Salento, la terra che per ragioni famigliari - il padre, ingegnere, supervisionò i lavori della strada costiera salentina, la Otranto-Santa Maria di Leuca che “attraversa” questo romanzo molto autobiografico - diventerà la seconda casa della Corti, prima della doppia laurea (in Lettere e in Filosofia) e gli insegnamenti a Brescia, Como e quindi Milano e Pavia.
Autrice dall’esordio tardivo (pubblicò il suo primo romanzo L’ora di tutti, ispirato alle vicende della battaglia di Otranto, nel 1962) Maria Corti lavorò a La leggenda di domani nei primissimi anni del dopoguerra - il nucleo principale del romanzo risale al periodo in cui insegnava a Chiari, dove visse fino al ’47, quando tornerà ad avere un alloggio a Milano, in via Sardegna) e racconta la storia di una ragazza sedicenne, Paola, orfana milanese (la Corti perse la madre giovanissima...), che fugge dal convento al quale era stata affidata e chiede ospitalità a una famiglia di pescatori, nel Salentino. Rimarrà con loro, imparando la saggezza della vita che si incontra nelle piccole cose della quotidianità, fino a quando un ingegnere del Nord la porterà via da quella che oramai è la sua terra...
Come scrive nella premessa Cesare Segre, a suo tempo collega della scrittrice nell’ateneo di Pavia, «la polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti. L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole.
La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio. Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto».
Perché poi la Corti lo abbia lasciato in quel cassetto, dove il testo finì dopo qualche timido tentativo di pubblicazione, non lo sapremo mai con esattezza. Forse – come suggerisce la curatrice del volume, Anna Longoni, allieva della scrittrice - ilmotivo, oltre al rifiuto degli editori, probabilmente fu la scelta di puntare su altri progetti, più urgenti. E infatti, da lì a poco si mise a lavorare, oltre che alle opere saggistiche, ai suoi romanzi più belli, dal citato L’ora di tutti a Treno della partenza.
Maria Corti fu una narratrice anomala, forse troppo attenta, troppo “rispettosa” di quella lingua che studiava e conosceva alla perfezione da esperta filologa. Forse il suo straordinario apparato teorico e tecnico la rendeva tanto esigente fino al punto di bloccarla. Ma i pochi libri di narrativa che ci ha lasciato sono bellissimi. A partire da questa Leggenda di domani, un romanzo che recupera la tradizione attraverso la memoria e osserva “dal vero” la vita di una comunità che si trova nella bellezza delle cose semplici. Negli ultimi anni, come spesso accade agli artisti, Maria Corti diceva che il suo lavoro letterario del passato era tutto da distruggere, da cancellare. E come spesso accade agli artisti, poi, però, non lo fece. Per fortuna.

 
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