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Claudio Menni
Gardo Mongardo
Descrizione:
Solo al prossimo giro valuterò se rientrare,
se imprigionare il mio polso di nuovo al vostro orologio.
Gardo Mongardo fugge. Fugge da una banda di spacciatori. Fugge da sé. Bologna, Parigi, Rio, Bahia, Cannes, Barcellona. E poi New York, Las Vegas, Città del Messico, L’Avana: tra lo sfavillio di un party con i divi di Hollywood e squallidi ostelli, tra droghe e pietre preziose, tra inferno e redenzione. L’alcol e il sesso come strumenti per interpretare il mondo e capire i mille personaggi che incontra.
L’odissea di un uomo solo, alla ricerca di sé e degli altri.
Un romanzo innovativo e rivoluzionario, che coniuga la letteratura alla vita.
Argomento: Narrativa
Collana: Punto G
Anno 2007, 192 pagine -
€ 13,00 -
ISBN: 978-88-8176-935-3
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Claudio Menni (1964) vive a Casola Valsenio, in provincia di Ravenna. Gioca a calcio come centrocampista nella Nazionale italiana scrittori.
Ha fatto il manovale, l’operaio, il bagnino, l’insegnante di nuoto, il netturbino, il montatore di scaffalature, il bracciante agricolo, l’imbianchino, il messo comunale; adesso è agente di commercio.
Ascolta l'intervista di Felice Cimatti a Menni nella puntata di Fahrenheit del 19 luglio 2007, all'indirizzo www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_libro.cfm?Q_EV_ID=221948
Recensioni
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Una lingua necessaria, di Rossano Astremo
Il suo nome è Vinicio Mongardo, ma tutti lo chiamano Gardo Mongardo. Il suo nome dà il titolo al romanzo d’esordio di Claudio Menni, appena pubblicato da Manni nella nuova collana Punto G, interamente dedicata alle scritture contemporanee. Gardo Mongardo può essere definito un romanzo picaresco, nel quale, come vuole la definizione comune, il protagonista, in genere di bassa estrazione sociale, racconta in prima persona le proprie avventure, un susseguirsi di azioni, alcune riprovevoli, altre meno, che non contaminano la bontà del personaggio. Mongardo è un picaro contemporaneo, quindi, un ragazzo di provincia, le cui giornate, almeno all’inizio della storia, trascorrono tranquillamente, tra lavoro, birre con gli amici e abbordaggi continui a ragazze della più variegata specie. Sarà proprio l’amore nei confronti di una ragazza e la conseguente gelosia di Mongardo, dovuto all’atteggiamento ambiguo della stessa, a far precipitare la situazione. Mongardo si mette nei guai. Devo un sacco dei soldi a dei balordi. L’unica alternativa è lasciare Bologna, la sua città, e partire col primo aereo: destinazione Parigi. Qui comincia il vagabondaggio del nostro protagonista, scandito da cambiamenti spaziali siderali, dalla continua ricerca di alcol e sesso, piccole ancore di salvezza di una vita che lentamente sembra sfuggirgli di mano: “Il mondo rotola, il tempo è l’imbuto che ci inghiotte, e l’oblio è l’eco della perduta fermezza”. Da Parigi fugge in Brasile, e più precisamente a Rio de Janeiro, dove si accompagna ad una combriccola sfasata di italiani in cerca di donne aitanti, poi è la volta di Bahia, dove la vita costa meno, visto il lento diminuire del credito in suo possesso, poi il ritorno, in uno stato pietoso in Europa, nuovamente a Parigi: “Mi sono diretto deciso all’Air France. Ho mostrato il mio biglietto e ho detto: ‘Devo tornare a casa adesso oppure muoio’”. Da Parigi a Cannes, grazie all’invito di una sua vecchia fiamma, Susanne, nella settimana del Festival del Cinema. Mongardo trova lavoro presso un ricco produttore cinematografico, nel bel mezzo di party in compagnia di Uma Thurman, Nick Nolte ed un numero di star davvero spropositato. Le pagine più brillanti del libro sono quelle in cui Mongardo scorazza con Nolte per la città alla ricerca di rum e donne con cui intrattenersi. Gli incontri, però, non finiscono qui. Mongardo conosce Theo, un commerciante di quadri e gioielli di origine greca. Insieme si recano a Barcellona, poi New York, poi accade l’imprevisto e Mongardo resta solo, è costretto nuovamente a fuggire, in compagnia di un grosso diamante che conserva nel più sacro dei buchi, destinazione Città del Messico, dove viene a sapere della morte della madre, per poi giungere a L’Avana. Meno di duecento pagine ricche di colpi di scena, di spostamenti nello spazio, nei quali Mongardo viene travolto dagli eventi, frequenta la gente più disparata, dalle prostitute ai divi di Hollywood, dai poveri disperati delle periferie cubane ai ricchi faccendieri europei. A questa tribolazione di contenuti corrisponde una parallela effervescenza linguistica. Non c’è spazio in questo libro per artifici letterari, espressionismi ricercati o quant’altro. A tessere il mondo di Mongardo è una lingua viva, calda e necessaria, senza fronzoli, priva di orpelli, che olezza di vita vissuta. Alla fine del viaggio, come è giusto che sia, ci troviamo dinanzi ad un Mongardo diverso, cambiato, perché no, cresciuto. “Sono orfano e uomo”, scrive Mongardo a conclusione delle sue peripezie. Sintesi perfetta dell’avvenuto mutamento.
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Il «punto G» della lettura. Una collana per i nuovi scrittori, di Enzo Mansueto
L’intestazione della collana è spiazzante e, crediamo, ironica, giustificata come è solo dal claim pubblicitario – «accendi il piacere della lettura» – e non da note in copertina. Punto G, lungi dall’essere una incursione del serioso editore nei territori dell’eros o del porno, è invece la giovane creatura di Manni: una collana dedicata alle scritture contemporanee. A occuparsene, ovviamente, la giovane della famiglia, Agnese Manni, col valido Giancarlo Greco e un paio di lettori professionisti, i quali – contro una diffusa tendenza, anche nel mondo editoriale, ad apparire – hanno preferito, al momento, restare nell’anonimato.
Non è stato semplice, ci ha detto la stessa Agnese Manni, dare avvio alla collana. La concorrenza è agguerrita e accaparrarsi tra i nuovi manoscritti quelli più interessanti non è facile, anche per un editore ormai accreditato come Manni, «Abbiamo dato voce in giro, tra i numerosi amici della nostra casa, scrittori, intellettuali, lettori esperti e, tra qualche reticenza e professioni di diplomazia, abbiamo infine strappato dei risultati, che ci hanno convinto a dare avvio a questa ennesima e laboriosa avventura». Il primo titolo in collana è l’antologia «alternativa» sulla pizzica Mordi & Fuggi, una operazione anzitutto «politica», di lancio, come confida la stessa Agnese. Ma è il romanzo di Claudio Menni Gardo Mongardo (Manni, Lecce 2007, pp. 192, euro 13) il vero esordio della collana Punto G.
Claudio Menni, ravennate di provincia (come Cristiano Cavina, di Casola Valsenio), attaccante della Nazionale scrittori, cento mestieri alle spalle, da manovale a bagnino, inseguiva da anni questa pubblicazione, da quanto aveva cominciato a farla circolare in forma autoprodotta con tanto di introduzione di Carlo D’Amicis (che è stato poi il tramite per Manni). Già due pubblicazioni, nel 1996 e 1999, per i tipi di Moby Dick, Menni non era riuscito a pubblicare questo che, viste anche le accanite revisioni, pareva per lui il libro più importante. Un romanzo picaresco, peripezie in prima persona, nelle quali siamo trascinati appunto nella odissea di Mongardo, giovane di provincia che si ritrova sbattuto in mezzo mondo, da Bologna, a Rio, a Cannes – in compagnia dei divi del cinema –, a New York e altrove, per una vorticosa ricerca di identità. Un tòpos classico, dunque, stravolto da una lingua estremamente contemporanea, dalla sintassi violentata e dalla fortissima espressività, espressionismo diremmo, oraleggiante. Un esordio, per la collana, deciso e coraggioso, come deve essere, per posizionarsi credibilmente nel panorama editoriale narrativo nazionale.
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Quando James Bond ha la forza di prenderle, di Francesco Zardo
Fra i lettori di queste pagine c’è da immaginarsi che ci sia chi non ne può più di Melissa P. e delle sue discendenti – e magari chi non ha gradito tout court la Melissa criminale, e le sue perversioni bloghettare. E anche chi è stufo, sì, di sesso e violenza copia e incolla, di cannibali e postcannibali, di romanzi che, da Lara Cardella in poi, alla fine hanno il sapore – bene che vada – di un integratore dietetico. Insomma, ci sarà chi desidera leggere, ogni tanto, un trascinante e prepotente romanzo italiano fatto in casa, da uno scrittore che senza troppe vie di mezzo decida di raccontare una storia e di farsi lui per primo travolgere dal racconto – al di sopra dell’intenzione editoriale di travolgere o meno i lettori.
Gardo Mongardo potrebbe diventare il vostro eroe.
La generosità con cui Menni dalla Romagna spedisce il protagonista del romanzo nei quattro angoli del mondo – da Parigi agli Stati Uniti all’America Latina – a caccia prima di una salvezza (dai lungomari di Rimini, soprattutto) e poi di un diamante, è una generosità di tratto in grado di evocare qualche Tropico millenario, qualche equivoco rabelaisiano e qualche pagina di “Lancio Story”: tutto insieme, però, tutto mischiato nella zigzagante striscia peripatetica di questo James Bond romagnolo malgré soi. Occhio a non confondersi, però: Gardo Mongardo è uno 007 senza licenze di sorta, con nessuna destrezza d’armi, una conoscenza quasi nulla delle lingue e solitamente vittima più che tombeur delle sue conquiste femminili.
In questo vitale romanzo, Gardo prende botte e batoste almeno ogni cinque pagine. Lo spinge avanti la sua enorme forza d’incassare, una incosciente grandezza che è anche la chiave della scrittura di Menni, e che trascina il lettore appresso a un personaggio fra i più autentici della recente narrativa italiana. La saggezza, poi, del lavoro editoriale fatto su questo Gardo Mongardone ha contenuto, senza disperderla, la dirompenza originaria che – davvero concepita per lettori pù che pazienti – aveva sconcertato diverse case editrici al punto che l’autore decise, poco più di un anno fa, di pubblicarlo per conto suo: Gardo Mongardo alla fine del mondo era il titolo dell’opera che recava sul colophon un laconico “stampato in proprio” dopo quasi duecento pagine di un volume che sfidava il lettore e il libraio e il sistema editoriale: sistema editoriale che non aveva altra scelta se non rimuoverlo.
Ha rimediato Manni, serio e intraprendente editore pugliese la cui assonanza con il cognome dell’autore è pura coincidenza: con pazienza ha sistemato la punteggiatura del tono originario (troppo esuberante anche quella) e diverse altre cose da rendere se non altro più mansueto un testo che addomesticare del tutto sarebbe stato un peccato.
Ora c’è da augurarsi che venga premiato dai lettori, questo quarantatreenne romagnolo di Casola che non pubblicava dalla fine del secolo scorso, dopo gli esordi con Caneporco e Uomo di Carta, entrambi per i tipi di Moby Dick, e un fantomatico Poetica della pasta barilla, forse inedito visto che compare nelle sue biografie ma in nessun catalogo.
Il Mongardo resta per palati forti: nelle sue peripezie, fra le altre cose, Gardo si ritrova a dover estrarre il diamante agognato da un cadavere: «Come morti io avevo visto solo mia nonnna», leggiamo. «Mi siedo in poltrona – si legge ancora – Dove l’avrà cacciato? Dietro i rubinetti, sopra la cornice dei quadri. Lo cerco dappertutto». Il lettore anche non smaliziato a questo punto avrà capito dov’è il diamante. E non è che un casto assaggio delle cento torbide e allegre esplosioni mongardesche.
Chi volesse sapere qualcosa in più di Menni, e ascoltare uno scrittore dai modi squisiti e dalle vedute originali, può sintonizzarsi giovedì pomeriggio su Radiotre: l’autore sarà ospite di Fahrenheit.
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In venticinque parole, di Antonio D'Orrico
L'autore è centrocampista della Nazionale scrittori, ex manovale, ex bagnino, ex netturbino, ex bracciante, attuale agente di commercio. Lavori usuranti. Si merita la pensione. Subito.
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Gardo Mongardo, un Ulisse dei nostri tempi, di Antonio Celano
Qualcuno ha scritto che questo libro è antilirico. Non è vero: non solo è lirico, ma pure epico; anche se è l’epica di un Ulisse, la poetica a volte un po’ cupa di un uomo solo. Gardo Mongardo è un Odisseo lanciato ormai oltre le Colonne d’Ercole, che cambia pelle al cambiar dei contesti (ricco tra i ricchi, povero tra i poveri, umano tra gli umani, mostro con i mostri; e poi ancora clochard a Parigi, ridotto alla nuda vita in Brasile, brillante sulla Croisette di Cannes, abile giocatore, spiantato peone e molto altro ancora): un accorto flâneur che rovista e abbandona i cul-de-sac della vita brusco e disilluso. Perché, in fondo, quest’uomo ha delle regole: stordirsi e lasciarsi andare – naufragare più volte, addirittura – ma perdersi mai, ché nel suo io restano fermi alcuni punti, pochi ma forti come acciaio. Dunque deriva solo apparente (perché è la corrente della vita che porta via il recalcitrante, non il suo volontario abbandono), e invece presenza e fedeltà a se stesso, a un io che sa resistere come il migliore degli amici nei momenti peggiori. Ulisse, del resto, non era così? E l’Odissea non è ancor oggi l’accattivante sceneggiatura di un viaggio tra isole abitate da maghe ammaliatrici che tutto trasformano in sesso e in porci, ma pure di finte Venezie e autobus transamazzonici e angoli di Cuba dove ci si può imbattere in un amore intenso e brevissimo? Non è il romanzato multiverso popolato da sparuti ciclopi, da divinità umanizzate (amici o nemici, certo), da mille altri naufraghi che per la strada s’acquistano e si perdono? E questi attracchi, al tempo della globalizzazione cos’altro sono se non il mondo di un’impossibile medietà, montagne russe che possono ribaltarsi soltanto nel senso verticale delle condizioni materiali di vita, cielo e fango? E dire che un sussulto, all’inizio, l’ho avuto, quasi un moto di indignazione: ché mi era parso – ecco, ci risiamo, mi sono detto – il solito libro del cinicone che sembra abbia tanto vissuto e invece non ha visto una mazza, e che gioca pure a far lo sbandato. Insomma, se un libro ha uno stile bello e accattivante ma si mette a infilare cliché (la discesa agli inferi nell’ospedale militare dello Smipar di Pisa? scontatissima, pensavo) la tentazione di defenestrarlo è sempre forte. Perché non è accaduto, allora? Perché, innanzitutto, in questo benedetto libro non c’è solo uno stile scostante e lacerato, irridente eppure singhiozzante. C’è pure qualcosa che profonde dalle parole, e il significante, per una volta, finalmente condensa il significato: ovvero un atteggiamento umano di empatia verso il mondo e le persone, e i bisogni del protagonista e quelli altrui. Attraverso ciò il libro si rilancia: come nella pagina dell’artista di circo incontrato a Las Vegas, il cliché sa sciogliersi nella riedizione del topos letterario, nella sua reinvenzione e rivisitazione: arte/amore/malattia/morte (e a Venezia, seppure una Venezia delocalizzata e desiderosa di radici amorose, una riproduzione farlocca eppure più struggente di quella vera, che alla fine si scopre più farlocca di quella finta). Insomma, se quella sorta di carta d’identità del protagonista (Ulisse prima della guerra, Ulisse che si finge pazzo, Ulisse che deve partire giocato dagli eventi) corrispondente alla lunga introduzione all’inizio infastidisce, subito dopo viene il dubbio che sia giusto così: che il libro sia tanto più epico e lirico quanto continuamente può opporsi a quelle prime battute, che avrebbero ritagliato un personaggio e una vita altrimenti provinciale e statica e buzzurra. Un eroe che all’improvviso, scaraventato via dalla sua Itaca per le strade del mondo, si fa apolide e a flessibilità totale, senza nemmeno la speranza di una Penelope che sappia aspettarlo paziente; perché intanto pure l’amore s’è infranto in un sesso da paraninfo e anche le madri - l’amore incondizionato delle madri, è morto. E dunque sesso, solitudine, alcol. E dappertutto il dio danaro e del bisogno. Un dio vetero-testamentario duro e feroce che ti costringe a fuggire di continuo tra gli eletti e i diseredati della terra. Non resta, allora, forse, che un’ultima utopia,: una nuova Itaca lontana, più lontana possibile, sia dagli occidenti a capitalismo avanzato sia dalle alternative anticapitaliste e antioccidentali (ormai altrettanto bollite e flosce). Un mondo radicalmente periferico dove sia possibile perdere le residue incrostazioni e ridursi all’essenziale, dove sia possibile fare dono delle cose ritenute fino a quel momento più preziose. Ogni valore-passaporto che assicuri il ritorno, ogni ritenzione di merce-feci (si sarebbe detto in altra congerie culturale, ma qui il recupero del concetto ha nel romanzo un suo senso stringente). Mongardo, ovviamente, per questo baratto sceglie una donna e in cambio il suo sorriso. E la sceglie forse perché nel suo nome si nasconde un’altra meta, un altro continente verso cui farsi scivolare dalla corrente.
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Consigli di lettura, di Carlo D'Amicis
Quando lavori in un posto come Fahrenheit (la trasmissione sui libri di Radio 3), e ogni mattina trovi sulla scrivania nuove pile di volumi, e ti basta una telefonata per ricevere la copia che ti serve, e devi leggere pagine e pagine ogni giorno, il tuo rapporto con i libri finisce con l’assomigliare a quello che un attore porno ha (immagino) con il sesso: devi ciò ridisegnare una passione. Inventarti un percorso alternativo per accedere al piacere. O magari recuperarne certe antiche seduzioni. Ciò che Rocco Siffredi potrebbe trovare emozionante (e perfino trasgressivo) in una passeggiata mano nella mano, o in un corteggiamento a lume di candela, io lo vivo entrando di soppiatto in una libreria, superando gli scaffali di Rizzoli, Einaudi o Mondadori, e andando ad annusare (in senso metaforico, però anche realistico – ché tra i criteri di Fahrenheit non potrei invocare l’odore della carta, ma nel mio feticismo personale invece sì) le edizioni che più fanno fatica ad aggiudicarsi la vetrina, le recensioni sull’Espresso, e talvolta (sebbene, dell’assenza di pregiudizi e di larvate connivenze, la redazione del programma si faccia un punto d’onore) anche lo spazio del libro del giorno a Fahrenheit. E’ qui, nel retrobottega, che libero i miei ormoni di lettore. Ed è qui - dove gli incontri sono meno banali, più rischiosi, ma in certi casi davvero sorprendenti - che vi invito a raggiungermi con la valigia da portare in vacanza. E pazienza se, tra costumi da bagno e creme abbronzanti, lo spazio che rimane per i libri non è ampio: quelli che vi suggerisco sono concentrati di letteratura; e il talento dei loro autori si espande a macchia d’olio nelle menti di chi legge, ma non sbrodola mai oltre la pagina che serve. Un poema civile, per cominciare: l’ha scritto Aurelio Picca (L’Italia è morta, io sono l’Italia, Edizioni L’Obliquo), epitaffio di dolore e d’amore, di pena e di antica fierezza per un paese che - esalando come Italia - sembra chiedere in punto di morte a chi lo vive il coraggio di dirsi italiano (“Così l’Italia è morta. Mia madre è morta. Ma io sono dio perché sono l’Italia”, si conclude). Poi un romanzo ribelle nella lingua e - seppure in modo obliquo, un po’ passivo - nel personaggio che lo anima (Gardo Mongardo, Manni Editori); viaggio di non-formazione di un picaro dei nostri tempi che, dalla provincia italica, si trova catapultato senza arte né parte tra i fasti di un party a Cannes, la miseria di una favelas brasiliana, le mille luci di New York; e tutto - proprio perché senza arte né parte -, tutto supera ammaccandosi ma senza mai soccombere, con una divina idiozia quasi dostoevskiana che si esprime in un linguaggio promiscuo e contaminato alla Celine. Lo ha scritto Claudio Menni, questo piccolo gioiello che certo non si fa ricordare solo per la curiosa assonanza tra l’autore e la sua casa editrice. C’è una morbosa dissonanza, invece, nelle protagoniste femminili dell’ultimo romanzo di Mary Morris (Revenge, Leconte), morboso intreccio tra due donne - l’una scrittrice di successo, l’altra meno fortunata pittrice - forse amiche, più probabilmente nemiche, sicuramente complici nell’esplorare i torbidi percorsi della creazione artistica: se siete stanchi dello stereotipo dello scrittore saggio e flautato, che scrive con il gatto sulle ginocchia e un’aureola di luce intorno alla testa, questo libro può rivelarvi che lavoro sporco sia tradurre in parole le proprie ossessioni. Ora vi saluto: non so quanto siano lunghe le vostre ferie, e quanto altro tempo vi rimarrà per la lettura. Diciamo, per finire, che - se ne avete voglia, se avrete tempo - avviandovi all’uscita potete cogliere a pieni mani dal catalogo di Minimum. Che se ho sbagliato io, là non si sbaglia di sicuro. Buone vacanze. Carlo D’Amicis.
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Un uomo in fuga, di Michele Trecca
Ci sono anime perse, alla deriva di storie impossibili, il cuore sballottolato di qua e di là, un giorno dopo l’altro, senza soluzione di continuità. Gardo Mongardo (protagonista dell’omonimo romanzo di Claudio Menni) – uno così. Per stizza (o per amore) un giorno a Bologna butta al vento un panetto da ottantamila euro di “roba” buona che la sua ex gli sventolava sotto il naso come il marchio di qualità del nuovo compagno. Gardo, quindi, è costretto a scappare per evitare ritorsioni. Gira per il mondo: Sudamerica, New York, Las Vegas, Costa Azzurra. Finisce a Cannes, fra “nani e ballerine” del “rutilante” mondo del cinema. Dovunque vada, però, Gardo si porta appresso come un’ombra quel certo romanticismo bukowskiano, carnale e sbevazzone, sempre sopra le righe che fa di lui un perdente, ma vitale, avventuroso e ironico. Un po’ di maniera, però.
Gardo Mongardo è il secondo titolo (il primo è stato l’antologia Mordi & Fuggi, sedici racconti per evadere dalla taranta) della nuova collana “Punto G” con la quale l’editore leccese Manni intende valorizzare scritture nuove, coraggiose e di ricerca (in continuità con quella tradizione che lo vede da sempre “fiancheggiatore” delle avanguardie storiche del Gruppo ’63). Claudio Menni (quarantacinquenne di Ravenna) è stato manovale, bagnino, insegnante di nuoto, netturbino, bracciante agricolo e tante altre cose: ora è agente di commercio. In passato ha pubblicato due libri con le edizioni Moby Dick.
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Qui la disperazione non è tutta finta, di Filippo La Porta
L'avventura principale, nel picaresco-alcolico esordio di Menni, quarantenne ravennate, è la lingua. Subito sei impigliato in una fitta rete di aggettivi e metafore, mentre una nostalgia di donna attraversa il protagonista Gardo come il frullo di un pettirosso. Un romanzo estenuato e barocco che racconta i Sud del mondo con citazioni dantesche, Renato Zero e disperazione non finta. Promettente avvio di una nuova collana Manni.
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Fuga da Bologna nel mondo, di Alfio Siracusano
L’uomo, qualsiasi uomo, non è solo l’esito del capriccio dei suoi geni, ma è anche il frutto dei tempi nei quali si forma. Dei quali ascolta le voci, sconta i fallimenti, accetta o respinge le speranze, le illusioni, piangendo ne irride le utopie, nei casi migliori ne denuncia le magagne. Spesso ne viene travolto, e la deriva lo porta via. Con in più, quando la sorte è particolarmente avversa, il peso della coscienza: che sa e non si oppone, sente ma non comprende, capisce e finge di non capire. Fa come il giunco che si piega alla corrente, ma lo fa per debolezza di resa, senza calcolo di riemersione, sapendo che non si rialzerà più, come pago dell’amara dulcedo che trova nel degrado al quale si è condannato.
Il Gardo protagonista di questo romanzo (o meglio, lungo, lunghissimo racconto) di Claudio Menni appartiene a questa tipologia di uomini del nostro tempo: zavorra ai margini della corrente, fiore di forma mostruosa ad onta del suo metro e ottanta di normalità biologica, che vive e misura la vita coi parametri dell’alcool e del sesso, in perenne ricerca di come ingurgitare birra o rhum e di come espellere sperma dovunque l’occasione gli fornisca un ricettacolo più o meno disponibile.
La trama della vita gli si fa deriva narrativa: da una Bologna periferica e degradata (dove un incontro casuale con la sua ex donna si è risolto nel solito congiungimento carnale cui è seguito uno sgarro agli attuali amici della donna, consistente nella dispersione di una bella quantità di droga) si trova costretto a fuggire per evitare le rappresaglie della legge, visto che la donna minaccia di accusarlo di stupro, e quelle degli spacciatori che certo andrebbero per le spicce. Ed è fuga nel vasto mondo, che per una serie imprevedibile di casi lo sbalestra a Parigi, a Rio, a Bahia, nelle favelas messicane, e poi a New York e a Cannes e a Cuba, e poi…
Mentre lo accompagna l’ossessiva presenza dell’alcool, la ricerca continua del sesso, il dilatarsi di un’umanità non meno di lui immersa nel nulla di una provvisorietà fatta di espedienti per rimediare la dose momentanea di piacere fisico: sia la sbornia dell’istante che dura o l’orgasmo continuato di organi genitali che si cercano, si incontrano, si riempiono gli uni degli altri, in una fisicità dell’essere che va anche oltre la naturalità, per farsi abbrutimento consapevole. Che è appunto la coscienza di cui si diceva sopra. Ma è anche spietata lucidità di giudizio, che smonta le apparenze della ricchezza patinata sotto cui brulica la verminosa cancrena del vizio non meno di quelle della miseria che si nutre non più che di sesso (offerto, esibito, venduto), solo di rado disponibile a un ripensamento di sé, a una qualche volontà di superamento che sia anche fuoriuscita.
Rimane, a testimonianza di ciò che abbiamo chiamato coscienza, la vibrazione di uno stile che la disperazione, forse, impreziosisce, come straniando il mefitico da se stesso. «E Susanne insiste, nonostante il buridone, che a zio Paperone cado bene, e io taccio che spero che non sia finocchio, che se mano nel pacco il vecchio ponendomi, una carriera nel cinema o un biglietto da diecimila pali giurasse per marcare con lui spruzzi e saliva, sarebbe immorale dire no». Ed è così quasi dovunque: giochi di variazioni, fiorire di metafore, poesia di inversioni che separa le parole-segno dalla corposità oscena del raccontato, come nella trasparenza metaforica di quella perla che a lungo Gardo si porta appresso nascosta nel buco dell’ano e che alla fine, non riuscendo a venderla, donerà a una ragazzina nei pressi di Guantanamo.
Dove finisce il viaggio e si spegne la prospettiva delle cose: «Mi lascio galleggiare bocconi con la faccia sotto. Poi mi giro a braccia e a gambe larghe con il petto al sole. Chiudo gli occhi e galleggio così. Mentre il sole a picco uccide il passato, la corrente lentamente mi trascina a valle».
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05/10/2007 - Left A zonzo tra Parigi e L'Avana, di Filippo La Porta
Cosa spinge il protagonista di questo romanzo picaresco e alcolico con cui si inaugura una promettente collana di narrativa dell’editore Manni a girare il mondo, tra Puglia, Parigi, Rio, Cannes, Las Vegas, Avana? La cronica stanchezza di “ascoltare se stesso”? Il modello è forse troppo alto e irraggiungibile: il Céline del Viaggio al termine della notte rivisto a passo di noir (c’è una scienza che si svolge proprio nella periferia parigina). Difficile remixare anche solo in parte la rapinosa petit musique della sua prosa. Certo Claudio Menni, nato nel 1964 (al Sud? la nota non lo svela), e ora residente nella provincia di Ravenna, romanziere esordiente e uomo dai mille mestieri (netturbino, bracciante, messo comunale, bagnino), non può avere quella disperazione lì (il confortevole mondo degli iperconsumi non la consente più) né può artificialmente riprodurre quella contingenza storica (le guerre, il colonialismo, i regimi totalitari). Però nella sua cieca estenuazione e soprattutto nella sua voglia inconsapevole di fallire, di rotolare, di perdere (e perdersi), ritroviamo un elemento di autenticità. Il protagonista – «livido, ferrigno, silenzioso, annebbiato e saldo nella penombra» – attraversa il romanzo con la sua disperata e stralunata vitalità. Le sue “avventure” richiamano quelle del Guizzardi dei romanzi di Celati, calato però in un mondo fumettistico, da B-movie polizziotesco, tra improbabili spacciatori, risse, prigioni e fughe in paesi esotici. La lingua per dirlo è eccessiva, a volte non addomesticata e vicina al parlato, in certe pagine debordante in altre improvvisamente povera fino all’afasia, ma anche in ciò conferma una vocazione genuina. Qualche spezzatura di troppo («Camminavo, e non ero John Malcovich»), che ci può stare in un’opera d’esordio. Poi, curiosamente, proprio nelle pagine finali, ambientate a Cuba, dove «brulicano le facce dei negri», una sorprendente normalizzazione espressiva: paesaggi e persone solo descritti in modo banale, solo illuminati da una lunga dietro le nuvole che si sfilacciano. Le pagine iniziali, sintatticamente scomposte, assai movimentate, lasciavano sperare di più. E così quelle – vivacissime – dedicate alla formazione del protagonista: la scuola, l’università (tra facce disegnate da Altan e soldati «rasati come uova sode, le orecchie ornavano le fisionomie come manici d’anfore antiche»). Poi il tono prevalente sembra essere semplicemente quello dell’ hard-boiled, del romanzo di genere: «Per noleggiare una macchina sganciamo di cauzione dollaroni duemila. Mi scoccia tanto che il grano l’ho tirato fuori io». Infine qualche riflesso violentemente misogino (le donne, tutte “strafighe” o “figone”, come in un film dei Vanzina, sembrano tutte irrealmente disponibili) che fa da contraltare a certo romanticismo dolente e scoperto. Se il «mondo è molle» e «l’aria è gomma» l’unica cosa giusta resta comunque saperlo abitare con spavalda allegria, fingendo di prenderlo sul serio.
05/02/2008 - Il Domani Sancho Panza ibridato con Don Chisciotte, di Sergio Rotino
Nel prendere mano a questo libro, la raccomandazione è di non farsi spaventare da quella specie di ottovolante dei tempi verbali che ne occupa la prima ventina di pagine. Lì è il prologo necessario a far partire Gardo Mongardo, riesordio del romagnolo Claudio Menni. Sono pagine necessarie a presentare Gardo, il personaggio principale, a dire com’è prima che la storia abbia veramente inizio e come non sarà mai più. Il succo del romanzo sta dopo, nel tappeto rutilante de “Le avventure di Gardo Mongardo”, capitolo unico, monstre, monoblocco in cui il personaggio lentamente si scioglie dalla contrattura interiore/esteriore che lo attanaglia inizialmente facendogli pian piano acquistare qualcosa di molto vicino a una coscienza di sé, ovvero qualcosa che prima non aveva. Perché prima era un postadolescente, un uomo sulla trentina confinato in una mentalità da ragazzetto; prima era una specie di folle rinchiuso in un atteggiamento compulsivo-ossessivo, tutto sesso e alcol e droga, tutto gesti istintuali e spigolosi. Il prologo ce lo spiega così, con un montaggio frenetico, aprendo al pretesto narrativo. Ovvero una fuga via dall’Italia per evitarsi galera e possibili ritorsioni violente dopo un atto inconsulto, che getta il nostro per il e nel mondo. Attenzione però, Gardo Mongardo non è il racconto di un balordo che scappa da Bologna, dalle sue strade e da certi ritmi provinciali. Almeno, non solo. È prima di tutto una sorta di diario formativo, l’apprendistato alla vita, a comprendersi, a vedersi finalmente. Così il suo girare dalla Francia al Brasile, a New York, al Messico prima di terminare in quella specie di cul-de-sac rigenerativo che appare Cuba, detta le tappe di un percorso formativo particolare. Menni dipinge il suo personaggio con penna sicura e una lingua percuttiva che permette di tratteggiarlo come agito da quanto gli gira attorno. E Gardo in effetti guarda, poi vede, ma quasi mai si abbandona al rovello interiore del pensiero. Tutto opera su di lui in presa diretta, tutto diventa esperienza ma non rimpianto. In realtà le sue avventure sono l’epica in minore di un antieroe puro, che si rifà in parte a Sancho Panza – ibridato con Don Chisciotte – e molto ha a che fare con l’acquisizione e la perdita di nuove figure parentelari, in sostituzione di altre assenti o lontane. Sopra tutte quella, falstaffiana e pantagruelica, di Theos Metha, greco, puttaniere, trafficone che la vita vuole praticamente possederla intera, insomma poter dire l’ultima parola su ogni cosa, maestro ma anche padre per Gardo. Ma ogni incontro avvicina questo personaggio a un affinamento della percezione di sé, al renderlo più che uomo, “umano”. Davvero, uno dei migliori personaggi della nostra nuova narrativa e uno dei romanzi da conservare nella memoria, insieme al nome del suo autore, per il futuro.
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