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Antonio Errico
Stralune
Descrizione:
Un disertore ritorna nella notte. La memoria diventa corpo, diventa voce di madre, di figlia, di amante, di padre, di sé.
Sullo sfondo del tempo, una guerra.
Sul fondo della coscienza un ricordo. Mentre un’ombra richiama, frastorna, appare e scompare, protegge.
È un enigma, una verità, una menzogna, una passione, un delirio, un destino.
Così il racconto attraversa l’esistenza, si rispecchia nei passaggi di stagione, sprofonda e riemerge dal gorgo di un confronto con il passato misterioso.
Un romanzo con il linguaggio di un poema.
Un poema che ha le storie e i personaggi di un romanzo.
Argomento: Narrativa
Collana: Pretesti
Anno 2008, 152 pagine -
€ 14,00 -
ISBN: 978-88-6266-109-6
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Antonio Errico è nato in provincia di Lecce dove vive e lavora come dirigente scolastico.
Ha pubblicato Tra il meraviglioso e il quotidiano (1985), Favolerie (1996), Il racconto infinito (saggio su Luigi Malerba, 1998), Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999), Angeli regolari (2002), L’ultima caccia di Federico Re (2004), Salento con scritture (2005), Viaggio a Finibusterrae (2007), studi e racconti in volumi collettivi.
Collabora alle pagine culturali di quotidiani, a riviste letterarie e scolastiche. INCIPIT
Tre volte il giorno si era fatto chiaro e per tre volte poi si era scurito. Al terzo ritirarsi della luce oltrepassò il ponte che divide il paese in scirocco e tramontana, menzogna e verità, commedia e dramma, virtù e misfatto, ordine e subbuglio, sapienza e vanità, grazia e disgrazia, colpa e innocenza, castello e suburra, blandizie e calunnia, ossario e carnaio. Passò dove la strada si attorciglia intorno a una piazza d’armi disusata, poi per la contrada dei Samari, per la via infiorata, per il fetore che infesta l’angiporto, poi rasentò i bastioni che si alzano sul borgo protetto dalle torri d’aragona. Passò il trivio della Candelora. Per la breccia che si apre tra le mura. Sulle macerie accatastate dalla furia dell’ultimo assalto corazzato. Quando poi arrivò dov’è la porta grande e la strada non gli fece più paura, quando gli sembrò senza misura il tempo passato fino a quel ritorno, quando gli bastò guardarsi appena intorno per riconoscere luoghi, figurarsi sembianze, cominciava a piovere acquaneve. Ma quando pronunciò il nome del paese, con un sussurro, per sentirne il suono, rimbombò un guaito di cani alla catena, un singulto di civetta, lamentoso. Quando pronunciò il nome del paese per sentirne la concordanza col respiro, il nome gli ricadde dentro con un tonfo sordo, si storpiò nel frantume di un rumore, si dissipò nel deserto tutt’intorno. Così pronunciò un nome che non riconobbe. Fu come non lo avesse mai sentito. Un sussulto incomprensibile e improvviso. Un trasalimento per un’ombra di passato. Un ricordo risucchiato dal vortice di un fiato. Rimorso. Pentimento. Maleficio.
10/10/2009 - Storie di anima in pena, di Paolo Vincenti
Stralune, di Antonio Errico (Manni Editore 2008), “un romanzo con il linguaggio di un poema. Un poema che ha le storie e i personaggi di un romanzo”, secondo la definizione del suo stesso autore, è un continuo stralunarsi, nel senso di strabuzzare gli occhi di fronte alle sue pagine fitte di una prosa scintillante ed originale, nella sua liricità, della quale Errico è maestro, iniziatore, caposcuola, apristrada. Lui che si è abbeverato, durante i suoi studi, alla fonte dei classici latini e greci e poi dei grandi maestri della letteratura italiana e straniera, fari illuminanti nel suo percorso di scrittore, critico letterario e operatore culturale, lui che ha fatto l’apprendistato presso quel libero cantiere culturale salentino di cui era capomastro il capraricese “fabbricante d’armonie” Antonio Leonardo Verri, avendo come “compagni di strada e di parole” alcuni scrittori, poeti, editori, promotori culturali, che oggi costituiscono la punta di diamante dell’intellighenzia salentina non accademica, egli ha poi elaborato, negli anni, una propria poetica, affrancandosi dai suoi maggiori - Bodini, Toma, Pagano, Comi, Ercole Ugo D’Andrea, Corvaglia, Fiore, Moro, Bernardini, Durante -, e affiancandoli nel ghota degli scrittori salentini di sempre. Ed ora, dopo quel capolavoro che è Viaggio a Finibusterre, ormai un classico della letteratura salentina contemporanea, torna al suo pubblico con questo “Stralune”, e non può sfuggire che nei titoli delle sue due opere più importanti, non so se volutamente o meno,ci sia un rimando al più grande autore salentino di tutti i tempi, Vittorio Bodini: in Viaggio a Finibusterre si può cogliere il riferimento ad una lirica bodiniana molto nota,” Finibusterrae”, e in Stralune a “La Luna dei Borboni,” il titolo della sua principale raccolta poetica. Ora la “luna borbonica” di Bodini si moltiplica e diventano le “stralune” erri chiane. Venendo in media res, vale a dire all’ultima opera di Antonio Errico, un bestseller che ha già ricevuto moltissimi apprezzamenti dalla critica specializzata e un ottimo gradimento di pubblico, Il protagonista del romanzo è «Un disertore – come scrive lo stesso Errico in quarta di copertina – [che] ritorna nella notte [con] la memoria [che] diventa corpo, diventa voce di madre, di figlia, di amante, di padre, di sé. Sullo sfondo del tempo, una guerra». Sia il personaggio principale della narrazione, sia la guerra, dalla quale egli ritorna, avendo disertato, sia i coprotagonisti dell’opera non hanno nessuna connotazione ben definita ma sono voci, presenze ambigue, eteree, anime inquiete nella notte che le avvolge. E così molto inquietante è l’ombra, pure coprotagonista del romanzo, che segue dappresso il disertore, lo tallona, si insinua in quegli interstizi dell’anima, in quelli intervalli del tempo immobile, e poi scompare come è apparsa, sfugge alla comprensione del protagonista e nostra. Scrive Valeria Nicoletti su “QuiSalento” che “Stralune è un libro che si legge a mezza voce. Non si declama per non violarne l’intimità, per non indebolire il vigore di pensieri che da soli stringono la gola.” Non c’è nel romanzo, per dirla in termini tecnici, un momento di massima “Spannung”, ossia il momento di massima tensione narrativa, poiché per tutta la narrazione, che procede circolare, l’autore ha saputo tenere alta la tensione emotiva del lettore, dalla prima all’ultima pagina. Scrive Daniela Pastore su “La Gazzetta del Mezzogiorno” che “dei personaggi di Errico si innamora perdutamente chi ha avuto i vuoti, i silenzi, il tempo notturno per contare i granelli di sabbia di una clessidra. “Stralune” è poi una partitura musicale. Si legge come fosse una ballata, una musica araba, un canto antico. Il ritmo abbassa la soglia della reattività, induce all’abbandono. E’ una resa totale, alla fine, quella del lettore alla scrittura di Errico, al monologo del suo protagonista, veritiero o mendace che sia”.
Sul protagonista del romanzo, Antonio Errico scrive in esergo: “Colui che racconta è colui che ha tradito. / Si tenga conto di questo durante il racconto. / Se ne tenga conto quando il racconto è finito». Questo personaggio, il disertore, è l’epicentro del romanzo. Un personaggio tragico, animato da un cupio dissolvi , che accoglie nella propria figura tutti i riflessi nichilistici di una cultura e di una società che forse volgono al loro tramonto e portano con se, in questo annientamento, anche la vita del protagonista. Ma forse il suo cupio dissolvi, la sua voglia di sperdersi, è una tensione a ricongiungersi con l’infinito Tutto che poi coincide con l’infinito Nulla. Per quanto riguarda lo stile, Antonio Errico ha raggiunto ormai una cifra stilistica che ne fa un indiscusso punto di riferimento nella letteratura salentina e non solo. Questo si deve soprattutto alla sua prosa lirica che è la più originale, suadente, luccicante, adamantina ci sia oggi in giro. Colpisce soprattutto, nei suoi scritti, l’ipotassi, ossia la riduzione a poche parole di una frase, a volte anche ad una sola parola. Un’altra caratteristica precipua dell’arte di Errico è l’ossimoro, “histeron-proteron”, cioè il paradosso intrinseco alla sua scrittura, di vita-morte, presenza-assenza, fuga-ritorno. E poi l’anafora, l’iterazione , le numerose rime interne, assonanze, consonanze, e poi i neologismi, come «tralucere», «lucere di stelle», «lumera che arde», ecc. E, ancora, il gioco dei calchi, dei richiami che, in certe prose, esprime come una gioia intellettuale dell’autore nel lanciare questi imput ai propri lettori più attenti. Sono diversi i temi presenti nel romanzo. Uno di questi, indicato da Antonio Prete sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» è il «tema del ritorno». Un altro tema, indicato da Maurizio Nocera, è quello della dimenticanza, anzi della “ricordanza della dimenticanza”, che è un evidente ossimoro, ossia una contraddizione in termini; ma, e proprio questa è una delle caratteristiche principali del romanzo, come abbiamo già evidenziato, tutto l’impianto narrativo è sorretto da questa contraddizione terminologica fra dire e non dire, fra chiaro e scuro, vita e morte, buio e tenebre, partenza e ritorno. Un’altra importante tematica è quella del tempo, che fa da leit motiv di tutta l’opera di Errico: il tempo con le sue variabili, il tempo nelle sue infinite declinazioni, tempo passato, presente, futuro, tempo che passa senza lasciar traccia, oppure che si stratifica e che inchioda, il tempo vissuto e quello immaginato, il tempo passato che rivive nel ricordo, la memoria di un tempo mitico che è l’età dell’oro che ognuno di noi ha, ossia l’infanzia e l’adolescenza, oppure il tempo che è stato rimosso appunto dalla dimenticanza, il tempo nel senso fisico, cronologico, fatto di minuti, ore, giorni, anni, oppure quello interiore, fatto di ansie, gioie, dolori, speranze disilluse, il tempo di andare, il tempo di tornare, il tempo nel suo fluire lento oppure nello suo scorrere vorticoso, il tempo prefigurato di un futuro che ci aspetta e che aspettiamo con l’ottimismo di chi spera in un domani migliore oppure con l’angoscia di chi ha paura dei cambiamenti. Questa tematica del tempo è presente non solo, scopertamente, in questo romanzo, ma anche, in maniera meno immediata, negli altri romanzi. E questa sua sensibilità al passare del tempo accomuna Errico ai più grandi autori della letteratura di tutti i tempi i quali, nelle loro opere hanno cantato sempre e solo il tempo. I vari personaggi parlano ma a noi sembra che si tratti di un sonniloquio, di una lunga confessione notturna, e non sappiamo se, alla fine della notte, essi svaporeranno, con le prime luci dell’alba, o resteranno presenze tangibili nella loro vita che non è, non è più, o non è mai stata, la vita del protagonista. Vita sospesa , nella rarefazione delle atmosfere del romanzo, tra la notte con la sua nebulosità dionisiaca, regno delle sue forze oscure, mistiche e irrazionali, e il giorno, con la sua luminosità apollinea, con la sua razionalità. La scrittura si dipana fra questi due opposti che, come in ogni coincidentia oppositorum, si attraggono e si respingono, in un libero fluire delle emozioni sulla carta che a volte porta anche ad uscire dal senso, a perdere il filo della trama, se una direttrice di scrittura ci possa essere stata nelle intenzioni dell’autore. Ma tutta la scrittura di Errico si caratterizza per questi “sconfinamenti,” per usare un termine che fa parte del vocabolario lirico errichiano, per un “dereglement de sens”, cioè una libera fluttuazione dei pensieri e delle parole e, a volte, in ceri passaggi dei suoi libri di più vorticoso narrare, direi quasi che rasenta la scrittura automatica, nel senso heideggeriano secondo il quale non è l’autore a dominare la scrittura ma la scrittura a dominare l’autore, il significante che predomina sul significato. L’occhio attento e la sensibilità allenata dei lettori della prima ora di Antonio Errico potranno cogliere nel suo romanzo diverse chiavi di letture che, magicamente, apriranno le porte della percezione, per dirla con William Blake. Una chiave di lettura è quella della narrazione lineare di avvenimenti e di personaggi che compongono ogni fabula. L’altra chiave di lettura è quella magica o magico-animistica. Chi è il protagonista? È vivo o morto? E i personaggi con i quali si rapporta, sono vivi o morti? Questo non è possibile stabilirlo, nell’intersecazione dei piani narrativi fra l’osservazione oggettiva del mondo e quella interiore, psicologica, del personaggio narrante. In questa intersecazione, vengono meno le differenze fra mondo esterno e mondo interno, tra memoria e attesa del futuro. Mi viene in mente la trama di un bellissimo, film visto qualche anno fa, che è “The Hours”, con Nicole Kidman. Perciò io definirei questo romanzo un “giallo psicologico”. Un giallo irrisolto, senza nessuna epifania interna, senza riscatto finale del protagonista che troviamo in una sorta di caserma dei carabinieri che lo hanno trovato in evidente stato confusionale su una fredda panchina del centro e lo hanno condotto in centrale dove lo interrogano, con aria stralunata anch’essi, come stralunato appare il protagonista fino all’ultimo rigo del libro. Un’altra chiave di lettura può essere quella autobiografica. Di autobiografico, ma non stricto sensu, c’è il rispecchiarsi dell’autore in questo disertore, nella sua complessa vicenda esistenziale, che potrebbe essere la complessa vicenda esistenziale dell’autore stesso. Ritornando alla “ricordanza della dimenticanza”, può essere significativo questo lungo monologo della madre del protagonista: “ Dimentica i tuoi aquiloni, i giochi nei cortili, il tempo della semina, il mosto dentro i tini, i tamburelli nella notte, le barche di carta, il nano di legno che scendeva dalle scale, dimentica quante volte non hai saputo capire, dimentica quante volte non hai saputo ascoltare, dimentica tutti i giorni che hai pensato di fuggire, tutte le notti che hai sognato di tornare, dimentica la luce delle albe di aprile, poi tutto quello che non vorresti mai dimenticare, fai come se dovessi dimenticare la tua carne, come se dimenticassi che hai sangue nelle vene, dimentica tutto il bene che mi hai voluto e ti ho voluto, il male che ti ho fatto non venendoti a cercare». E questa “elegia della dimenticanza”, mi ricorda un brano di un altro poeta, un poeta cantautore, che Antonio Errico come me frequenta molto. Il cantautore è Roberto Vecchioni e il brano musicale è “Dimentica una cosa al giorno”, in cui Vecchioni dice alla madre le stesse cose che la madre nel romanzo di Errico dice al figlio. E’ doloroso questo ritorno sui propri passi del protagonista, sempre in bilico fra perdersi e ritrovarsi. E’ doloroso perché lui, ormai, è diventato straniero nella propria terra, che è diventata anch’essa una “Wastland”, una terra fredda e inospitale. Ed egli è diventato straniero, agli altri ed anche a se. È doloroso questo ritorno; infatti, per dirla con un altro cantautore molto amato da Antonio Errico, Francesco Guccini da Modena : “non bisognerebbe mai ritornare…”
Recensioni
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Un'empatia fra l'anima e la mente
Visionarietà, poesia, tensione. Un’empatia continua fra l’anima, la mente, l’interiorità di chi racconta e il mondo che lo circonda, mentre le emozioni che corrono inarrestabili, tra mille domande e l’inquietudine di un’introspezione che cerca la luce.
Antonio Errico torna in libreria con Stralune, un libro davvero speciale, e per dirla brevemente, come si legge sulla quarta di copertina, “un romanzo con il linguaggio di un poema. Un poema che ha le storie e i personaggi di un romanzo”.
Errico, maestro della parola, racconta l’eterna storia dell’uomo e della sua condanna alla solitudine, al ricordo, alla paura di ciò che non conosciamo. Il tutto con una prosa serrata che ha la metrica della poesia. Sullo sfondo di una guerra, un disertore torna nella notte.
Sul fondo della coscienza un ricordo. Mentre un’ombra richiama, frastorna, appare e scompare, protegge. È un enigma, una verità, una menzogna, una passione, un delirio, un destino…
Tocca corde profonde, come sempre, questo libro di Errico dove l’autore si mette in gioco e sa rapire e commuovere.
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Il ritorno del distertore, di Teo Pepe
Un romanzo scritto con il linguaggio di un poema, un poema che ha i personaggi di un romanzo. La sintesi – rubata alla quarta di copertina – è efficace ma non dice tutto perché Stralune, l’ultimo libro di Antonio Errico, è anche di più. È il viaggio visionario di un uomo, in una notte senza tempo, alla ricerca di se stesso, delle figure amate e perdute, un “disertore” che cerca disperatamente di riempire la solitudine tentando di riannodare i fili della propria esistenza.
Stralune è in fondo un bilancio. Esiste il momento giusto per fare bilanci?
Credo che scrittura sia sostanzialmente un bilancio, una sorta di resa dei conti con se stessi, con la propria gente, con la propria terra, con i vivi e con i morti, con il presente e con il passato. Poi ogni bilancio consuntivo serve per un bilancio di previsione. Questa è un’operazione che le aziende fanno ogni anno e che un uomo fa ogni giorno. Certo, ci sono innumerevoli metodi per fare un bilancio. Chi crede nel valore e nel senso delle parole e delle storie lo fa con le parole e con le storie.
Il tuo libro evoca una sorte di stato di trance, dove si fondono i ricordi, quindi ciò che “è stato”, e visioni, ovvero ciò che “poterebbe essere stato”… Sarebbe bello poter bussare ad una porta per tentare, come nel libro, di conoscere la verità. È una soluzione letteraria, ma non solo…
Non solo, è anche finzione. Sappiamo perfettamente che non esistono porte che si aprono svelandoci la verità. Come dici, quello che “è stato” e quello che “potrebbe essere stato” non fanno altro che creare un tempo differito, falso, cioè il tempo del racconto. Ogni racconto è sempre una menzogna, oppure un gioco, un camminare sul filo senza rete sotto.
Come altri tuoi libri, Stralune ha la forma di un poema. Perché questa scelta? Chi immagini che sia il tuo lettore?
Le parole e le storie esistono già tutte. Noi non possiamo inventare niente. Siamo soltanto copisti. Bene che ci vada riscrittori. L’unica cosa che possiamo fare è quella di cercare forme diverse per mettere insieme le parole e modi nuovi di raccontare vecchie storie. Sono convinto che il romanzo poematico sia coerente con questi tempi, perché costituisce la mistione di due generi fondamentali. Poi, la verità è che mi piace scrivere così. Non so chi possa essere il mio lettore. Se a Manzoni ne bastavano 25, io posso fare anche meno della metà.
C’è un Sud della memoria che emerge spesso dai tuoi scritti. Che cosa il Sud di oggi ha in meno di quello di ieri? E che cosa ha in più, detto da un uomo di scuola come te che investe sul futuro e sui giovani?
Di meno: passione, senso della misura, considerazione dei Padri. Di più: creatività, tensione aggregante, ricerca di libertà. Al di là di molti luoghi comuni, tutte le volte che ti confronti con i giovani ti accorgi che sono migliori di come eravamo noi alla loro età.
C’è un’iperproduzione “letteraria” in Puglia e in tutta Italia. Qualità a parte, come ti spieghi che l’obiettivo di “essere scrittore” si consolidi in una società dove pochissimi amano leggere?
Rina Durante e Aldo De Jaco sono durati 50 anni. Giovanni Bernardini ha pubblicato il primo libro credo nel ’69 e l’ultimo qualche giorno fa. Quanti di noi dureranno tanto tempo? Magari prendiamo l’impegno di ritrovarci qui tra vent’anni a fare il conto, se Dio vuole. Di una cosa però sono sicuro: che di quelli che scrivono un libro perché pensano che valga come tessera al circolo vip avremo anche dimenticato il nome.
Uomo di libri e uomo di scuola. La letteratura può aiutare i giovani ad avere un migliore rapporto con la realtà e con e stessi?
E se non lo fa la letteratura cos’altro lo può fare? Permettimi una citazione. Dice Iosif Brodskij che la letteratura ha la funzione di salvare il prossimo uomo, colui che verrà.
Da cosa ci dobbiamo difendere? Il protagonista di Stralune fugge la solitudine, quasi come se crescere, e vivere, facesse diventare più soli.
Dobbiamo difenderci dal vuoto che può crearsi intorno e dentro di noi. Gli altri sono essenziali per il nostro esistere. Il disertore di Stralune ritorna per ritrovare gli altri, per non essere più solo. Forse sono gli atri che sono fuggiti lontano con il pensiero, che negano all’uomo la possibilità del cambiamento, che rifiutano il perdono.
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Le ipnotiche stralune di Errico, di Daniela Pastore
Un disertore ritorna nella notte. Ha tradito una guerra in cui non crede per ritrovare la sua dimensione vera, per riabbracciare la madre, il padre, la donna amata, i figli. Per ricongiungersi con un Sud che è inciso nel suo dna.
È un viaggio raccontato con la lingua di un poema il nuovo, intenso romanzo di Antonio Errico, Stralune. È un itinerario tortuoso, labirintico, a tratti allucinato. Stralunato, appunto. Una dolcissima ipnosi che confonde e intrappola il lettore sin dalle prime pagine. Un romanzo senza nomi, perché i protagonisti sono archetipi che ognuno di noi riconosce per istinto.
“È la mia opera più matura – commenta lo scrittore – ci ho messo quattro anni a comporla, ha una struttura narrativa più complessa e completa rispetto a L’ultima caccia, il mio precedente romanzo sulla vita di Federico II.”
Ed è l’opera che più di ogni altra riesce a raccontare la maledizione/benedizione di essere generati a Sud. Le immagini del libro sono splendide tele ad olio: una madre che “vive morta” dentro una casa vuota, millepiedi arrotati sulla calce delle pareti, vigneti, fienili, controre deserte, fantasmi della memoria, processioni, fichi spaccati lasciati appassire al solleone, malinconie, latrati di cane nella notte, melagrani.
Il paesaggio esteriore finisce col confondersi con quello interiore. Ed allora chi racconta non è più affidabile. “Questo ritorno nel paese natio potrebbe essere reale, ma potrebbe essere anche solo il frutto dell’immaginazione del protagonista, uno stralunamento sul cammino della diserzione”, avverte Errico.
Del resto, il romanzo inizia con un avviso ai naviganti: “Colui che racconta è colui che ha tradito. Si tenga conto di questo durante il racconto. Se ne tenga conto quando il racconto è finito.” Di chi fidarsi allora? Di nessuno. È anche questo il Sud, il Salento. L’Oriente fedifrago delle Mille e una notte, il cono d’ombra di una realtà che senza “stralunamenti” potrebbe accecare. Dei personaggi di Errico si innamora perdutamente chi ha avuto i vuoti e i silenzi e il tempo notturno per contare i granelli di una clessidra. Quel “tempo perso” che ti fa poi gustare fino in fondo un racconto meridiano, un racconto che confonde le carte, che slabbra i contorni, che sospende l’esistenza.
Stralune è poi una partitura musicale. Si legge come fosse una ballata, una musica araba, un canto antico: “Sarà per la contezza che mi manca. Sarà perché mi manca la misura. Sarà perché mi manca respiro e nervatura. Sarà perché è la vita che mi manca.” Sarà, sarà, perché, perché… il ritmo abbassa la soglia della reattività, induce all’abbandono. È una resa totale, alla fine, quella del lettore alla scrittura di Errico, al monologo del suo protagonista, veritiero o mendace che sia. È una resa all’incanto della letteratura che, ha ragione Manganelli, è in fondo la più dolce menzogna che si possa raccontare.
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Sempre tornare, di Elisabetta Liguori
Quanto c’è di noi alla fine di un viaggio? Questo sembra essere il tema principe dell’ultimo romanzo di Antonio Errico – Stralune - di recente pubblicato dalla casa editrice salentina Manni. All’interno del viaggiare, direi, Errico è più catturato dal ritorno, che dalla partenza.
Quale è la trama di questo viaggiare? Un ipotetico disertore sfuggito ad un’ipotetica guerra torna nella sua ipotetica casa ed al suo ipotetico passato, finendo per cedere all’inganno del raccontarsi, qui inteso come esito drammatico ma necessario di un qualunque percorso. Perché questo titolo? Un buon titolo è sempre o un’anticipazione o una conferma di quello che il testo contiene, in una sorta d’accordo preliminare tra lettore e scrittore. A mio avviso il titolo scelto da Errico per questo nuovo romanzo è una confessione appassionata, è la descrizione sincera di un occhio che scrive. Quella che l’occhio di Errico produce, infatti, non è solo poesia, né solo prosa. È voce pastosa che parla nel sonno, voce implicita, libera, fasica, simbolica. Sincerità ispirata, grondante fisicità. Del sonno ha la stessa vaghezza. La densità, l’indolenza rivelatrice, la visionarietà ombrosa che procede per fasi umorali, illuminando la notte.
Da questo titolo è quindi naturale tornare al tema principale, dunque.
Il tema del viaggio, dobbiamo dirlo, non può che confrontarsi con quello del tempo, da sempre caro ad Antonio Errico. Il tempo passato qui diventa soggetto attivo, attraverso il ricorso ad un ombra/personaggio. L’ombra insegue la narrazione, la stimola e la rende più profonda, consapevole e acuta. L’ombra avverte, l’ombra ripete, in un gioco sapiente di contrasti l’ombra riesce persino a far luce. L’ombra frammenta i luoghi nelle diverse voci che agitano il paese del ritorno. La madre, il padre, l’amata: queste voci si alternano stralunate; a volte prese dallo stupore, altre dallo sgomento, reagiscono come possono alla tirannia della memoria. Altro punto fondante la narrazione di Errico, infatti, è proprio la memoria, della quale il ritorno e il tempo attraversato si nutrono inevitabilmente. Memoria intesa come balsamo o come malattia? Il disertore, dopo i primi passi incerti nella notte e i primi silenzi angosciosi, comincia a domandarsi a cosa potrà mai servire il suo ritorno, cosa potrà ritrovare, salvare, restituire, sanare. È inevitabile domandarselo, per lui come per tutti, ma quello che più colpisce il lettore è che la risposta a questa domanda universale per Antonio Errico passa essenzialmente attraverso la conoscenza del proprio padre, l’osservazione della propria ombra, l’attesa dell’alba.
I propri passi ripetuti nella casa di famiglia, soprattutto quelli sembrano essere l’aituo fondamentale. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un altro romanzo che, se pure con toni del tutto diversi, affronta lo stesso tema. Penso a La madre che mi manca di Joyce Carol Oates. In questo ultimo caso è la morte violenta della madre della protagonista ad obbligarla a tornare nella casa di famiglia, a calpestare passi antichi eppure incompresi, a toccare e ritoccare le vecchie mura deserte per tentare di comprendere tutto quello che è andato perso. Perché, per capire qualcosa di sé, è necessario ritornare, ma è pur vero che tutto quanto ci riguarda intimamente, tutto ciò che condiziona il nostro modo di essere, è accaduto quando eravamo troppo distratti e vivi per rendercene conto. Se è vero che il padre è l’origine, la ragione, il perché, l’ombra, è altrettanto vero che nulla sappiamo di quel “perché”, mentre accade. Cogliere a pieno il senso e il dettaglio di quella che è stata la vita dei nostri genitori è sempre gesto a posteriori. Non semplicemente memoria, ma ricostruzione tardiva. Dove ero io quando mia madre aveva quaranta anni e le cose più importanti della nostra vita si compivano? Dove eravamo noi? Chiedersi oggi “dove sono?” equivale per tutti a chiedersi “dove ero?”. La protagonista della storia della Carol Oates, come il reduce di Errico, tornano a se stessi dopo il tempo giusto, col giusto ritardo, e lo fanno per capire e capirsi. Entrambi toccano, calpestano, osservano i vecchi luoghi come se non li conoscessero affatto. Questo stupore stralunato, quindi, accomuna due romanzi seppur diversissimi per stili, atmosfere, ricercatezza del lessico, ambientazione, ma non solo questo. Anche il successivo bisogno di dimenticare le mura del passato, il loro richiamo da sirena, al fine unico di salvare la pelle ed il cuore. E se Errico è sud, lirico, elegante, pietroso, la Oates è America, spumeggiante, ironica, glamour, ma la vera narrazione è vita che va e ritorna come spola sul telaio. Sempre e ovunque.
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Passioni, paure e incantamenti, di Valeria Nicoletti
Stralune è un libro che si legge a mezza voce. Non si declama per non violarne l’intimità, per non indebolire il vigore di pensieri che da soli stringono la gola. È un libro che non si legge a mente, per non smorzare l’incisività di una prosa poetica struggente, il ritmo delle anafore, l’ammiccare di rime nascoste, il climax di passioni e paure e il susseguirsi di suoni che danno vita a incantamenti. Stralune si legge a metà respiro, per gustarne i contrasti, la ruvidezza delle parole, il languore dei sentimenti ritratti. Antonio Errico gioca con i contrari, le antinomie e, per dare il giusto riflesso, la sfumatura indovinata, ad ogni emozione, conia nuove parole. Buiore, sognamento, scurenza, così dipinge il dramma dell’attesa, il rumore del tempo che passa, il male di vivere giorni uguali, il dolore dei risvegli tutti grigi. Si traduce in una galleria di poemi, in una sequela di rimpianti e confessioni il racconto della crepa di una vita, nata in una terra dove si impara ad aspettare il niente, a convivere con un’attesa senza mete, uno scorrere di attimi infernali, di quell’inferno freddo senza né fiamme né forconi. Dal prologo iniziale, che richiama le atmosfere del Sergente nella neve, si intuisce la figura di un ultimo paladino, di un soldato reduce, sul viale del tramonto della sua cupa tragedia. Reduce in patria, lì dove anche il ritorno è uguale alla sconfitta, perché più non si distingue quel che c’è da quel che c’era, perché più non si riesce ad accettare che quello che si è visto crescere alla luce di anni verdi possa essere scomparso. Il luccichio di lustrini al petto, le gonne ampie dei balli, la musica, le giostre, tutto perso, niente è rimasto uguale, paziente fino al suo ritorno. Nel paese di ghirlande secche di case ormai morte, di alberi spogli, un’ombra sembra l’unica anima immune alla fredda immobilità invernale. Solo un’ombra che, come lo spirito del Natale passato di dickensiana memoria, riporta il figlio alla madre, il ragazzino dal padre, l’uomo dalla donna amata, per riaprire vecchie porte sprangate e rituffarsi in occhi bagnati di lacrime.
Si snocciola così il passato, il presente, un futuro sempre meno terso, di un uomo, la cui vita si fa leggenda. “Nessuno saprà se sono morto, perché non saprà mai se fui davvero vivo.” Questa parabola di una vita in guerra, in bilico tra la vita passata, amata e fuggita e un presente sempre più lacerato dai fantasmi di ieri si fa metafora di un territorio, si fa anima di un luogo, che ha visto tante partenze e pochi arrivi, che dice addio a occhi lucenti e visi freschi e riaccoglie in terra ostile membra stanche e anime nostalgiche. Qui si canta la “radice del ricordo”, di una latitudine che non cambia volto. Le coordinate spazio-temporali svaniscono “in una lenta dissolvenza”. Non ci sono nomi, non ci sono luoghi. Solo sembra di scorgere l’anima barocca di Lecce, di una città eccentrica questa volta tenuta a bada dall’intensità di vite vissute e consumatesi nei suoi vicoli, nelle sue casupole corrugate, sparite tra le pieghe delle vecchie mura. Emerge da quest’enigma che trascina fino all’ultimo un che di incompiuto, che si srotola disseminando indizi come un giallo, una luce forse dei primi decenni del Novecento, qui si tira a indovinare, che di sé mostra la ruota degli esposti, i platani del viale che porta alla stazione, la chiesa sconsacrata, la porta della lupa, lo scirocco impietoso e gli attimi di morte della controra. Tutto il resto è solo poesia, quella più autentica e cruda, delle mattine solitarie dove l’odore del caffè risveglia ricordi amari, quella dei letti troppo grandi caldi solo per metà, della luce scialba, indizio di vita fuori dalle persiane, del tempo “malazzato, stranito, avvelenato”, della solitudine che scatena un sospetto di castigo, del “maletempo cupo”.
“Cominciava a piovere acquaneve…”, su una magia di pioggia e gelo si alza il sipario, sull’unica mezza misura concessa a quelle terre che sono troppo ardenti. Ma quando la vera neve comincia a cadere, allora forse di favola si tratta, di contorni indecisi, di genere confusi, di realtà e finzione perché “non è bugiarda e non è sincera la storia che tutti raccontiamo di noi”. Questo è tempo di stralune, di illusioni perdute e alla resa dei conti non è vita quella che abbiamo vissuto, lo è quella che ne ricordiamo, lo è quella che gli altri ricordano di noi.
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Vorrei che tu fossi qui, di Vito Antonio Conte
“Remember when you were young, you shone like the sun...”, avete presente quest'incipit?, ricordate le note che accompagnano queste parole?, rammentate i Pink Floyd?, certo che sì! Così inizia uno dei loro più bei lavori, forse il più bello, anzi senza forse, e di più: il migliore in assoluto. Per me, s'intende. Sicuramente quello che amo senza fine! Il pezzo è “Shine On You Crazy Diamond”; l'album, un vecchio vinile del 1975, è “Wish You Were Here” che tradurre “Vorrei Che Tu Fossi Qui” è come dire tutto e come non dire niente. Come ripete, usando tutti i vocaboli di questa Terra (metteteci pure il prefisso Stra, se volete, ché diventi Straterra), in Stralune, Antonio Errico. In quel vecchio disco, sulla copertina, c'è una strada, una strada larga, uno stradone, una strada di magazzini e depositi, in un'imprecisata periferia, una strada deserta, così deserta che mai ne ho vista una più piena, una strada morta che mai ne ho vista una più viva, completamente deserta, con capannoni a destra e a sinistra, in perfetto stato, in perfetto ordine, in perfetto abbandono, tanto chiusi da sembrare aperti e popolati. Nessun veicolo, neanche una carta per terra, alcuna traccia di vita nell'aria e un brulicare denso di silenzio. Sullo sfondo un cielo che potrebbe essere primavera riflette ombre a mezzogiorno sull'asfalto consunto e lindo. In primo piano, subito dopo un tombino (a due bocche: una per l'inferno e l'altra per il paradiso, ché l'ingresso rimane unico...), due uomini (in abito e cravatta) si stringono la mano. Che ci fanno lì?, cosa ci fanno in un posto così? Ci sarebbe da chiedersi questo e altro se l'immagine fosse sottesa a una qualche realtà o se una qualunque realtà fosse stata fermata in quell'immagine. “Welcome my son, welcome to the machine where have you been?” (scriveva Waters). Invece, quell'immagine è il ritratto di un'assenza, l'assenza di un uomo, quello a destra, l'uomo che va in fiamme, quello senza volto, che brucia intanto che si leva un vento che soffia forte e anima un altro luogo, facendo rotolare via tutto quel che c'è. Tutto quel che non c'è.
Ascolto questa musica contenuta in quello che un tempo si chiamava LP e leggo Stralune, l'ultima scrittura amara di Antonio Errico. Della quale già è stato detto e, su questo giornale, bene. Della quale tanto ci sarebbe da dire, ancora. Mai così intrisa di amarezza la scrittura di Errico. Mai così melodiosamente dolce. Mai così profonda. Mai così sospesa. Mai così sua. “Come on in here, dear boy, have a cigar You're gonna go far, fly high You're never gonna die, you're gonna make it if you try; they're gonna love you Well l've always had a deep respect and I mean that most sincerely The band is just fantastic...”, ascolto da giorni, da giorni leggo, da giorni scrivo. Faccio tutto questo insieme. E altro. La mia matita si è fermata su diversi righi, ha annotato parole, ne ha cerchiate altre: scerabbà, reliquario, ambascia, calandra, lumera, megàna, scursone... E le reiterazioni, mai fine a se stesse. Che diventano voce. E le allitterazioni, mai mero esercizio poetico. Che fanno vibrare di suono le parole. E gli anacoluti, essenziali per dire quel che non si può. Che danno ritmo. E ti vedo Antonio, ti vedo come non t'ho mai visto, ti vedo ragazzino, ti vedo come non t'ho conosciuto, mentre ti tuffi dalla punta più alta a strapiombo sul mare della montagna spaccata e “So, so you think you can tell heaven from hell, blue skies from pain Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil, Do you think you can tell?” e vedo una vecchia tavola di un fumetto di guerra, ché amo i fumetti, tutti i fumetti, tranne quelli di guerra, e c'era un nippo perduto nella battaglia infinita ormai finita da anni mai veramente finita. E vedo la madre... e una donna... un'altra donna... il padre e, sempre, quell'ombra: una dannata bellissima ombra! E ricordo anch'io quella neve, forse un'altra o soltanto una fotografia: c'era la neve quella primavera, conservo quella neve in una fotografia. C'è la neve sui fichi d'india in quella fotografia... E ne sottrassi parole e le mandai lontano, dove non c'era più l'ombra, dove non c'era il mare, dove non c'era tempesta, dove per un amore senza misura sarei andato anch'io, dov'era un'altra casa, quella ch'era l'unica possibile, quella solo quella, quella soltanto, solo quella a quell'ora, nell'unica ora che ci è data, “Come on you boy-child, you winner and loser, Come on you miner for truth and delusion, and shine!”. Come dopo un'infinita spossatezza, tanto grande che per farla (almeno) capire (se non comprendere) è necessario usare per dodici volte la parola “stanco”, per dire tutta una notte, per far entrare chi legge in quella notte, per far toccare ogni istante di quella notte-vita-morte, per assaporare meglio la prima luce che non è ancora luce, ma è proprio lucire di primordio, carezza di preghiera, padre nostro che ho letto ai miei figli che, nel più bel silenzio che c'è stato con loro, hanno toccato, lo so, l'ho percepito dalla compostezza, gliel'ho rubato dagli sguardi, la mia voce tremula, ch'è stata grazie alla tua. E a quella di tutti quelli che hai raccontato, che non possono più raccontare e che ti hanno fatto raccontare. Ché questo è (anche) il tuo destino. E che sia un tradimento o una fedeltà lo sa davvero chi avrà un'altra vita. Non io, né tu e nessuno di voi. Ché questa, altrimenti, non avrebbe lo stesso senso. O non avrebbe affatto senso. Quel senso che, volendo, si può cambiare strada facendo. A pagina 150 della mia copia del libro ho annotato: 8.1.09 e, poi, sì, adesso posso andare. Per capire dovete leggere. Non la mia copia. Quella che comprerete: ché questo è un libro da tenere.
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Per il disertore o il suo fantasma è struggente l’attesa del niente, di Giacomo Annibaldis
Non c’è che un accento a distinguere il tràdito dal tradito, colui che tramanda da colui che diserta. E questa differenza luccica nelle prime parole del romanzo Stralune di Antonio Errico: «colui che racconta è colui che ha tradito». Il romanzo «stralunato» narra il ritorno di un militare al suo paese, alla sua casa. Un «soldato ardimentoso di ventura», si autodefinisce il protagonista, aggiungendo: «poi sarò forse una pallida figura». Mistero, penombre, dissolvenze si addensano su questo personaggio, che si muove in una notte gelida di fine anno, sotto l’acquaneve. Via via, il lettore carpirà dai monologhi e dai vaghi accenni notizie utili all’identificazione: si capirà che è un disertore, che venti anni prima si era rifiutato di marciare con il suo contingente presso un valico (ed era stato perciò minacciato dal suo sergente con una pistola alle tempie). Era un giorno dei primi di settembre, allora, e «il grano era mietuto, l’uva ancora acerba». E ora, dopo venti lunghi anni, il soldato è tornato, tra le tombe messapiche, tra i castelli e i torrioni di una città pugliese e adriatica, con il suo angiporto, dal quale si possono intravedere all’orizzonte i monti d’Albania (forse Otranto?). tutti elementi immersi nella nebbia e nel crepuscolo; in una trama d’azioni quasi inconsistenti e segnate da onirica dissoluzione. Tanto che il lettore potrà essere indotto in tentazione: quella di individuare nel suo ritorno a casa, il nòstos di un fantasma, di un’anima che non trova requie, che ha bisogno di ricapitolare «un passato pensato come un lungo desiderio». Ovvero – in un rovesciamento di inquietudine – il ritorno di un reduce che cerca di rivedere i luoghi e le persone care, diventate soltanto ombre, in cui la memoria «è come una salsedine, un alone di fuliggine che non va più via». Romanzo? Così viene definito in copertina Stralune di Errico: sinceramente a noi pare un accattivante poema in prosa. E della lirica calca tutte le tracce, con la dilatazione di percezioni e sentimenti, con il catalogo di emozioni, con la rifrazione descrittiva. Ma anche – sotto l’aspetto formale – con l’uso sapiente della rima interna, con l’impiega dell’anafora, la reiterazione lirica, con il gioco di titolare i capitoli con le prime parole (quasi petrarchesca canzone). Di certo l’accumulo di immagini e di sensazioni non può non ricordare il fremito del barocco salentino sovraccarico di putti, figure, bestiari, racemi e foglie… un dolce carico di crema e spezie. Anche qui c’è il Salento che Antonio Errico va raccontando nei suoi numerosi volumi o nei saggi, da Tra il meraviglioso e il quotidiano del 1985 al recente Viaggio a Finibusterrae del 2007. La cadenza dei capitoli propone una sua geometria, alternando quelli in terza persona con altri in cui personaggi diversi parlano in prima persona, in monologhi o lamenti. Nei primi il protagonista si muove si muove nel paesaggio notturno della città separata – da un ponte che la «divide in scirocco e tramontana, menzogna e verità, commedia e dramma»; qui egli è guidato da un’ombra sfuggente che lo adesca nei vicoli e lo conduce accadere e non è venuto, è l’«inaspettato che viene». Negli altri capitoli invece prendono la parola dapprima la madre, poi una ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia, la figlia di un padre «che non è più tornato», quindi la sua donna abbandonata senza un perché, e infine il padre. Ed è quest’ultimo a incitarlo ad andar via subito, a incitarlo a un’ulteriore diserzione, quella della memoria, della completa dimenticanza. Avvolti dal «sospetto che il senso vero dell’attesa sia l’aspettare il niente», ritroveremo infine un uomo congelato e smemorato sulla panchina di marmo, il 1° gennaio di un nuovo anno. E constateremo che l’arrivo di questo ignoto barbone vestito da militare è come l’affiorare di «un ricordo morto». Ma struggente.
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La guerra, la fuga, il ritorno, di Antonio Prete
Nel romanzo recente di Antonio Errico, Stralune (Manni, 2008) il tema del ritorno - il classico nóstos dalla guerra - ha al centro un personaggio che ha smarrimenti di sé e ombre di rammemorazione, ferite aperte e baluginanti soprassalti di angoscia, ritrovamenti di dolcezza e aridità sconfinata. E questo ventaglio ampio del sentire è affidato a un andamento che ha il ritmo come respiro e misura stessa del narrare. Per questo l’iterazione, la ripresa, il movimento di un dire che è poematico, diventano i modi propri del racconto. Non solo la lingua si allarga in volute infiorate e si gonfia, prende i modi della litania e del coro, ma anche la città di mare, le strade, le piazze, gli interni delle case, gli oggetti, le figure si allineano in una sorta di notturna trasparenza, una trasparenza appena allusa.
E tutto, affiorare di ricordi e vento di albe, frammenti di abbandoni amorosi e giochi d’infanzia, stordimento di paesaggi e seduzioni di corpi femminili, sere di festive luminarie e arsi pomeriggi di controra, proprio tutto precipita in questa iterazione. Che è come una musica ossessiva sulla quale si levano leggere variazioni tonali. E il sentire ha gradazioni che muovono dal monologo di un personaggio - la madre, il padre, il figlio stesso, l’ombra di una donna incontrata nella notte - e finiscono col costituire una messa in scena della condizione umana in quanto tale: affanno e consolazione, compianto e evocazione, lampeggiamenti e flussi di coscienza, interrogazioni e percezioni corporee dell’altro concorrono a creare queste scene, sospese, tutte, in una notturna inchiesta sul senso del passato, sul senso stesso dell’esistenza Il libro di Errico non si affida alla fabula ma alla sequenza dell’apparire, direi quasi a un teatro tragico, mediterraneo, greco, del ritorno. E si sa che nel ritorno non c’è il ritrovamento di quel mondo lasciato alla partenza, non c’è il ritrovamento di sé. Diciamo che il vero basso continuo di questo racconto-poema è il tempo, e dunque la memoria. La memoria offesa, travagliata, scompigliata, eppure tutta tesa a legarsi a fili e frammenti, ad apparizioni e barbagli di immagini che emergono dal buio, la memoria tutta tesa ad accogliere il ricordo che naviga nella nebulosa del già stato, dell’irreversibile, nella non consistenza di quel che è davvero finito.
La lingua di Errico qui prosegue, approfondendo ritmi e dispiegando modi elencativi, quel gusto della ripetizione, dell’accumulo, della sequenza svolta per addizione, già mostrato in precedenti prove, come Viaggio a Finibusterrae, libro tutto dedicato all’esplorazione del Salento, dei suoi miti e delle sue bellezze, delle sue luci e delle sue ferite. L’amplificazione, insomma, e la paratassi come modi incantatori, quasi liturgici, del narrare sono le cifre più evidenti.
Il racconto incontra a un certo punto l’invito di una voce a dimenticare, ma proprio nell’atto del dimenticare ricompare la vita in tutte le sue allucinate attrazioni, nei particolari perduti che tornano: animali, gesti, giocattoli, cibi, profumo del mare, luci della piazza, bolero della banda, «quaresime appese ai fili della luce», o ancora «nomi scritti sul vapore dei vetri». E c’è una casa perduta e sognata, come in ogni epica del ritorno, c’è una madre, anch’essa perduta e sognata, ma tutto è già accaduto, le ragazze, il loro profumo, la bellezza, tutto, quando si torna, è davvero già accaduto, nulla di nuovo si acquist nel ritorno. In effetti è proprio l’esperienza della lontananza che si perde nel ritorno. E che forse solo il ricordo, il ricordo nel racconto, può ancora attingere e preservare.
E il personaggio questo soltanto sa, dinanzi all’ombra di lei che ritrova tornando, sa che deve raccontare. Raccontare sottraendo immagini, e pensieri, alla nebulosa di una vita non vissuta se non nelle ferite di quel che è già mancante. Sa che deve raccontare i nomi che si scordano, le ombre, il vuoto che si sente dentro. Raccontare il nome del padre perduto, raccontare una notte, quella notte di guerra, la notte degli spari, della fuga. Raccontare la propria dimenticanza. Ed è allora che appare una possibilità. «Gli sembrò che adesso l’ombra sorridesse». Poteva andare, adesso.
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La serata delle Stralune, di Giuliana Scardino
Ombre e incantamenti, metafore avvolgenti e dissolvenze: sono queste le atmosfere di Stralune (Ed. Manni) l’ultimo libro di Antonio Errico, alla sua seconda prova come autore di romanzo. Il libro è stato presentato nei giorni scorsi nella sede dell’associazione, alla presenza oltre che dell’autore, di Giovanni Invitto (Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, Università del Salento), Teo Pepe (Caporedattore Cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia) e Simone Franco (attore).
Come in altri scritti di A. Errico, il lettore è da subito coinvolto in una narrazione che è riflessione interiore, ricerca ansiosa. La storia è quella di un disertore che torna, in una notte di fine anno, nella sua terra, nella sua casa, a fare i conti con il proprio passato. La memoria, reale protagonista del romanzo, si anima nella figura di alcuni personaggi: la madre, la prima a prendere parola, la figlia, la donna amata; poi il padre, che lo spinge ad allontanarsi, “Dimentica tutto. Questa notte stessa”, quasi a volerlo proteggere dal senso di colpa che in lui si sta insinuando sottile, inevitabile. Le loro voci e i loro ricordi s’intrecciano a quella di un’ombra misteriosa che insegue, conduce, appare e sfugge. Sullo sfondo, offuscati dal crepuscolo e dalla fitta acqua-neve, tempi e luoghi non definiti, una piazza, una torre, una città di mare, forse Otranto.
Un labirinto di vissuti ri-pensati, che riaffiorano, espressi attraverso un linguaggio poetico. Ancor più in questa prova emerge lo scavo della parola, il ricorso ad anafore, il ripetersi ossessivo delle parole come litanie, l’uso dei contrari, la creazione di nuove parole.
Memoria e viaggio (altro tema caro allo scrittore) che si fondono creando immagini suggestive espresse con un linguaggio musicale. E come la musica che, come qualcuno ha detto, trasmette un “alone di significati”e crea spazi e luoghi che mettono in corrispondenza il compositore con chi ascolta, allo stesso modo le pagine di questo romanzo emozionano, perché creano la condivisione tra il narratore e il lettore, di un tempo interiore, evocato, immaginato e vissuto.
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18/01/2009 - Città magazine Libri, di Daria Ricci
Parole, virgole, punti. Frasi, brevi. Un narrare rapido, un poema. O meglio un narrare in versi che racchiude un romanzo. ‘Un poema che ha le storie e i personaggi di un romanzo’. Per dire di un passato. Dove parlano i ricordi, gli umori. Un padre, una madre, un figlio, una donna. E dicono le strade, il mare. Dicono il non detto. Il dolore. La gioia. Corpi femminili. Pomeriggi d’estate. E’ nelle librerie l’ultimo lavoro di Antonio Errico Stralune edito da Manni. 152 pagine che scorrono velocemente e ti entrano nell’anima. Antonio Errico, dirigente scolastico, ha già pubblicato Tra il meraviglioso e il quotidiano, Favolerie, Il racconto infinito (saggio su Luigi Malerba), Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare, Angeli regolari, L’ultima caccia di Federico Re, Salento con scritture, Viaggio a Finibusterrae.
‘Un disertore che ritorna nella notte’.
Il ritorno per ricordare.
Dire del presente per dire del passato. “Il racconto attraversa l’esistenza, si rispecchia nei passaggi di stagione, sprofonda e riemerge dal gorgo di un confronto con il passato misterioso”.
Raccontare per Antonio Errico è svelare, riuscire a dire. Trovare le parole. Il non detto che esce dall’anima.
“Volevo trovare le parole che avevano dentro il mare che lui mi disegnava con le mani. Avevo sempre pensato che quelle parole fossero onde, che avessero il colore, che facessero il rumore delle onde, che a volte fossero calme, che a volte fossero furiose…Ci sono cose che riesco a dirmi, e cose di cui ho soltanto immagini che non riesco a trasformare in parole”.
01/12/2008 - l'adc Libri del 2008
Una delle ultime uscite della casa editrice di San Cesario è questo libro di Antonio Errico nella collana Pretesti. Stralune è un romanzo che ha i contorni di un poema, la narrazione di un passato dal quale riaffiorano le memorie di una stagione lontana. Errico è autore prolifico e irrequieto che ha pubblicato, fra gli altri, Tra il meraviglioso e il quotidiano (1985), Favolerie (1996), Il racconto infinito (saggio su Luigi Malerba, 1998), Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999), Angeli regolari (2002), L’ultima caccia di Federico Re (2004), Salento con scritture (2005), Viaggio a Finibusterrae (2007), studi e racconti in volumi collettivi.
20/03/2009 - Quotidiano di Lecce La notte del disertore, di Claudia Presicce
“Tu non sai come ho passato i giorni. Ho sofferto per la mia bellezza che si sgranava. Per la tua assenza che si spandeva. Per ogni ricordo che mi sorprendeva. Ho sofferto per lo sfregio che hai fatto alla mia vita, per la commiserazione che ho avuto di me stessa. Ho passato ogni festa senza affacciarmi alla porta. Ho lasciato che la nausea mi soffocasse il desiderio…”. Sceglie il linguaggio dell’anima, quello della vera parte di noi, quello che brucia dentro e diventa un pugno nello stomaco se lo tiriamo fuori così com’è, nudo e crudo. E con quello, visionario come un filosofo ribelle, sempre funambolico tra il vissuto e il pensato, Antonio Errico regala alle pagine del suo ultimo romanzo, Stralune, un assaggio del suo profondissimo mondo interiore. È un mondo dove non c’è quiete, dove le tempeste dell’anima si incrociano e si soggiornano indisturbate, dove però un calore primordiale resiste nel profondo e protegge un po’ dal freddo e dalle sferzate del vento. Qui racconta di un’assenza e di un abbandono, rivisto negli occhi invecchiati e sfiniti di chi lo ha subito, al momento del ritorno a casa del disertore. Racconta il tempo dilatato, infinito, che il vuoto di un affetto perduto lascia: e tutto deforma e scolora, e per un po’ fa diventare giganti i nani, castelli i tuguri, eroi i vigliacchi. Quando poi la realtà bussa alla porta, quando qualcuno viene a mostrare il conto, il dolore che ha offuscato la mente è ormai lontano. Resta l’amarezza dell’inganno, resta la rabbia di una vita non scelta, restano cicatrici di ferite ricucite alla buona soli con se stessi e che non conviene riaprire, mai più, restano degli sconosciuti di fronte che non si riconoscono più. “Siamo invecchiati così. Diversi. Lontani…”. Errico qui ci mette tutta la sua poesia. Perché questo romanzo è un non-racconto, è sospeso, è pensato, non si sa quanto vissuto. Le sue figure indefinite sono parti di noi, di tutti noi. Sono una madre lasciata impazzire nell’attesa, sono un padre che fa l’uomo fino in fondo e caccia via il figlio, lontano dal suo passato, sono una figlia che ancora spetta alla finestra il calore di un abbraccio familiare, sono un amore tradito e mortificato che non può perdonare. “Io sono un’altra. Che tu non conosci, non ha mai visto, non sai che fa, che cosa pensa, non sai se ha voglia di te, non sai se è pazza, se crede in Dio, che scommesse ha vinto o ha perso con se stessa, con che tempeste quotidiane si confronta…”. Di questi personaggi alla fine del romanzo conosciamo l’interiorità, i pesi che le loro esistenze trascinano, ma non sappiamo i loro volti, i loro nomi, le loro esteriorità. È solo uno scrittore ribelle che può fare questo, che ci costringe ad una lettura a cui non siamo più abituati, ad una comunicazione difficile, dove non ci sono tutte le logiche contemporanee che costringono e condizionano le nostre vite, se logiche si possono chiamare. E ci porta in un mondo dove crollano le nostre difese, quelle corazze splendenti che ci siamo appiccicati addosso e che ogni giorno lustriamo per resistere al mondo. A fine lettura, dunque, dobbiamo ricomporci. È vero che questo romanzo è più un poema, ma è più lieve di un poema e arriva prima; dall’inizio alla fine va dritto al cuore, senza girarci intorno. In ogni caso ci ricorda quanto è bella certa letteratura e, chissà perché, fa venire voglia di rileggere Il segreto di Luca di Ignazio Silone, un altro ritorno a casa.
01/04/2009 – Paese NuovoStralune, Il poema delle ricordimenticanze, di Maurizio Nocera
«Raccontare la propria dimenticanza […]». Così chiude la sua bella recensione il poeta Antonio Prete sulle pagine del «Corriere del Mezzogiorno» di martedì 17 febbraio 2009. Un evidente ossimoro, una palese contraddizione in termini. Ricordare la propria dimenticanza è come dire ricordare il nulla che non si è vissuto. Eppure proprio su questo ossimoro si basa il lungo nostalgico disperato poema di Antonio Errico, “Stralune” (Lecce, Manni editore 2008) che io ho letto come il canto d’un poeta affranto, la storia/non storia di un «disertore – come scrive lo stesso Errico in quarta di copertina – [che] ritorna nella notte [con] la memoria [che] diventa corpo, diventa voce di madre, di figlia, di amante, di padre, di sé. Sullo sfondo del tempo, la guerra», una guerra, ma che non sappiamo quale e dove.
E un Tempo, o meglio il Tempo che diventa il vero “leit motiv” del poema. Questo eterno indefinibile irrappresentabile inconcepibile interrogativo che domina la diversalità dell’uomo, la sua eterna disperazione, lo iato che nessuno sa sciogliere, quello della vita, quello della morte. Sono pagine, quelle di questo lungo guardarsi dentro e fuori dell’autore, che legano il lettore ad una sorta di continuo smarrimento. Non sai dove cominciare, non sai dove finire. Non conosci la meta verso cui egli ti vuole condurre, se il baratro, la perdizione, o la ricordanza della dimenticanza. Opino per la ricordimenticanza, e Antonio Errico me ne dà motivo quando mette sulle labbra della madre del personaggio, che non dimentichiamolo mai è il disertore, queste languide parole: «Dimentica i tuoi aquiloni, i giochi nei cortili, il tempo della semina, il mosto dentro i tini, i tamburelli nella notte, le barche di carta, il nano di legno che scendeva dalle scale, dimentica quante volte non hai saputo capire, dimentica quante volte non hai saputo ascoltare, dimentica tutti i giorni che hai pensato di fuggire, tutte le notti che hai sognato di tornare, dimentica la luce delle albe di aprile, poi tutto quello che non vorresti mai dimenticare, fai come se dovessi dimenticare la tua carne, come se dimenticassi che hai sangue nelle vene, dimentica tutto il bene che mi hai voluto e ti ho voluto, il male che ti ho fatto non venendoti a cercare» (p. 107).
Si tratta di un sentimento forte quello che il poema trasmette, di una razionale irrazionalità assurda: ricordare ciò che hai dimenticato, dimenticare ciò che non hai vissuto. Ecco perché la lettura di del poema ti prende dentro, ti scava l’anima e con tensione di Titani ti accompagna come un’ombra persistente, come un fantasma che ti guarda da dietro le spalle e di cui non sai se ti devi fidare. Antonio Prete scrive che si tratta del «tema del ritorno» definendolo come il “nòstos” della guerra. Non ha torto il professore di Siena, e tuttavia, alla sua definizione mi viene da aggiungere al tema del “nòstos” quello della disperazione del disertore, di un militare che ritorna o che fugge dalla guerra, ma che guerra poi non sa se tale è stata oppure se tale ancora è. Lo scrive lo stesso Errico (che per tanti versi è il nostro disertore) in tanti, numerosi passaggi ossimorici. Lo scrive perfino nell’esergo che apre il poema con alcuni sofferti versi di Giorgio Caproni: «Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai».
Potenza dell’ossimoro: il tutto è il niente; il viaggiare è come il restare: mai abbiamo viaggiato perché mai siamo rimasti fermi. E dunque? Dunque, “Stralune” è l’elogio dell’ossimoro, è come un bastimento carico di contraddizioni terminologiche, che tendono il lettore verso lo smarrimento, spesso quello stesso dell’autore che vorrebbe sapere dalla madre, o dal padre, o dalla figlia, o ancora da altri personaggi pure presenti nei testi, prima fra tutti l’eterna ombra, la coscienza che rimuove il vissuto del poeta, alla quale egli continuamente pone domande per sapere qualcosa di più, qualcosa in più. «Fu nella confusione di angoscia e meraviglia – scrive a chiusura del libro – nella negazione di un’inevitabile rinuncia, nello squilibrio tra l’assenza e la presenza, nella contraddizione che si nega e che sovrasta, nell’ambiguità, della contratta ricordanza, nell’impossibilità di fuggire un’altra volta, nelle loro domande senza risposte, che capì chi era quell’ombra. / Fu nella differenza tra quel giorno e quella notte. / Nella coscienza del passaggio dalla bellezza all’abbandono. / Nella solitudine che era l’ultima occasione per sopravvivere un istante ancora in quel paese. / Fu in tutto questo che capì chi era quell’ombra» (p. 150).
Ebbene, ho qui ripreso questi versi del poema, scritti in forma di prosa, perché in essi è facile leggere la potenza dell’ossimoro, il continuo contrasto tra il dire e il non dire, tra il fare e il non fare, tra la vita e la morte, la morte, questa volatile Signora in nero assai presente in questo esteso penare la ricordanza, penare la dimenticanza. Si pensi, ad esempio, e con un’ansia che non lascia libero il respiro, all’ombra (forse del disertore) minacciata dalla pistola del sergente: «Strinse gli occhi forte forte e aspettò lo sparo. / Sapeva che sarebbe arrivato con un dolore che non conosceva […] Stringeva fra le mani l’erba verde aspettando che lo sparo gli squassasse le tempie. / Il sergente taceva. Respirava forte. Tossiva. Lui sentiva la sua sofferenza» (pp. 118-119).
E ancora, si pensi, ad esempio, alle austere e struggenti pagine del viaggio/non viaggio del tempo senza tempo in cui l’autore, questa volta nei panni dell’ombra [che in altra parte del libro «la immagina donna» (p. 65), ma che in altre parti la fa sembrare come l’ombra della morte], attraversa il cimitero del paese affermando: «L’altro pomeriggio ho vagato per ore dentro il cimitero. Ho vagato per ore senza una ragione […] Mi fermavo a leggere i nomi sulle lapidi, a guardare i volti sconosciuti. A calcolare gli anni che erano passati tra una data segnata con la stella e un’altra data segnata con la croce. Molti anni, a volte. Altre volte pochi» (p. 52). Qui Errico coinvolge la religione ebraica e quella cristiana. Ma ciò che più attrae il lettore è questo lungo peregrinare dell’ombra nel cimitero, la sua constatazione dell’effimera eternità, dell’eterna diversalità. Scrive: «Mi sono accorta che molti nomi erano uguali. In questo paese ogni nome è sempre uguale a un altro nome. Vivi e morti tutti con lo stesso nome» (54).
Non è facile rintracciare nella letteratura contemporanea un tale spregiudicato uso dell’ossimoro così come qui, in questo poema, fa Antonio Errico. Sicuramente nulla di tutto ciò è esistito nei tempi antichi e per di più non è facile rintracciare dei testi così belli ma allo stesso tempo così difficili ai nostri tempi. Forse qualcosa è possibile leggere nei testi di Antonio Tabucchi, oppure nella poesia di Caproni appunto. Comunque, se ci dovessero esserci dei testi così strutturati, sicuramente si tratterà di passaggi, di trovate poetiche o narrative, nulla di più. Qui, invece, in queste stralunate “Stralune” di Antonio Errico, noi troviamo l’ossimoro poetante in ogni pagina, in ogni periodo, oserei dire quasi in ogni verso. Potenza della scrittura, potenza della narrazione, e noi sappiamo che Errico, ora, è maestro di tutto ciò. Si diceva potenza dell’ossimoro poetante. Ecco un altro straordinario esempio: «Nessuno saprà mai se sono morto – scrive Errico – perché non saprà mai se fui davvero vivo» (p. 11). E ancora: «Non portava ricordi quell’onda di voce. / Portava torti e ragioni. Condanne e perdoni» (p. 15). E poi: «Io vivo morta qui» (p. 17). E infine: «Dormire, pensare, è indifferente. Fare, non fare, è indifferente. L’inverno o l’estate è indifferente. Vivere, morire, è indifferente» (p. 27).
Potenza dell’ossimoro dunque, che leggiamo anche nell’altro bellissimo esergo di pagina 7, figlio dello stesso autore del libro. Scrive: «Colui che racconta è colui che ha tradito. / Si tenga conto di questo durante il racconto. / Se ne tenga conto quando il racconto è finito».
Non si tratta di una “boutade” e non vorrei sbagliarmi, ma credo di capire cosa Antonio Errico voglia comunicarci: “Attento lettore, nessuno è immune dalla diserzione, nessuno può dichiararsi non traditore”. Sì, è vero, è proprio così, perché un po’ tutti, parafrasando i versi del poema, siamo “falsari di noi stessi. Filo di fumo della nostra stessa vita. Sacchi vuoti. Maschere. Raggiri. Stupida falsità. Riflessi spenti (p. 11).
Nel poema c’è poi tutto un gioco di luoghi: nelle prime pagine del libro, ma anche e ancora qui e là nel testo, si leggono descrizioni di luoghi a noi molto vicini; ad esempio, i dintorni e la stessa città di Gallipoli [la chiesa dei Sàmari, il porto, il ponte. L’autore scrive: «Allora passò per la via dei balsami, per quella del convento, costeggiò il mulino vecchio, la piazza della fiera, poi le sette chiese dalla parte dei bastioni, poi i camminamenti che attorniano il castello» (p. 38)]. Come si fa a non individuare qui luoghi assai cari al poeta? E ancora, e leggendo oltre, c’è il Salento visto in filigrana metaforica, con pure Lecce, splendidamente racchiusa in quella «strada delle beccherie vecchie» (p. 96), che noi sappiamo essere la strada che parte da Porta San Biagio e che si dirige verso la biblioteca provinciale “N. Bernardini”. E poi le giravolte, e altro ancora.
Altra gemma del poema è l’iterazione che l’autore usa abbondantemente, quasi pagina dopo pagina. Ma si tratta di un’iterazione poetante, che diventa sempre verso languido e morbido adagiato sullo scorrere del testo. Ci sono ossimori e iterazioni forti, che fanno sprofondare il lettore quasi in una condizione di sgomento come, ad esempio, «Io vivo morta qui», che si ripete per più e più volte tra le pagine 17-35. Praticamente si può affermare che l’iterazione è presente in ogni pagina delle 150 pagine del libro. Di tanto in tanto, tra l’uso di termini bellissimi, Errico ci infila anche dei neologismi dolci come pasta di mandorla. Si pensi, ad esempio a parole come «tralucere» (p. 11); «lucere di stelle» (p. 17); «lumera che arde» (p. 29). Altrettanto bello l’uso discreto di parole dialettali, come «magàra» e «scursone» (p. 29); «straccazione» (p. 32); «malladrone» (p. 34). E le lune poi sono le mille lune salentine che l’autore de “Stralune” conosce bene e che sono «lune bianche è…] lune annuvolate […] lune nelle storie che ci raccontava la madre di mia madre, di quelle lune vendicative, di quelle lune fatate, di quelle altre che consolano le anime di cavalieri senza pace» (p. 76). Insomma lune stralunate, che noi salentini conosciamo molto bene.
Ma adesso è ora di finire.
Nel romanzo storico, bellissimo, “L’ultima caccia di Federico Re”, Antonio Errico aveva raccontato la storia dentro ad un tempo definito dell’«ultimo giorno, l’ultimo bosco. L’ultima caccia», ovviamente a modo suo, che vuol dire nel modo che solo un poeta sa, del grande imperatore, dello “Stupor Mundi”, del “Puer Apuliae”, che muore nel silenzio di Castelfiorentino, nei pressi di Lucera. Qui, invece, in questo poema, “Stralune”, egli narra il Tempo dentro una Storia, quella di un disertore, o di un’ombra di un militare che può essere chiunque, che può essere benissimo l’autore del poema, ma può benissimo essere anche lo stesso lettore del testo.
La storia di un disertore dunque. Antonio Errico sa che non molto tempo fa ci fu un altro scrittore disertore, per di più poeta come lui, che scrisse di un altro disertore. Si chiamava Antonio Leonardo Verri, e in un suo libro dal titolo “Il naviglio innocente” (Maglie, Erteci edizioni 1990) inserì appunto una storia, quella di un disertore. Ovviamente si tratta di un’altra storia, diversa da quello descritta in questo poema di Antonio Errico, ma ugualmente vuole rimarcare la pena del distacco da certa realtà. Quella del Verri era una realtà geodescrittiva di luoghi e di persone. Questa di Errico è dominio del Tempo nella ricordimenticanza. Il Tempo che non dà tempo o che si prende tempo. Ancora l’ossimoro, ancora l’iterazione.
Scrive Errico: «Con uno sguardo riuscivo a riavvolgere il tempo» e «Tu non sai che cosa è stato questo tempo» (p. 73); «Tu non sai come ho passato i giorni» (p. 74), più volte iterato; «Dalla finestra guardo com’è il tempo» (p. 75); «È passato tanto tempo. Davvero. Tanto tempo» (p. 80); «Tu non sai come ho passato i giorni» (p. 80); «Ho sentito che il tuo tempo era finito» e «L’impazienza del tempo» (p. 84); «Quando fu passato esattamente un anno dal giorno che eri andato via, mi alzai alle sei del mattino e andai a guardare il mare. Un anno senza te non mi sembrava vero. Un anno senza te con un dolore che non potevo sciogliere. Un anno senza te. E mi chiedevo quanti ne sarebbero passati senza te, quanti anni avrei vissuto senza te, per ricordarti» (pp. 86-87); «Restavo ore e ore dietro le imposte a guardare i rivoli ingrossarsi» e «Non è più tempo, adesso, e poi non mi interessa» (p. 89); «Si guardò intorno ed era tutto uguale. Come se il tempo non avesse avuto movimento» e «Se davvero gli fece un cenno forse fu solo per fargli capire che era il giusto tempo» (p. 96); «Ogni tempo si conclude, a un certo punto» (p. 100).
E per questo che con l’autore di “Stralune” penso anch’io «che il tempo dell’ombra era finito» (p. 117), come ora è finito il mio tempo di lettura
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