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Carlo D’Amicis
Maledetto nei secoli dei secoli l’amore
Descrizione:
Solo fuori piove forte sulla strada e prima di dormire
penso solo che
(una volta, forse in sogno) forse ti vorrei tanto rivedere.
Ci si può assumere la responsabilità della morte di un uomo, dopo aver rifiutato quella della sua esistenza?
È quanto accade a Lady Mora, la spregiudicata chiromante protagonista di questo racconto, quando – unica parente rimasta in vita – è chiamata a decidere il destino di un cugino entrato in coma. Anni prima, fuggì il suo amore. Oggi, lo abbandonerà di nuovo?
Progetto grafico di Roberto Gorla e Michela Barbiero
Argomento: Narrativa
Collana: Chicchi
Anno 2008, 48 pagine -
€ 5,00 -
ISBN: 978-88-6266-083-9
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Carlo D’Amicis è nato a Taranto nel 1964. Il suo ultimo romanzo è La guerra dei cafoni, minimum fax 2008. INCIPIT
Caro cugino, mi dicono che parlarti aiuta (ora mi viene un dubbio: te o me, aiuterebbe?), in ogni caso mi dicono di parlarti e io ti parlo anche se parlare a un uomo in coma non è semplice, non tanto (molto poco, quasi niente) perché tu non mi rispondi (dal mio punto di vista, infatti, la cosa ha i suoi vantaggi) quanto perché (mentre io sono qua, concentrata nello sforzo di trovare le parole) ti sbavi addosso e mi opponi delle smorfie da non credere, ed effettivamente, all’inizio, io mica ci credevo (dunque mi vedi, ti dicevo agitandoti le braccia sotto il naso, dunque mi senti) e non credendoci, o credendoci a tal punto da pensare che nemmeno ero arrivata, nemmeno avevo preso posto al tuo capezzale, e già si stava compiendo (io stavo compiendo?) una specie di miracolo, urlavo all’infermiera (infermiera, infermiera!) che eri chiaramente sul punto di svegliarti, dal momento che (ecco, lo vede?) strabuzzavi gli occhi, abbozzavi una specie (una specie) di sorriso e sfiorandoti la mano (provi, senta) la stringevi con la forza di un uomo che anziché franare nel dirupo dell’oblio s’aggrappa alla vita (che anzi, aggrappandosi alla vita la risale), ma quella (l’infermiera bassa, la più bestia, quella che svuota il tuo catetere cantando Io tu e le rose) senza nemmeno degnarti di un’occhiata, senza nemmeno una formale disponibilità a considerare realistica l’ipotesi, mi diceva no signora (la flebo, però, gli va cambiata), mi diceva (con l’aria di chi ha cambiato molte flebo)guardi signora che è normale (sono io dunque quella strana, sono io – pensavo – che non so come vive un uomo in coma) e allora io pensavo (al di là del fatto che un uomo in coma forse muore), al di là del fatto che tu, cugino mio, mi guardi e non mi guardi da un altrove assai speciale (è sempre esotico – hai scarabocchiato sul depliant di un’agenzia di viaggi – il mondo selvaggio di chi è innamorato), pensavo (e ancora penso) che l’altro giorno ero in televisione a dissertare tranquillamente di Saturno in Giove, e ora guarda dentro che buco nero sono precipitata (normale, dice!)...
Recensioni
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Un chicco di noi, di Elisabetta Liguori
La casa editrice Manni continua da mesi a spargere piccoli chicchi nell’universo della narrativa italiana. Librettini di poche pagine, ma di grande rigore. Una collana fatta di semi. Qualcosa di intimamente fertile che ho avuto modo di conoscere solo di recente. Tra questi alcune sono autentiche perle.
Maledetto nei secoli dei secoli l’amore di Carlo D’Amicis, ad esempio, lo è.
A mio avviso lo è per due ragioni essenziali:
1) per la vivacità linguistica e il suo effetto apparentemente straniante
2) perché racconta in modo fulmineo e originalissimo quello che è il dramma, spesso sconosciuto o misconosciuto, della comunicazione interna alle coppie involontarie.
Ma procediamo per piccoli passi.
La sperimentazione linguistica e sintattica è da sempre uno dei punti di forza della scrittura di Carlo D’Amicis, basti soffermarsi sull’uso che lo stesso fa delle parentesi e della punteggiatura in alcune delle sue pubblicazioni precedenti, tra le mie più amate, come Amor Tavor per PeQuod o Escluso il cane per Minimumfax. In queste opere le parentesi tonde, che a volte si dilatano in maniera sorprendente, rappresentano il cuore pulsante della narrazione. Non hanno funzione pausativa o specificativa - o non solo quella - ma sono l’emozione che si fa curvilinea. Sono storia dentro la storia. Buco emotivo scavato dentro il plot. Singulto che non ha alcun legame grammaticale con il corpo del romanzo, ma solo sostanziale. Espressione chiara, quindi, di un contrasto, di un dubbio, di una paura. Nel chicco pubblicato per Manni, D’Amicis fa di più: elimina anche i punti e ci lascia respirare solo grazie a qualche contenuta virgola. Questa scelta sintattica rende il discorso concitato, affannoso e lo conduce scientemente ad una rapida brusca necessaria conclusione. Ma laddove non c’è il punto, ecco che subentra la sospensione angosciosa della parentesi tonda, che s’apre e si chiude a fatica come la bocca di un pesce fuori dall’acqua. La scelta tecnica è consapevole. Dolorosa. Racconta sapientemente lo strazio di una comunicazione impossibile e produce risultati sorprendenti.
“Caro cugino, mi dicono che parlarti aiuta (ora mi viene il dubbio : te o me, aiuterebbe?), in ogni caso mi dicono di parlarti e io ti parlo anche se parlare a un uomo in coma non è semplice, non tanto (molto poco, quasi niente)…”
Questo è l’incipit del Chicco di D’Amicis e, come è facile intuire, il problema della comunicazione sembra essere una delle chiavi di lettura più importanti del testo. I personaggi di questa storia sono due: Lady Mora, cinica donna dark dal cuore di pietra e dalla disarmante ironia, e il di lei cugino, l’uomo che la ama da sempre senza esserne riamato e che ora versa in stato di coma profondo, ormai trasformato in una sorta di interlocutore muto ad impulsi elettrici, di censore vano, di assurda ipotesi di un futuro ormai impossibile. Qui i livelli di comunicazione sono due: 1)quello di Lady Mora, donna Casa (di-mora) e donna irraggiungibile, con suo cugino innamorato e cieco, 2) quello tra scrittore e lettore, entrambi attoniti dinanzi a questo monologo, che vorrebbe essere un dialogo, ma non può più esserlo. Fra due amanti, ma anche fra due non – amanti, coppie involontarie, come dicevamo, comunque legate da un filo (amore, odio, fastidio, ossessione, parentela o altre possibilità), esiste un codice di comunicazione esclusivo. Faccio un esempio. Quando si entra in una stanza in cui ci sono due individui tra loro legati, lo si sente serpeggiare quel codice, se ne può percepire il flusso diretto di parole, di silenzi, concetti già espressi, domande risposte sempre le stesse. Non si sa nulla di quei due, della loro storia, del loro carattere, ma se ne percepisce il senso, nonostante il codice resti esclusivo, incomprensibile agli altri. Si può solo intuire che c’è, ma non utilizzarlo. Ecco, nel Chicco di D’Amicis quel codice serpeggia sinistro. È pienamente utilizzato eppure segreto. Così che ogni affermazione di Lady Mora, dolorosa, ironica, crudele, nostalgica che sia, appare come rispondente ad un codice privato, lontano e consolidato, ma irresistibile. Il lettore ne resta fuori, ma ne è attratto, incuriosito, comunque coinvolto, e più s’intestardisce, più Lady Mora gli appare odiosa, algida, altera, inconquistabile. Il lettore ha l’impressione di ascoltare qualcosa che non è destinato a lui, e se ne invaghisce. Funziona davvero.
Il lettore diventa Lady Mora e si sforza di entrare nelle sue parentesi tonde più intime. L’amore finisce per diventare ridicolo solo perché lo afferma Lady Mora. Lei che sa. Lei che non crede nell’amore, ma ci vive dentro (di professione fa la cartomante e disillude la gente senza davvero conoscerne il futuro) perché ha nelle sue mani il destino di un uomo, di quello che ne resta. Lei che conosce i codici della vita e della morte. Lei che possiede il segreto delle parentesi tonde che mettono in conflitto il dentro con il fuori, il bianco con il nero. Lei che ha perso l’interpunzione ed è costretta a parlare, parlare, parlare all’amore (così come il cugino scriveva e poi custodiva ovunque bigliettini d’amore, allo stesso modo la sua amata è costretta a ripetere a valanga locuzioni di non amore, per ribadirlo, per sostenerlo). Lei, la maga, che in sé raccoglie i destini di tutte le coppie destinate a non amarsi.
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Consigli di lettura, di Sergio Rotino
Altro gioiellino: Carlo D’Amicis, Maledetto nei secoli dei secoli l’amore. Serrato monologo (o lettera?) indirizzato dalla protagonista, Lady Mora, a suo cugino. Un cugino che l’ha sempre amata senza essere mai ricambiato, e che ora giace in coma. D’Amicis crea attorno a questo dramma una sorta di dialogo mancato fra chi ha sempre cercato l’amore e chi si ostina a negarne l’esistenza. Anche se tutto questo ostinato negare, lo rende presenza ineludibile, convitato con cui confrontarsi sempre.
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Il moonologo di Lady Mora, di Fernando Acitelli
Un amore tra cugini soltanto pensato, con lui unico a crederci. L’oltraggio degli anni porta entrambi in una differente deriva: per lui della malattia, per lei della estenuante interpretazione degli astri. Il monologo nel quale Lady Mora è bravissima innalza una rilettura dell’accaduto e di quanto sarebbe potuto succedere ma non v’è rimpianto in lei, solamente l’accoglimento del divenire: il divenuto è ancora qualcosa come forma. Nel racconto Maledetto nei secoli dei secoli l’amore Carlo D’Amicis ancora una volta s’impone con lo stile. Ma lo stile è già contenuto, cos’altro quella musica interna, dolorosa, e il ricorso frequente alle parentesi? Sono luoghi, queste ultime, entro cui si snoda altro narrato, come se l’appena detto avesse bisogno di nuovi muri portanti per sostenere l’architettura delle parole, il senso, l’esilità della vita.
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