:: Manni Editori :: Home Page
 
   
 
 

Giovanni De Rose
Negli occhi di chi guarda



Descrizione:

Notte di San Lorenzo. Seduto sotto l’albero di Maria Fortuna un vecchio ricorda la straordinaria epopea della sua vita. E narra di quando nel 1909 lasciò il piccolo paese del Sud Italia dov’era nato per approdare negli Stati Uniti. Di come divenne amico del bandito John Dillinger, e poi di quando s’innamorò di un uomo, e con lui e una prostituta attraversò il deserto di Sonora. Racconta che partecipò alle lotte sindacali dei minatori di Bisbee, e con loro fu deportato nel deserto di Hermanas, regno di scorpioni e serpenti a sonagli. E ancora, dell’arruolamento nell’esercito, dell’epidemia di febbre spagnola, e finalmente del ritorno a casa, in Italia, con un tesoro di denaro e di amore.
È un romanzo di formazione e di ricerca, d’avventura e di scoperta di sé, della vita e della felicità.

Argomento: Narrativa

Collana:
Pretesti

Anno 2008, 264 pagine - € 17.00 - ISBN: 978-88-6266-004-4

Approfondimenti
Aspirante sommelier, appassionato viaggiatore, Giovanni De Rose è nato nel 1965 a Cosenza. Dal 1984 vive a Bologna dove si è laureato al Dams, e lavora presso l’Arci del capoluogo emiliano di cui è presidente.


INCIPIT


Vi siete mai fermati a guardare il mare calmo da un’altura?
D’inverno si possono trascorrere ore inseguendo il disegno delle correnti che si distinguono sull’acqua. Lo sguardo si perde nel labirinto di luci e di ombre, le correnti sembrano torrenti tortuosi che scorrono placidi sulla superficie: si allungano per chilometri, si corrono incontro e si confondono; si allargano e poi si separano nuovamente. E quando rinascono non sono più com’erano prima di incontrarsi. E se c’è il vento, allora, le ombre scompaiono, e la superficie s’increspa e diventa rugosa.
Da ragazzo osservavo il mare da qui. Proprio da sotto quest’albero di ulivo che tutti conoscono per l’albero di Maria Fortuna.
Siamo qui perché devo tenere fede a una promessa. Eleonora aspetta da tempo questa notte. È la notte di San Lorenzo, ed è una notte speciale… due volte speciale.
«La notte in cui compirò ottant’anni ti racconterò la storia della mia giovinezza» le ho promesso anni addietro. E ottant’anni li compio stanotte.
È curioso provare a ripercorrere i sentieri misteriosi attraverso cui si incrociano somiglianze tra lontani parenti. Prendete me ed Eleonora – per esempio. Guardatela: lei è alta, e ha i capelli biondi e ha gli occhi verdi. Nessuno sospetterebbe che discendiamo dalla stessa famiglia se non fosse per la luce degli occhi. Nei suoi brilla la stessa espressione di inquietudine che il mio maestro diceva di scorgere nei miei. La stessa luce che brillava negli occhi dello zio Ercole, disperso nel sud del Brasile, e in quelli azzurri, acquosi e tristi, di Maria Fortuna, cugina di mio padre che s’impiccò a un ramo di quest’albero di ulivo.
Ah, sapete… quando sono solo mi capita di guardarmi allo specchio. Ed è come se tra me e la mia immagine riflessa ci fosse un velo… una sorta di… di ragnatela grinzosa impressa sul volto; un intrico di solchi e di crepe mi deturpa il viso, tanto che io stesso faccio fatica a riconoscere Iennaro, l’antico guardiano di capre. E solo lo sguardo è rimasto quello di allora.
Tra tutte le cose scontate della vita quella meno sorprendente dovrebbe essere il trascorrere del tempo, eppure mi capita di chiedermi come tutto questo sia potuto accadere anche a me. Mi scopro invecchiato, colpito a tradimento mentre nutrivo la folle illusione che quello fosse un destino riservato solo agli altri.
E ora osservate; osservate laggiù! Godetevi l’estremo sussulto del giorno che muore; lo spettacolo dell’ultimo raggio del sole d’agosto che si placa dietro la linea dove finisce il mare. Nella penombra diventano più vivide le luci delle barche sull’acqua. E chissà chi sono, e che nomi hanno i pescatori che sono su quelle barche; e chissà che vite hanno, e che preoccupazioni. Chissà se hanno sogni, e se sono felici… E chissà dove nuotano in questo istante i pesci che più tardi finiranno in quelle reti. Li immagino che scivolano placidi nell’acqua. Avrebbero un’infinita libertà di movimento, e invece seguono traiettorie morbide oppure spigolose, ma tutte ugualmente disegnate da un destino che li porterà a impigliarsi nelle trappole parate dagli uomini.
Mi chiedo se tutto ciò che vi racconterò fosse già scritto.
Vi ha mai sfiorato il dubbio che siamo destinati a camminare lungo strade che qualcuno ha tracciato per noi, così come ha disegnato le traiettorie per quei pesci che presto finiranno nelle reti?

Ho avuto due madri, tre nomi e quattro padri. Sono morto e sono rinato. Ho sperato, mi sono illuso, ho pianto, ho gioito, ho amato; in una parola: ho vissuto. E ho vissuto appassionatamente. E tutto ciò che ho fatto – e che adesso vi racconterò – l’ho fatto per cercare una risposta. La risposta a una domanda che mi aveva fatto il mio maestro. E quella risposta io l’ho trovata! L’ho incontrata in luoghi vicini e l’ho rincorsa attraverso terre lontane; l’ho scovata nelle esistenze di uomini e donne che hanno nomi e storie che sembrano uscite dal cinematografo. E invece io li ho conosciuti e li ho toccati con queste mani ormai avvizzite. Ho inseguito quella risposta – dicevo –, non le ho concesso tregua. L’ho incalzata, e l’ho fatto per curiosità e per istinto di sopravvivenza.
«Credi nella Poesia, Iennaro?» la domanda. «Sì, io ci credo» la risposta. Tra l’una e l’altra centinaia di giorni, e avventure, emozioni, risate, lacrime e miglia. Da un capo all’altro della terra.

E ora è tempo di mantenere la promessa in questa notte ancora giovane. Notte incantata, ricca di stelle che si staccano dalla volta celeste e precipitano nel vuoto cosmico. Cadendo mostrano la scia infuocata a uomini che scrutano ansiosi il cielo, donano loro la speranza di un desiderio realizzato.
E ora assettatevi! E tu… tu, siediti qui vicino a me, Eleonora. E voialtri, sì anche voi mettetevi comodi, ché questa che sta per cominciare sarà una lunga notte.
E adesso avanti, che è già tempo.




Recensioni

15/04/2008   La Repubblica - Bologna

La felicità, sfuggente chimera, di Alessandro Castellari

Esce in libreria Negli occhi di chi guarda, il romanzo d’esordio di Giovanni De Rose. È una storia di amicizie e d’amori, di migrazioni contadine e di lotte operaie che Iennaro, l’ottuagenario protagonista, da un’altura di fronte al mare calmo di Calabria racconta della notte del 10 agosto ad un gruppo di giovani. E questo avvio è epico e dialogico dà il timbro caratteristico a tutta la narrazione e le imprime un sottile movimento poetico che ricorda la cornice narrativa della Notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani.
In questa ampia epopea dell’emigrante troviamo le ragioni per le quali un pastorello di capre si apre al mondo e concepisce l’idea di andare al di là dell’oceano a cercar fortuna. Ma troviamo anche le ragioni per le quali, nell’estate del 1917, scopre lo sfruttamento ed è vittima, nel distretto militare di Bisbee in Arizona, del rastrellamento e della deportazione che, insieme a più di mille minatori in sciopero, subisce da parte delle autorità locali sostenute dalla compagnia mineraria. Un avvenimento storico la «Bisbee’s deportado»che nel romanzo viene accuratamente ricostruito. Ma nel racconto di Iennaro troviamo ben di più: gli odori e i rumori del grande porto italiano da cui parte giovinetto, la prima impressione vertiginosa di Manhattan al suo arrivo, i colori accecanti del deserto di Sonora, il buio dei cunicoli della miniera di rame nelle viscere delle Mule Mountains dell’Arizona. Questa è una storia generosa di storie. Infatti il lettore scoprirà che Iennaro è figlio di due madri e quattro padri: e troverà innestate nel tronco principale della vicenda altre bellissime diramazioni narrative, quella dell’incontro di Giovanni e Filomena, quella di nonna Cicchina e dell’asina Garibalda, quella dell’infelice Rachel che si lascia andare alle correnti gelide dell’Hudson, quella del famoso bandito John Dillinger che affida a Iennaro la sua cintura.
Ma Negli occhi di chi guarda è soprattutto un romanzo di formazione che racconta della pinta, prima potente e irriflessa, poi sempre più responsabile e consapevole, che ci porta sulle vie del mondo a «tentare di essere felici». Iennaro, pastore di capre in Calabria, barbiere nel New Jersey, inserviente in un albergo di Tuxon, minatore nelle miniere di rame dell’Arizona, sa che si può inverare ciò che don Amedeo, il suo secondo «padre» gli ha insegnato da ragazzo: che la poesia della vita sta «negli occhi di chi guarda» e che ogni amore è un dono da custodire e rispettare. Così, in quel groviglio di circostanze che è il destino di ciascuno, Iennaro scopre l’amore per un altro uomo e, custodendolo e rispettandolo, coglie in esso la parte più vera di sé. È quell’arte del vivere che, come dicevano i Greci, consiste nel riconoscere le proprie potenzialità e il proprio carattere: quel dàimon da cui facevano derivare l’eudaimonìs, la felicità. Ed è proprio quest’ultima che ciascun uomo cerca con più insistenza come vero fine della propria esistenza. Di tante cose si narra in questo romanzo, ma questo è ciò che esso nel profondo ci svela.
04/05/2008   www.lamanicatagliata.com

Con dolcezza e malinconia, di Lucio Mattioli

Si tratta di uno splendido romanzo d'esordio. Un vecchio racconta di sé partendo dall'inizio, o quasi. Racconta della sua vita, straordinaria come ogni vita; del sud d'Italia d'inizio secolo, degli Stati Uniti, del suo amore per un uomo più anziano. Racconta con la dolcezza e la malinconia della vecchiaia. Con l'accuratezza dei ricordi indelebili che appartengono al cuore più che alla memoria e che regalano malinconia e tenerezza. Non ci capitava di leggere un romanzo d'esordio così da tempo. L'autore è Giovanni De Rose, quarantaquattrenne presidente di Arci a Bologna, dove vive e lavora. Un romanzo da non perdere.

27/05/2008   Il Domani

McCarthy e Conrad nel romanzo di De Rose, di Sergio Rotino

In chiusura di Negli occhi di chi guarda, Giovanni De Rose cita Cormac McCarthy. Lo fa per spiegare da dove abbia preso l’idea dell’aquila reale trafitta dalle spine di un cactus saguaro, nel pieno deserto di Sonora, uno dei tanti luoghi in cui è ambientato questo corposo romanzo d’esordio. Questo lascerebbe presupporre un legame diretto fra lo scrittore texano e l’ispirazione della storia – e delle storie – sviluppata nelle oltre duecento pagine di questo romanzo, che lo stesso autore presenterà insieme a a Roberto Grandi oggi alle ore 21 presso il circolo Arci “Bertold Brecht” di via Bentini 20 a Bologna. In realtà, anche dove alcune punte narrative potrebbero far pensare altrimenti, come nell’episodio posto quasi in apertura che descrive seccamente il morso rabbioso, primitivo, con susseguente distacco del mignolo operato da Cicchina ai danni della zingara che le aveva sottratto l’asina Isabella (“L’addentò selvaggiamente, e come una belva affondò i denti nella carne della mano con cui la zingara reggeva le redini”), McCarty c’entra poco o nulla. Involontariamente o meno, De Rose sembra invece pescare da certa narrativa latinoamericana, almeno per le atmosfere e per certo gusto nell’inserire un accento “ironico” in alcuni passaggi narrativi. E per accreditare questa tesi, basta andare a leggere l’episodio struggente dell’amore fra le statue lignee di due santi minori. Ma è solo un aspetto del romanzo, che si offre a molte altre interpretazioni. In effetti il percorso compiuto dal protagonista principale, il guardiano di pecore Iennaro, dal paesino calabrese di Spinacaggia fin dentro le viscere degli Stati Uniti e da lì indietro al punto di partenza, tutto concentrato nell’arco di circa un decennio, sembra rientrare nella grande casa dei romanzi di formazione, almeno dal Conrad di Linea d’ombra. Continuando a trovare assonanze, è proprio da Conrad che il quarantatreenne narratore di origine calabra, ma da sempre attivo su Bologna, trae l’elemento stilistico più forte: l’uso della narrazione cornice. La voce narrante di Iennaro è il mezzo necessario per dare voce agli altri personaggi della storia, per fare sì che vivano di vita propria all’interno del racconto di chi li ha conosciuti, amati, rispettati. Un espediente che consente a De Rose di creare la metafora perfetta di un passato che racconta il nostro presente. È attraverso questa metafora che, per fare un esempio, lo sciopero dei minatori nel distretto di Bisbee, il suo essere represso con la forza, con l’assassinio dei suoi capi, con il pervertimento delle loro motivazioni attraverso una stampa asservita, quello sciopero conclusosi con la deportazione nel deserto di oltre mille lavoratori, riverbera una realtà a noi estremamente vicina dentro cui ci muoviamo indifferenti e ignoranti. È quando indica il lavoro dei rappresentanti sindacali, quando sottolinea come l’arroganza padronale vada sempre di pari passo con una visione proterva, con l’asservimento della legge e dell’informazione ai propri fini che Negli occhi di chi guarda si fa romanzo contemporaneo, vicinissimo a noi  e non agli anni rivissuti da un ottuagenario Iennaro la sera di un 10 agosto, davanti al mare di Calabria. È allora che la sua picaresca avventura da emigrante, il suo trascorrerla attraversando dal 1909 al 1918 degli Stati Uniti ancora in fasce, il fatto che finalmente conosca se stesso e si faccia uomo attraverso la gioia e il dolore, nell’amore con un altro uomo, diviene opera-mondo proiettata oltre il puro racconto, capace di parlare al lettore, di farlo entrare veramente negli occhi di chi guarda.
01/06/2008   www.wumingfoundation.com
Realismo magico e manuali di storia, di Wu Ming 4

Deserto di Hermanas, New Mexico, 12 luglio 1917. Una distesa riarsa, costellata di cactus, i binari della ferrovia che si perdono all'orizzonte in entrambe le direzioni, avvoltoi che roteano su in alto, in attesa di un lauto pasto, serpenti a sonagli che sibilano sotto i sassi.
Potrebbe essere la scena iniziale di un film western. Ma non è completa.
Bisogna aggiungere un migliaio di disperati che si trascinano in mezzo alla polvere e alle sterpaglie. Non hanno acqua, né cibo, sono logori e stremati. Gli uomini dello sceriffo della contea di Cochise, Arizona, li hanno prelevati all'alba nelle loro case e chiusi dentro vagoni bestiame. Li hanno deportati in mezzo al deserto e li hanno abbandonati.
È questa la scena madre del romanzo di Giovanni De Rose, Negli occhi di chi guarda. È lenta la maturazione della partenza da un mondo piccolo e arcaico, cattolico e pagano al tempo stesso, caldo come l'utero materno, da cui però presto o tardi bisogna uscire. Almeno questa è la pulsione di Iennaro, spinto dalla propria voglia di vedere altro, ma anche dall'incontro con un padre putativo capace di capirlo e incoraggiarlo. Il viaggio è impresa, avventura, sofferenza, stipati come bestie nell'imbuto di Ellis Island, l'Isola delle Lacrime, dove le speranze di molti si infrangono ancora prima dell'approdo nel Nuovo Mondo. Devi essere sano, devi essere giovane e forte, devi poter lavorare. Altrimenti non servi, quindi non passi. Tuffarsi nelle acque gelide davanti a New York, cercare di attraversare da clandestini il braccio di mare che separa dalla terraferma, è il gesto disperato di pochi che non avranno fortuna.
Il paese che Iennaro troverà oltre oceano è fatto di molti paesi, molti angoli di mondo, una terra frazionata dalle diverse genti che arrivano in America con le proprie vite, credenze, superstizioni. L'America è ancora lontana, forse solo un'idea, uno scatolone vuoto da riempire con tutti i colori della terra. Ecco perché Iennaro, diventato Jimmy, dovrà andare a verificarla di persona la vastità di quell'ipotesi, il sogno del Grande Paese, spingendosi a ovest, come i pionieri prima di lui. Il suo viaggio decennale gli farà incrociare la strada di alcuni personaggi epocali, come il gangster John Dillinger. È così, con l'istinto del cantastorie, che il vecchio Iennaro romanza la propria biografia, popolandola di leggendari banditi e cowboy; ladri gentiluomini, più generosi di qualsiasi persona dabbene; grandiose puttane discendenti di Kit CarsonÈ questa l'America che Iennaro ha voluto riportarsi a casa, il sogno rocambolesco da far sopravvivere oltre la più crudele sconfitta, concretizzatasi all'alba di un giorno di luglio, quando è stato caricato a forza su un treno insieme ai compagni di lotta.
Proprio come in una favola western, alla fine arrivano i "nostri". Il XII° Cavalleggeri dell'esercito americano giunge a salvare i minatori di Bisbee. Ma quella che viene offerta è ancora una salvezza parziale, condizionata dalla scelta tra essere espulsi o guadagnarsi il permesso di soggiorno fornendo carne da cannone per le guerra in Europa. Un'opzione valida ancora oggi per molti che aspirano alla Carta Verde, e che per Iennaro segna comunque la via del ritorno. Ritorno a un vecchio continente sconvolto da un conflitto sanguinoso, decimato dalla guerra e dalle epidemie. Un ritorno che agli occhi caparbiamente eroici, poetici, del protagonista esige di diventare lieto fine, in barba alla cronologia, forse anche alla plausibilità.
"Ero partito per cercare una risposta, e cercandola avevo anche imparato che bisognava inseguire la felicità; e io l'avevo fatto e qualche volta mi era capitato di raggiungerla, e di camminare al suo fianco." È quello che in fondo tutti speriamo e che suona come un augurio, fatto sull'ultimo miglio, a coloro che proseguiranno il viaggio.; cavalcate nel deserto; tesori nascosti; perfino un grande libero amore, capace di stagliarsi oltre ogni pregiudizio. e gli uomini della sua banda, in un'ucronia talmente plausibile da passare inosservata fino alla fine, quando sopraggiunge l'illuminazione che la vicenda narrata non è altro che un poema. La canzone di un migrante che ha voluto vedere con i propri occhi e trovare la poesia a tutti i costi, la felicità oltre la sofferenza. "E dove non c'ero riuscito speravo che rimediassero gli anni. Il tempo, infatti, può avvolgere in un velo di sentimento ogni cosa, e può renderla migliore". , ed è anche un fatto storico, uno di quegli "scivoloni" che costellano la storia americana con tale frequenza da diventarne pilastri, spesso e volentieri rimossi dalla retorica a stelle e strisce. Di sicuro è un Far West molto diverso da quello che ci hanno raccontato i grandi registi di Hollywood.
Sì, perché quei mille deportati (1186, per la precisione) non sono indomiti Apaches, né prigionieri di guerra. Sono – erano – 229 messicani, 167 statunitensi, 80 serbi, 70 finlandesi, 67 irlandesi, 40 austriaci, 32 inglesi, 8 italiani, e poi montenegrini, canadesi, croati, olandesi, russi, spagnoli, fino a raggiungere 35 diverse nazionalità. C'è un pezzo di mondo globalizzato, quel giorno torrido d'estate, nel deserto del New Mexico. Ci sono i lavoratori emigrati in America da ogni continente, disposti a essere pagati meno dei colleghi americani, a ricoprire le mansioni più umili, più rischiose, nel ventre della terra, in fondo alle miniere d'argento e di rame. Il rame che serve per la guerra, lontano, in Europa, dove gli Stati Uniti combattono al fianco dell'Intesa. Ma può capitare, ed è capitato, che i sindacalisti itineranti dei primi anni del secolo, i Wobblies, gli agit prop dell'IWW, riescano a raccontare a quei poveracci una storia diversa, a far filtrare l'idea che può esistere un eguale diritto per tutti, che l'unione di classe fa la forza ed è un'arma importante.
Ecco chi sono quei 1186 uomini che stanno morendo di sete nel deserto di Hermanas. Scioperanti. Operai delle miniere di Bisbee, Arizona, capaci di bloccare i profitti di una grande impresa mineraria e rivendicarne una piccola parte per se stessi, sotto forma di paga migliore, maggiori misure di sicurezza, turni meno massacranti. Chiedevano questo e avevano talmente ragione che c'è voluta la forza per spegnere le loro voci. Adesso possono blaterare quanto vogliono... agli scorpioni e ai serpenti.
Ma la storia comincia molto tempo prima e molto lontano da lì. Per l'esattezza in un paesino della Calabria, tra le montagne e il mare. Perché questa è la storia di Iennaro, che ebbe "due madri, tre nomi e quattro padri", a cui un giorno chiesero se credesse nella poesia e dovette andare fino in America per trovare la risposta. Una risposta già implicita nelle pagine del romanzo, di una densità poetica rara per un esordio letterario (perché di questo si tratta), ma anche spia luminosa per il lettore: questo non è solo un romanzo di fatti e cronache trasposti in narrativa, non è un romanzo storico classicamente inteso. Bisogna stare attenti a non fidarsi troppo della memoria del vecchio Iennaro che, ottantenne, ci racconta la sua storia dal punto d'arrivo, che poi è lo stesso punto di partenza. La poesia è, appunto, negli occhi di chi guarda, cioè nel legame immateriale tra chi racconta e chi ascolta. La poesia accosta cose inaccostabili, vive di paradossi e di magia. Ecco, questo è un romanzo che ha più a che fare con il realismo magico che con i manuali di storia.
Eppure illustra un'epopea di carne e sudore, concreta come la puzza di corpi ammassati, come la fatica. Perché questo è stata l'emigrazione verso l'America, e questo è ancora l'emigrazione verso quell'America che è oggi l'Europa per molti disperati nel mondo. Allora, nei primi anni del Novecento, erano i nostri bisnonni a gettare il cuore oltreatlantico, rischiando tutto. I ruoli cambiano, ma le storie sono le stesse. Impossibile non leggere questa avvicente odissea dei pezzenti senza avvertire la sua immediata attualità.

Quest'articolo è uscito in versione ridotta sull'Unità del 17 giugno 2008

20/06/2008   Left

Un baule pieno di storie, di Filippo La Porta

L’io narrante all’inizio di Negli occhi di chi guarda di Giovanni De Rose, Iennaro, ormai ottantenne, ci invita – come un antico storyteller – ad assettarci per ascoltare la storia della sua vita («Ho avuto due madri, tre nomi e quattro padri. Sono morto e sono rinato…»), che durerà l’intera notte. Un po’ come Ulisse di ritorno a Itaca che trascorre la notte mediterranea piena di stelle raccontando a Eumeo, guardiano dei porci, le sue vicende. Ma confesso un pregiudizio. De Rose è presidente dell’Arci bolognese, è un dirigente di notevoli talenti organizzativi. A me sembrava già abbastanza “creativo” nel suo mestiere. Gli italiani soffrono, ahinoi, di una specie di “febbre” del romanzo. Quanti onesti, bravi architetti, medici, avvocati, eccetera, prima o poi mi confessano con orgoglio di avere un romanzo nel cassetto, convinti che quello sia l’unico modo per dimostrare la propria creatività. Eppure nel caso di De Rose si tratta di una vocazione affabulatoria genuina. Il suo romanzo nasce da una motivazione reale e si traduce in un autentico scialo di narratività: quasi ogni pagina, pur seguendo la vicenda principale del protagonista, un guardiano di capre che nel 1909 dalla Calabria va in America e ci sta per otto anni, contiene un miniromanzo. Nelle sue 250 pagine trovate di tutto, come in un vecchio baule. L’epopea dell’emigrazione (noto di sfuggita che in Italia non abbiamo un solo romanzo dell’emigrazione a parte il racconto di De Amicis Dagli Appennini alle Ande), il gangster John Dillinger, Kit Carson, le lotte sindacali dei minatori, la guerra con il Messico, la febbre spagnola, e soprattutto le icone classiche del West: la puttana del saloon, il deserto con i serpenti a sonagli, i luoghi topici del genere (Tucson, Yuma, il “fiume rosso”…). Il libro potrebbe inscriversi nell’attuale ritorno all’epica della nostra narrativa (Wu Ming, Lucarelli, Genna, Fois), ma direi che se ne distingue per una sua “natura” più naif e per una totale assenza di vezzi stilistici. Lo stile è curato e a tratti anonimo. Ma è proprio l’eccesso debordante di storie contenuto nel libro ad aver bisogno di un “veicolo” espressivo agile, di una scrittura trasparente, umile. De Rose mescola alto e basso vorticosamente: Corman McCarthy e le strisce di Cocco Bill, John Ford e Tex Willer, la grande tradizione orale e la pubblicità (la notte nera «come la pece nel deserto», o anche «…sfidavano la polvere, la calura, gli indiani ostili, le insidie del deserto»). La sua non è però un’operazione postmoderna, ironica e citazionistica. Il romanzo si presenta come omaggio commosso, sincero al genere western (forse amato nell’infanzia) e alla memoria dei padri. Con una piccola trasgressione al codice del genere: la relazione omosessuale del protagonista con Francis.
Alla fine Iennaro dice di aver incontrato la poesia, di averla saputa riconoscere ovunque. E questa è esattamente l’essenza dell’epica: l’intera esistenza – pur con le sue miserie, i suoi lutti e il suo orrore – diventa nel racconto epico una meravigliosa avventura, l’avvincente traiettoria disegnata da un Grande progettista.
05/09/2008   Carta

Gli occhi del migrante. Il Novecento di Iennaru, di Giuliano Santoro

Un’epopea migrante che parte dallo scenario incontaminato delle montagne dell’Appennino calabrese dei primi del Novecento e arriva fino al paesaggio western dell’Arizona del rapinatore John Dillinger. Una storia di avventura e di passioni che unisce il realismo magico sudamericano e il romanzo civile italiano. Questo è Negli occhi di chi guarda di Giovanni De Rose, presidente dell’Arci bolognese e scrittore esordiente.
La storia parte all’alba del secolo scorso da uno dei villaggi sospesi tra i due mari che contrappuntano le montagne calabresi. Qui Iennaru coltiva la sua smania di conoscere e la sua inquietudine esistenziale, anche grazie all’aiuto di un prete in esilio, che lo istruisce a inseguire l’amore a qualsiasi costo. Iennaru impara presto la forza della soggettività contro le pretese di oggettività: «La poesia è negli occhi di chi guarda», gli dice il suo maestro. Così, negli occhi di Iennaru passano l’oceano e lo sbarco a Ellis Island, l’arrivo a New York e la scoperta che le comunità etniche da spazi di accoglienza e mutualismo possono diventare anche luoghi di costrizione sociale. Per questo Iennaru, che è andato in America non per far soldi ma per smania di conoscere cose nuove, si rimette in viaggio e approda in un polveroso paese lungo la frontiera.
Conoscerà l’amore per un uomo e frequenterà una prostituta figlia di Kit Carson. Ma non si accontenterà neanche questa volta. si rimetterà in cammino e arriverà tra i minatori del New Mexico. All’alba della prima guerra mondiale, parteciperà agli scioperi degli Wobblies e sperimenterà la terribile repressione che si scaglia su chi osa mettere i bastoni tra le ruote della macchina da guerra messa in moto a tutta forza.
Pur tra ingenuità stilistiche e qualche passaggio eccessivamente retorico (una sottile ma importantissima differenza distingue chi gioca con il topos di un genere narrativo e chi se ne fa catturare), il romanzo di De Rose ha il pregio di ricordarci che la forza storica dell’emigrazione è dettata (anche) dalla curiosità e dalla creatività, oltre che dallo stato di necessità e dalla fuga dalla povertà. Troppo spesso la lettura «pietistica» di una certa sinistra lo aveva nascosto.
01/10/2008   Babilonia

Un viaggio epico, di Marco Cirrito

Dalla Calabria al New Messico in un viaggio epico, veicolato dalla liricità di Iennaro, il protagonista del romanzo, capace di sognare santi e vergini contese e in guerra tra loro, di farci sentire l’odore salmastro del porto, delle navi pronte a traghettare disperazioni e carni da una parte all’altra del pianeta, di una storia che è storia di tanti tra disperati e sopraffatti. Giovanni De Rose, novello romanziere, riesce a commuovere e a dimostrare la propria creatività letteraria con Negli occhi di chi guarda. Il libro è un mosaico di avventure da western, disperazione, amore, poesia in una meravigliosa eticità. E poi, l’amore con Francis, settantenne, che lo considera «l’estrema occasione per consumare tutto l’amore che gli era avanzato». Restano insieme più di 20 anni: il primo e più tenero amore di Iennaro. De Rose riesce in quel che tanti romanzieri ancora non sono riusciti: la scrittura semplice in una complessa narrazione. E Iennaro, provando a essere un uomo felice, ci rappresenta totalmente. Imperdibile.
01/12/2008   Aut
Un mosaico di voci e vicende, di Daniele Cenci

Dall’alto di una rupe sul mare, il vecchio Iennaro con la melopea stregata di un cantastorie ricuce la rete sfilacciata della sua esistenza, un labirinto di luci e di ombre che si confondono come le aggrovigliate coincidenze del suo destino. Quando era un ragazzino, Amedeo, un prete ‘esiliato’, gli aveva trasmesso la passione per la poesia, raccomandandogli “di non ergersi mai a giudice degli amori degli altri” e suscitando in lui un’ansia di evasione e di riscatto dalla miseria. Nel 1909, dopo un terremoto che sconquassa il sud Italia, Iennaro parte per il Nuovo Mondo. Qui sarà coinvolto nelle lotte sindacali in cui perderà l’amico James. Poi incontrerà Francis, con cui convivrà: il suo bacio gli farà provare la sensazione di “un uomo che torni a casa dopo una fuga durata un’eternità”. In seguito sognerà di poter un giorno rivenire con lui in Italia e di farlo accogliere dalla sua famiglia. Il finale a sorpresa (c’entra qualcosa un cinturone avuto dal bandito Dillinger) giunge a ricomporre le tessere di un mosaico pieno di vicende e di voci.
 
Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno (+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25).