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Franca Mancinelli
Mala kruna
Descrizione:
Mala kruna, ossia piccola corona di spine, raccoglie versi costruiti intorno all’idea del viaggio del treno del proprio essere, scandito da progressive perdite e abbandoni, in tre età della vita.
Essenziali, incisivi, affilati sono la storia di un’esistenza, un romanzo poetico di formazione.
Argomento: Poesia
Collana: Pretesti
Anno 2007, 64 pagine -
€ 8,00 -
ISBN: 978-88-8176-953-7
Note: Premio Giusti Opera Prima 2009 e Bonanni 2008
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Franca Mancinelli è nata nel 1981 a Fano, dove vive. Si è laureata in Lettere moderne con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. È nella redazione di “Pelagos” e collabora con testi critici a vari periodici letterari. Sue poesie sono comparse in antologie e riviste cartacee e on line. Ha vinto con inediti il premio Senigallia – Valerio Volpini. Questo è il suo primo libro.
Mala kruna ha vinto il premio speciale giovani "Silvia Raimondo", all’interno del concorso letterario L'unione in poesia, con giuria presieduta da Giorgio Bàrberi Squarotti. Nel settembre 2009, la XXXI edizione del premio "Antica Badia di San Savino" (Pisa).
PRIMI VERSI
all’orizzonte un mare diverso fermava il sangue sotto le unghie; madre nera nell’isola ti venne a fianco e ti disse del vento, un cattivo tempo che non faceva partire le barche; poi fissò un punto sul muro lungo la strada iniziava una festa
mala kruna, disse piccola corona di spine.
Recensioni
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La generazione che doveva cambiare il mondo, di Matteo Fantuzzi
C’è stato un momento e non è passato tanto, in cui sembrava che il mondo della Poesia fosse tutto focalizzato sulla generazione dei Settanta. Di quella generazione s’è parlato, s’è discusso, ci si è incazzati parecchio, sono anche in risposta uscite antologie e lavori su chi in quel nucleo non era incluso (parlo soprattutto di quelli nati negli anni Sessanta che invece i riflettori nell’immaginario non ce li hanno mai avuti puntati contro: la generazione considerata “da proteggere”, considerata “poco esposta”). E che dire allora giustamente degli autori fuori dai circuiti che contano, fuori dalle riviste, fuori dal sistema ? Anche di loro s’è cominciato a parlare quasi fossero una razza ancora più da proteggere, a un certo punto s’è immaginato che davvero le cose dovessero cambiare, che fosse possibile. In realtà i meccanismi della Poesia sono sempre quelli, magari riletti in una chiave nuova, con nuovi mezzi, nuovi canali, nuove possibilità di accedere alle informazioni, ma se andiamo a guardare le modalità le cose non si sono modificate. Dipendiamo in un certo senso ancora dal sistema “fragile” che fa uscire ottimi libri per piccole case editrici, e altri libri discutibili in collane prestigiose, dove certe riviste e certe antologie “storiche” assumono ancora un peso importante. E dove un buon poeta non viene riconosciuto per strada, se parla sui giornali non parla di Poesia (al massimo di “metapoesia”) dove tutto è estremamente instabile, estremamente precario. Per questo credo sia ancora giusto avere nell’affrontare le cose poetiche una dimensione per così dire amichevole, per così dire familiare, di consigli da dirimpettai per delle buone letture. E così anche oggi faccio con tre libri che mi è capitato di leggere proprio in questi giorni. Mario Fresa ha fatto uscire “La dolce sorte” per le ed. Nuova Frontiera di Salerno, è una plaquette dove Fresa si misura sull’analisi delle cose minime (in un certo senso vedo un forte trait d’union col lavoro di Dagnino presentato nelle scorse settimane e questi lavori assieme ad altri come Pellegatta, Osti, Ricciardi vanno davvero verso una ben precisa linea, quella che si sta costruendo con molti degli autori presentati su L’Almanacco dello Specchio e prima ancora con Nuovissima Poesia Italiana), il punto però di vero interesse è (oltre alle capacità dimostrate) l’utilizzo della prosa poetica a raggiungere se possibile esiti ancora più felici, quasi che quella “linea” in maniera efficace riesca con le modalità utilizzate da Fresa. Sempre più vicino alla lezione di Amelia Rosselli è invece Massimo Sannelli che ha pubblicato “Nome, nome” per le Edizioni Il crocicchio. Il lavoro in questo caso risente della necessità privata di comprendere l’infanzia (la propria infanzia) e di comprendere altresì il proprio rapporto nei confronti della madre in un alternarsi che passa da fisico a spirituale mantenendo una certa forma privata, quasi che Sannelli voglia tenere una parte della questione per sé e arrivi a raccontare solo un’immagine (esemplificativa certo, ma sempre solo un’immagine, una figura) pubblica per poi spostare il resto delle vicende, quelle più strettamente personali, sul terreno mistico ripercorrendo anche qui schemi già visti nell’opera di Sannelli, in particolare in Santa Cecilia e l’angelo, uscito per le ed. Atelier. Infine è uscito per l’editore Piero Manni il libro di Franca Mancinelli “Mala kruna” di cui avevo parlato recentemente su Voci della Luna nella piccola analisi delle nuove poetesse italiane. Il libro letto nella sua interezza non tradisce le aspettative e si colloca nell’efficace linea della poesia che fa del corpo il proprio centro, dove ogni evento viene vissuto in maniera fisica, come un oggetto, da toccare o da accantonare, da buttare dietro le spalle o raccogliere e portare con sé. Buona lettura. State bene.
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Dietro le spine un'attesa, di Daniele Piccini
Mala kruna è un libro pieno di spine, intrecciato a grumi di consonanti. L’assente si disperde nel giro dei tempi e dei luoghi, per una sorta di fato da scontare. Talvolta “chiusa” fino all’impenetrabilità, la lingua di Franca Mancinelli cela un’attesa, che si ammanta di aculei e così, forse, si fortifica.
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Senza titolo
vorrei con le parole aprirti
questa vita come una mano
che sul tavolo capovolta
aspetta d’essere riempita
stretta nella tua. Vorrei la lingua
a chiudere ogni foro, a intonaco
di questo intreccio di sterpi bruciati.
Saremo due camicie
appese l’una dentro l’altra
per una stagione intera
dove la penombra ha immerso
l’amo negli inverni.
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Un rudere la casa, di Andrea Ponso
L’intonacatura come intonazione: potrebbe essere questa una possibile etichetta, per quanto odiose siano tutte le marche applicate alla poesia, per poter dire qualcosa intorno ai testi di Franca Mancinelli. Sì, attorno, perché questa poesia, apparentemente sottile e leggera, in realtà nasconde una forza di chiusura tenacissima, quasi maschile, e un’altrettanta crudeltà nei confronti di chi legge e di chi la avvicina. Chiusura e crudeltà, beninteso, patite in maniera molto forte dallo stesso poeta, quasi per assecondare una radice profondissima e inscalfibile, tragica. E sappiamo bene, del resto, che questa involontaria strategia, da non confondersi con più o meno programmatici trobar clus, si verifica solitamente laddove la ferita e l’emorragia è più copiosa e sanguinante.
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Poesie da Mala kruna e una lettera di Capodaglio
Pesaro, 28 agosto 2007
Cara Franca,
ho letto Mala kruna, la protagonista del quale mi fa pensare ai quadri di Egon Schiele, per come usa la lingua del corpo.
L’occhio nitido, i sensi vigili, il cuore esigente, la pronuncia composta fin nelle metafore audaci.
Sono le ore cruciali di una vita segnata dal dolore e dal coraggio, senza illusioni né voli sognati.
Dai molto e chiedi molto. E questo è sempre un segno di valore. Ti ringrazio allora e ti saluto
con affetto
Enrico Capodaglio
e la ragazza arco
appoggia un piede in aria e congiunge
costellazioni di non generati
al grido che ha rotto ora le acque,
appesa la pelle a un ramo cattura
il vento, è una busta della spesa
di desideri altrui
svaniti in uno sguardo
nel treno del mio sangue
salite
***
qua dove ogni parola è ramo rotto
albero di musica in riva al mare
quale piaga insieme siamo
distanti
solo arsa saliva pesto petto,
ma se gli occhi appoggiassero ai tuoi occhi
ogni nodo al sangue sarebbe fiocco.
***
mentre mi scucio e frano
lui bagna il dito sulla lingua e punta l’ago
nell’aria che mi salda.
Ha fatto uno zaino di me in un giorno
l’amore in petali sul pavimento.
Quand’era fondo il silenzio cantava
goccia caduta dentro le costole
si può respirare dalla sua bocca
come l’annegato e camminare
pestandogli i piedi,
ma le gambe vorrebbero fluttuare
come alghe al suono della sua voce
e lui continua a spingere la culla
il suo corpo come un pollice.
Fors’è annodato alle sue dita questo
gomitolo che srotola e svanisce.
***
vorrei con le parole aprirti
questa vita come una mano
che sul tavolo capovolta
aspetta d’essere riempita
stretta nella tua. Vorrei la lingua
a chiudere ogni foro, a intonaco
di questo intreccio di sterpi bruciati.
Saremo due camicie
appese l’una dentro l’altra
per una stagione intera
dove la penombra ha immerso
l’amo negli inverni.
***
il passo sui binari del suicida
svuota le bocche e spezza
le redini di affetti incontrollati.
Ora l’infante potrà camminare
con l’equilibrio che porta le braccia
a sollevarsi inermi dalla terra.
È un giorno strabico, e le persone
s’affacciano sul proprio sangue fermo
chiedendo dove sbuca la corrente
che spinge rossa e perfora gli occhi.
L’obitorio è un lago calmo: le barche
ovali come il seme di una donna,
la carne dove dorme sempre un figlio.
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Viaggiando verso se stessi
Viaggiando verso se stessi, verso la realtà e gli altri, due giovani poeti, Franca Mancinelli (Fano, 1981) e Stefano Sanchini, saranno presentati dal poeta Gianni D’Elia giovedì 21 alle 18:00 alla Biblioteca San Giovanni, con intermezzi e brani musicali composti ed eseguiti dal chitarrista Alessandro Buccioletti. (Pesaro, 1976) si sono ritrovati a lavorare sulle parole e infine a pubblicare il loro primo libro.
Mala kruna, in croato “piccola corona di spine”, attraversa la memoria dell’infanzia e le vicende dell’adolescenza, per arrivare ad un presente incerto, sullo sfondo costante del mare e di treni che partono e ritornano. Interrail raccoglie l’esperienza di un viaggio attraverso l’Europa e poi di un ritorno nei luoghi familiari, dove le parole si presentano come il compagno di viaggio di ogni giorno, l’avventura da ritentare.
Il viaggio narrato in Mala kruna è prima interiore, nel proprio vissuto, per poi aprirsi, nei testi conclusivi, all’incontro con l’altro. «Nel treno del mio sangue / salite», scrive Franca Mancinelli come in un invito a spezzare il cerchio del dolore, la chiusura verso gli altri e il mondo. E di fatti, negli ultimi testi compaiono alcuni ritratti, in cui a parlare è direttamente la persona incontrata. Così nel testo dedicato al fotoreporter Mario Dondero: «ora ogni cosa prima / di sciogliersi o partire / ha preso posto nella mia iride / vagone di seconda in quante città / sovraffollato».
Interrail di Stefano Sanchini raccoglie serate trascorse tra i bar, la spiaggia e le colline del pesarese, con gli amici e i tanti discorsi sulle cose di tutti i giorni, le letture, la politica. Ma la parola nasce anche da un lavorio condotto nella solitudine, è «strumento nato dal brusio del fuoco / e dal silenzio dei pesci». L’oralità ha un grande ruolo nella poesia di Sanchini, così come la volontà di confrontarsi sulle questioni che, dalla “marginalità” della provincia, rimbalzano lontano, fino a comprendere le guerre e le immagini che arrivano dai notiziari.
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Mala kruna quarantasei testi composti dal 2002 alla primavera del 2007, e disposti attorno a quattro sezioni che sono altrettante stazioni della vita: dall’infanzia di Oltre la giostra, all’adolescenza di Il mare nelle tempie, fino al tentativo di maturità di Nel treno del mio sangue e Un rudere la casa. Un “poetico romanzo di formazione”, dove versi affilati e incisivi riportano l’incandescenza del vissuto.
L’immagine di copertina è tratta da un dipinto della giovane pittrice serba Dunja Nedeljkovic: un tronco d’albero che, da una delle nostre colline affacciate sul mare, apre malinconicamente un occhio sul paesaggio, in una favolosa e inquietante metamorfosi.
L’epigrafe del libro riporta alcuni versi del canto di Ulisse (Inferno, XXVI): «né dolcezza di figlio / né la pieta del vecchio padre / ne’l debito amore»: un viaggio che parte dalla mancanza, dall’assenza, dall’abbandono, una volontà di attraversare l’avventura dell’esistenza.
Tutte le poesie cominciano con il carattere minuscolo, come fossero scritte dopo l’ascolto della voce di un altro. Di fatti la tensione ad uscire dall’io e dalla sua prigione è uno dei motori principali della raccolta. Da un incontro per strada, durante un viaggio in Croazia, è nata la poesia che apre e intitola il libro.
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Una piccola corona di spine per una delle migliori giovani poetesse italiane, di Alessandro Puglia
Come una madre nera nell’isola pronta a tessere storie; con le movenze di una donna sempre in seno alle cose; con la lucida violenza verbale di una passionaria la poesia di Franca Mancinelli si colloca in uno spazio aperto, con le sue voci (di perdita e abbandono) che stanno dentro la carne come un ago. Mala kruna è la parola magica che diventa cornice dell’opera, il segreto che regge sullo sfondo della pagina, una voce aperta tra ritmi ben scanditi e orchestrati e che dona all’opera una struttura molecolare ruotante attorno un unico simbolo: Mala kruna, ossia, in croato, “piccola corona di spine”. E nel viaggio di un’esistenza irrefrenabile si vede il volto di un nonno «che ascolta la radio e dice / a lui di lasciarti stare», un ricordo che «cresce ruga sul gomito», una presenza che è sempre là «oltre la giostra» o «oltre la linea mobile del grano». La giovane autrice marchigiana ha la densità e la pienezza della sua terra, un paesaggio che ammira mentre tutto passa («strade in collina dove il cielo / traspare dalle foglie»). E non solo, quel «lasciami come un gatto lontano / alla svolta» che fa pensare tanto alla poesia di Dario Bellezza, marche queste che non sono mai forzate: l’immagine del gatto è «sul ciglio di una strada / dove s’aprono valli di viti e ulivi». La tradizione, la ricchezza di un paesaggio collinare morbido e denso è tutto fissato dalla pienezza dei ricordi: «quando il filmino allenta / tornano al fianco solo nei pranzi: / con quanto stupore puntano il dito / su quegli anni di gioia». La poesia di Franca Mancinelli è in quel dito, in quel gesto che fisso punta una stagione che non potrà tornare più. Le mani allora diventano la culla dell’adolescenza, premute sulle labbra sono il luogo eterno dove si avvicina un fiore o si imprime il pensiero. In Mala kruna è forte l’idea di un’unione indissolubile: «siamo uniti e intrecciati con pazienza», «Saremo due camicie / appese l’una dentro l’altra», «staremmo come due cucchiai riposti / asciutti nel cassetto / [...] / o resteremmo nudi come chiodi / dimenticati in mezzo alla parete». L’allontanarsi di una certezza si profila intensamente nella seconda sezione dell’opera, Il mare nelle tempie, dove la donna torna nella sua stretta carnalità, nel suo essere sempre attaccata a un scoglio come “un anfibio sulla sponda” o “un’alga bruna” sempre investita da una luce obliqua che taglia e divide. Il mare sparso ed esteso sotto i colli è vissuto come uno spasimo, un mare che “batte nelle tempie e addormenta”. E poi un’infinita dolcezza che fa di questi abbandoni una trama fitta e presente: il mare lascerà spazio a quel «partire per tempo / accompagnarsi in gita». Nel trapasso dei giorni, nell’odore di una terra «morbida e pestata molte volte», la poesia di Franca Mancinelli resta sospesa da una spinta: una presenza costante che imprigiona il tempo, una presa, un’arteria spezzata, un’ombra dietro una culla.
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Un romanzo familiare, di Matteo Fantuzzi
Mala kruna, ovvero “piccola corona di spine”, opera prima della marchigiana Franca Mancinelli, si sviluppa come una sorta di romanzo familiare dove la poesia percorre e scandisce i tempi e la vita della protagonista, un’esistenza fatta di molte figure che nel tempo scorrono e si avvicendano con le poche certezze che i rapporti umani possono definire. In questa vita così precaria, continuamente modificata, il paesaggio poetico è preso nella propria interezza dalla figura narrante che, nonostante l’esile struttura, sembra in grado di reggere tutto il peso del vivere, tutti i cambiamenti, tutti gli addii.
Cambia in un certo senso la figura femminile rispetto ai “corpi forti”, cui le ultimissime poetesse italiane ci hanno abituato: non più insomma il segno con la pietra dura tracciato ad esempio da Elisa Biagini, Tiziana Cera Rosco, Laura Pugno o Sara Ventroni, quel segno che con il suo essere forte si porta dietro anche una disperata fragilità, quanto piuttosto una condizione in qualche modo almeno ultimamente “nuova” che oggi vede autrici come Franca Mancinelli o Isabella Leardini salire alla ribalta con un’idea di corpo come “albero sottile” in grado comunque, nonostante manchi completamente una muscolatura possente di sorreggere il mondo («hai baciato il mio osso sporgente / l’anca ramo ricurvo: / svanisce il filo di sassi sulla schiena / e ti siedo di fronte / a radici aperte», p. 25), dove l’amore stesso sembra così grande da potere attraversare tutto (sia quando è presente, sia quando è assente) come fa il chiodo attaccato alla parete: «se oggi avessimo la febbre insieme / staremmo come due cucchiai riposti / asciutti nel cassetto, / c’inventeremmo i piedi / avanti e indietro come stracci / per le carezze ai pavimenti, / o resteremmo nudi come chiodi / dimenticati in mezzo alla parete» (p. 41).
È piccola la corona di spine proprio come dice il titolo e sanguina in maniera naturale, comenon potesse fare altro: e così diviene una svolta ad esempio (e non invece per le sorelle anagraficamente maggiori) anche il parto, che perde buona parte del suo stato cruento per ritornare in un percorso di generazione naturale («e la ragazza arco / appoggia un piede in aria e congiunge / costellazioni di non generati / al grido che ha rotto ora le acque, / appesa la pelle a un ramo cattura / il vento, è una busta spesa / di desideri altrui / svaniti in uno sguardo», p. 30), come ad indicare in questo modo che abbassati i toni e gli obiettivi umani anche il continuo delle generazioni può essere perpetrato. L’epopea familiare, che a suo modo la Mancinelli racconta, propone anche un sorprendente attaccamento alla vita, anche quando questa è minima e le sofferenze non sono “sovraumane”, ma “quotidiane”, “popolari”: anche in questo senso la svolta generazionale è importante, tornano insomma temi e modi che negli ultimi anni le nuove autrici sembravano non volere più affrontare, troppo concentrate a ripercorrere le strade care alle poetesse degli anni Settanta e delle Avanguardie, troppo coinvolte e troppo innamorate, per esempio, da una poesia come quella di Amelia Rosselli.
Nei corsi e ricorsi storici invece la poesia di Franca Mancinelli si riconduce a un discorso intimo, più vicino se vogliamo al lavoro di Patrizia Cavalli di cui nelle molte differenze ripercorre “il respiro” («leggo stesa, il libro sul torace / è il mio terzo polmone / che s’apre e si richiude», p. 50) e così il verso, anch’esso mai barocco, quanto piuttosto essenziale, efficace, diretto, asciutto.
Un’opera prima significativa che svetta non tanto per i temi spesso anche nel recente passato affrontati da altri autori, ma per la capacità di afferrare con coscienza le questioni poetiche e il complicato equilibrio del verso, segni questi di possibili fortunati nuovi lavori e di un potenziale sicuramente interessante: «mentre mi scucio e frano / lui bagna il dito sulla lingua e punta l’ago / nell’aria che mi salda. / Ha fatto uno zaino di me in un giorno / l’amore in petali sul pavimento. / Quand’era fondo il silenzio cantava / goccia caduta dentro le costole // si può respirare dalla sua bocca / come l’annegato e camminare / pestandogli i piedi, / ma le gambe vorrebbero fluttuare / come alghe al suono della sua voce // e lui continua a spingere la culla / il suo corpo come un pollice. // Fors’è annodato alle sue questo / gomitolo che srotola e svanisce» (p. 38).
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Un rosario pungente, di Valerio Cuccaroni
Questo libro è una collana di spine (“mala kruna” in croato significa “piccola corona di spine”), è un rosario pungente per preghiere terrestri, corporali. Del rosario ha la mancanza di una vera e propria soluzione di continuità: ogni testo comincia con la minuscola quasi fosse la continuazione di un borbottìo interiore. Non c’è però un Dio a cui il poeta si rivolge, l’interlocutore è una presenza/assenza fisica: «se oggi avessimo la febbre insieme / staremmo come due cucchiai riposti / asciutti nel cassetto, / c’inventeremmo i piedi / avanti e indietro come stracci / per le carezze ai pavimenti». Della spina ha la capacità di penetrare: la ferita, il taglio, la puntura sono immagini centrali del libro. Con questo fare tagliente il poeta scava dentro i corpi, gli elementi naturali e artificiali del mondo circostante, che al suo sguardo e al suo soffio si trasformano in strumenti musicali: «qua dove ogni parola è ramo rotto / albero di musica in riva al mare»; «ho la forma dell’acqua e un suono / come ogni animale un verso» ; «guardo il buio con queste / corde che si muovono, e ascolto / la nave luminosa che si ferma». Ne risulta una musica creaturale, panica e metamorfica: «però ho sempre un amore che mi porta / come fossi il suo cane, / strattona se mi fermo ad annusare / queste mie gocce / prima del temporale»; «puoi poggiare la testa dove la terra affonda / molle, nella cuna tra i colli dove / si veste d’acqua». Straordinari questi versi: « [...] tutti / s’affrettano a coprire la paura / cercando di respirare in coro / al ritmo della specie». Con questo suo primo libro Franca Mancinelli si conferma come una delle migliori giovani poetesse marchigiane: la sua immaginazione è potente e la sua lingua precisa, sebbene ancora in fase di costituzione, non del tutto identificata, aperta a molteplici soluzioni.
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01/04/2008 - La Gru Osservazioni sul buio e sulla luce, di Norma Stramucci
Talmente è ricorrente in Mala kruna, opera prima di Franca Mancinelli, Manni 2007, la presenza della dicotomia buio/luce, che l’impressione, a lettura ultimata, è quella di essere entrati, e usciti, dal Tempio di Delfi, abitato da Apollo durante le estati calde e inondate di luce, e da Dioniso durante gli inverni, naturalmente scuri, bui. Il fatto è che, durante il breve soggiorno tra le pagine di Mala kruna, le divinità sono entrambe presenti e, attribuire all’una (Apollo, la coscienza) o all’altra (Dioniso, l’inconscio), le proprietà del buio e della luce, elementi presenti innumerevoli volte nel libro, è impresa ardua quanto inutile, dal momento che, tra l’uno e l’altra, Franca Mancinelli è costantemente «in bilico» (p. 16). L’accezione, inoltre, varia, e il buio è visto tanto nella sua valenza negativa: «non posso / dare la guancia al buio» (p. 14); «t’ha fatto il nero più buio degli occhi» (p. 34); «il rullo di granelli dentro al buio» (p. 33), quanto, a ben vedere, positiva: «nella notte un estuario le tue braccia» (p. 28); «la notte camminavo tra le zolle» (p. 33). Notti, queste, che rimandano a un altro conosciutissimo mito: Psiche era felice, al buio, con Eros. E dunque, in Mala kruna, il rimpianto di un tempo (o meglio, di una sosta) trascorso, non più esistente, ma non per un atto della propria volontà, è tanto più amaro proprio in quanto subito. L’abbandono si attesta non come l’ovvio buio, ma proprio come luce. È “la luce” che interrompe l’amore: «ora solleva una luce la terra» (p. 33). La luce stessa, dunque, è metafora certo del bene, quanto del male. Lo dimostra anche “la luce” di invidierai l’aria che rimane (p. 61), una luce asfittica, pesante.Dopo l’abbandono, restano dell’io narrante «briciole», «rottami» (p.42); resta una ragazza «scucita» (cfr. p. 38; altra metafora ricorrente questa dell’ago, dell’atto del cucire) che, punto dopo punto, si ricongiunge a se stessa; resta una «ragazza che ha lasciato / o forse perso / le valigie ad una sosta / e poi è trascorsa […]», trascorsa fino a diventare non più oggetto (ha lasciato; è trascorsa), ma soggetto dell’azione: «è trascorsa / picchiettando sui colori della città // ho la forma dell’acqua e un suono /come ogni animale un verso» (p. 51). Il ritrovare se stessa nella comunione con la le cose e la natura (la città e la pioggia), e gli esseri, coincide con la scoperta che nella notte un interruttore può essere acceso (cfr. p. 54). Solamente una coscienza poetica ferma e matura, quale appunto quella che Franca Mancinelli manifesta in Mala kruna, poteva, a questo punto e con questa immagine, chiudere circolarmente il libro, poiché, nella prima lirica la luce che appare è per l’appunto quella di «stanze accese» (p. 12).Il rifiuto di un «mondo fermo / di cose intonacate e appese» (p. 14) si realizza dunque in una personale via crucis (si motiva la definizione: lo stesso titolo, in croato, significa piccola corona di spine; il termine “stazione”, p. 49; il trovarsi “a formare una croce / piantata su una vetta”, p. 60). Ma le resta ancora un nuovo «partire» (p. 62), una nuova aderenza alla vita: «entrare con i piedi su una terra / morbida e pestata molte volte» (p. 62). Una terra che piace pensare non come vuoto, terreno familiare della morte (cfr. p. 29, con la marea che scopre le coperte), non come un passo nel vano buio di un ascensore, ma appunto come riconquista di un cammino nuovamente illuminato. Riprende insomma, Franca Mancinelli, per svilupparlo originalmente, il topos del “viandante” che al di fuori di sé ed in sé, pur subendo perdite e dolori, ritorna, e si riconosce.
01/05/2008 - Glamour Monitor time out
se oggi avessimo la febbre insieme
staremmo come due cucchiai riposti
asciutti nel cassetto,
c’inventeremmo i piedi
avanti e indietro come stracci
per le carezze ai pavimenti,
o resteremmo nudi come chiodi
dimenticati in mezzo alla parete.
La poesia di Franca Mancinelli (nata nel 1981) è lieve, ma pungente come certe piante selvatiche, con un senso tattile delle cose. Segni particolari del suo carattere: Franca è una grande osservatrice, sa indagare ogni particolare per coglierne il segreto. Ha scritto il libro Mala kruna (Manni editore).
07/05/2008 - Land La morte con la vita, di Rossella Renzi
Piccola corona di spine è la traduzione – dal croato – di Mala kruna, titolo del primo libro della poetessa Franca Mancinelli (marchigiana, classe 1981). Quelle parole hanno il sapore di un presagio, avvertito nella poesia che apre la raccolta, dove una madre nera interpreta il messaggio contenuto nell’aria: “ti venne a fianco e ti disse del vento / un cattivo tempo che non faceva / partire le barche”. Da subito si nomina il viaggio che accompagnerà, come una costante, tutta l’opera: dal passato si arriva a scrutare l’orizzonte, con momenti di dolore anche fisico, perché si viaggia attraverso il corpo.
Un percorso nel quotidiano che racconta le lotte domestiche, le fatiche di chi lavora e rientra nel “vagone di seconda in quante città / sovraffollate, la gente in piedi scossa / dalla stanchezza…” (p.53). Ma anche un cammino spirituale, a tratti religioso, dove “ogni passo è una stazione, / come la marea sale nel buio” (p.49).
Nelle prime due sezioni una voce bambina ricorda com’era “all’inizio della vita” (p. 28), quasi “una favola da raccontare” (p. 26), con la meraviglia, le zuffe, le attese, gli abbracci, il bene e il male vissuti nella casa: “è tornata la mamma e la gioia / parla forte / (…) / è un gatto per me?” (p.16). Qui la parola è come racchiusa, nell’attesa di maturare per poi alzare il tono verso la conclusione; parla “all’inizio del corpo” (p.21), con tono delicato sussurra: “Vieni negli anni muti, mani premute / sulle labbra” (p. 26), o ancora “la bolla di vita tenue / il sorriso chiuso nella pelle” (p.27). S’impone un linguaggio dei gesti, dell’istinto, quando “sono le mani a chiamarsi: / una lingua preistorica” (p.24); e sono, questi primi versi, popolati soprattutto da elementi naturali: mare - acqua - terra - animali - alberi - radici – fiori, in una fusione ancestrale tra corpo e natura, come vuole il titolo della seconda sezione Il mare nelle tempie.
Dentro queste immagini, però, qualcosa stride, s’incrina per un indizio ostile su ciò che riserva l’esistenza: “Non farti accorgere, non dirmelo / che la fuga s’è chiusa in un cerchio, / non darmi questo mondo fermo…” (p.14). Ecco il momento dissonante tra l’io e la realtà, l’attimo in cui si avverte la vertigine, o si precipita: “come dondola il mondo e le cose / di nuovo tremano, anch’io / sarò nel buio” (p.14).
Con movimento completo e circolare, “un giro intero ai pali” dell’altalena (p.37), la fanciulla viene proiettata nella vita adulta. E’ una tappa obbligata di quel viaggio, il varco cruciale che porta a un’altra età, l’adolescenza, che si manifesta come un frangente: “l’onda entrava nel costume verde. / Quando m’alzai sapevo / cos’accade a una donna” (p.22).
In questo passaggio dall’infanzia all’età matura non è difficile trovare un parallelo col dipinto di Gustav Klimt, Le tre età della donna (1905): un percorso nelle fasi decisive della vita femminile, interpretato come un rinnovamento, anche se nel quadro questo processo va letto in modo inverso (dalla vecchiaia si passa all’infanzia).
Viaggiare – come metafora del processo di maturazione - significa anche perdere piccole parti di sé, sbriciolandosi verso una disintegrazione che si ripete nelle poesie della terza sezione: “sono seduta in briciole” (p.44), “è la scure che ci abbatte” (p.45), “l’amore in petali sul pavimento”, “mentre mi scucio e frano” (p.38), “da piccole macerie / d’anno in anno t’ho raccolto” (p.34). Il soggetto si frantuma, ma contemporaneamente si riorganizza in una geografia del corpo evidente nelle molteplici tracce: dito - lingua - costole - bocca - piedi - gambe - voce - corpo - pollice, tutti compresi in un unico testo; e ancora: piaga - saliva - petto - occhi - sangue, in un altro. Per arrivare al titolo, centrale, della terza sezione: Nel treno del mio sangue, dove trasporto, dolore, organismo si fondono.
La scrittura di Mancinelli ha il pregio di avvicinare gli estremi, quando le “costellazioni” convivono con una “busta della spesa”, o quando si passa dai “non generati” al momento della nascita, col “grido che ha rotto ora le acque” (p.30). Questa percezione è rafforzata da alcuni elementi strutturali del libro: spesso il titolo delle sezioni risuona come un’eco di qualcosa già udito altrove, di espressioni ripetute nelle pagine precedenti (o successive). Così l’opera è suddivisa da momenti / titoli che sono di apertura ma anche di chiusura, in un movimento tutto circolare: “scandite al buio le parole sono un cerchio” (p.26). E allora, la morte si ricongiunge con la vita in modo esplicito e straordinario in questi versi: “L’obitorio è un lago calmo: le barche / ovali come il seme di una donna, / la carne dove dorme sempre un figlio.” (p.52)
01/04/2008 - Clandestino
L’avventura dell’esistenza, di Alessandro Forlani
Mala kruna, questa “piccola corona di spine”, è una poesia di risposte negate. Di trafitture o piuttosto di aghi. Di ruderi e perciò disfacimenti. Di sangue e di acque. Questi i geroglifici fondamentali dell’intima tetralogia (Oltre la giostra; Il mare nelle tempie; Nel treno del mio sangue; Un rudere la casa) di Franca Mancinelli.
La rovina, i frammenti, sono quelli degli affetti familiari, amorosi o amicali che segnano la persona e persino il paesaggio: quello marino e collinare del marchigiano, non nominato mai, quanto piuttosto mappato emozionalmente; così che dall’ampia distesa del mare, dalla mole dei colli, ci si trova in un battito cardiaco a tenere fra le mani “un tulipano” o “animali addormentati nella tana”. Il buio cala presto sulle rive, sugli “sterpi bruciati”; ci si “scuce” e si “frana”. Ma sono trafitture inesorabili, ineluttabili, necessarie. A volti senza nome che svaniscono nelle stagioni, alle ferite senza risposta del tempo, l’autrice oppone sensazioni e memorie: d’infanzia e d’adolescenza, con libri aperti sul petto “come un terzo polmone”, e giovinezza “d’appartamenti barricati”. Ma soprattutto oppone la “lingua”. Un verso che si spera possa «chiudere ogni foro», stendere “un intonaco”, ricomporre la frana. Non però sostituendo una metrica, e luoghi e corpi nuovi al ritmo del mondo; non è una lingua fisica, onomatopeica, che imita la consistenza oggettiva delle cose. È una lingua che si rimescola nel “sangue”, e dà nomi più ferini e più crudeli al sentire. Che dice che «con la marea che scopre le coperte / spuntano dalla pelle gli aghi».
Il valore della poesia di Franca Mancinelli sta nel non maturare alcuna egotistica weltanschauung,nell’accogliere l’avventura dell’esistenza lasciandosi, docilmente persino nel soffrire, incidere e attraversare. Poiché, come avvertono i versi di Dante in epigrafe alla raccolta (Inferno, XXVI, 94-95), «né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore» possono trattenerci dal percorrere il vivere.
24/05/08 - Liberal Una piccola corona di spine, di Loretto Rafanelli
Di questa opera prima di Franca Mancinelli, conviene partire dal titolo: Mala kruna (Manni editore, 64 pagine, 8,00 euro), spiegando che significa: piccola corona di spine. Una piccola corona che ricorda un presagio, un mistero, un mare diverso che «fermava il sangue sotto le unghie» e non faceva «partire le barche». Spine che accompagnano un’esistenza, una giovane esistenza (1981), quella della poetessa che racconta nel suo esile libro, le fasi di una vita, di un amore, di un viaggio. La sua è una ricorrente visione marina, quasi come fosse essa stessa un elemento d’acqua, di mare, quasi come ella avesse nel suo occhio una geografia di spiagge e di speranze, specie quando il treno scorre lungo il lato adriatico e risale all’improvviso nella lunga lingua di terra che porta all’interno, verso il Nord, e lascia il mare alle spalle con la sua improvvisa lontananza.
La poesia, si sa, racchiude in sé il miracolo del ricordo e dell’attesa, riporta con sé i fotogrammi di un viaggio, di un avvenire. Ciò che c’è nel cuore poetico della Mancinelli, già abile nell’usare i ferri della poesia, tanto che non si avverte che sia un esordio, ma piuttosto una conferma. Fa piacere che l’autrice esprima una sua via, evitando ermetismi eccessivi, o involuzioni ritmiche, così come viene evitato il dilettantesco ricorso alla facile musicalità.
Soprattutto, ulteriore prova di maturità, ci pare che la Mancinelli evidenzi una scrittura responsabile, umile, esente da presuntuosità, facilmente riscontrabili in tante raccolte giovanili. E si avverte anche una necessità. Insisto nel ricordare che la scrittura debba nascere da un atto di necessità, altrimenti la poesia non esiste. Non sempre è così. Ma è certo vero per questa «piccola corona di spine».
01/04/2008 - Scirocco
Il viaggio, di Marco Ferri
Franca Mancinelli è al suo primo libro di poesie e ha scelto come viatico un frammento dell’Ulisse dantesco, tra l’altro per indicare l’inizio del viaggio, uno scioglimento dei legami familiari, la maturità che intende affrontare dopo aver ripercorso in Mala Kruna (Manni 2007) “tre età della vita”, questo almeno viene affermato in quarta di copertina; quindi suppongo che si trovi – nella sua privata partizione temporale – in una sua terza età. Insisto sull’aggettivo possessivo perché implica anche una notazione di linguaggio: utilizzando una intuizione di Pier Vincenzo Mengaldo che era rivolta a una delle poetesse più inventive e inquietanti nel nostro panorama novecentesco, si potrebbe dire che Franca Mancinelli cerca di far coincidere una sua lingua privata con la lingua della poesia. Ora, mentre la lingua poetica di Amelia Rosselli è molto complessa e variegata, così come lo erano la condizione psicologica e lo stato gassoso delle sue angosce, quella alterazione fortemente dinamica e patologica della sensibilità che, diceva appunto Mengaldo, “lascia agire la lingua”; in Franca non sembra esserci nulla di patologico ma la sua poesia instaura un linguaggio parallelo, a volte reticente per riduzione rispetto al vissuto che riemerge, a volte gelosamente afasico quasi a salvaguardare l’unicità del proprio passato e l’anonimato delle figure che agiscono come sparring partner nel suo percorso poetico di formazione.
Non sappiamo chi è il lui delle poesie di Oltre la giostra e delle altre sezioni del libro, e probabilmente questo pronome indica più persone maschili di diversa età e ruolo che recitano come comparse affettive nella dinamica dei ricordi, forse per questo il lettore si trova incerto tra indicatori di linguaggio ambigui e riferimenti privati ancora caldi di sensibilità ma lasciati in un loro stato nascente, frammentari e genuini: «restano i suoi occhi lontano, / oltre la linea mobile del grano».
C’è questo rapporto contraddittorio tra una voce che “ditta dentro” però rispettando una deontologia della privacy e un mostrare e mostrarsi di una affettività sincera, germinale, che vorrebbe diventare linguaggio condiviso, umanità condivisa: credo che la ricchezza del libro sia proprio qui, nello stupore di una coscienza che colleziona amorosamente i propri frammenti più cari o più vividi, senza collocarli razionalmente nell’album degli schizzi che i viaggiatori portavano con sé mentre facevano le loro esperienze di vita. «Nel treno del mio sangue / salite».
Ecco allora che il lettore sale su un treno ancora più allegoricamente indiziario ed è costretto a fare come quel «piccolo animale / fermo sulla terra / annusata cercando la radice / la traccia». Franca ci avverte che «ogni passo è una stazione, / come la marea sale nel buio»: il suo sismografo capta segnali dal buio della coscienza, cerca di decifrarli, ma non solo, perché potremmo aggiungere che “la bussola va impazzita all’avventura / e il calcolo dei dadi più non torna”. Un sentimento analogo alla Casa dei doganieri è espresso qui nella quarta sezione, Un rudere la casa, una sensazione di perdita e di impossibilità del ritorno, la percezione di un tempo presente che frastorna la memoria e suggerisce immagini surreali, di derivazione pittorica oppure onirica: «il libro sul torace / è il mio terzo polmone / che s’apre e si richiude», «riponendo i pensieri nella cella / di un cruciverba senza spazi bianchi». La poesia di Franca è vissuta come viaggio dentro i propri labirinti interiori, dove avvengono strane commistioni e sinergie, dove il tempo storico è sospeso e il linguaggio diventa sintomo più che mezzo. In realtà, quando si vuole conoscere sé stessi e ci si immerge nelle profondità della propria interiorità, è facile smarrirsi in scenari dove l’io stesso diventa un’ombra e la realtà esterna viene riscritta secondo altri oscuri codici. La voce delle sirene era ammaliante e pericolosa, ma Ulisse voleva ascoltarla.
«La forma dell’acqua». Conversazione con Franca Mancinelli, di Lorenzo Franceschini
Mala kruna (Manni, 2007), della poetessa fanese Franca Mancinelli, è un libro d’esordio straordinariamente riuscito. La grande compattezza stilistica che abbraccia tutto il libro mostra un lavoro molto serio, col quale l’autrice ha saputo costruirsi quegli strumenti che le permettono di modulare il canto della propria esistenza.
Questo libro racconta la tua storia. Ha le caratteristiche degli scritti necessari, quelli che l’autore deve scrivere assolutamente. È stato davvero necessario per te scrivere questo libro?
Sì, con questo libro ho attraversato le mie ferite. E mi sono accorta soltanto dopo, quando era stampato, che in effetti un libro é una ferita rimarginata. Ho compreso anche un po’ l’incertezza a tratti ossessiva che mi aveva accompagnato nella stesura dei testi e poi nella costruzione di Mala kruna. In effetti per me un verso o una parola era una questione di vita, un po’ come lo era stato nel 2002, quando ho scritto i primi testi, la scoperta che non c’è dolore che non possa essere ruotato, capovolto, detto in diversi modi. Non c’è niente che possa inchiodarci, se noi usiamo la lingua siamo sempre in qualche modo vivi, in viaggio.
Alcuni testi di questo libro li ho sentiti come se avessi dovuto tatuarli in me; proprio come quando si decide di fare un tatuaggio, la necessità di quel disegno o quel colore deve essere assoluta. L’incertezza che mi dominava nella scrittura e nella scelta delle varianti era dovuta anche al fatto che sentivo di lavorare sul mio corpo. Era come se lo stessi ricostruendo dopo una frana. Un’altra parola era un’altra vena.
Nella prima sezione, la più antica di Mala kruna, è come se ci fosse sepolto un libro: una trentina e più di poesie narrative sull’infanzia, che hanno poi subito forti metamorfosi (nel senso dell’essenzialità e dell’elissi) o sono state abbandonate.
“Mala Kruna” è un bellissimo titolo, e tu lo hai raccontato nella poesia che apre il libro. Quell’espressione sembra una formula magica che rende possibile ritornare indietro nel tempo. Io ti ho ascoltato raccontare le circostanze in cui per la prima volta hai ascoltato quelle parole, e penso che conoscerne la storia non tolga nulla al loro fascino e al loro mistero. Vuoi raccontarcela?
Durante un viaggio in barca a vela che feci quando avevo diciassette anni, in un giorno di cattivo tempo ci fermammo in una piccola isola della Croazia di cui non ricordo il nome. Camminando per la strada principale di un paesino un’anziana mi si affiancò in una maniera così familiare che rimasi colpita, e mi disse queste due parole (mala kruna). Poi si fermò a guardare un volantino appeso sul lato della strada che annunciava una festa religiosa. Io pensai che mi avesse detto qualcosa di simile a “cattivo tempo”, come si usa a volte tanto per interloquire. Ma ero rimasta così folgorata da quell’incontro che il giorno successivo, in un mercatino, cercai un vocabolario di italiano e croato e lì trovai il significato di quella frase: mala significava piccola e kruna corona, anche corona di spine. Poi, a distanza di anni, ho deciso di aprire il mio libro con la poesia legata a questa vicenda e di intitolare il libro proprio Mala kruna. Non sono molto brava a trovare i titoli e devo dire che questo ad alcuni non ha convinto (a Giorgio Bàrberi Squarotti, ad esempio, e ad Alberto Bertoni). Ad ogni modo per me quella frase rappresenta un po’ l’inizio del viaggio; è un po’ come quando, nelle favole, il protagonista incontra una strega che dice qualcosa di vero sul suo destino, che annuncia una serie di prove da superare.
Parlami dell’esergo che apre il tuo libro, due versi della Divina Commedia, del canto di Ulisse: «né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ’l debito amore». Perché hai scelto questi versi?
Il XXVI canto dell’Inferno è uno dei canti che amo di più. I suoi versi, insieme ad altri di Dante, Petrarca, Leopardi, li scelsi fin dal liceo. Allora avevo l’abitudine di trascrivere i testi che più mi colpivano in un foglietto che portavo con me nelle passeggiate e nei giri in bicicletta serali, finché non li imparavo a memoria. Credo molto nell’importanza di avere nella memoria i versi che riteniamo fondamentali. Si sciolgono nel nostro sangue, nella nostra voce, possono tornare a farci compagnia in ogni momento.
Quei tre versi del canto di Ulisse sono come un raccoglimento prima di un salto, un momento negativo prima dello slancio del viaggio. Ma estrapolati così come li ho riportati in epigrafe rappresentano, se ci pensi, un dramma, un trauma. In tutto il libro ho cercato la lingua per dire quello che sembra incomunicabile (il dolore e la perdita andrebbero urlati oppure mimati; quando trovano le parole sono già altro). Quando, a libro concluso e ormai deciso nella sua struttura, mi sono trovata di fronte a quei tre versi ho riconosciuto, con un sorriso, che dicevano tutto quello che io non riuscivo o non ero riuscita a dire. Credo anche che, in Mala kurna, più che un vero e proprio viaggio ci sia un continuo e ripetuto tentativo di andare, di fuggire, di staccarsi. Un passo che viene accennato, ma non compiuto. L’andare è già liberarsi, mentre io ritorno sempre nelle mie prigioni (anche per questo era giusto che l’epigrafe contenesse l’abbandono dei legami affettivi che può preludere ad una partenza, come alla presa d’atto di una tragedia).
Chi è il tu a cui ti rivolgi nelle tue poesie? A volte sembra che ti rivolga a te stessa.
Nella prima sezione il tu è essenzialmente la figura paterna e poi anche quella di una sorta di amore infantile. Questa figura giganteggia e occupa tutto il campo visivo fino a risultare confusa, evanescente. Mi è così vicina che, in effetti, come dici, è probabile che non la distingua da me: è quasi un prolungamento delle mie emozioni e dei miei sensi. Poi, nella sezione che contiene in qualche modo la prima adolescenza (il mare nelle tempie) e ancora di più in quella successiva (il treno del mio sangue), il tu è l’amato, l’altro che si vorrebbe unito in modo indissolubile, in una pretesa impossibile di comunicazione prima delle parole. L’ultima sezione invece è quella in cui più tento di uscire da questa sorta di dramma interiore per incontrare gli altri, nella loro realtà. Qui il tu si incarna in una serie di ritratti, in una breve galleria di persone attraverso cui ho tentato di guardare (sono le poesie che vanno da un solo viaggio eterno, questa luce a da questo appartamento barricato).
Sono riconoscibili dei poeti che hanno influenzato la tua poesia, pur se hai saputo dare ai loro versi il timbro personale della tua voce. Vuoi dirmi quali sono gli autori che pensi ti abbiano più influenzata?
Posso risponderti dicendo chi sono i miei amori indiscussi: Pavese che ho conosciuto in terza media ed è stato in qualche modo il mio primo autore (prima leggevo libri per ragazzi, Il conte di Montecristo, la triologia di Calvino…); e poi Pessoa che ho incontrato al liceo durante un’influenza. Ma Pavese è indubbiamente quello a cui devo di più.
Gli anni poi dell’Università sono stati piuttosto deludenti. Immaginavo che scegliendo Lettere sarei potuta andare in fondo alla mia passione e invece mi sono ritrovata in una sequenza scandita di discipline e di voti da segnare. Poi per avere di che vivere ho dovuto anche fare due anni e più di SSIS (da cui esco proprio ora). L’impressione generale è quella di essermi inaridita e di avere perso quella ricchezza che avevo al liceo, quando passavo i miei pomeriggi a leggere Proust, Dostoevskij e gli autori che trovavo nella biblioteca di mio padre prima e poi in libreria.
Tu usi il verso libero, ma il tuo metro è come un approssimarsi a settenario ed endecasillabo, metri che costituiscono un fermo riferimento per il ritmo dei tuoi testi. Soprattutto l’endecasillabo è come il tema iniziale su cui poi si intessono le variazioni. È una scelta voluta, nata dalla volontà di agganciare la tua vicenda terrena a qualcosa di eterno, o è il risultato inconscio di quella che Ungaretti chiamava “l’indole dell’italiano”: la nostra inclinazione naturale all’endecasillabo? O neanche questo?
Forse nella metrica ho trovato un appiglio alla mia incertezza. Il fatto di scoprire che il verso su cui stavo lavorando era un endecasillabo o un settenario, mi era, soprattutto all’inizio, di un certo conforto. Poi, andando avanti, è come se quel respiro si sia incamerato in me. Recentemente ho fatto caso a come certi luoghi che mi sono cari siano soggetti a frane (penso alle colline intorno a Fano, vicino a monte Giove, alla zona dell’Ardizio e poi anche al San Bartolo). Il terreno argilloso e il tufo si sbriciolano facilmente. Anche nei miei testi ricorrono spesso frane, “scuciture” e crolli improvvisi. Se penso alla metrica mi viene in mente allora quella rete metallica, sottilissima, che mettono nei dirupi per arginare e contenere le frane.
La seconda sezione del tuo libro, quella dedicata alla prima adolescenza, ha un verso che mi è piaciuto tantissimo: «Tutte cose che non nascono da me». Qui mi sembra che tu abbia identificato bene la natura dell’uscita dall’infanzia: l’identificazione delle cose esterne a noi e il riconoscimento del fatto che ci sono estranee. Puoi parlarmi di questo?
Sì, in effetti uscire dall’infanzia è proprio accorgersi che gli altri sono lontani, che per raggiungerli bisogna adoperare la lingua, e in un modo tale in cui non eravamo abituati (prima d’allora parlavamo con chi ci era familiare e anche fisicamente contiguo). Uscire dall’infanzia è ridisegnare i confini tra noi e gli altri; riscoprire e ristabilire le vicinanze e le lontananze. È un periodo denso di delusioni che ho attraversato dopo la laurea, quando si spezza quel velo che ci aveva protetti fino ad allora.
Quel verso che citi è di una delle poesie più “ermetiche” del libro; volevo dire di come molte cose che ci accadono tornano con la regolarità di un’onda a batterci, a frantumarci. Noi non ne siamo responsabili (almeno apparentemente); registriamo soltanto l’accaduto come l’ennesimo incidente, l’ennesima ferita. È poi soltanto la consapevolezza che, quando avviene, ci permette di guardare indietro il ripetersi di certe vicende, di scoprire il «tempo conficcato come seme rotto», come qualcosa che non nasce, non va avanti, resta nella sua lacerazione.
A leggerlo con attenzione, il tuo libro è davvero appassionante. Vi si leggono i segni di una crisi che viene superata, ma poi si ripropone con forza tremenda («ed ora che potrei / stringermi all’incubo che ho gridato / chiudo le arterie e torno / monca alla vita»). Sembra che alla fine di questo viaggio tu abbia ottenuto qualcosa: dopo tanto soffrire, la ragazza ha trovato una sua identità, la poetessa ha trovato una sua voce («ho la forma dell’acqua e un suono / come ogni animale un verso»). Hai acquisito una forma, ma, paradossalmente, la forma è quella dell’acqua, che non ha alcuna forma... è come se avessi trovato molto più di una forma statica, magari certa e definita, ma chiusa, sclerotizzata, e difficilmente adattabile alle catastrofi della vita. Forse la condizione che hai raggiunto è la possibilità di vivere in tante diverse condizioni, aprendoti al mondo. Un’apertura ottenuta con la certezza di te stessa, che hai conquistato scavando dentro di te e dentro il tuo passato. Infatti, ora il tuo presente ha dei punti fissi, perché hai inserito nel tuo passato come dei segnalibri cui puoi affidarti per trovare ciò che cerchi («come l’interruttore nella notte / che trovo accarezzando la parete / del mio vivere so dov’è l’amore / a tentoni ritorno a sedici anni»). Sottoscrivi questa mia lettura?
Sì, anche se nell’ultima poesia che citi, la prima persona che parla è in realtà un amico. Questa è una di quelle poesie di cui ti dicevo prima, in cui cerco di dare la voce ad altri (che poi, inevitabilmente, mi somigliano, proiettano qualcosa di me).
È vero quello che dici, c’è una sorta di progressione nel libro. Anche se parlavo, più che di un viaggio, di una sorta di partenza rinviata all’infinito, in effetti, qualcosa dalla prima all’ultima sezione sento che è avvenuto. L’inquietudine che confusamente mi tratteneva, mi impediva (come nell’immagine delle barche e del sangue fermo nella prima poesia) è divenuta un dramma che ho attraversato, un dolore che ho percorso. L’apertura alla vita di cui parli, quel sentimento a volte anche euforico che mi prende e mi fa scorrere sulle cose con la “forma dell’acqua” è lo stesso che c’è nella poesia e la ragazza arco che è una sorta di autoritratto. In quest’accoglienza, in questo sentire che ad ogni passo è possibile che accadano cose grandissime, la ragazza unisce due poli opposti, macerie e nascite, incontri e abbandoni. Perché aprirsi alla vita può essere un’autodistruzione, un cancellare i propri confini, come un divenire qualche cosa che contiene gli altri e li porta, “nel treno del proprio sangue”.
01/05/2009 - La Clessidra
Una percezione nella propria esistenza, di Alessandro Moscè
Mala kruna di Franca Mancinelli, nata a Fano nel 1981, è una raccolta di poesie che dimostra come le Marche siano ancora foriere non solo di iniziative legate al mondo, vivissimo, di una nobile arte, ma anche capaci di esprimere voci giovani di sicuro affidamento. Mala kruna è un libro dove le metafore della Mancinelli sorprendono per la loro incisività e precisione. L’idea del viaggio in treno è concreta e al tempo stesso ideale. Progressive perdite e abbandoni, come riportato nella quarta di copertina, accompagnano la poetessa nel suo sostare e nel suo andare. Un romanzo poetico di formazione, senz’altro, questo Mala kruna (che vuol dire, in croato, “piccola corona di spine”). Si pensi ai versi d’apertura, ariosi e struggenti, lineari, e significanti nel loro afflato esistenziale: «all’orizzonte un mare diverso / fermava il mare sotto le sue unghie; / madre nera nell’isola / ti venne a fianco e ti disse del vento…».
C’è un altro aspetto saliente che cattura in questi versi, e cioè il rigore e la misura, senza sussulti, senza sfasature, sul piano strutturale. La parola stessa è perentoria, testimonianza di una vicenda autobiografica, di una ferita da chiudere nella vita e riversata nello scrivere. L’autrice si fa interprete di una domanda sul senso della perdita intesa anche come fine di qualcosa che non tornerà più. Una volontà, la sua, manifestata nel bisogno d’amore che risulta una richiesta garbata, una considerazione che va oltre il presente, oltre il contingente: «dal giorno che non rispondi allo sguardo / cresce ruga sul gomito il ricordo, / sui tavoli dell’asilo non segui / l’impronta non pensi / che oltre la giostra / c’è ancora lui che dorme in fondo, / e non lo puoi svegliare».
Un amore paziente e ostinato, scrive Franca Mancinelli, un orizzonte al quale credere, nonostante tutto. Una lotta che interpreta storie personali e micro-eventi, una ricerca che non si esaurisce in scarne considerazioni, ma si alimenta giorno per giorno come un riscatto, come una sorta di “sistemazione” interiore alla quale non si deve e non si può rinunciare. L’infanzia restituisce un’età chiave, e tutto si concentra in pochi anni che passano temporalmente ma che rimangono impressi come in un’invisibile incisione («quando il filmino allenta / tornano al fianco solo nei pranzi: / con quanto stupore puntano il dito / su quegli anni di gioia»).
Anni consueti e anni riguardati con “nostalgia creatrice”, con un bisogno d’abbandono che “reperisce” le cose e le riesamina attentamente. E ancora attimi che restano indelebili, abitudini, pensieri che affollano la mente specie nella sezione Un rudere la casa, probabilmente la più bella. Franca Mancinelli nomina «la forma dell’acqua» come qualcosa che le appartiene. Ed è proprio questo il lato più riuscito di Mala kruna nel progetto intenzionale: cogliere una percezione che transita nella propria esistenza, che si fa radice, sostanza, verità propria. Il dialogo inscenato include smarrimento e ritrovamento, fuggevolezza, il peso di interrogativi per lo più impliciti. Le associazioni mentali e l’affiorare spontaneo di un’attesa corroborano i versi senza cadute di tono. La parola asciutta risulta spesso fulminea, esatta, insostituibile. E con essa l’incedere in un viaggio che è soprattutto di conoscenza nella complessità del reale.
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Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
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