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Giancarlo Tramutoli
Uno che conta



Descrizione:

«Ma il protagonista del tuo romanzo sembra un ossesso che salta su una gamba sola dicendo io, io, io, io, io…» Così mi dice il giornalista dell’“Unità”. Sto presentando il mio libro alla Feltrinelli di Bari. E io vorrei dirgli: “Ma se ce l’ha una forza, ’sto personaggio, sta proprio in questa sua patologica ossessione egocentrica che si capisce che non è proprio uno normale, che non gli vien mica facile stare tra la gente, che la sua vita è in salita e che cose semplicissime per la maggior parte delle persone, per lui diventano complicate assai.” Questo avrei voluto rispondere. Invece gli ho detto con serenità: «In effetti, è così, è un tipo ossessivo, ma a me così m’è venuto, che conosco i miei limiti e ho cercato di utilizzarli nella direzione della caricatura, del grottesco, dell’esasperazione.»

Argomento: Narrativa

Collana:
Pretesti

Anno 2007, 96 pagine - € 12,00 - ISBN: 978-88-8176-919-3

Approfondimenti
Giancarlo Tramutoli è nato nel 1956 a Potenza, dove vive. Ha studiato Lettere moderne a Napoli e lavora come cassiere in banca. Ha pubblicato libri di poesia (l’ultimo, del 2006, Versi pure, grazie, Manni Editori) e un romanzo per Fernandel nel 2001, La vasca da bagno. Collabora con testi creativi e critici a “Totem Magazine”, “Fernandel” e sui siti letterari di Vibrisse, Nazione Indiana e Books Brothers.

 

Per ascoltare l'intervista di Carlo D'Amicis a Tramutoli su Fahrenheit dell'1 giugno 2007:  http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_libro.cfm?Q_EV_ID=217603.



Incipit

Sto per dare il calcio alla sedia. Ci sono salito con un’intenzione precisa. Il collo è stretto da una corda dallo spessore adeguato al mio scopo. Squilla il telefono. Aspetto che scatti la segreteria. Ascolto il messaggio: «Sono Valentina Lanzetti della Mondadori. Mi può richiamare a questo numero? Grazie e a presto». Allento frenetico il nodo che già m’ha lasciato il segno. Mi precipito al telefono. Sì, sono io, proprio io, l’autore di Storie da camera (un romanzo breve, spedito praticamente a tutti gli editori d’Italia), ebbene la Mondadori, la numero uno, ha deciso di pubblicarmelo. Devo solo apporre il mio autografo sul relativo contratto e beccarmi il dignitosissimo anticipo accluso.

«Cassiere dammi un modulo per prelevare!» «Ragioniere mi fai un estratto conto?» Si rivolgono a me. Sono i clienti. A me che ho studiato lettere, che scrivo poesie ludiche, magnifici aforismi e c’ho un romanzo che sarà pubblicato fra tre mesi.

C’è il pedante che ti fa mille domande e ti fa sbagliare, stornare, rifare. Il rompicazzo impietoso che ti guarda come se tu fossi a sua completa disposizione e ti chiede dieci cose insieme per il gusto di assillarti. E ti bisbiglia perfido: «Certo che ’sto lavoro io mai lo farei», e io che sto per rispondergli: «Se è per questo, neanch’io il tuo, cacciatore di polizze sulla vita!»
Poi c’è quello che già lo sa che soldi sul suo conto non ce ne sono e si avvicina timoroso, impacciato, e ti fa quasi pena, perché la firma del funzionario sul modulo dello scoperto per lui significa brutalmente: “Posso mangiare questa settimana, sì o no?” E per fortuna ogni tanto, c’è la ragazza carina alla quale, chissà perché, sorridi serafico e con cui fai lo spiritoso.
Se poi la ragazza è proprio notevole e ti fa vedere qualcosa appoggiando le tette al bancone, stai sicuro che il suo è un “conto Maiorca” (come lo chiamo io), cioè in profonda immersione.
Quando arriva qualche bellezza, c’è un’energia emotiva nell’aria, qualcosa di così intenso nel grigiore della stanza, una luce, una musica, l’eros che danza, che ci vuole qualche minuto per riprendersi e risprofondare nella routine incolore e anemica di sempre.
 
Sento il sax di Stan Getz mentre il sole manda gli ultimi bagliori prima di scomparire dietro la montagna. C’è un forte odore d’olio di lino nella mansarda. Sto lavorando a una grande tela.
È una domenica di maggio. E tutto è così sospeso. Oggi. Mi sono riletto le Memorie del sottosuolo e mi ci sono ritrovato.

 Squilla il telefono: è un collega che continua a chiamarmi anche se io non lo faccio mai. Lo assecondo. A lui non interessa proprio niente delle mie cose, vuole qualcuno che lo ascolti. Il guaio è che mi parla solo dell’ufficio. Veleno puro. Io che riesco a estraniarmi da quella roba tossica mentre ci sto dentro e lui che me la ripropina magari il venerdì sera o la domenica mattina. «Mica t’ho svegliato?», oppure: «Che fai?», «Guardo la partita in tv», e lui: «Ah, io mai. Il calcio non lo sopporto.» E giù con le sue ansie e nevrosi e le ipotesi e tutto quello che in genere io evito accuratamente di sapere. Ogni tanto mi alzo, vado a girare il sugo, a fare una pisciatina, a vedere se fuori per caso nevica. Ritorno e lui sta ancora lì a delirare. Non riesco mai a trovare una scusa per liberarmene.
Intanto il cielo si fa oro, quindi impallidisce, mi dice piano piano che anche questa giornata se n’è andata.





Recensioni

06/06/2007   Quotidiano di Lecce

Difficile e illusorio diventare "uno che conta", di Rossano Astremo

Un romanzo che si apre con una corda che penzola da un soffitto e si chiude alla stessa maniera. All’interno di questo percorso circolare si svolgono le vicende che strutturano Uno che conta, il secondo romanzo dello scrittore potentino Giancarlo Tramutoli, edito di recente da Manni. Tramutoli è soprattutto uno scrittore di aforismi e brevi poesie, all’interno delle quali l’ironia spadroneggia incontrastata. Un’ironia, quella di Tramutoli, che fa rima con malinconia, la stessa che scandisce le giornate del protagonista di Uno che conta, un cassiere di banca con la smodata passione per la scrittura, il quale, dopo un numero di rifiuti editoriali esorbitante, ottiene una telefonata inaspettata, in un momento a dir poco provvidenziale: la Mondadori ha deciso di pubblicare il suo “Storie da camera”.
Finalmente il destino del quarantenne scrittore subisce uno scossone dirompente tale da fargli prefigurare rivoluzionari mutamenti nella sua grigia quotidianità.
Dopo la pubblicazione del romanzo, cominciano le interviste, le recensioni, addirittura una collaborazione con il “Corriere della Sera”, presto conclusasi, che sarà alla base di una personale querelle con la poetessa Patrizia Valduga, alla quale scrive una lettera in cui si evidenzia il suo atteggiamento intransigente nei confronti di tutto il mondo delle lettere: “I poeti anemici dell’Einaudi sono così algidi e tristi e inermi che fanno poesia da obitorio. Oppure le grandi e intoccabili mummie come Zanzotto (glaciale), Luzi (che ha osato scrivere un elogio del Tricolore), la Spaziani (che si ciba da sempre di pane & Montale) o i tromboni come Conte o Carifi e potrei andare avanti per giorni, visto che in quest’ultimi vent’anni ne ho lette di cagate e masochisticamente ne leggerò perché a me piace sputare su cose che conosco”.
Ecco in sintesi un ritratto dell’autore di “Storie da camera”, la cui misantropia è accentuata anche dal fatto che il suo libro è entrato nella classica dei più venduti. Si sente, oramai, “uno che conta”, ha raggiunto, finalmente, lo status di scrittore rispettabile. Anche nella sua città lo riconoscono come tale. La parabola, però, si fa presto discendente. Sarà soprattutto l’amore per una splendida ragazza, Valeria, mai ricambiato, a far piombare lo scrittore in uno sconforto assoluto. A ciò si aggiunge il successo del libro, rivelatosi effimero, fugace: “Dopo un momento di gloria – adesso che è finito mi sembra solo un momento – il mio romanzo è sparito dalla classifica. E anche quello era solo un bluff. Il solito Camilleri aveva schiacciato le percentuali, per cui quel decimo posto (la mia gioia, la delizia che mi aiutava a vivere), significa che ho venduto un migliaio di copie appena”. Dopo la gloria, il crollo. Nonostante l’amara ironia che serpeggia tra le pagine, l’epilogo della storia non lascia spazio a speranze. Il sipario sulla storia cala sulle note di uno struggente Bach.

13/06/2007   www.booksbrothers.it

Tre poesie inedite e un nuovo romanzo di Giancarlo Tramutoli
 
I versi di Tramutoli hanno il "difetto" di essere leggeri, imprevedibili; epigrammi, scherzi, giochi di parole fulminanti... come il nuovo romanzo Uno che conta.

Un ciucco

Un ciucco
(asino ubriaco)
deraglia su un binario
(triste e solitario)
cercando di emulare muto
un cavallo cocciuto
che lo manda a fare in mulo
e poi si allontana un po' zoppo
prima al trotto
e poi al galoppo.

Capra contabile

Io lavoro in una banca
sopra la quale campo
sotto la quale crepo.
E oggi intanto
ho fatto pure un ammanco.

Lamento degli uccelli

Ascoltare
San Francesco d'Assisi
è comodo e pure facile.
Difficile è alzarsi in piedi
e riprendere a volare.

Di Giancarlo Tramutoli su BooksBrothers trovi altre poesie e materiali critici.

14/06/2007   www.kultunderground.org

Nori al tempo di Tramutoli, di Nunzio Festa

Tra le pagine di tanti libri. “Un grandissimo Paolo Nori. Il suo romanzo più raffinato. (…) Con un finale che ti inchioda per dieci minuti davanti alla copertina chiusa”. Perché Nori al tempo di Tramutoli? Intanto perché questo frammento di testo è tratto dalle righe di un commento che Giancarlo Tramutoli su www.ibs.it ha lasciato per l’ultimo libro di Paolo Nori. E in Uno che conta, il protagonista del romanzo è appunto grande amante di questo scrittore. Tanto per dire quanto d’autobiografico c’è nell’ultima opera di Tramutoli, dove il poeta e scrittore potentino parla – si racconta – dice di un uomo che fa il bancario e il letterato (ovviamente che vive per le lettere, non il “tipico” cattedratico), quel personaggio che vuole essere ed è: uno che conta; perché innanzitutto è arrivato a pubblicare un libro per la Mondadori – quella famosa di tutti i generi – e per questa casa editrice, oltre che certamente più per lui stesso, gira anche un po’ l’Italia. E l’Italietta la vede pure attraverso il suo posto di lavoro, oltre che in un solo salotto televisivo dove riesce a essere Finalmente ospitato a un certo punto della sua “carriera”. Giancarlo Tramutoli, il poeta giocoso per eccellenza, quel talento lucano che diverse penne italiane e italiote hanno imparato poco poco a conoscer persino, compone oggi quest’opera tragicomica per l’editore Manni. Dopo la silloge poetica “Versi pure, grazie”, in un momento caldo dal punto di vista delle pubblicazioni e dove il centro del mercato e marchiato dalle griffe e per il quale si marca il territorio con il suono dell’urina letteraria. Ed ecco questo romanzo tragicomico, come ci confermerebbe sicuramente l’autore se adesso fosse davanti a queste battute. Il bancario dell’opera, appunto stesso lavoro di G. Tramutoli, ama le donne. Di quell’amore assolutamente incontrollabile, che vibra. Una delle ossessioni di quest’uomo. Uno che conta e che si pensa tanto, gli piace tanto stare da solo o con l’amico del cuore, l’amico scrittore, l’amico scrittore del cuore di nome Gaetano (e qui sarebbe gioco da bimbi riprendere meglio ancora la realtà). Tramutoli conosce i limiti degli uomini. Ma meglio conosce i suoi gusti e i suo desideri; e con questo romanzo eleva all’ennesima potenza la forza dell’estraniazione, con uno stile che è fatto del giacchio delle aridità di certe persone e la spensieratezza di un vagare continuo nonostante le spinte verso il tirare dell’immobilismo. Non sempre occorre muoversi per viaggiare, qualcuno in passato s’affacciava alla finestrella è costruiva avventure, per di più. Oggi è più difficile, oppure dovrebbe essere farlo bene, ma grazie a certe novità letterarie condite di letture e immagini tolte da una selva di ovvietà, si sa che abbiamo a disposizione l’ironia che scaccia il ritorno degli anni bui. Il tornare in voga d’un buio d’epoche ‘crociate’, lotte intestine fra simili anche vicini d’appartenenze geografiche. Lo stile dell’autore di Potenza è quello già assaporato in passato, con un pizzico d’intimismo in più versato nella catena degli amori, delle incertezze, dell’amicizia. Della solitudine ricercata. Quest’ultima opera in prosa arriva a sei anni di distanza da La vasca da bagno (Fernandel). E capire quanto è importante il testo, quanto sia stato scritto bene, basterebbe leggere i passi che toccano l’autoerotismo, e lì si capisce che Uno che conta è opera riuscita davvero bene.

17/06/2007   www.vibrisse.net
Uno che osserva, di Bartolomeo Di Monaco

Di questo autore lucano (vive a Potenza), laureato in lettere moderne a Napoli, cassiere di banca (ossia, uno che conta, ma anche uno che osserva) e con la passione della pittura, ho già parlato nel libro Generazioni a confronto nella letteratura italiana (Marco Valerio editore, Torino, 2006), e qui, a proposito del suo precedente romanzo: La vasca da bagno (Fernandel, 2001). Si può affrontare il mondo da dietro il vetro di uno sportello bancario? Lo si può vivere, lo si può capire? Con una scrittura dinoccolata, moderna, condita con il sale dell’humor e dell’ironia, Tramutoli ci risponde di sì. Perché ciò che conta è l’interesse che noi nutriamo per il mondo. Anche se può non risolvere i nostri problemi esistenziali. Ma se il mondo ci interessa, allora poco importa se non ci piace così com’è e lo mettiamo alla berlina, deformato da un personalissimo e raffinato senso dell’umorismo. Un umorismo che, a mano a mano che nel romanzo l’indagine va avanti, si colora sempre più di nero, giacché la vita non è mai quella degli altri, ma unicamente la nostra, quella, ossia, che sta rintanata dentro di noi: qualche volta perfida, cinica, pronta all’agguato e alla nostra distruzione. Ho parlato di scrittura dinoccolata, un po’ alla Paolo Nori, ed eccone l’esempio forse più significativo: si parla di un libro che sta per essere pubblicato: “A meno che… a meno che non glielo compri tu, e glielo fai trovare aperto alla pagina giusta con evidenziate le frasi sospette che lui si avvicina al leggio dove ci arriva su un tappeto rosso che tu gli avrai srotolato con cura in modo che dopo lui può finalmente venire a giustiziarmi che io, lo sai, te l’ho sempre detto e scritto e telefonato, io, non opporrei resistenza alcuna, che anzi mi fa un favore se m’ammazza, in questo momento, un vero piacere mi fa, se ci riesce, che io, in effetti, morto lo sono già.”Il protagonista (che altri non è che l’autore) ama scrivere; è, questa, un’altra delle sue passioni; trasferisce nella scrittura, oltre che nella pittura e nell’ascolto della musica, le vibrazioni e gli impulsi che riceve dal mondo che si affaccia nel suo lavoro. Un suo romanzo, proprio il giorno nero, in cui aveva vinto su di lui la disperazione e stava per impiccarsi nella sua casa, è accettato da Mondadori, il numero uno dell’editoria. Gli arriva una telefonata e lui, ancora col cappio al collo e la seggiola sotto i piedi, ascolta nella segreteria la voce della donna al telefono che gli da la notizia. Il mondo che si affaccia durante il suo lavoro, dunque, si sta muovendo, si fa sentire e prende forma. Tramutoli ci ha abituato alla sua ironia. Leggere un suo libro è riflettere attraverso il piacere del gioco e del divertimento: “lo slogan mio è: osa e getta!”. Alla Maraini, che lo chiama alla Rai per intervistarlo, confida che la sua aspirazione è quella di “fare il postino, per essere un vero uomo di lettere.” Sembra che l’autore voglia dirci che se si riesce a vedere l’aspetto caricaturale e grottesco delle cose, se ne trasuda, ed esso riempie di sé tutto ciò che facciamo. Tramutoli è già noto per i suoi umoristici e frizzanti aforismi, apparsi sul Corriere della Sera. Ma anche frasi come questa sono significative di un certo modo di fondere tra loro i propri strumenti di analisi e il mondo: “Mi faccio una doccia pensando alla faccia che faccio quando allo specchio mi spaccio per uno che c’ha la spocchia.” Aforismi e frasi simili appaiono come le luci che illuminano un percorso in fondo al quale temiamo di incontrare sofferenza e delusione: “Fare il morto, galleggiare infingardamente invece di partecipare alla gara sbuffando e mulinando e schiumando.” E anche: “risucchiato dalle particelle tossiche dell’ufficio sono diventato freddo, arido, pietrificato.” Ma soprattutto: “Un giorno uscirò direttamente dalla vetrata vicina al mio box, lasciando la mia sagoma, come un

monumento alla libertà.” È un Tramutoli diverso, infatti, quello che ci consegna il nuovo romanzo.
Se la solitudine (si ritira spesso nella mansarda) lo ha allenato agli incidenti della vita, non ve lo ha assuefatto: è il caso dell’abbandono di Carla, una bella ragazza conosciuta allo sportello, che si è stufata della sua sessualità priva di ogni sentimento, e specialmente di Valeria, conosciuta nel corso di una presentazione del suo libro.
“Scrivere. Dipingere. Leggere.” sono i punti di riferimento della sua vita. Se li porta dentro la banca, e se li porta fuori imbevuti del mondo che si è affacciato lì, davanti allo sportello: “Quando le versano, le banconote dei clienti hanno spesso l’odore della loro attività. Quelle del macellaio non fanno proprio un buon odore. Quelle del pasticciere, profumano di dolci alla crema.” Allorché scrive o quando dipinge, la mente e gli occhi sono nutriti da questo mondo: “E non frequento praticamente nessuno. A parte Gaetano, che con lui non ci sono transazioni utilitaristiche, che ci si vede senza terzi fini, che abbiamo lo stesso vizio di scrivere e di leggere e di parlare della bellezza tenendoci per noi tristezze e angosce varie, facendo finta che tutto va benone e che non accadrà anche a noi, prima o poi, di morire.” Il Gaetano che ricorre spesso nel racconto è lo scrittore Gaetano Cappelli (di cui mi occuperò qui nella prossima lettura), uno dei più bravi di questi anni, anche lui di Potenza, amico sin dall’infanzia dell’autore.Il libro, dunque, è stato pubblicato dalla Mondadori, vende, l’editore è contento e lo sollecita a scriverne un altro. Le presentazioni lo portano in molte città: “Faccio fatica a prenderli ‘sti pullman, a staccarmi dal mio borgo selvaggio, dalle mie pigre abitudini, dal calduccio confortevole della mia tana. Ma poi quando arrivo, son contento.” Ossia, il libro, ora che si è materializzato, lo ha preso per il bavero, gli ha fatto saltare il bancone dietro il quale si era rintanato ad osservare la vita, e lo trascina fuori. Incontra persone nuove, anche scrittori come Paolo Nori, Sebastiano Vassalli. I suoi aforismi pubblicati e pagati profumatamente dal Corriere della Sera, hanno aggiunto fama alla fama già conseguita con il libro, che sta scalando le classifiche: “in qualche mese m’è successo tutto quello che ho sempre sognato e sono pieno di donne”. Si è perfino innamorato di una di loro, Valeria.Allo sportello sembra che non sia cambiato nulla: “la trentenne carina mi chiede il saldo del suo conto. Ma in realtà dice soltanto: ‘Mi fa il conto?’ E io le rispondo: ‘Allora, di primo cosa ha preso?’ Ha riso per un minuto d’orologio. Di che altro sennò?”In realtà, il libro ha prodotto un mutamento. È riuscito a far emergere il suo male oscuro: “Io e il mio vuoto d’amore.”Il romanzo, sotto la scorza sarcastica che lo ricopre, nasconde, dunque, la sofferenza che produce la solitudine, quando manca di amore.Fuori nel mondo o dietro i vetri di uno sportello bancario, non riusciamo mai ad essere veri, riusciamo soltanto a deformare, giacché della realtà, quella che ci riguarda direttamente, quella con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni, abbiamo paura: “Io sparo sentenze a destra e a manca. Io reagisco, mica cazzi. M’indigno. E dopo che mi son sfogato mi ritiro nel mio cantuccio a sanguinare piano. A leccarmi le ferite e le palle da me. Nel mio limbo. Nel mio rassicurante nulla.” Con le varie donne della sua vita non è mai riuscito a comunicare oltre un certo limite. Ogni volta, anche con Valeria, all’improvviso l’amore s’inceppa. I passaggi continui tra il suo lavoro in banca e la propria vita all’esterno sono, in realtà, l’espressione di una fatica a vivere e a riconoscersi: “Perché non si può vivere con più leggerezza. Perché tutto deve essere possesso assoluto, gelosia, invidia, pensieri asfissianti… camminare in centro, in Via Pretoria, da solo non ci puoi camminare per mezz’ora che qualcuno che ti giudica disperato lo trovi sempre.” Un forte desiderio di far cadere la maschera, di cercare il se stesso che non riesce a manifestarsi e a comunicare, dà il via a una crescente disperazione che ad un certo punto s’impone su tutto il resto, quasi annullandolo: “Non si riesce a vivere né a morire. Al più si galleggia. Si fa il morto e la corrente ti porta dove vuole. Mentre te ne stai abbandonato a occhi chiusi. Senza più voglia di niente.”Allorché anche Gaetano va a lavorare a Roma, nella sede della Rai (“curerà una rubrica di musica e letteratura”) il protagonista confessa: “Adesso mi sento davvero solo. Mi telefona spesso. Non gli faccio capire quanto mi pesa la sua lontananza. Poi penso che anche questo va in una direzione precisa. Addirittura utile. Una direzione di disperazione assoluta.”Non ridiamo più, ora. Il tempo della maschera, del divertimento e dell’ironia, è finito. Davanti a noi sta un uomo costretto dalla vita ad una nudità tragica, ad una resa definitiva, privato di illusioni e di speranza.







05/07/2007   Corriere della sera Magazine
L’Affaire Cappelli: autore di sozzerie casalinghe, divetto letterario o maestro del romanzo?, di Antonio D’Orrico
 
Il caso Gaetano Cappelli, autore di quel libro (anche comico, nonché stilisticamente eccelso ed elegantissimo) che è Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, sta appassionando i lettori. Mi scrive, in maniera acre e risentita (e, per me, spassosissima, ma non credo per lui) il prof. Vincenzo Tripaldi di Potenza (come Cappelli): «Leggo un suo articolo, su di un presunto “grande” scrittore lucano e non so come è possibile arrivare a partorire certi confronti. Come si fa a paragonare un pidocchietto di scrittore a un gigante della letteratura internazionale come Roth? E come fa un critico letterario di un certo nome ad associarsi a un giudizio espresso da un poetucolo nostrano sconosciuto che, per amicizia, vede nella pornografia più stantia del suo amico, un’opera letteraria di grande e profondo spessore… Mistero. Ma il mistero più grande è il critico letterario che ha partecipato a un tale strampalato confronto esaltando le zozzerie casalinghe di un personaggio del tutto insignificante… Così si uccidono anche i grandi scrittori… Lei, venuto a Potenza sull’onda di Vallettopoli, ha parlato solo con un paio di finocchietti letterari esaltati, tra i piatti odorosi e profumati dell’ottima cucina lucana. Qui i cuochi sono migliori degli scrittori e i vini in eccesso sono anche la causa di sviste e allucinazioni letterarie. Cordialmente…». Non trovate grandiosa questa lettera? Bellissima è la lettera, sempre su Cappelli, di Alessandro Colella: «Nel 1990 avevo 20 anni, ero uno studente meridionale fuorisede e la sorte mi aveva fatto vincere 130mila lire al totocalcio. Comprai tantissimi Oscar ricevendo in omaggio un’antologia di giovani autori. Iniziai a leggerla. Il racconto che mi impressionò maggiormente fu Tre mestieri sentimentali dello scrittore potentino Gaetano Cappelli. Le storie di un sud borghese come quello che avevo avuto sotto gli occhi per 20 anni della mia vita salentina mi sembrarono per la prima volta raccontate senza filtri, senza inutili intellettualismi, senza i meridionalissimi e deprimenti piagnistei di rito. Da allora i libri di Cappelli rappresentano per me un piccolo evento, un dono che mi viene elargito in gran segreto perché tanto so che ci sarà sempre un (pur bravo) Piperno, una Marilù o una Melissa qualsiasi a occupare la ribalta delle cronache letterarie al suo posto. In altre parole, posseggo un segreto che divido con le persone alle quali voglio bene, regalando copie del Primo o di Parenti lontani. Non le dico perciò la mia sorpresa nel vedere il mio scrittore preferito sbattuto in prima pagina sul Magazine, come uno dei tanti divetti letterari. Ma come? Allora qualcuno s’è accorto di quanto io so da 17 anni? Sono preoccupati che tanti lettori affascinati da personaggi rothiani o richleriani finiscano per trovare molto più divertente e interessante un Riccardo Fusco (Storia controversa…), un Guido Cieli (Il primo), un (immenso) Carlino di Lontrone (Parenti lontani), decretando un successo di massa per Cappelli e privandomi della mia quasi ventennale “esclusiva”. Tanto so che non devo preoccuparmi. Nonostante il suo sforzo i lettori non se ne accorgeranno e anche questa piccola perla, cadrà nel vuoto dell’indifferenza». La lettera di Colella continua la prossima volta, quando si chiarirà anche il ruolo del romanzo Uno che conta di Giancarlo Tramutoli nell’avvincente Affaire Cappelli.
12/07/2007   Corriere della sera Magazine
L’Affaire Cappelli: non è solo uno scrittore ma è anche personaggio di romanzi altrui, di Antonio D’Orrico 
 
Eccoci a un’altra puntata dell’Affaire Cappelli (Gaetano Cappelli, autore di Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, Marsilio). Cappelli, per me (ma non soltanto per me: ha lettori che lo amano alla follia), è uno scrittore di gran classe ed è un mistero che non sia apprezzato come merita. L’altra volta ho citato due lettere. Una contro Cappelli del prof Vincenzo Tripaldi, l’altra a suo favore del lettore Alessandro Colella. Di quest’ultima lettera ne avevo citato la parte finale: «Lei stesso è stato, mi sembra, criticato da più persone per aver bollato Cappelli come Roth italiano anche se lo ha fatto a “fin di bene” come dice la Bignardi nel suo blog. Cara Bignardi, preoccupata che le fotografie della quarta di copertina non tengano conto del passare degli anni e dell’aumento ponderale dell’autore. E allora anch’io voglio criticarla. Forse sono un lettore incolto, non allineato, ma perché quando leggo alcuni libri di Roth mi annoio mostruosamente mentre a leggere Cappelli rido a crepapelle o piango come una casalinga frustrata davanti a Carramba che sorpresa? Cappelli è Cappelli ed è davvero unico nell’odierno panorama editoriale italiano. E se proprio dobbiamo fare dei paragoni, Cappelli è più Fitzgerald che Roth. Legga in successione il racconto Sogni Invernali (di Fitzgerald e il racconto Toccàti di Cappelli (in Errori, Mondadori) e vedrà su Cappelli non è un Fitzgerald redivivo. Mi scusi sono poco intellettuale, lo so. Per me certi libri sono come le canzoni che ami, quelle che ti dicono qualcosa tutte le volte che le senti e non importa se siano d’autore o sciocchi ritornelli. Le senti tue e questo basta. Io non rinuncerei alla mia canzone preferita nemmeno per Lamento di Portnoy. Forse è per questo che amo Cappelli». Caro Colella, che bella lettera a parte il passaggio su Roth (Lamento di Portnoy per me, usando i suoi parametri, è la canzone più bella di tutte). Toccàti è un racconto bellissimo, giocato effettivamente tutto su toni fitzgeraldiani e peccato che sia solo un racconto. Ecco, chi non ha letto Toccàti si è perso in assoluto una della cose migliori, più alte e divertenti della letteratura italiana fine secolo scorso.
A questo punto nell’Affaire Cappelli entra un altro personaggio. È Giancarlo Tramutoli, anche lui potentino. Veramente, Tramutoli c’è da sempre nell’Affaire (a lui che devo una segnalazione decisiva sullo scrittore). Ma adesso Tramutoli nel romanzo Uno che conta (Manni), monologo di un cassiere di banca che diventa scrittore da classifica mentre vive una tormentosa storia d’amore, annovera tra i suoi personaggi Cappelli in persona: «Nei periodi hippy io lo guardavo ammirato che andava in giro vestito di bianco con ’ste camicie indiane e pantaloni larghi di lino, gli occhialini tondi alla John Lennon, magro e alto come lui». E ancora: «Gaetano esibisce spesso un cinismo divertito per camuffare la sua sensibilità, che se non lo conosci bene, può sembrare uno snob maschilista reazionario». Ed ecco Gaetano che consola il protagonista da una delusione d’amore con una certa Valeria: «È così che va la vita… dopotutto l’anno scorso stavi peggio, no? Vedrai che ’sta Valeria torna e se non torna il mondo è pieno di Valerie, diciamo». Consiglio, al di là del suo ruolo nell’Affaire, Tramutoli. Viene voglia di citare altre cose (lo farò). Ora vi saluto con il cassiere, il protagonista, che sniffa le banconote versate da un pasticciere: «profumano di dolci alla crema».
13/07/2007   Il Quotidiano della Basilicata

La bella estate degli scrittori di Potenza, di Paride Leporace

Un anno indimenticabile per Potenza il 2007. Non solo per l’inverno tra i meno rigidi dell’ultimo mezzo secolo. E per le due storiche e coincidenti promozioni delle squadre cittadine di calcio e basket. Il 2007 era stato anche il momento di Vallettopoli. Tutto l’apparire della fogna televisiva indagato nel Palazzo di Giustizia meno frequentato d’Italia. Il pm biondo che fa impazzire il mondo, unico giustiziere a ricevere santificazioni di magliette, proposte di testimonial per festival cinematografici, peana e insulti dall’arengo nazionale, faceva sfilare tronisti, vippaglia, coscione e paraninfi di regime per ambientare la soap opera giudiziaria chiamata Vallettopoli. Le redazioni che già avevano conosciuto la strada lucana a causa di Vittorio Emanuele erano chiamate ad una nuova grande copertura giornalistica.
Tg, grandi giornali e sistemi multimediali in primavera si apprestavano alla campagna di Potenza. In quei giorni Gaetano Cappelli e Giancarlo Tramutoli dovevano affrontare la vicenda con il loro solito distacco snobistico. Forse divertiti di vedere “Putenz” in televisione, distanti dal provincialismo della società dello spettacolo. Forse addirittura contrari all’attivismo del pm che i writers riprodurranno in effigie sulle mura della città.
Gaetano e Giancarlo nelle loro passeggiate notturne su via Pretoria, che tanto ricordano il Moraldo e il Leopoldo dei Vitelloni, non sapevano che si preparava per loro una grande estate. Non è che fossero degli sconosciuti. Raffaele Nigro, affermato scrittore della vecchia guardia locale, in un suo libro strenna aveva scritto “Potenza di questi anni è ciò che appare dalla narrativa di Gaetano Cappelli, una città che si è lasciata alle spalle la cultura del vicolo e della campagna, una città del terziario nella quale l’università si sta insediando con i tempi e le difficoltà che comportano queste nascite”. Cappelli non era un nessuno. Scrittore per Marsilio piazzatosi nel 2005 nella cinquina del Bookcrossing.
Anche Giancarlo era già uno che conta. Bancario con doppia vita da scrittore e poeta, corsivista del Corsera, frequentazioni illustri ottenute con corrispondenza. Un cammino iniziato nelle magiche notti di Castelporziano di nicoliliana memoria. E lui che passa la dritta ad Antonio D’Orrico su Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo. Mai mossa fu più fortunata. Perché D’Orrico, re Mida della critica letteraria italiana, con le sue scelte eretiche s’innamora del romanzo e inviato dalla leggerissima direttrice del Magazine, Maria Luisa Agnese, fa di Cappelli il suo Virgilio nella Potenza woodcockiana.
Poi la spara a modo suo. Cappelli è il Roth italiano. Nasce il tormentone di successo. Le recensioni del libro sono copiose ed esaltate. D’Orrico che è uno che insiste ieri è tornato a scrivere della città che prima veniva confusa con Cosenza. Nella santificazione del Meridionale Chic, complice l’ultima sfilata di Armani, cesella su Cappelli “maestro dello stile e testimonial dell’uomo del Sud”. Funziona il fatto che Cappelli racconti un Sud cambiato e non più perdente, ma divertente e divertito. D’Orrico che è un passionale eccessivo aggiunge anche la recensione della settimana per parlare benissimo dell’ultimo romanzo di Tramutoli dove troviamo sempre Cappelli come personaggio del romanzo del caro amichetto. È proprio la loro estate. Tra l’altro d’estate è ambientato il fortunato successo letterario di Cappelli. E Tramutoli nel suo Uno che conta chiosa beffardo sulle domande scontate dei clienti in banca sulle sue vacanze, mentre lo scrittore che usa il suo contesto per farlo diventare testo confessa sedentario che lui ama bere vino davanti alla tv che “manda in onda le file ai caselli autostradali delle grandi partenze e dei grandi rientri, gli ingorghi, i cani abbandonati, le trombe marine, i temporali estivi e le spiagge affollate”.
Confesso di essere un fan dei due scrittori potentini. Ho avuto la fortuna abitando a Potenza e l’ambientazione di lettura ha il suo peso su alcuni riconoscimenti esistenziali. Sono romanzi che divertono. Ben scritti. Che si leggono d’un fiato. La vicenda di Riccardo Fusco ha il merito di demolire stereotipi culturali e di vita che attanagliano la Basilicata. Cappelli è un colto dandy che non avrebbe sfigurato alla celebre festa di Truman Capote per il suo compleanno. Tramutoli è
tagliente come una lama di rasoio. Diretto nello scrivere e autoreferenziale. Funambolico con le parole. Un temporale d’estate diventa nelle sue pagine una prova di suspence come pochi oggi sanno affrontare. I due amici offrono pagine di sesso sincero. Si vede che hanno letto Bukowski e sognato sulla Basentana di attraversare la strada di Sal Paradise. I due per rette parallele nei loro romanzi demoliscono miti e mitologie.
La loro regione sembra non accorgersi di aver trovato due importanti figure di riferimento. Altrove sarebbero stati santificati in modo più opportuno.
La lentezza basilisca sembra distratta. L’intellettualità locale non si sbraccia forse invidiosa del successo, forse perché disperatamente ancorata ad una cultura contadina che non esiste più da tempo. Probabilmente in tanti non riescono ad elaborare il funerale di una gabbia mentale che vuole il lucano povero, piccolo e maledetto. Cappelli e Tramutoli non credo si preoccupino molto di questo disinteresse localistico. Il loro snobismo da commedia di vino non lo consente. Tra aforismi, battute, letture e bevute si godono la loro estate sotto i riflettori nazionali. La storia controversa dell’inarrestabile fortuna di Cappelli e Tramutoli in Italia spero che continui a lungo. Lo meritano loro, Potenza e la Basilicata. E caso mai dovessimo scoprire nel decennale di questo particolare anno potentino che hanno ballato una sola estate, sarà valsa incredibilmente la pena saper irridere con letteratura di buona fattura e confezione l’insostenibile leggerezza dell’apparire.
22/07/2007   Gazzetta del Mezzogiorno

Realtà e fantasia contro la solitudine, di Michele Trecca

«Perché non si può vivere con più leggerezza. Perché tutto deve essere possesso assoluto, gelosia, invidia, pensieri asfissianti…». Boh, però almeno quando scrive lui ci riesce, in altri momenti chissà (ne dubitiamo, visti i riferimenti autobiografici dei suoi lavori, compresi quelli del nuovo romanzo, Uno che conta). Giancarlo Tramutoli (nato a Potenza nel 1956) con le parole è un funambolo: volteggia con grazia pungente fra poesia (ludica, satirica, epigrammatica, fulminante) e prosa (romanzi «bonsai», minimalisti, quasi la somma di frammenti di diario), mescola realtà e fantasia e racconta la propria solitudine (di cassiere in banca con la mania dell’arte e della poesia) condendola di sogni come l’amore, la pubblicazione «importante», il successo (temi «forti» del nuovo romanzo). In Uno che conta (suo secondo romanzo) i confini fra illusioni, nostalgie, speranze e disincanto sfumano al suono di note comunque intime e suadenti, anche quando sono livide e arroventate.
Al di là di tutto, infatti, fra una masturbazione e l’altra, «fissa» del protagonista, in Uno che conta c’è la verità di una persona, perciò Tramutoli riesce a ricreare con lettori sconosciuti quella stessa familiarità dei momenti di confidenza durante le passeggiate in bicicletta con l’amico Gaetano Cappelli.
Versi di Giancarlo Tramutoli sono apparsi a lungo come microeditoriali delle pagine culturali del “Corriere della Sera”.
24/07/2007   Stilos

Un travet di provincia fiero di sé, di Linnio Accorroni

«Me ne esco con dei giudizi così taglienti che fanno venire a chi li sente, me ne accorgo da come mi guardano, la voglia precisa di menarmi e a lungo. Questo solo perché uso quasi sempre la forza urticante del paradosso. La vocazione al paradosso mi porterà dritto dritto in ortopedia. Lì hanno modi un po’ ingessati e lo usano per prevenire e per proteggere. Lì lo chiamano paraosso.». Mi sembra che queste poche righe estrapolate dal secondo romanzo di Giancarlo Tramutoli valgano, nella loro icastica referenzialità, quale perfetto esempio di pars pro toto, una specie di sineddoche narrativa nella quale sono sintetizzati i temi portanti di questo piacevole romanzo: c’è l’elogio del paradosso, c’è l’irriducibile antagonismo del protagonista rispetto alle idee ricevute e alla disgustosa volgarità della comune opinione, c’è il gusto irrinunciabile per il ludus linguae, quasi mai fine a se stesso, ma sempre allusivo di una percezione altra, più profonda e meno banale, della realtà del mondo e delle comparse che si agitano sulla sua scena. Qui peraltro abbastanza limitrofa e marginale quale è quella potentina. Lì, si svolgono le giornate di un intellettuale umorale e bizzoso che enuclea, attraverso la vivace cronaca di un’esistenza fieramente antiepica, difetti, vizi tabù, limiti di un’Italietta patetica, moralistica, iperconsumistica e grossolana.
Il protagonista che usa con spregiudicata nonchalance l’impegnativa prima persona singolare srotola in questo libro le idiosincrasie e tenerezze, le bizzarrie e le amenità di un travet di provincia che, paradosso dei paradossi, è fiero di essere tale. Infatti sin dal titolo sbandiera orgogliosamente la sua qualifica professionale, quella di «uno che conta» nella banca dove lavora, ma che vorrebbe «contare» anche nella vita. Il titolo perfidamente ambiguo va inteso nella sua accezione più letterale e materiale (l’io narrante è un banchiere) sia in quella più metaforica, inferente all’inatteso successo letterario: una risma di aforismi intitolati, con tipico Tramutoli Touch, “Lampadine” sulla spiaggia della cultura del Corriere nazionale. A pensarci bene, un warholiano quarto d’ora di celebrità che all’autore, in fin dei conti, procurerà più fastidi che vantaggi. Se la scena iniziale sulla quale si spalanca questa cronaca di una vita sa un po’ troppo di dejà vu (il suicidio del protagonista con liberatorio squillo del telefono che consente la stesura di questa cronaca fra il diaristico e l’aforistico) per il resto del libro non si può non provare affetto e persino struggimento per le vicissitudini esistenziali del protagonista: un dongiovanni tendenzialmente monogamo, un epicureo ascetico, un misantropo curioso della vita e di tutte le sue sfaccettature, se non altro per il gusto incontenibile di metterla alla berlina e farne oggetto di calembours e salaci aforismi.
La sua è una esistenza vissuta tra routine e creatività, tra pathos ed humour, con fragorosi passaggi dal paradosso al grottesco, rigirandosi tra idiosincrasie e passioni, soprattutto muliebri. La ricerca della donna che ondeggia fra un petrarchismo fuori tempo massimo e la ossessione per peculiari pratiche sessuali è un altro dei motivi che domina tutta l’opera. In questo senso, forse le pagine (e sono davvero poche) che più attendiamo sono invece quelle legate ai sdilinquimenti ultrasentimentali che il protagonista nutre per la sua ultima fiamma: tanta profusione romantica, ai limiti della sentimentalità, appaiono «fuori registro» e dissonanti rispetto al tono medio di un romanzo la cui forza consiste soprattutto nel sogghigno, nel sarcasmo, nello scialo di un’ironia corrosiva ed urticante.
21/07/2007   Altre recensioni

21/07/2007 - Gazzetta del Mezzogiorno - Potenza
Quei giochi linguistici di Giancarlo Tramutoli, di Lorenza Colcigno

Se sommassimo il titolo Uno che conta anche con un solo dei giochi linguistici che costituiscono il tessuto connettivo dell’ultimo romanzo di Giancarlo Tramutoli, scegliendo ad esempio la relazione tra «parola e «pietra» o quella da già alunno del Liceo classico tra «ad majora» e «maggiorata»», riusciremmo mai a fare «due più due quattro»? Insomma leggendo l’ultimo romanzo di Giancarlo Tramutoli, uno che conta davvero per l’indiscussa abilità di giocare con la lingua (e l’autore recensito ci perdonerà se gareggiamo con lui in facezie linguistiche), si ha la conferma che quello che intriga di più dei suoi lavori è la sfida che lancia al lettore a ricostruire non la fabula cronologica della sua scrittura narrativa frammentata, ma quella psicologica, nel tentativo di veder quadrare una volta per tutte i conti con il mondo. Allora proviamo: in fondo in fondo in fondo in fondo il T. struggente (Di mia madre, p. 59), in fondo in fondo in fondo il T. fratello (L’ultima volta, p. 79), in fondo in fondo il T. amico di scrittori lucani (Gaetano, p. 19 ed altre), in fondo il T. impiegato di banca (In cassa sono allineato, p. 16, tra le tante), un tantino più su il T. pittore (La moglie di un mio amico, p. 55), e sempre a salire: il T. musicologo (per tutte valga la citazione di p. 21), il T. lettore di poeti (Ne ho letti di poeti, p. 66), il T. conferenziere (Mi propongono un incontro, p. 64), il T. fustigatore di autori lucani (p. 21 e qualche altra) il T. epistolografo (Il funzionario, p. 39, La vendetta, p. 69), il T. scrittore (I miracoli accadono, p. 23)il T. famoso scrittore (Ecco il famoso scrittore, p. 15), il T. alle prese con il suo «lui» di moraviana memoria (ma qui le citazioni sarebbero davvero tante, benché una le superi tutte, Luciana, p. 47), il T. scalatore che s’inerpica sull’Arioso – o su una sedia – per vocazione suicida (Oggi in bici, p. 62, E come un sogno, p. 94). Il lettore che vorrà competere con il recensore nell’interpretazione del libro è avvertito che, ovviamente, cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia: questo resta sempre l’ultimo intrigante godibilissimo bel libro di Giancarlo Tramutoli, Uno che conta.

12/09/2007 -  Il Quotidiano della Basilicata
Le increspature del vivere di Tramutoli, di Mimmo Mastrangelo

Dopo una recensione di Antonio D’Orrico, apparsa sul “Magazine” del “Corriere della Sera”, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (Marsilio) di Gaetano Cappelli è diventato uno dei pochi ma accessi “affaires” letterari dell’estate. Qualcuno si è sbilanciato nell’avvicinare Cappelli a Joseph Roth.
Non so se questo accostamento sia riscontrabile, quello che posso affermare è che il romanzo di Cappelli non appare per niente eccezionale (la storia è tutta ingarbugliata e i guizzi estetici sono desaparecidos), e messo a confronto con Uno che conta (Manni Editori) di Giancarlo Tramutoli diventa ancora più debole ed evanescente. Ora cosa c’entra Tramutoli con Cappelli? Perché nel recensire un libro bisogna chiamarne in causa un altro?
La ragione è che Giancarlo Tramutoli vive a Potenza come Cappelli, lo frequenta, ha per lui una stima (letteraria) sconfinata e in Uno che conta ne parla come di un John Lennon di provincia che “esibisce spesso un cinismo divertito per camuffare la sua sensibilità”, solamente che il suo “spezzettato” romanzo non ha avuto lo stesso successo (e attenzione) della “saga intorno all’Aglianico”. Ma si sa, questi sono i controversi casi della letteratura, dove più di tutto escono allo scoperto le lacune di una critica appiattita sul già noto o sull’evento del momento. Spostando l’attenzione solo sul bellissimo Uno che conta diciamo pure che potrebbe essere definito quello che nel gergo cinematografico viene chiamato un mockumentary, in cui la finzione si mischia con il reale.
E la realtà nel libro è appunto la vita stessa di Tramutoli, cassiere in un istituto di credito del capoluogo lucano che da sempre si porta il fardello di uno sviscerato amore per la scrittura e, in particolare, per la poesia e gli aforismi. Nel romanzo il bancario – che oltre a scrivere ama dipingere tele astratte e ascoltare Wim Mertens – del suo presidio di lavoro ne fa un avamposto per fotografare il microcosmo della sua addormentata e provinciale città. Dopo un vano tentativo di suicidio gli capita la fortuna che il suo primo libro venga pubblicato da una grande casa editrice e, in poco tempo, scali le vette della classifica delle opere più vendute. Ma a quelle che possono essere le soddisfazioni letterarie così tanto attese fanno da contraltare degli amori rocamboleschi, (contrassegnati da forti assalti della carne) tutti destinati ad arenarsi in stati di “depressione postuma”
Tramutoli ha una irriverenza alla Bukowski nel narrare le sue “manie erotiche”, e anche quando racconta altro le sue battute freddano e sorprendono il lettore. “Uno che conta” ha una storia che mentre la sfogli scopri che appartiene ad un altro emisfero, ad una narrativa tanto discorde, che solo una volta ogni due lustri puoi ritrovare (per incidente) nelle cinquine finali degli Strega o dei Campiello. E a parte il finale che è romanzescamente drammatico, ma può essere preso anche come una infinocchiante soluzione goliardica, Tramutoli, dietro alle paranoie quotidiane vissute dal personaggio cucitosi addosso lascia affiorare sopra le righe le increspature del vivere di una più estesa umanità. Il suo libro è rigorosamente da sconsigliare a chi preferisce le narrazioni piatte, ma di sicuro si sposa con le attese di chi spera che un libro sia l’arnese di una ginnastica mentale disinfestante, che liberi da certi paludati terreni della lettura. Insomma, un libro agli antipodi del tanto incensato (almeno dalla stampa lucana) Premio Campiello Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia.
 
01/09/2007 - Pulp
La poesia dolceamara di Tramutoli, di Teo Lorini

Quest’estate il mondo, già vivace, della narrativa del sud Italia s’arricchisce di un nuovo scenario. Accanto alla nuova avventura del commissario Montalbano (questa volta persino più spumeggiante del solito); agli esordienti come i pugliesi Flavia Piccinni e Giancarlo Liviano, intravisti nel Best Off di minimum fax; a una nuova collana di narrativa italiana, “Punto G”, varata dall’editore leccese Manni; sale decisamente alla ribalta la città di Potenza. Facile, forse troppo, pensare a un effetto-Vallettopoli o considerare quanto sia intrinsecamente romanzesco il contrasto fra l’icastica cafoneria di un Corona e l’aplomb di un Woodcock, ma è un fatto che dall’inizio dell’estate il potentino Gaetano Cappelli e la sua Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo vengono spinti con l’abituale veemenza da Corriere Magazine. A margine del fenomeno Aglianico, o addirittura alla sua origine, ci sarebbe una lettera in cui un altro lucano, il poeta e romanziere Giancarlo Tramutoli, ha segnalato il concittadino Cappelli ad Antonio D’Orrico.
Lasciando ad altri l’arduo compito di stabilire se davvero con Cappelli la letteratura italiana abbia trovato il suo Philip Roth secondo il lieto (e soprattutto sobrio) annuncio di D’Orrico, occupiamoci qui senz’altro di Uno che conta, secondo romanzo di Tramutoli, a sei anni di distanza dal suo esordio per Fernandel. Protagonista è uno scrittore che campa lavorando come bancario. A un passo dal suicidio per frustrazione, arriva La Telefonata: sarà il più grande editore d’Italia a pubblicare il suo romanzo breve. Uno che conta narra le tragicomiche vicende che si svolgono nei warholiani 15 minuti di celebrità del suo protagonista: un fugace “momento di gloria” in cui si concentrano piccole rivalse, buffe delusioni, presentazioni letterarie e incontri amorosi, tutti raccontati in prima persona. Il fluido monologo che sostanzia il romanzo ricorda in qualche passo gli estremi d’autobiografismo di Paolo Nori (esplicitamente citato) ma più spesso si apre a pagine ricche di ironia, di talento per il grottesco, di una poesia dolceamara che sono tutte di Tramutoli e che costituiscono la sorpresa più convincente di questo bel romanzo.

21/12/2007 - Corriere del mezzogiorno - Bari
Un Natale di libri, di Livio Romano

Già autore di aforismi quotidiani per il “Corriere delle Sera”, Tramutoli narra del compiacimento e le inquietudini di un aspirante Scrittore Famoso che vive in provincia e, per campare, fa il cassiere in una banca. Si ride molto, con amarezza e presi per mano da una scrittura che mima l’oralità per raccontare le disavventure di uno qualsiasi, uno che potremmo essere noi stessi.



 
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