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AA. VV.
Mordi&Fuggi
16 racconti per evadere dalla taranta
Descrizione:
Il mito della taranta dato in pasto alla penna di 16 scrittori e un antropologo. Racconti dissacratori, psichedelici, acidi, ironici, struggenti che affondano le radici nel folklore per raccontare la magia di un morso che ancora oggi avvelena l’anima e il corpo.
Argomento: Narrativa
Collana: Punto G
Anno 2007, 192 pagine -
€ 14,00 -
ISBN: 978-88-8176-936-0
Note: Introduzione di Marino Niola
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Visita il sito dedicato alla collana Punto G
Racconti di Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa De Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano, Grazia Verasani
Puoi ascoltare la puntata di Radio3 Suite con le interviste di Oreste Bossini a Carlo D'Amicis, Teresa De Sio e Marino Niola su http://www.radio.rai.it/radio3/radio3_suite/elenco.cfm?Q_TIP_ID=416 Puoi leggere il racconto di Bajani su http://www.nazioneindiana.com/2007/07/10/forse-si-muore-cosi/
Recensioni
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Racconti a ritmo di taranta, di Serena Mauro
Il ritmo della taranta: “alcuni cantano, alcuni ridono, alcuni piangono, chi grida, chi dorme, chi veglia, chi salta chi trema, chi suda, e chi patisce diversi accidenti, e fanno pazzie, come se fossero spiritati”. Un ritmo che ha resistito allo scorrere degli anni, modificandosi, ma resistendo al cambiare di tutto intorno a sé. “Allora come adesso si parla di corpi che trascinano anime: corpi in pena, corpi in amore, corpi pensanti e corpi sofferenti, donne e uomini che escono fuori di sé per cercarsi”. La rottura delle regole consolidate dalla società, la ribellione, il bisogno di infrangere catene che imprigionano, sfiorando il limite, labile, della follia. Allora i piedi che battono sui selciati, i tamburelli che vengono percossi da mani indurite dalla terra e dal sole, le gonne che si sollevano e si agitano: il ritmo della taranta racchiude la storia di un Salento, che continua a muoversi. Poi gli studiosi, le spiegazioni antropologiche, più o meno scientifiche, e un ritmo che perdeva suono, si faceva più flebile, si nascondeva per riaffiorare inaspettato.
Quali siano le ragioni di questa danza, il suo ritmo non si può spiegare, è un ritmo che si è modellato sotto il sole cocente, che solo chi passa le sue estati negli uliveti salentini può conoscere. Un sole abbacinante che a volte offusca i pensieri. Perché la troppa luminosità è difficile da sopportare. Un ritmo che poi, reiterato e ripetuto nelle mille feste a volte corre il rischio di perdersi. “Oggi la taranta si vede trasformata in bene immateriale, in agriturismo del popolare, in prodotto glocal. E si va a scuola di pizzica, come si va a yoga o a pilates. E tuttavia perfino il marketing più disinvolto della lascivia Corea, rappresenta una prova ex contrario dello straordinario potenziale simbolico del tarantismo. Il cui cristallo brilla ancora di una luce che ci tocca la mente e il cuore. Perché evidentemente siamo sempre in cerca di un cimbalu d’amuri che faccia battere il nostro petto. Che sani quella ferita che noi siamo”.
Mordi & Fuggi è “il mito della taranta dato in pasto alla penna di 16 scrittori e un antropologo”. 16 racconti per evadere dalla taranta, spiega il sottotitolo. Per evadere, forse, da rappresentazioni oleografiche della taranta e delle tarantate. Ma il suo ritmo penetra tra le parole e le pagine. Si muove tra la seconda guerra mondiale e i giorni d’oggi, tra i paesi del Salento e grandi città del Nord. Supera il folklore per parlare di un morso che “avvelena l’anima e il corpo”, ma anche a volte è l’unico antidoto al male di vivere e di esistere.
Mordi & Fuggi, primo volume della nuova collana di scritture contemporanee di Manni “Punto G”, ha come introduzione un intervento dell’antropologo Marino Niola e nel ventaglio di giovani scrittori chiamati a misurarsi sul tema taranta annovera anche salentini (come Livio Romano ed Elisabetta Liguori), personaggi come Teresa De Sio, penne famose come Carlo Lucarelli e note come Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Omar Di Monopoli,Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno e Grazia Verasani.
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Un mare di racconti, di Lara Crinò
Edita dalla piccola casa editrice Manni, di San Cesareo in provincia di Lecce, è invece la raccolta Mordi & Fuggi, 16 racconti per evadere dalla taranta, che racconta il 'mito' del folklore pugliese, riportato in auge dal turismo nella penisola salentina, attraverso la voce di 15 scrittori e di un antropologo. Il 'morso' che avvelena l'anima e fa ballare il corpo, narrato e trasfigurato, tra gli altri, da Grazia Verasani e Teresa de Sio, da Andrea Bajani ad Antonio Pascale.
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Letture d'estate
Il divertente libro Mordi & Fuggi, sottotitolo 16 racconti per evadere dalla taranta, in realtà non mantiene la promessa ma al contrario fa sprofondare il lettre nella dimensione pizzica, questa volta, però, con ridultati che superano leo stereotipo. E' il caso del racconto, tra i 16 inclusi nella raccolta, di Cosimo Argentina e di qualcun altro.
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Per evadere dalla Notte della Taranta, di Enzo Mansueto
Il sottotitolo recita «16 racconti per evadere dalla taranta», come a dire: non se ne può più di pizziche e tarantismo! Almeno letterariamente, e sulla spiaggia, disertiamo! Ma non è così. A leggerli, i 16 racconti raccolti in Mordi & Fuggi (Manni, Lecce 2007, pp 190, euro 14) ci riportano piuttosto – sia pure in chiave «alternativa» – di fronte all’ennesimo tentativo di calvalcare il fenomeno folcloristico. Ed è giusto che sia così, se consideriamo che si tratta della prima uscita di una nuova collana del maggiore editore salentino e, dunque, in chiave politico-editoriale, l’operazione è più che mai giustificabile, vista anche la collocazione stagionale di questo debutto, a ridosso di quella Notte della Taranta che si è imposta ormai, piaccia o non piaccia, come l’evento mediatico e collettivo pugliese di maggiore risonanza.
Del resto, già l’introduzione, a firma dell’antropologo Marino Niola, con il suo impianto storico-culturale, ci autorizza a inserire pienamente questa pubblicazione nell’onda del pizzica-revival e le conclusioni alle quali lo studioso addiviene paiono appunto autorizzare un tale tipo di marketing: «Oggi la taranta si vede trasformata in bene immateriale, in agriturismo del “popolare”, in glocal. E si va a scuola di pizzica, come si va a yoga o a pilates. E tuttavia perfino il marketing più disinvolto della Lascivia Chorea, rappresenta una prova ex contrario dello straordinario potenziale simbolico del tarantismo».
Uno straordinario potenziale simbolico che non poteva non travolgere dunque le strategie editoriali locali e l’ispirazione degli scrittori. Sedici, diversi e distanti, anche geograficamente, ma in certo qual modo rappresentativi, almeno generazionalmente (quasi tutti sono nati tra anni Sessanta e Settanta) della contemporaneità narrativa italiana: Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa De Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano e Grazia Verasani. Nomi importanti e ampiamente affermati, per lo più, anche se, come spesso avviene con queste antologie su commissione, le prove più riuscite non sono quelle delle penne più note.
Mediamente, però, la qualità narrativa del volume è buona, compresa quella degli autori pugliesi. Il protagonista della breve narrazione metallica e metallurgica di Cosimo Argentina, così risponde all’invito di partecipare alla Notte della Taranta: «Io sono uno di Taranto! A me manco le devi dire ’ste fesserie qua!» E conclude: «A voi la Taranta a me Taranto: e questo è quanto!». Carlo D’Amicis ci riporta alle avventure infantili con gli animali e al vecchio cane pizzicato dalla tarantola in giardino. Storia d’infanzia anche per Omar Di Monopoli, con tanto di casa stregata, «ufi» e morsi di ragno. Femminilità solitaria ed estraniata, invece, nel racconto di Elisabetta Liguori, che apre il volume. Livio Romano ci ripropina il Gregorio Parigino, protagonista del suo ultimo romanzo, offrendoci un disincantato e ironico squarcio nel backstage, con immancabile zona vip, proprio della Notte della Taranta, tra televisioni locali e spiazzanti Green Day a suonare il loro punk melodico sullo sfondo della pizzica.
Stralci narrativi piacevoli, nel complesso, legati da un pretesto editoriale, come si diceva in apertura, più politico-territoriale che autenticamente culturale, capace comunque di suggestionare la fantasia degli scirttori, la cui originalità, in fondo, è da sempre collegata all’abilità con la quale essi sanno pizzicare un luogo comune.
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... questa taranta non è La Vita, ma può essere della vita una scheggia, di Roberta Jarussi
Copertina rossa, opaca. Un ragno nero poco serio, in basso. Non è male. Neanche il titolo. Mordi&Fuggi. Me lo regalano. Non me lo sarei comprato. È un amico. Gli voglio bene. Se no glielo avrei detto, Non me lo dare, ché non me lo leggo. Mi ritrovo di colpo dentro una dimensione che conosco, che mi appartiene. Questa faccenda della taranta è una roba strana. A me personalmente mi riguarda da più di una decina d’anni. Da almeno uno mi sono fatta da parte, l’ho scansata, l’ho evitata, ho evitato di suonare, di ballare, di ascoltare la musica a casa, in macchina, sotto la doccia, di andare ai concerti dove io unica “lucida” ballo tra folle alterate più dal vino scadente che dalle terzine sui tamburi, dove ci si ama e si volteggia per notti intere in nome di un dio laico che muove le passioni più celate e rianima pure i cuori di pietra, e dove rischi la pelle se per sbaglio inciampi nella corda fatta a guinzaglio del cane, pure lui stordito, di qualche tarantato della domenica.
Fosse una cosa facile da liquidare, lo farei. Archivierei la pratica, e la teoria. L’esperienza e le nozioni, ricerche, filmati, quelli preziosi e rari che tante volte mi hanno fatto venire i brividi alla bocca dello stomaco. Però non posso.
Io lo capisco il milanese che capita qua al sud, vede il mare, vede il cielo che è blu, mica per dire, mangia le provole di bufala, piene di latte e sapore, e poi a notte sente pure il tamburo. Io lo capisco quel milanese che perde la testa. Però non mi piace che se ne vada in giro scalzo e ubriaco, con quei piedi lisci lisci che non hanno mai sfiorato la terra, l’asfalto. Non mi va che si butti a terra mimando un orgasmo attarantato tra i vecchietti del posto che lo guardano straniti. Ma lo capisco. Capisco lui e quelli come lui. Che non sono solo milanesi, sono pure del sud. Ecco, quelli del sud li capisco meno. È balordo il popolo dei pizzicati.
Mi metto via. Prendo i tamburi, i nastri, le musiche che non stanno in nessun disco, quelle cantate e suonate rare nei cortili con gli anziani, conservo tutto. Difficile. Difficile di questi tempi, concerti, feste, sagre ovunque, ci capiti dentro senza volerlo. Difficile, anche perché a volte mi chiamano a “insegnare” la pizzica e la tarantella, che è una cosa che non si dovrebbe fare mai. Ché non si è mai fatto nella storia, di insegnare la pizzica e la tarantella. Però ora si fa, da anni si fa, da quando i milanesi hanno visto il cielo blu, e mangiato la provola salata e poi a notte sentito quel tamburo, allora la voce si è sparsa e sono arrivate tante persone, e tutti vogliono ballare, suonare, suonare, ballare. Mi fa piacere che i milanesi apprezzino. Ma io non ho voglia. Di insegnare, di ballare, di suonare. Allora smetto.
Me lo regalano. Mordi&Fuggi. Mi dà fastidio. 16 racconti per evadere dalla taranta. Proprio così c’è scritto. E ci sono tutti: Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa de Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano, Grazia Verasani.
Leggo diffidente. Sempre sul punto di chiudere e conservare. Ci trovo voci diverse, squarci di sud, la polvere, i piedi, il sudore, occhi negli occhi, la pelle, la smania, aria, ansia, ansia che toglie il fiato, aria che manca sempre, poi inaspettata invade, appanna, stordisce. Ci trovo la fuga, il disincanto, finalmente, e la durezza, la voglia di raccontare altro perché questa taranta non è La Vita, ma può essere della vita una scheggia. Ci trovo il desiderio, di morte, non solo di vita. E trovo ironia intelligente, e molto cuore. E banalità, anche, cosucce ingenue, neutre, senza colore. Non sempre trovo il ritmo, il respiro, il battere, quel battere di cui si parla.
Forse non tutti i nomi di Mordi&Fuggi conoscono il sapore vero delle storie di cui scrivono, non tutti, ma alcuni sicuramente sì, e l’hanno saputo raccontare.
Ieri, in macchina, verso il mare, sole esagerato, cielo blu tinto, provola zeppa di latte e sapore. Ascolto una pizzica registrata male chissà a quale ronda, accenno il ritmo sulla custodia già spaccata del cd, a girare la mano, giusto per vedere se lo so fare ancora, ma proprio due minuti. Mio figlio: “Ma’, è come andare in bicicletta, non te ne scordi. Per piacere leva ‘sto strazio”.
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Oltre la taranta. Sedici racconti per "non" sfuggire al ragno, di Rossano Astremo
Partire da “La terra del rimorso” di Ernesto De Martino per produrre nuova mitopoiesi attorno al fenomeno del tarantismo. Questa l’idea che fa da sfondo a Mordi & Fuggi, l’antologia di racconti “per evadere dalla taranta”, come recita il sottotitolo, pubblicato da Manni in questi giorni, primo titolo di Punto G, la nuova collana interamente dedicata alle scritture contemporanee. Sedici gli autori presenti, Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa De Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano e Grazia Verasani, introdotti dall’antropologo Marino Niola. A tutti gli scrittori inclusi nel volume, l’editore ha donato, prima di cimentarsi con la stesura del racconto, una copia del fondamentale lavoro di De Martino. Una sorta di comune denominatore dal quale partire che all’arrivo ha dato, come facilmente prevedibile, risultati diversi e contrastanti. Una prima annotazione riguarda la qualità dei racconti. Come molto spesso accade in lavori antologici, a peccare sono sempre gli scrittori più noti, quelli dai quali ti aspetteresti il racconto che vale da solo il prezzo di copertina. Accade anche in Mordi & Fuggi, ma, nonostante ciò, molte sono le storie brillanti, ciascuna delle quali declina con dosi diverse di stile e creatività il mito del ragno dal morso che avvelena. Ci sono racconti d’ambientazione storica, racconti costruiti sottolineando il legame tra la pizzica e altre danze, racconti che utilizzano il mito della taranta come metafora per dire altro, racconti che si soffermano su la Notte della Taranta, quello che oggi è l’evento mediatico più importante attorno al quale ruota l’attuale rinascita del fenomeno, e racconti nei quali pizzicati, suonatori di violini, organetti e tamburelli appaiono flebilmente nell’intreccio, piccoli motivi narrativamente non significativi. Tra i più riusciti La melodia dei nastri di ghisa di Cosimo Argentina, nel quale lo scrittore di Cuore di cuoio racconta la torbida passione consumatasi in una stanza d’albergo tra un tarantino e una salentina, a poche ore dall’inizio della Notte della Taranta. Lei, abile danzatrice, correrà a Melpignano, lui, lontano anni luce da quel mondo di folklore e lustrini, preferirà tornare a casa, dai suoi amici: “Ognuno corre verso il suo inferno, pensai tenendo le mani sul volante e registrando nella mia mente i contorni ormai sbiaditi della ragazza. C’è chi cerca la notte stellata e il ritmo aracnoide e chi il ruvido sferragliare dei nastri trasportatori. Sapevo che nessuno avrebbe tifato per me, ma non me ne fregava nulla. È così che funziona. A voi la Taranta e a me Taranto: e questo è quanto”. Sempre la Notte della Taranta è il leitmotiv di Calypso mon amour, racconto di Livio Romano, il quale ripesca dal cilindro Gregorio Parigino, già protagonista di Niente da ridere, suo ultimo romanzo. Parigino è alle prese con la diretta televisiva della Notte della Taranta. Il suo compito è quello di intervistare, assieme ad un’altra giornalista, le star che si susseguiranno nel backstage, prima della loro entrata sul palco. Non tutto, come immaginabile, andrà per il verso giusto. Godibile e divertente. Altra chicca dell’antologia, a sorpresa, è L’erba del diavolo di Teresa De Sio, che narra la storia di due sorelle, Filomena e Archina, che, dopo la morte della madre, abbandonano l’isola di Procida per approdare a Cutrofiano. Sarà Archina, la più piccola, ad essere morsa dalla tarantola e a mettere in subbuglio per tre giorni l’intero paese. Merita un’ultima segnalazione, per l’originalità dell’idea e per la resa stilistica, Poison di Laura Pugno, storia di una performer perseguitata dalla visione di ragni: “In piedi sulla piattaforma, immobile nell’occhio della telecamera di Fabio, attende il momento esatto in cui i ragni verranno a circondarla. In cui sarà perfettamente sola”. Mordi & Fuggi invaderà, ne siamo certi, le piazze dei tanti paesi del Salento nei quali i concerti di pizzica scandiscono il trascorrere dell’estate. Oltre ai tamburelli, alle t-shirt, ai prodotti tipici della nostra terra, anche un libro di racconti per i tanti turisti. Avvicinarsi al mito della taranta, secondo i puristi bistrattato da logiche di marketing galoppanti, attraverso l’occhio della letteratura sembra essere, oggi, il peggiore dei mali.
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La taranta narrata: in ballo c'è il corpo, di Francesco Durante
È il mistero del corpo femminile, in fin dei conti, il tema di questa interessante e originale collezione di racconti, Mordi & Fuggi. 16 racconti per evadere dalla taranta, pubblicata da Manni con una introduzione dell’antropologo napoletano Marino Niola. Che per l’appunto un antropologo sia chiamato a «cucire» insieme questi prodotti letterari non deve stupire. È proprio attraverso il racconto, infatti, che procede l’indagine antropologica, riuscendo a isolare, all’interno della narrazione, tutta una serie di simboli, di snodi concettuali, di «spie» che, se non ne illuminano il semplice valore estetico, riescono altresì a definirne lo spessore e il significato più profondo connesso all’esperienza umana che la anima. Nel caso di questo libro, poi, il legame tra letteratura e antropologia è quasi doveroso: in Italia, da Ernesto De Martino in poi, non c’è quasi nulla che più del morso della tarantola – e degli stati di trance e dei rituali ad esso connessi – abbia saputo mettere in moto un vero e proprio festival dell’antropologia militante. Senza contare che al giorno d’oggi la taranta, intesa come danza, come ritmo e suono, va conoscendo un suo eccezionale revival e un glamour del tutto inaspettati per un reperto della nostra antica civiltà contadina; e il Salento pullula di cantanti, danzatrici, musicisti spesso famosi su scala internazionale (è il caso di Steve Copeland, ex batterista dei Police) che ne hanno potentemente rilanciato l’immagine facendone una sorta di must anche turistico.
E visto che di Salento eminentemente si tratta, i narratori pugliesi non potevano non essere i più numerosi di questa raccolta: da Cosimo Argentina, al gruppo tarantino (una specie di Wu Ming) dei “Carlo D’Amicis”, a Omar Di Monopoli ( recente autore, per Isbn, di un ammirevole noir intitolato Uomini e cani: un consiglio per l’estate), a Elisabetta Liguori, a Livio Romano. Non mancano poi presenze più «clandestine», come quelle di Carlo Lucarelli o di Aurelio Picca o di Giosuè Calaciura. Ma a noi interessa soffermarci soprattutto sul drappello campano, che allinea due narratori ormai di quasi lungo corso come Antonella Cilento e Antonio Pascale, nonché una cantante e musicista come Teresa De Sio, la quale – salvo errori o omissioni – dovrebbe essere qui al suo esordio narrativo.
Partiamo per l’appunto da lei, in effetti, dato il tema prescelto per la collezione, una sensibilità musicale pare la più idonea a occuparsene con la dovuta partecipazione. Da questo punto di vista, il racconto della De Sio, intitolato L’erba del diavolo e posto (nobile dislocazione) a chiusura del volume, risulta un assai gradevole sorpresa, giocato tutto com’è sulla registrazione di una narrazione orale resa da un’anziana testimone del mondo di ieri nel mentre è impegnata a preparare la «stramunella», un decotto dalle singolari virtù terapeutiche. Decotto che però, se assunto senza le dovute precauzioni, può risultare pericoloso, e addirittura letale per chi ne faccia uso, come risulterà dagli sviluppi del racconto e dall’esperienza della sua protagonista Archina, sospesa, oltre che tra i due mondi così lontani di Procida e del Salento tra radicate credenze di magia popolare e referti di polizia amministrativa. Teresa De Sio mostra una vivace padronanza dei materiali a sua disposizione: orchestra con moderazione l’espressionismo del parlato dialettale, e soprattutto riesce a rendere avvincente la narrazione, a costruirla, diciamo così, con una accorta strategia di differite reticenze. Il suo è comunque un modo di risolvere la tematica comune volgendosi al nucleo tradizionale delle credenze del tarantismo, laddove tanto in Pascale quanto nella Cilento, assistiamo a un più complesso tentativo di aggiornare gli elementi della tradizione folklorica alla luce di nuove ritualità: dai raduni rave alla discoteca ai misteriosi sentieri del disagio giovanile. Con ciò disegnando una linea di continuità che poi è quella descritta da Niola nella sua introduzione, dove si dice che «cambiano i tempi, i modi e le forme ma ad essere in ballo è sempre il corpo». Con l’aggiunta polemica che, in questo modo, i racconti riportano al centro dell’attenzione, diradando le nebbie consolatorie del revival consumistico, quella che, dopotutto, «fu una storia di dolore, di antagonismo, di ferite inguarite».
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Antologia dei tarantolati, di Michele de Mieri
Il volume che inaugura una collana più aggressiva del consueto per l’editore salentino Piero Manni - Punto G è il nome - non poteva che mettere a frutto la riscoperta (molto mediatica) di quella pizzica che culmina, da un po’ di stagioni, con la scatenata Notte della Taranta di Melpignano. Mordi&Fuggi è il titolo dell’antologia in cui sedici scrittori dovrebbero, a rigor di sottotitolo, “evadere dalla taranta”. Il confronto col morso, e il relativo mistico dimenarsi, non riesce a tutti i sedici tarantolati, ma qua e là non mancano le storie divertenti (Carlo D’Amicis e Omar Di Monopoli) e controcorrente (Cosimo Argentina). Insieme una folta pattuglia pugliese (che annovera anche i leccesi Elisabetta Liguori e Livio Romano) partecipano al ballo Andrea Bajani, Carlo Lucarelli, Aurelio Picca, Antonella Cilento, Giosuè Calaciura, Antonio Pascale, Grazia Verasani, Laura Pugno, la cantante Teresa De Sio e l’antropologo Marino Niola che firma l’introduzione dove, insieme alle derive oleografiche, viene sottolineata la vitalità simbolica del tarantismo.
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Morsi, rimorsi e rimozioni, di Carlo Infante
La taranta è un virus. È una cosa diversa da una moda. Contagia, possiede: è una piccola malattia del desiderio, quello che induce a liberarsi nel gioco della danza e di musiche che traducono anche i sentimenti popolari in alterità pop. È una buona alchimia politica e poetica che in questi ultimi anni ha fatto del Salento l’epicentro di un sisma culturale che va ben oltre i suoi confini. In ogni latitudine risuonano tamburelli per pizziche più o meno improvvisate, tali da evocare quel desiderio che induce il corpo a mettersi in gioco. Proprio com’è successo qualche settimana fa, ad Equi, nella profonda Lunigiana della più alta Toscana, dove il Movimento Unico Sud (una formazione inter-regionale di musicisti e danzatrici) ha animato le “ronde” durante il concerto di Mascarimirì (il gruppo più rappresentativo della new wave salentina) che ha concluso il progetto Taranta Lunatica. Ma il cuore di questo fenomeno è ovviamente il Salento che in questi giorni ( per sfociare il 25 agosto nel concertone finale a Melpignano) sta arroventando le notti della Grecìa Salentina. È il festival Notte della Taranta che da dieci anni proietta il mondo tradizionale della pizzica nell’innovazione di concertazioni musicali che vanno anche oltre il pop. Basta citare il tocco esercitato da musicisti d’eccellenza quali Zawinul dei Weather Report o Copeland dei Police. È un “sibilo lungo” questo della taranta (per evocare un buon docu-film di Paolo Pisanelli) che invade l’immaginario contemporaneo, creando contraddizioni inevitabili, spiazzando i cultori delle tradizioni popolari ed azzardando operazioni di marketing territoriale che fanno arricciare il naso, ma che in fondo mettono in moto un principio virtuoso di gestione del “genius loci” che manca solo di buona auto-organizzazione sociale. Eppure è in queste contraddizioni che il virus della taranta trova il suo habitat e si diffonde. Non può più esser concepito come un patrimonio da preservare ma come qualcosa da tradurre ( e tradire) perché possa essere diffuso in un mondo che cambia. Ad approfittare di questo habitat culturale arriva anche un prodotto letterario ottimo per una lettura estiva. È una raccolta di 16 racconti "per evadere dalla taranta", edito da Manni. Un titolo accattivante, Mordi e Fuggi, da guerriglia editoriale. È un oggetto che sa tanto d'esercizio di stile, proprio di quel piccolo mondo letterario che sa giocare con le parole e narrare di tutto. Si prende a pretesto il "mito" della taranta, per girarci intorno, ed echeggiare dai punti di vista più diversi, ironici o struggenti che siano, il mood salentino. Ma non solo. L'introduzione è di Marino Niola che con il suo tocco antropologico di buon rango centra una delle peculiarità del Salento, riconducendolo a come Ernesto De Martino (con Diego Carpitella, di cui amo rivendicare d'essere stato studente) l'ha definito una "regione dell'anima", traducendola in "terra elettiva cui non si appartiene per nascita ma per vocazione e decisione". È questo il punto cardine del ragionamento sul virus della taranta, anche se Niola, sbrigativamente, nelle ultime righe della sua bella introduzione, liquida il fenomeno come qualcosa di "trasformato in bene immateriale, in agriturismo del popolare, in prodotto glocal". Incredibile: sembrano suonare negativi gli aspetti che credo vadano rilevati come i più positivi di questo straordinario fenomeno di contagio culturale. Eppure è un dato reale: questa disparità d'interpretazione è il solco su cui viaggiano le molteplici contraddizioni che gonfiano la bolla immaginaria intorno a questo fenomeno pop e popolare insieme. Per quanto riguarda i racconti: leggendoli speravo di trovare nella letteratura di maniera qualche intuizione da rilanciare ma sono veramente pochi quelli che hanno lasciato il segno. Sono tanti, sedici, come gli autori che è più che opportuno citare: Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa De Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano, Grazia Verasani. Tra le 188 pagine spiccano quelle caustiche e disincantate di Cosimo Argentina che spara il machismo di un ragazzo tarantino talmente annoiato da cogliere solo le grazie sessuali della sua bella salentina in preda all’ebbrezza della taranta. È talmente snob e sfigato questo ragazzo da essere credibile: rientra in pieno nel clichè di chi rigetta tutto questo fenomeno con l’arroganza dell’ignoranza, compresa quella di quegli splendidi intellettuali che non tollerano il tradimento della tradizione. Il racconto è tagliente nelle sentenze che fanno riflettere quando liquida tutto il “Salento Pride” (l’affermazione non è sua) come un “bazar cosmico” in cui “si mettono in mostra gli affetti e le tradizioni vendute al miglior offerente”. Ma poi lo ammette lui stesso, è solo l’invidia di un tarantino annebbiato dai “fumi dell’acciaio e dei gas di scarico”. Il cinismo sfumato è uno dei caratteri di questa raccolta, come nella cronaca “marziana” di Livio Romano inviato “per caso” nella kermesse della Notte della Taranta. A riequilibrare il tutto emerge il pathos di Teresa De Sio che interpreta la “terra del rimorso” come luogo della rimozione di tutti quei delitti sessuali subiti da donne rese “tarantate” solo per ipocrisia. Tirando fuori verità che oggi sono solo un’eco lontana e che non c’entrano più nulla con un fenomeno che mette in scena la sua contraddizione vitalistica.
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28/08/2007 - Stilos Partire è fuggire dal proprio io, di Alfio Siracusano
Intanto il titolo: Mordi &Fuggi, che rinvia al dato fisico del protagonista assoluto. Assoluto e in alcuni casi anche visibile nell’articolato dei sedici racconti che compongono questo libro a tesi: la tarantola, il ragno salentino che ha il misterioso potere di esagitare il corpo che morde quasi liberandolo dal suo peso allorché lo invade una frenesia di danza che è come una fuga da se stesso, una specie di “partizione” nel senso dell’ètimo come ricostruito e ricordato da Marino Niola nell’introduzione. Dove il “partire” non è solo l’andar via, ma è appunto inteso come un separarsi, un fuggire dal proprio sé, un dividersi in parti, nel nostro caso preda di altre appartenenze, frenesie, bisogni indicibili che solo il ritmo martellante di una danza riesce a dire e da cui solo la musica ritmata sa liberare: la taranta nel brindisino in Puglia come il flamenco dei tarantos a Valencia, in Andalusia. Accomunate, l’una e l’altra terra, per le vie misteriose della storia. E l’una e l’altra terre di partenze, di migrazioni con nel cuore il sapore dei propri riti, delle proprie ancestrali abbarbicazioni.
Che è anche il tema del bellissimo racconto di Giovanna Bandini, “Incantatori”, significativamente una fuga nel mondo e un ritrovarsi nel mondo improvvisamente rimpicciolito cui segue un fatale ritornare: che è scoperta di misteriose consonanze culturali. Ma è anche il retroterra più o meno esplicitato di ognuno degli altri quindici: dove il tema dell’insetto che morde producendo l’effetto tarantolante o quello del fatto culturale che si è innestato in esso con l’invenzione della Taranta si arricchisce di altri sensi, in essi incluse le devastanti alienazioni cui i nostri tempi anch’essi tarantolati conducono un’umanità smarrita. Nella guerra feroce di Lucarelli (“Portavo una testa di morto”) come nella mafia surreale e a suo modo tarantolata di Calaciura (“Funerale”). Ma anche nelle allucinate elucubrazioni del ladro di Picca (“Ricordi di un ladro”) come nel bellissimo spaccato che ci racconta Teresa De Sio (“L’erba del diavolo”): una tranche de vie dove la tarantola è anche destino feroce che si aggiunge a destino feroce, senza che neanche la musica di tre giorni e tre notti riesca a fare il miracolo della liberazione dal demonio inoculato da quel morso. Ed è questo che fa di una raccolta di racconti a tesi qualcosa che va oltre lo spazio geografico salentino, elevando il suo tema a metafora d’altro.
Ne è pienamente consapevole Marino Niola nell’introduzione di cui si diceva, quando evoca, da antropologo cresciuto alla scuola di Ernesto De Martino e a dirci il senso di quanto di significativo contiene ogni tradizione, di più se parallela, il canto vitale e disperato di Garcia Lorca e insieme il frenetico movimento di certa poesia barocca, non a caso attratta dal fenomeno. Il Lubrano da lui citato (“Deliqui giocolieri, estri smarriti // sparge il velen d’infuriati ragni”) è sintesi perfetta di una fuga da sé, come lo fu anche la metafora sfrenata cui il poeta affidò l’idea non più governabile della vita. Vengono in mente i suoi cedri tarantolati (“rustiche frenesie, sogni fioriti // deliri vegetabili, odorosi”), ed erano danze di sillabe che nell’ultimo seicento raccontavano la fine di un mondo cui non si sapeva quale altro si sarebbe sostituito. Oggi, suggerisce Niola, il folklore della taranta può anche farsi alimento di iniziative economiche, diventare tema da concerti o da agriturismo, e come tale attirare folle e volgarità.
09/09/2007 - Gazzetta del Mezzogiorno La penna pizzica, di Sergio D'Amaro
Il grande successo della «Notte della Taranta» avrà pure una spiegazione. Dietro il fenomeno, moltiplicato da un’accorta esaltazione mediatica e dal marketing turistico, si scorgono ragioni che affondano quasi tutte nell’inconscio collettivo. La taranta non è solo un simpatico ragno, ma un simbolo ossessivo, un tamburo mentale che batte chissà da quanto tempo nel cuore martoriato dell’uomo. La taranta è opportunamente, fatalmente, notturna, può essere un ectoplasma, un lemure, un monachicchio: perché non provare a raccontarla, magari intuendo e temendo di vedere in dormiveglia il suo profilo di ginnasta a otto zampe?
Lo hanno fatto in sedici, tanti sono gli scrittori e le scrittrici (per lo più sotto il parallelo di Roma) che hanno risposto alla chiamata Mordi & Fuggi. 16 racconti per evadere dalla taranta, un’antologia dottamente introdotta dall’antropologo Marino Niola e firmata da Cosimo Argentina, Andrea Bajani, Giovanna Bandini, Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Carlo D’Amicis, Teresa De Sio, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Antonio Pascale, Aurelio Picca, Laura Pugno, Livio Romano e Grazia Verasani.
Lagune limacciose, fiumi torbidi, lame e specchi d’anima: qui si riflettono i racconti della contemporaneità o le stagioni ormai impossibili di un passato mitico, caricandosi di ardori freddi e di passioni metabolizzate. L’umanità pizzicata nelle sue corde intime risponde come può e come sanno fare le penne degli autori e, meglio sembra, delle autrici: risultano più avvolgenti, sinuose, euritmiche le pagine di queste ultime (soprattutto la Bandini, la De Sio nota come cantante, la Pugno), probabilmente più in sintonia con certe ferite, con antici inguaribili rimorsi.
Una prova anche generazionale, se si vuole vederla sotto questo aspetto, che riesce ad accomunare trentenni (o poco più) e cinquantenni (o poco più), e che dimostra come in realtà la tarantola non sia solo una condizione storica, ma anche una proficua proiezione immaginativa. Niola parla nell’introduzione di una partenza del tarantato. L’uomo si divide, si sparte, soffre l’estraniazione, batte col piede insistente sulla terra salda a cui aspira con tutto il suo corpo. Partire è rinascere, è ritrovarsi, è cogliere di nuovo il senso dinamico della vita dopo l’eclisse della disperazione e del disadattamento.
01/09/2007 - InAltriTermini I racconti della taranta
A oltre sessanta anni dagli studi di De Martino, il mito legato al morso della taranta è attuale più che mai e il Salento sempre più preso d'assalto dai turisti.
28/08/2007 - Il Domani Non solo morsi e pizzica, di Sergio Rotino
Se dovete ancora andare in ferie e la vostra meta è il Salento perché attratti da pizzica e tarantismo, mettete nel borsone da viaggio anche Mordi & Fuggi. Prima uscita di “Punto G”, collana posta sotto l’egida del Creative Commons e dedicata dalla casa editrice Manni alla narrativa contemporanea, l’antologia prova a dare attraverso i racconti di sedici narratori (una è Teresa De Sio, qui al suo esordio) una visione diversa, meno oleografico-turistica, a volte anche critica della taranta, fenomeno sviscerato ne La terra del rimorso dall’antropologo Ernesto De Martino. Cioè una visione lontana dalla internazionalità di manifestazioni come “La notte della taranta”. A cimentarsi nell’impresa, oltre a un gruppo di giovani narratori pugliesi (Cosimo Argentina, Carlo D’Amicis, Omar Di Monopoli, Elisabetta Liguori, Livio Romano) anche autori provenienti da altre parti d’Italia (Giosuè Calaciura, Antonella Cilento, Antonio Pascale, Giovanna Bandini, Aurelio Picca, Laura Pugno, Andrea Bajani) e tre emiliani “di peso”: Carlo Lucarelli, Grazia Verasani, che con La ringhiera firma uno dei racconti migliori, e Gianluca Morozzi. Nei racconti la taranta (il ragno), il suo morso, la possessione e il ballo salvifico (la pizzica) divengono quasi sempre elementi di sfondo, pretesti da utilizzare parsimoniosamente, spesso dati in chiave di metafore. Allora la possessione viene narrata in chiave “amorosa” – per esempio ne Il problema della Liguori – o fantaorrorifica - Sputazza from outer space, di Di Monopoli, ma anche Poison della Pugno - o ironica - Cosimo corre, di D’Amicis - e raramente collegata a radici “storico-magiche” - L’erba del diavolo della De Sio, e Portavo una testa di morto, esercizio di stile firmato daLucarelli. Spesso a questo tema si aggiunge quellodel rimorso, come accade per Liguori eVerasani, cui la finale metafora delveleno dona un senso di perfezionenarrativa, o ancora in Lucarelli. Ma nonè tutta qui Mordi&Fuggi. È anche nellacommedia dell’equivoco in salsa metaletterariaproposta ne I duri non ballano da Morozzi, o nel tema dell’esorcismo,della rinascita, presente in Forse si muore così di Andrea Bajani. Iracconti migliori di Mordi&Fuggi a appartengonoperò a Cosimo Argentina e aLivio Romano. Entrambi propongono,pur se in modo differente, una critica allacommercializzazione e alla asfissianteonnipresenza della taranta. Sia gli affondi in punta di fioretto di Romano in Calypso mon amour sia i colpidi spada che Argentina porta ne La melodia dei nastri di ghisa («di questo si trattava:un bazar dove si mettevano in mostragli affetti e le tradizionivendute al miglioreofferente») dividononettamente la vera faccia del Salentoda quella imbellettataa uso e consumo dei turisti, eci fanno capire come un territorio che siannulla in favore del turismo e delcommercio visti come unica fonte diricchezza («tutti piegati a novanta gradi davanti al dito medio del dio denaro»), non faccia bene da nessuna parte e a nessuno.
11/10/2007 - Famiglia cristiana Il veleno del ragno, di Irene Vallone
Un morso che avvelena l'anima e il corpo. E' la taranta, uno sballo senza crack, ubriacatura senza alcol. Folclore del Sud con un'unica sostanza: il veleno del ragno. Ma anche mito, dentro il quale 16 scrittori italiani cavalcano la sfida di fantasticare a briglie sciolte. E' dall'era del barocco, infatti, che il tarantismo si annida in ogni fantasia letteraria. Forse perché sinonimo di follia e sfrenatezza, di metamorfosi sempre catartiche. Carlo Lucarelli immagina un SS ossessionato dal ricordo di una ragazza sgozzata durante la guerra, nelle sue notti insonni la vede ancora danzare, viva e guizzante. Il palermitano Giosuè Calaciura dipinge la delirante ferocia di un boss mafioso, prima d'essere ucciso dal padre di una delle sue vittime, mentre Andrea Bajani s'interroga sulla misteriosa figura di una nonna, data per morta, che un bel giorno riempie la casa di fiori, solo perché si è innamorata. Tutti viaggi, con o senza ritorno, che deformano le geometrie esistenziali. Ecco la ragazza di Grazia Versani infilarsi, dopo un volo notturno in bilico sulla ringhiera, nel tunnel della droga. O la fotografa di Giovanna Bandini riscoprirre, nei colori di una festa andalusa, il calore del paese natio. Spesso è il ritmo della musica, la forza diropmpente della danza a unire queste brevi storie di personaggi che cercano sempre di diventare altro da sé o in sé, come unico antidoto contro il veleno dell'assenza. Perché, come si legge nell'introduzione dell'antropologo napoletano Marino Niola, "siamo sempre alla ricerca di un cimbalu d'amuri che sani la ferita che noi siamo".
26/11/2007 - www.francarame.it La tarantola, di Mimmo Grasso
L’ancestre “tarantola” è ricostruibile riannodando le percezioni fondamentali dell’universo simbolico umano e dunque comportamentale. 10.000 anni di storia documentata sono una cosa molto modesta ( appena 100 persone di 100 anni) e posso dunque sostenere che le mie modalità connettive non sono diverse da quelle del mio antenato del neolitico. Per ricostruire dunque i percorsi significanti di “tarantola” basta mettersi di fronte a questo segno e seguire il flusso che la visione genera facendo salire a galla nel liquido oculare immagini e in quello salivare parole che “tarantola” evoca dal labirinto cognitivo ed esperienziale. Si tratta di immagini e parole che trovano riscontro nel nostro modo di pensare e parlare (quante volte, ad esempio, paragoniamo le persone ad animali?) oltre che nel corredo simbolico ad esse sottostanti, analizzato con vari approcci. Se faccio allora la carta mentale di “ragno”, osservo che (e la priorità delle definizioni è un ottimo indicatore di gerarchie di senso): somiglia all’organo genitale femminile dunque il ragno è elemento femminile. irretisce la propria preda e la divora tenendola il più a lungo possibile in vita perché il sangue sia sempre fresco fino allo svuotamento e alla carcassa. dunque il sesso femminile irretisce il maschio, lo divora e ne succhia il sangue. ha dimora nel sottosuolo dunque la femmina è il sottosuolo, il suo organo genitale è la “tana” costruisce tele ottagonali perfette e l’insetto che vi rimane imprigionato non riesce a uscirne dunque la tarantola è accampata al centro del labirinto (labor-intus) costruisce la tela come prodotto del proprio corpo dunque la trappola è qualcosa che viene dall’interno inietta veleno dunque il contatto con la femmina è velenoso Si può continuare con altri sillogismi. Inserire un “come” nelle deduzioni, che sono un fatto puramente formale e non danno mai nuove informazioni, è un’operazione già molto evoluta rispetto alla semplice deduzione. Ma la mia carta mentale mi dice che il sesso femminile nasconde un terrore arcaico. Terrore da “terra”. Questo terrore riguarda la dinamica vita-morte. Il sesso femminile è individuato come matrice di vita e di morte, come causa del “perdersi”. L’apposizione di un simbolo labirintico sul sesso delle statuette di Cnosso documenta le mie “spontanee” analogie La breve catena di significati lineari (miei ma condivisibili, riconoscibili) si ripete nell’universo percettivo femminile. Infatti, chi è posseduto da tarantismo non viene punto solo da un ragno ma anche da una formica o da un serpente (lo “scorzone”), simbolo maschile. Siamo, dunque, in presenza di un’elaborazione culturale identica sia al maschile che al femminile e che riguarda la trasformazione, il passaggio da uno stato all’altro mediante rituali agitatori, sibillini. L’essere (animale) che morde ha sempre punte (chele, pungiglione, denti, zanne, ecc.) ed è appena il caso di ricordare, qui, che la forza erotica è rappresentata da un essere che dardeggia con frecce appuntite. Il “ragno” ( da ARK-Ys, rete, a sua volta derivato da ARK, ” o da Hurna-Nabas, sanscrito, “lana nell’ombelico”, “che ha il filo nello stomaco”) , costruisce una tela “labirintica” o si muove appeso al filo della propria saliva. Da ARK trae origine anche “archetipo”. Non sarà dunque inutile vedere come in questo libro si tessono i fili di questo importante “tipo”. Quello che sto esponendo è una procedura, logica quanto alle modalità di connessione dei dati, e analogica quanto ai dati che vengono connessi. Vale a dire che occorre distinguere tra la congerie di cose che vengono collegate ( perfettamente sostituibili con altre, omologhe o semanticamente ed esperienzialmente affini – e questo è terreno d’analogia) e le modalità del loro collegamento (che è spazio della logica) riconducibili a un'unica tecnica d’assemblaggio, la stessa che presiede le forme d’arte e il metodo scientifico. In tal senso ogni processo, soddisfatto il postulato di contiguità semantica tra i dati da assemblare, è sempre coerente perché i dati sono in un rapporto di equivalenza e di simultaneità temporale e vengono ispezionati e “processati” tutti insieme, senza gerarchia, sì che potremmo fare il percorso inverso (dall’analogia alla logica) senza che risulti alterato il “significato dei significati”, il metasignificato. Il fatto, tuttavia, che il sistema simbolico si dimostri, alla mia indagine, come coerente, non significa che esso sia anche vero e reale. Anzi, non v’è alcuna relazione concreta tra i dati a meno che non cominci a ragionare per classi e “tipi logici”, il che non mi lascia esente da altri problemi. Quando vogliamo comprendere qualcosa, procediamo a paragonare questo qualcosa con altre cose. E’ un procedimento alquanto bizzarro e che consiste nello spiegare una cosa con una cosa che le somiglia. Solo matematica e logica formale fanno se stesse oggetto di analisi e conoscenza attraverso se stesse, il che ha consentito a qualcuno di avere intuizioni importanti in ordine anche all’essere di dio - contraddicendosi, comunque, formalmente col mettere sullo steso piano “essere” e “dio”, e cioè parametrando anche in questo caso una cosa con un’altra, analogicamente. Per tutte le attività di conoscenza siamo abituati a paragonare i processi naturali con quelli della mente, il che pone l’altro famoso problema di physis (natura) e nomos (legge, legamenti) : la mia mente, cioè, rispecchia i processi della natura o ne è indipendente? La sequela di deduzioni in ordine a “ragno” è abbastanza pedissequo e fa riferimento a “loci” della natura. L ’ho fatto forse apposta trattandosi qui di parlare di un libro scritto coi piedi: quelli della danza, il piede metrico. Questa sequela, altresì, obbedisce a una forza armonica d’attrazione, vale a dire il collegare cose molto lontane tra loro. Forma armonica d’attrazione e distanza delle cose da connettere sono direttamente proporzionali, vale a dire: maggiore è la distanza tra le cose da connettere, più intensa è la forza armonica d’attrazione, che possiamo individuare con il saper sentire ovvero, nel nostro caso, con la grande energia che trabocca dalla trance dei tarantati sulla base delle connessioni tra simboli, derivanti a loro volta da condizioni di vita e rapporti di socializzazione abissali. Il “saper sentire” , a sua volta, introdurrebbe la questione dei “memi”, il comportamento memetico. Il “meme” funziona come il gene e si riferisce alla trasmissione di informazioni genetiche insieme con comportamenti culturali identificabili con un “modo di pensare”. La “taranta”, in quanto comportamento, rito trasmesso alla comunità e mito, ha tutte le caratteristiche che contraddistinguono un “meme” e lo è soprattutto per la sua appartenenza all’universo simbolico prodotto in noi dalla natura. Anche la memetica trae origine dall’osservazione di fatti naturali, come se gli atomi di Democrito piovessero su ogni generazione di umani con lo stesso angolo d’urto, come se il prodotto dei clinamina fosse identico per tutte le società. I sottoinsiemi di “tarantola” : la danza, la musica, i colori, la socializzazione, la possessione (che prevede l’ingresso di un ente in un altro ed è anche il “possedere” dell’atto erotico) traggono spunto da altri collegamenti coerenti con il mondo fisico: la danza, pertanto, ripeterà il moto circolare della ragnatela e il labirinto dei pianeti. La musica, che ha molte valenze astrali (“astrazione”) sarà di tipo compulsivo e affidata a strumenti-simbolo: le corde d’argento del violino rinviano al filo della ragnatela; il tamburo imita il battere del piede che a sua volta ripete il ritmo vitale del cuore; la fisarmonica ripete il respiro, lo pneuma. Dunque i tre strumenti rappresentano la voce (il grido del violino), il movimento (il piede pirrico), il respiro (fisarmonica, i polmoni), vale a dire gli organi che immediatamente entrano in gioco neuromotorio, e che manifestano maggiormente col loro agitarsi la presenza del “dio”. Non è per caso, allora, che in un racconto di Cilento, di cui parleremo più avanti, gli organi di senso e di moto che entrano subito in gioco per un gioco del nervo vago, siano proprio , e proprio in questo ordine, il piede, il respiro, la voce, elementi, altresì, tenuti in alta considerazione dalla biodanza contemporanea. Ma entriamo nel merito di Mordi e fuggi. E’ un libro di una muta , i narratori, che eseguono una danza circolare. La scrittura qui sostituisce gli strumenti della pizzica.; ha , cioè, la stessa funzione “incantatoria-liberatoria- esorcistica” . Ma il tarantismo appartiene all’ oralità mentre la scrittura è la tecnologia analitica del pensare. Gli scrittori hanno dunque portato a sintesi due apparati cognitivi (oralità-scrittura) il che è già un’operazione tarantica. I racconti seguono, ognuno con il proprio stile, storie e storie di storie. L’oralità si nasconde nei simboli sottostanti i personaggi ed è evidente nei loro allegati percettivi. Ripetono (né potrebbe essere altrimenti) la sequela analogica prima descritta a proposito di “ragno”. Le motivazioni degli scrittori che si sono riuniti per i loro riti in questa antologia, sono certamente identiche a quelle delle tarantate. La scrittura (intesa ora come “azione”) è la risposta a un insieme di stimoli (e lo stimulus è un attrezzo appuntito, morde) generati dalla dissonanza che produce la scrittura come momento di ricognizione per riportare in coerenza il proprio sistema. Senonchè in questi autori il veleno viene “rimediato” col più potente dei veleni (il silenzio della pagina, che morde e fugge generando uno strano rapporto salvatore-vittima.carnefice dell’autore col proprio prodotto salivare, la scrittura). Queste sono storie di interstizi che vengono esplorati con la speranza di vedere veramente la tarantola, vale a dire di recuperare unità di visione-azione-comportamento, anche se in delirio. E’ facile vedere i personaggi di tutti i racconti formare un’unica paranza danzante, scambiarsi i ruoli e il numero di pagina, trasmigrare, spiarsi. Si comportano, cioè, come la catena polimerica del simbolo., praticano una metamorfosi. Dopo il “morso”, fuggono nelle storie degli altri. La metamorfosi è così riuscita. Infatti, leggendo, con l’antidoto sulla scrivania, i sedici racconti ( non ho ancora capito perché 16 e non 12 o 24: ma faccio notare che 16 è la somma degli occhi e delle zampe del ragno e che la tela è un ottagono, a parte il “sedici” che è, qabbalisticamente, il doppio di otto) sono omogenei perché narrano appunto fatti interstiziali, non plateali, chiedono al lettore di andare a trovare la sua straordinaria taranta in fatti ordinari, quotidiani perché, come si sa, “la normalità è uno stato di emergenza”. Ogni racconto ha il suo totem: uno scorzone, uno scorpione, una farfalla,uno scarafaggio... Questi totem non si sono dati la voce, vale a dire che gli autori non si sono riuniti preventivamente in redazione per elaborare un progetto comune con indicatori simili. La similarità dei racconti li rende ancora più interessanti dimostrando un analogo (e storico) “saper sentire”, un identico approccio sulle cui cause non indaghiamo, per ora, qui dove invece su tre racconti esemplari (ma sono tutti bellissimi) ai fini della verifica degli assunti precedentemente dichiarati. Portavo una testa di morto (Carlo Lucarelli) La storia è questa: siamo sul finire della seconda guerra mondiale, nel Salento. Il narratore è un soldato che ricorda un orribile episodio, in “preda al rimorso” .Un gruppo di miliziani delle SS , tra cui un mongolo, si ferma a un casolare e, dopo aver saccheggiato , imbottiti di vino, costringono la famiglia che l’abitava a suonare Si intona una pizzica che il soldato, componente della squadraccia, riconosce. Esige che una ragazza, giovanissima, danzi. Alla fine della danza il mongolo sgozza la fanciulla. La casa viene bruciata. Il narratore portava sul cappello di SS l’emblema di un teschio. Questo racconto è il più breve della raccolta ma anche il più lungo. E’ breve in ordine alla sinteticità e asetticità dei fatti narrati; è lungo in ordine alle cose implicite. Lo spazio dove si svolge il racconto è una terra i cui abitanti hanno radici culturali greche. Il tempo degli avvenimenti è quello della seconda guerra mondiale. Le SS bevono molto vino dopo essersi sedute sotto un albero di ulivo. Si prepara in questo modo la scena del delitto. Dal punto di vista simbolico, l’inserimento della catena grecità-guerra (intesa come orgia di distruzione)-vino-ulivo prepara,invece , la scena del sacrificio. Quasi di soppiatto appaiono anche altri elementi rituali: il pane, il coltello che il mongolo usava per scannare gli agnelli. Va annotato che il mongolo è l’unico del gruppo a non avere sul berretto il fregio di un teschio ed è l’ uomo che materialmente compie il delitto-sacrificio. Va altresì evidenziato che il soldato che ricorda è una persona molto colta: già era stato nel Salento anni prima per approfondire studi di storia dell’arte. Dunque, quello che accadrà appartiene a una dimensione al di là della cultura, ancestrale, da periodo paleolitico, quando gli uomini avevano i tratti somatici mongoli, quando a Delfi si sacrificavano persone poi sostituite, come nel dionisismo, da una persona con malformazioni (il fàrmakon) e, dopo ancora, da un animale. Non è, ovviamente, che si sia proceduto a sostituire la persona normale con quella deforme e poi con l’animale per motivi pietistici o etici. Il processo è avvenuto perché ci si è resi conto, sulla base di nuove analogie, che il modo più coerente di sacrificio a deità terribili era quello dell’animale a sua volta rappresentativo dell’ antenato teriomorfo. Le relazioni coltello-per-gli-agnelli e sgozzare-la-fanciulla-come-un agnello, il vino, la musica, sono precisamente gli ingredienti del rito arcaico. Mi sono chiesto a lungo perché Lucarelli avesse inserito un mongolo nel suo racconto e perché questo mongolo uccide materialmente la fanciulla. Ho pensato, ovviamente, al mongolo come a qualcosa di lontano, abissale sia geograficamente che inconsciamente. Ma questo non spiega il perché sia proprio lui il boia. Ho supposto che l’uccisione, lo sporcarsi le mani sia stato delegato a un essere ritenuto inferiore dal nazismo. Ma neanche regge se penso a quello che hanno fatto i nazisti. L’unico a non portare sul berretto il teschio –mi sono detto- è lui perché è sufficiente, per rappresentare la morte, la sua testa (l’iconografia ci presenta i mongoli calvi,ossuti) ma anche questa ipotesi mi sembrava debole. La soluzione me l’ha fatta vedere Antonio Vitolo parlando dell’etimo di “tarantola”, che deriva da Taras, fondatore di Taranto e che “taras” significa “sconosciuto”. Da qui a Taras Bul ba di Gogol’ il passo è molto breve. Sarei comunque molto interessato a sapere dalla testimonianza diretta di Lucarelli la funzione di questo mongolo nel suo racconto. La fanciulla è terrorizzata dal fregio sulla bustina del militare. Anche gli altri tre tedeschi lo portano ma è di quello del narratore che la fanciulla ha terrore perché è stato il primo che ha visto quando i soldati hanno fatto irruzione nella casa dove dormiva ( portando fiaccole come nei riti arcaici). Si tratta, anche qui, di un’apparizione infernale e demoniaca, come se la ragazza avesse visto materializzarsi l’incubo delle proprie origini, dei racconti intorno al fuoco, come se la tarantola avesse assunto sembianze umane, confermando clamorosamente le dicerie sottovoce delle anziane del paese. E’ chiaro che la fanciulla che danza è Proserpina e il soldato è Ade. Lucarelli propone, dunque, una storia narrata come un resoconto di cronaca e lo stile molto distaccato del narratore finisce per essere inquietante. La vittima sembra consapevole di partecipare a un rito forse anche atteso. Dimentica, nel ricordo del narratore, la situazione, la musica, la sua uccisione e, per questo, sopravvive. O, davanti alla visione della morte, sa che per cacciarla via occorre danzare, eseguire l’esorcismo musicale e coreutico, ed è forse sicura che ciò che vede non esiste, che è in uno stato di sonno, che si risveglierà come si risveglia la terra. Lucarelli non ci dice se dopo la morte della fanciulla la terra abbia continuato a produrre frutti. Da dove traiamo questi elementi di lettura? Non è che ci stiamo inventando tutto? Il soldato “porta” una testa di morte. Che si tratti di un’icona cucita sul berretto lo apprendiamo durante la narrazione. Astutamente, Lucarelli , scegliendo questo titolo, ci dà a intendere, all’inizio, che c’è qualcuno che cammina con una testa di morto sotto il braccio, una specie di Amleto. Durante la narrazione l’ambiguità del titolo viene svelata e, paradossalmente, ci accorgiamo che veramente il soldato porta una testa di morto. Solo che ce l’ha sul collo ed è la sua, quella di migliaia di anni fa, perché nell’evento salentino rimosso per decenni e ora riemerso si catapultano tutte insieme le dinamiche di attrazione-repulsione per il sangue che provava la muta di cacciatori poi diventati soldati. “Testa di morto” è anche il nome di una farfalla ( è lui l’insetto del racconto) e si sa che la farfalla rinvia alla metempsicosi sia pitagorica che eleusina (Eleusi era sacra a Demetra, madre di Persefone).Questa farfalla si chiama così perché sul dorso ha disegni che ricordano alla nostra percezione un teschio. I suoi predatori vedono probabilmente un ragno e su questo doppio simbolismo (farfalla-ragno) c’è da interrogarsi trasferendolo ai personaggi che in tal modo interpretano un ruolo ineluttabile o, addirittura, indecidibile. Questo insetto appartiene alla famiglia delle Sphingidae e il suo nome scientifico è Acherontia Atropos. Dunque non c’è solo la lontananza simbolica della Mongolia ma anche quella dell’Egitto e la vicinissima Grecia dionisiaca, c’è l’Acheronte e il flusso musicale è precisamente l’acqua che il soldato-Caronte fa attraversare alla fanciulla-Euridice. Non è allora un “insetto” (in-secare: gli strati del racconto sono di Lucarelli sono “intersecati”) che viene da lontano: ci è laterale, ci è vicinissimo, a meno di un palmo ma non possiamo toccarlo: è la nostra psiche. Va infine annotato che “Testa di morto” in lingua tedesca è totenkopf , nome della più bestiale divisione delle waffen SS., il cui segno, lo svastica o croce uncinata, ha radici altrettanto arcaiche quanto la sfinge. La fanciulla danza davanti alla morte una danza macabra, una di quelle danze, cioè, in cui nel medioevo si raffiguravano tutti i ceti sociali danzanti con scheletri, specialmente dopo la peste del 1348. Sarebbe molto stimolante immaginare la storia dal punto di vista della vittima più che del carnefice. Scopriremmo forse che la falena che danza è la fanciulla, attratta dalla luce della morte. Morsi da Lucarelli, fuggiamo dai suoi enigma e ripariamo tra le righe di un racconto il cui titolo sembra promettere serenità: Incantatori (Giovanna Bandini) Una fotografa salentina si trova a Valencia per un reportage sulla festa di Las Fallas, il giorno di San Giuseppe. La festa consiste in una interminabile e suntuosissima processione. La città è ornata con Fallas, scene di cartapesta, che finiranno ritualmente bruciate. La fotografa nota una bambina, vestita in modo diverso dalle altre figuranti e vede il proprio sé infantile nella processione. I colori e il clima della festa valenciana la riportano ai colori e al clima delle feste del suo paese salentino, così come il flamenco degli zingari è associato analogicamente (ma anche storicamente) alla pizzica del suo paese. Alla plaza de toros assiste alla corrida. Le sembra che il torero mormori qualcosa e scatta una foto. Impulsivamente torna nel Salento dove viene accolta dalla madre e, soprattutto, dalla nonna che aveva sostituito suo padre morto da giovane. La ragazza mostra alla matriarca le foto scattate a Valencia. La nonna individua subito la bambina della processione e ne sottolinea la somiglianza fisica e comportamentale con la nipote prima dell’adolescenza. L’ava conferma altresì alla nipote che il torero stava parlando e per lei è ovvio che stesse parlando col toro, chiamandolo per nome. Stanca per il viaggio la protagonista va a dormire ma non vi riesce. Si alza, esce fuori. Ascolta qualcuno parlare sottovoce: è la nonna che si rivolge a un serpente invitandolo ad andar via. Lo chiama “Paolo”. Nel chiedere spiegazioni, la nonna minimizza l’accaduto, anzi lo nega e fa notare alla ragazza che lei ha sognato tutto. La ragazza si convince. Infatti stava dormendo. Riprende le foto, per ingannare il tempo. Scopre che la bambina valenciana è scomparsa dalla foto. Alla magia nera, alla nigredo di Lucarelli fa riscontro la magia bianca di Bandini. Anche con lei siamo in un ambiente di fatturazioni: la processione valenciana inizia in Primavera, Las Fallas sono incantesimi di carta, apparenze di apparizioni. La maga che opera i prodigi è la nonna, descritta con l’ elemento maschile della folta peluria sul mento. Ricordiamo che la donna con la barba è icona rinvenuta presso varie tombe pre e protostoriche e che unisce gli elementi maschili e femminili. E’ una delle prime icone del Mediterraneo. Ulteriori elementi della magia e dell’illusione sono gli zingari (notoriamente incantatori), il flamenco “fiammeggiante” che anticipa la danza del fuoco, i grandi falò in cui finiranno le costruzioni-apparizioni di cartapesta col loro corredo di luminarie. Il racconto si incentra su una terna di donne-streghe che vivono isolate, sena presenza maschile. L’unico maschio, il padre della protagonista, è premorto e se ne avverte talvolta il respiro nelle stanze della memoria. E’ intuitivo che, ricordo ancestrale di quando la donna era raccoglitrice sviluppando culture diverse dal maschio, compaia lo strumento principale degli incantesimi, le erbe, e in particolare il rosmarino, simbolo dell’amore, del ricordo, della morte e chiamata anche “pianta dell’incenso”. E’ infatti una pianta di rosmarino che protegge la ragazza dalla visione dell’incontro tra la nonna e il serpente, episodio che, su altri versanti di lettura, ci porta a inferire una “protezione” di carattere sessuale (la nonna è molto legata al ricordo della preadolescenza della nipote) da parte di una centenaria che sa molte cose su sesso-vita-morte e che conosce le forze del mondo, e forse le condivide e domina. Tra l’altro, chiama il serpente ”Paolo”, che può essere sia il S. Paolo esorcista sotto la scorza del serpente che il semplice nome di un fidanzato (chè, si sa, le streghe se la fanno con Belzebù sotto varie forme). La magia del racconto riguarda il rito del ritorno, gira nell’ombra di un sufi. Incantesimi è il racconto più leggero e barocco della collezione antologica. La protagonista è fotografa, dunque è una che ripropone tecnicamente la realtà con l’obiettivo, la “documenta”, obiettivamente. Nel racconto è diverso: la fotografa scopre qualcosa che vive negli interstizi della realtà. Il suo “scattare” foto diventa l’impulso a ritornare e l’impulso è, appunto, uno “scatto”, un essere rimorsi e fuggire verso dove si ebbe il primo morso, al ceppone della prima esperienza sessuale vissuta anch’essa come rituale, tradizione. Il fatto che la bambina della foto scompaia è particolarmente interessante, quasi un prezzo, anch’esso sacrificale: l’infanzia è una Falla, dominata da esseri strani, e chi vorrà leggere il libro può meditare su molti rinvii intratestuali. Un esempio: la prima scena è a Valencia. La bambina della foto scompare. Valencia nasconde “vale””, “addio”. Anche Falla è parola molto intrigante. Ho detto che qui il tarantismo è una faccenda di interstizi, è psiche che guarda eros mentre dorme (ma è più probabile che,come la protagonista del racconto, psiche dorma e sogni di guardare eros). Bandini gioca con apparenza e apparizione, l’una anestetizza l’altra e, considerato che è archeologa, non le è forse estranea una frequentazione con Apuleio, il berbero (non l’apulo) autore del De Magia perché questo racconto è bello come una favola milesia. L’incantesimo racchiude vaghezza, il vagare, come l’ultimo racconto scelto: Vago (Antonella Cilento) Sono scorci di vita di una ragazza con problemi di panico. Non c’è una trama quanto un rincorrersi di situazioni, lo sfogliare a caso le pagine di un manoscritto segreto, quasi un diario, delle ragazze. Si narrano situazioni , immagini e intrecci di relazioni tra persone e tra queste e le cose che hanno lasciato il segno nella mente della protagonista, osservate ora come allora. L’ esame di realtà genera connessioni mentali inedite, anche neuronali. La protagonista frequenta, tra l’altro, corsi di biodanza, vaga col dolore che le dà il suo nervo vago in cerca di un rimedio, di un antidoto a una malattia che si sta trasformando in anoressia. Solo nella musica degli zingari, incontrati durante una passeggiata a Punta Campanella, guardata e guidata dagli occhi di una vecchia che mastica erbe amare, trova quiete e il nervo vago , se non può vagare, almeno si attorciglia su se stesso in un recinto sacro e musicato. Il titolo del racconto indica anche un’azione: “Io vago”. Antonella Cilento si tiene sul vago, letteralmente, in un ambiente naturalistico, archeologico e antropologico molto denso. Ieranto possiede una baia splendidissima, testimonianze archeologiche di prim’ordine e non notissime, archeologia industriale, case col tetto di lapillo, muretti a secco: un pezzo di Salento sulla penisola sorrentina. Questa stratificazione umana viene metabolizzati dall’autrice che si insegue in uno scenario dove la nostra immaginazione collocò le sirene gli esseri mitici metàquesto-metàquello. Qui l’anima, metàspirito-metàcorpo, trema, pronta a staccarsi dalla terra. Il nervo fa male alla protagonista, Lallina, per queste tensioni e trazioni. Il suo tarantismo (a parte la bellezza da delirio dei luoghi) è questo: un sussultare, l’attesa di qualcuno che spinga la sua anima in un precipizio. In “Vago” la taranta che punge è l’anima più che lo scarafaggio visto su un muro d’ospedale. E Lallina vuole cadere in un precipizio per vedere se sa veramente volare, per dare scacco al panico lasciandolo da solo col filo del nervo vago in mano, senza aquilone. La danza girovaga della Cilento parte dal sobbalzo dei piedi, giunge al cuore, produce dissonanze, crea agitazione (ma fredda), fa aumentare il ritmo del respiro, ritorna ai piedi sotto forma di danza. Ieranto è, ovviamente, un paesaggio lunare, “femmineo”. Il cammino della protagonista è neuronale essendo la strada da percorrere quasi la mappa del sistema nervoso, quasi una radiografia del proprio pensare e malessere. A Ieranto l’anima scopre il fossile più antico dell’ animus, simile a una medusa: un cervello con un grande lungo tentacolo, il nervo vago. Ci viene proposta anche l’ombra di questo fossile attraverso vaghi d’ambra che somigliano alle vertebre. Nella trasparenza dell’ambra , in queste lastre radiografiche del tempo, nella loro forma sbriciolata nei frammenti della percezione, Lallina riconosce una legge e un codice, si sente particola dell’evoluzione : la struttura molecolare dell’ ambra, davanti alla quale Lallina rimane rapita come se riconoscesse qualcosa, forse la resina con la quale fu impastata, ripete l’archeologia dell’esserci nel mondo. L’ambra e l’ombra come sostanze organiche, materiale di risulta di un processo di trasudorazione vegetale. Dal cuore il sussulto arriva al cervello e da lì giunge allo stomaco provocando altri sussulti, conati di vomito, nausea. Un fulmine freddo produce attriti di selce. La protagonista di “Vago” registra gli stessi sintomi ansiosi e impulsivi della protagonista di “Incantatori”. E’ interessante che due scrittrici abbiano diagnosticato il proprio io tarantato tramite gli stessi sintomi. C’ ’è, in Lallina, un accenno di schizofrenia, di allucinazioni. Il morso del suo ragno è antichissimo, risale al tempo in cui viveva sulle rive della baia di Ieranto (radice Ieròs, sacro) milioni di anni fa, prima ancora che la luna diventasse fredda come freddo e cristallizzato è ornai il veleno del morso. “Il nervo vago sa essere molto preciso, se vuole” e questa precisione , lui che è un residuo arcaico del nostro cervello di serpente, la mostra soprattutto esegue un lavoro mestico di quando riconosce ciò che gli apparteneva, i momenti della sua evoluzione nascosti in cose minimali: le cose: le colonne smontate delle sepolture (costruiscono) percorsi illeggibili., come sono illeggibili le costellazioni, perché, aggiungiamo, è chiaro che anche a Dio fa male il suo essere Vago. Come in natura, anche nella mente ci sono impronte fossili, ricordi che toccano il nervo e fratturano l’osso. Quella della Cilento è una scrittura vertebrale. Per questo Lallina è sempre curva, obbediente alle inclinazioni delle immagini. Lallina è una che crede di sbagliare sempre. “Dov’è l’errore?”, si chiede. L’errore è nell’errare del vago, è lì il morso, l’inganno del serpente biblico nel paradiso di Ieranto, che si ripensa nei fermagli d’ambra delle teche. I fermagli delle trecce di Lallina lo evocano come fanno i monili d’oro che vogliono ricordare al sole che anche chi li porta è un essere di luce. Come Eliade, morsa dal sole sotto forma di serpente e poi divenuto bracciale, Lallina è innocente, non sa nulla di tarante. Segue corsi di biodanza e quando va in discoteca precipita trance attaccata dal panico. Trasuda un umore atrabiliare che o induce all’ingurgito o al rigurgito. Anche in questo racconto c’è una punta ed è quella estrema di un viaggio metà fisico metà iniziatico, Punta Campanella, dove si presentano gli zingari sciamani.. E zingaro significa violino. E violino significa tarantismo. Tra questi zingari c’è una vecchia, forse la stessa del racconto di bandini, accovacciata sulla propria storia, mentre mastica erbe. Forse è il residuo di sposa del vago Dioniso. Forse è Aracne. O forse ancora è la vecchia che nel nostro presepe salta addosso a pulcinella. Questa vecchia, qui, non ha la barba ma fa anche lei un’azione tipicamente maschile: fuma la pipa. E la fuma con la bocca pelosa di ragno-totem che sovrintende alla cerimonia in suo onore. Io ho visto saliva densa come una sartìa scenderle dagli angoli della bocca. E’ in questo cerchio di danzatori che Lallina fa finalmente movimenti che, come dichiara, non si possono calcolare, e dunque incalcolabili, pretemporali e prespaziali, accompaganata dal suo doppio mitico, Eliade, che, come in sogno, riemerge dalle acque che il padre Tirreno sbatte sulla Terra con onde alte come colline ai piedi della danza , sui licheni della montagna . I licheni fanno da pendanti al nervo vago. Sono infatti tra i più diffusi organismi della terra, sono la simbiosi tra un fungo e un'alga (le due personae del racconto:Eliade, acquatica; Lallina, terrestre) e sono la forma di vita più resistente ed elementare: dai ghiacci del polo alle rocce delle più alte montagne, in condizioni di vita difficilissime, dai freddi più intensi all'insolazione delle rocce. Sono dunque il simbolo degli ultimi terreni selvaggi, dell'esplorazione e dell'avventura, della perseveranza verso un obiettivo. Ma sono anche il simbolo della complessità , da intendere come il raggiungimento di un'armonia con la natura.
01/01/2008 – Coolclub.it
Un pretesto
Quando una tradizione diventa fenomeno se ne può fare qualsiasi cosa. Diventa uno spunto, un marchio, un tema. Ed è questa l’operazione di Manni Editori che esce con Mordi e Fuggi, un’antologia di scrittori che si confrontano in modo più o meno diretto con il mito della taranta. Giovani penne salentine, più blasonati nomi della nuova letteratura come Carlo Lucarelli e Gianluca Morozzi, ospiti d’eccezione innamorati del Salento (Teresa De Sio) si confrontano con l’argomento. Un modo per “evadere” dalla Taranta, per esorcizzarla o comunque per trattarla in modo diverso, come uno sfondo, un personaggio, un pretesto. Quello che rimane al di là dell’effetto “mordi e fuggi” da istant book è la raccolta di alcuni dei nomi più interessanti di quest’annata letteraria.
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Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
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