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Alessio Arena
L’infanzia delle cose
Descrizione:
Io mi metto paura di tutto, mi metto sempre paura di non tenere sonno, di non vedere dove metto i piedi, e pure di dire le cose come le dicono gli altri, che non si capisce che sto parlando io. Mi metto paura quando il sagrestano sale con lo scaletto dentro al campanile di San Cayetano per aggiustare la campana verso le sette di sera, e mi metto paura di quando Erika fa il caffè e ci mette tre ore ad accendere sotto al gas. Ci ho pensato e mi è venuto da pensare che io mi metto paura di una cosa che sta in tutte le cose e che pure se non la vedi lo sai che ci potrebbe stare.
Anni Ottanta. Napoli, Rione Sanità. Antonio Bacioterracino ha quindici anni. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia si trasferisce a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana. Ma di luoghi comuni, qui, neanche uno. Realismo magico napo-latino e una lingua che fa scintille nell’incontro tra due culture, a rincorrersi tra violini, incendi, un cane che imita il vibrato di June Christy, scarafaggi, ajuntadoras e magliari napoletani.
Puoi ascoltare l'intervista a Fahrenheit di Tommaso Giartosio ad Arena del 22 ottobre 2009 qui: http://www.radio.rai.it/RADIO3/fahrenheit/mostra_libro.cfm?Q_EV_ID=300866
Guarda il booktrailer qui: http://www.youtube.com/watch?v=0t5R7Xt5_Zk
Argomento: Narrativa
Collana: Punto G
Anno 2009, 280 pagine -
€ 17.00 -
ISBN: 978-88-6266-156-0
Note: Premio Giusti Opera Prima 2010
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Alessio Arena è nato a Napoli nel 1984. Con Manni ha pubblicato un racconto nell’antologia Quello che c’è tra di noi (2008) e questo è il suo primo romanzo.
Motivazione del Premio Giusti Opera Prima 2010:
Attraverso la contaminazione linguistica tra la parlèsia e l'italiano, l'autore riesce a stemperare la drammaticità della storia nella quale si svolgono azioni ai limiti del reale e dove si muovono personaggi variegati ma affratellati da un comune destino che è quello di portare sulla pelle delle ferite insanabili: personaggi disperati, morti/non morti, crudi e crudeli, e, nello stesso tempo, teneri e patetici. Storie di perdite, dove i corpi in disfacimento - nel tentativo di dimenticare il proprio stato di non-vita - quasi non si accorgono dello smarrimento della propria identità accettando come "normale" la loro inquietante condizione; quasi un gesto poetico nelle vite disperate di personaggi, il cui tentativo di recupero sociale sembra essere di secondaria importanza. L'autore, attraverso un parlare rapido e incisivo, privo di orpelli, ci conduce dentro un mondo dove il realismo magico fa da padrone e dove il limite tra vivere e non vivere è talmente sottile da apparire impercettibile. Una prima prova d'autore interessante non tanto e non solo per la storia/le storie ma soprattutto per l'uso del linguaggio e per l'intensità delle emozioni che riesce a trasmettere al lettore.
Recensioni
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Una Spagna napoletana di magliari, camorristi e vecchio-giovani megere, di Francesco Durante
Alessio Arena ha 25 anni. Nasce musicista (figlio d’arte) al Rione Sanità; e a Napoli vive tuttora una parte del suo tempo, dividendo il resto tra Madrid e Barcellona. È laureato in Americanistica e specializzato in Letterature ispanoamericane con una tesi sullo scrittore cubano Reinaldo Arenas (potenza attrattiva dei nomi). L’altra sua grande passione è la scrittura. Ha pubblicato racconti su “Linus”, sulla rivista spagnola “Calle 20”, su “Nuovi Argomenti”, oltre che in varie riviste digitali (tra cui “Nazione indiana”). È inoltre presente in due antologie : Quello che c’è tra di noi, a cura di Sergio Rotino, e Napoli per le strade, a cura di Massimiliano Palese; e ha partecipato alle messa in musica del romanzo di L.R. Carrino Acqua storta.
Non piove dunque dal cielo questo suo L’infanzia delle cose, sorprendente esordio nel romanzo, del quale voglio dire subito che mi pare, insieme coi libri di Peppe Fiore, la più notevole cosa under 30 della presente, ricchissima stagione napoletana.
Zigzagando su internet ho trovato un’intervista in cui Arena dichiara: «Ho vissuto nella Sanità tutto il mio tempo, sebbene alternassi spesso il Supportico della Vita a un paesino del Nord della Spagna, dove era la casa di mia madre. Per seguire lei ho poi conosciuto un altro paesino sulla costa, un altro mare, vicino Barcellona, dove, nel tempo, il turismo e l’immigrazione da Napoli hanno portato alla formazione di una improbabile massoneria, una peculiare comunità che mi ha subito affascinato, le cui caratteristiche e vicissitudini racconto nel mio primo romanzo».
L’informazione è preziosa per orientarsi in un libro che spiazza subito proprio in virtù della singolare ambientazione. Siamo infatti a Lavapiés, l’equivalente madrileño della berlinese Kreuzberg, un quartiere multietnico nella città vecchia, pieno di locali e negozi della più varia origine, dai gitani agli indiani, e di giovani creativi. Qui, incrociando il dato autobiografico con le escursioni fantastiche, Arena situa quel che resta della famiglia del ragazzo Antonio Bacioterracino, scippata dalla Sanità in Spagna dopo che, negli anni Ottanta, il padre Patrizio, cantante, è morto per un’overdose di eroina («L’hanno rimasto dentro a una macchina, ieri notte, a Barra»).
Quel che ne viene fuori è un trattamento davvero singolare di materiali peraltro consueti nella nuova narrativa napoletana, così attenta al milieu sottoproletario-criminale. Tanto singolare, da finire per allontanarsi dall’esito invariabilmente (o quasi) noir, e da proporsi come un racconto per il quale, in quarta di copertina, viene evocata con qualche ragione l’inedita categoria del «realismo magico-napo-latino». Quello che Alessio Arena ci racconta è un mondo di camorristi in fuga, tutti in qualche modo segnati dalle ustioni di un rogo dal quale sono usciti a malapena; di donne vecchie e giovani unite da nevrosi che si esprimono o con reiterati attacchi di tosse, a scatarrare smozzicate litanie, o con incontenibili geremiadi originate da un abissale terrore nei confronti degli scarrafoni che assediano ogni ambiente. Un mondo di magliari che hanno impiantato la loro ditta Stile Italia Design, «che non si capisce che lingua è, ma si capisce che è una cosa arrangiata». E un mondo che ha libertà di ibridarsi nei labirinti della mente con quello d’origine e di tornare alla Sanità, magari a zia Consiglia che vedeva in fantasma di June Christy (la meravigliosa cantante anni ’50 di Something Cool) vagare per il Cavone…
Il tutto sostenuto da una lingua ricca, giustamente ibrida, sostenuta da uno stile sicuro e attraente; in un libro pieno di cose come un uovo, e del quale, prima o poi, sarà il caso di tornare a parlare.
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Un estratto, a cura di Gianni Biondillo
Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi. È domenica pomeriggio, e il mercato finisce sempre qua dove è iniziato alle prime ore della mattina.
I gitani sono così: tengono i capelli lunghi. I gitani tengono le catene d’oro con la Virgen del Rocío o altri santi che non si capiscono. I gitani si vestono sempre poco: le femmine stanno con la canottiera pure se è il mese di gennaio. I gitani alluccano fuori ai balconi e in mezzo alla strada: i maschi tengono i capelli lunghi e i peli sopra al petto. I gitani tengono tutti quanti un naso importante: le femmine sputano a terra quando passano fuori alla salumeria di Manoli, e solo quando il freddo è davvero troppo freddo si mettono delle pellicce che sembrano i cani morti. I gitani fanno le feste fino alle quattro di notte dentro al circolo gitano che sta in un palazzo sulla Calle del Ave María. I gitani si sono accoltellati l’altro ieri con un gruppo di gitani della periferia che sono venuti a vendere la droga a dei ragazzi gitani che stavano in una Seat Marbella parcheggiata fuori al teatro della Latina. I gitani cantano sempre, urlano come i pazzi e si mettono a suonare la chitarra fuori alla chiesa di San Cayetano per la messa del Rocío. I gitani fanno la musica con le mani, e i bambini pure, quelle mani nere che si lavano dentro alla fontana di Tirso dove mia madre ha detto che, solo se si avvicina, uno si può prendere la tibbiccì. I gitani sbattono continuamente le mani anche se ti stanno dando il resto della spesa. I gitani sono i padroni del mercato. I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés. I gitani sono i padroni di Lavapiés.
Mezz’ora fa in mezzo ai giardinetti di Curtidores e dentro al vicolo di Santa Ana ci stavano fiumi di gitani con le bancarelle, le sedie, i tavolini, le coperte: si vendono tutto quello che uno può immaginare, tutto quello che tengono nella casa, e secondo me, se uno va vedendo, si vendono pure a loro. Il mercato attraversa tutta la zona alta di Lavapiés, si arrampica sulle salite e sulle discese di quella parte del quartiere dove i balconi delle case sembrano le cappelle dei santi e dei morti che stanno a Napoli, piene di cose appese che sembrano d’oro, e di fiori spennati. I generi della merce cambiano a seconda dei posti di vendita lungo il cammino verso la porta di Toledo, dove sta la sede della Polizia Locale, e il mercato vecchio, quello ufficiale, con il tetto a spiovente, che puzza di baccalà e di altre cose pure a cento metri di distanza. Più stanno sotto sotto alla Polizia più i gitani diventano doci ’e sale, nel senso che se ne stanno più tranquilli, si nascondono gli orologi d’oro, le collane, vendono solo bambole mezze scassate, cose per la casa che non servono a niente, e fiori, soprattutto gerani e piante di basilico. Sul marciapiede di Cascorro si sono messi a vendere i meloni rossi e il cane stava giocando con un melone, ha provato ad azzannarlo e io gli ho dato due calci ma non potevo fare niente. «El perro! Es tuyo?» «Sì, sì, è mio.» «Coje al perro, joder!» Io allora ho dato cento e uno strilli, e il cane ha girato finalmente la testa, mi ha guardato come se mi stava dicendo che devo fare sempre l’esagerato, e di scatto si è messo a correre solo lui, mi ha fatto cadere il guinzaglio da tutte e due le mani. Se n’è andato per la chiesa di San Cayetano, ha girato all’angolo del Mesón de Paredes quando una macchina saliva dalla piazza e per poco non gli schiattava la testa. Io questa strada la odio perché ci stanno i cinesi e quando passi devi fare lo slalom in mezzo alle sputazze dei cinesi che si mettono seduti fuori ai negozi presi in gestione dai gitani. Non so perché i cinesi sputano sempre, ma la cosa brutta è che se stai correndo per acchiappare al cane può darsi pure che non fai in tempo a scansarti. Ho fatto una corsa quasi con gli occhi chiusi fino alla Calle del Olmo, dove ci stava il figlio più grande di Manoli che era appena uscito dal barbiere, e puzzava di dopobarba quando ha alzato il braccio per dirmi dove era andato quell’animale esaurito. Mi ha fatto girare per la Piazza di Agustín Lara dove sta quella chiesa bombardata che adesso ci devono fare una biblioteca, e sulla discesa del parcheggio sotterraneo il cane stava con le zampe alzate sopra al cofano della ipsilon dieci di Birra Peroni. «Questo cane di merda!» «È una femmina Antonio, la devi capire.» «Ciao zio.» Birra Peroni mi ha dato due baci che hanno fatto un sacco di rumore. «Te la fai scappare sempre» ha detto. «È uscita pazza questa cagna maledetta, te lo giuro, secondo me si è ricordata che stavi arrivando.» «Eh sì, sì, quella che non si è ricordata è mia sorella, che non mi ha fatto trovare neanche due foglie di insalata.» Però l’ha detto col sorriso sulla bocca. «Quella mamma sta tutta esaurita, lo sai» gli ho detto, e allora lui mi ha fatto una carezza, ha aperto lo sportello, è sceso dalla macchina.
È più di un mese che non lo vedo. È ingrassato, ha cominciato a prendere chili sopra al petto e sulle gambe, è successo dopo l’incendio del Golfo che lui stava chiuso dentro a discutere con Castravelli e altri suoi colleghi del magazzino. Il fuoco lo ha abboffato come un Super Santos, un pallone con tutti quei puntini sopra alla pelle che forse gli fanno pure male ma nessuno lo sa. Birra Peroni si è messo in viaggio l’altro ieri, si è fatto tutto lo stivale, e poi è passato per la Francia, ha dormito quelle poche ore di notte in qualche autogrill, e poi ha ripreso a fare il viaggio di Gulliver: strada facendo si è preso al ragazzo che deve venire a lavorare nel Golfo di Napoli, quel cugino di Castravelli che stava facendo gli orologi a Barcellona. «Ma stai solo tu?» «Sì, a Sandokan l’ho già accompagnato dentro al ristorante.» «E tu perché stai vestito così elegante?» «Quanti cazzi vuoi sapere» ha detto. «Prenditi questa mille pesetas, e vai a comprare qualche cosa di buono nel negozio di quella di fronte.»
È bello Birra Peroni, perché somiglia a mia madre. Tiene gli occhi piccoli come lei, con la coda degli occhi che sembra disegnata con il trucco, e poi tutte quelle lentiggini in faccia, sopra alle guance e sopra al naso che è la cosa più piccola che tiene. Perché Birra Peroni è enorme, c’ha la faccia di un bambino, però è alto, è tutto un pezzo, e tiene sempre le stesse braccia della foto di quando ha fatto il militare a Reggio Calabria. Però adesso c’ha la giacca con la camicia a righe la cravatta e tutto. «Gesù» penso io. «Ma sei sicuro che stai venendo da Napoli?» «Sì, ’o scè, però alla frontiera do meno nell’occhio se sto più sistemato, e non sembro uno gitano.» «E dove l’hai preso questo vestito?» «Eh, è bello eh?» «No, sembra di carta.» «Overo? Si vede proprio assai?» mi ha chiesto preoccupato, mentre si puliva i segni che gli ha fatto June Christy sopra al pantalone, quando gli è saltata addosso per salutarlo. «È un pacco del magazzino di Calimero» ha detto. «Sì? Quelli che devi vendere tu?» «Non proprio, questo è uno dei pacchi, poi ci sta altra roba.» «Allora lo fai pure tu il magliaro, eh?» Birra Peroni mi ha fatto un’altra carezza: forse ha capito che me la vedo un poco brutta a stare solo io a casa con quelle due vipere. Io lo so che Birra Peroni mi vuole più bene da quando non tengo più a mio padre. «Vieni pure tu a lavorare, ti guadagni qualche cosa in più e ti apri una libretta.» Io ho cambiato discorso: «A te ti piacciono i lupini?»
Sono andato nel negozio di Manoli perché mi volevo prendere un chilo di lupini. Manoli è la madre della famiglia dei gitani che vivono di fronte a noi, al terzo piano. Sono una famiglia grandissima, e soprattutto la domenica a casa loro ci sta la gente fino a fuori al palazzo. Il figlio più grande è quello più antipatico: tiene una ciglia sola, bella chiatta come la coda di una zoccola. Io l’ho sentito un sacco di volte parlare con Erika da fuori al balcone, e allora sono andato pure io e ho visto che lui stava affacciato mezzo nudo, solo con un paio di mutandine bianche. Il figlio di Manoli è una specie di scimpanzé che la collana con la Madonna non si vede in mezzo ai peli del petto. Tiene il collo sempre rigido con qualche vena ben in vista, le spalle larghe, e quel poco di pancia che basta a fare schifo. Sta sempre fuori al balcone a fumare mezzo nudo, ma a volte si mette seduto su una sdraio e si appoggia un piatto sopra alla pancia, un piatto pieno di lupini che lui prende a quattro cinque alla volta, e poi sputa le scorze giù. Io vado pazzo per i lupini, ci stanno poche cose che mi piacciono così, forse perché i lupini non sanno quasi di niente però tengono una consistenza importante sotto ai denti, e poi questo fatto che devi sputare la scorza ti fa passare un po’ di tempo. Insomma sì, la verità è che mi piacciono proprio assai e starei pure ore a mangiarmeli, solo che mia madre non li ha trovati da nessuna parte, e non sa come si chiamano. L’altro giorno allora mi sono fatto coraggio a chiedere al figlio di Manoli che stava lì, spaparanzato sopra alla sdraio come sempre, con la bocca piena, i peli lucidi di sudore sopra alle braccia. «Come si chiama?» ho detto. Lui ha fatto finta di non sentirmi, ma poi ha visto che lo stavo guardando, e che non me ne andavo. «David.» «No tu, i lupini… lupinos?» Ha fatto una faccia scema, drammatica, quando ha detto «Italiani… piccolini… piccolini». Mi stava sfottendo, però non sembrava divertito. «Vafammocca» ho detto. E lui allora si è messo in piedi, si è grattato con una mano un punto della sua schiena pelosa che sembrava che stava facendo una capriola all’indietro per arrivarci. E si è ricordato. «Chocho, chocho» ha detto. «Como tu hermana, Erika… chocho grande.» Se parlava di mia sorella ero sicuro che mi aveva detto una cosa sporca, però mi sono stato zitto, gli ho riso in faccia, e gli ho fatto capire che Erika teneva la febbre a quaranta e stava morendo.
«Si sono messi a ridere tutti i gitani di sfaccimma dentro al negozio.» «E perché?» «Perché i lupini sono una parola sporca.» «Ah sì?» mi ha detto Erika dentro al letto, con la voce in mezzo ai denti. «Lo so che significa… quello che non ti piace a te.» «Statti zitta, devi morire.»
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Oltre Gomorra il realismo magico è napo-latino, di Fabrizio Coscia
Lavapiés è il nome di un quartiere della zona vecchia di Madrid, oggi cuore della Spagna multietnica, ma agli inizi degli anni 80 enclave quasi esclusiva della comunità gitana. Quasi, perché a questa si aggiungeva un’altra comunità, più piccola per numero, ma non meno caratteristica: quella dei primi napoletani arrivati in Spagna dopo la dittatura franchista. Ed è a questa singolare commistione gitano-partenopea che è dedicato «L’infanzia delle cose» (Manni, pagg. 278, euro 17), romanzo di esordio del venticinquenne Alessio Arena. Il titolo si riferisce a un modo di dire diffuso nella «parlesia», antico gergo dei musicisti napoletani: quando a qualcuno «gli dà l’infanzia di una cosa», significa «che quella cosa la vede diversa da com’è, la vede com’era una volta, prima di essere così». Gergo, ma anche figura retorica: ad avere l’«infanzia delle cose», infatti, è lo sguardo «diverso» di Antonio Bacioterracino, protagonista e io narrante del romanzo, figlio quindicenne di Patrizio, che non è un nome di finzione, ma la star della prima canzone neomelodica, rivale del primo Nino D’Angelo (che scrisse per lui come Gigi Finizio), il cui corpo stroncato da un’overdose di eroina tagliata male venne scoperto nel 1984 in una macchina a Barra. Nel romanzo la morte di Patrizio, ordinata dal boss del quartiere, costringerà la famiglia Bacioterracino - Antonio con la sorella, sua madre e lo zio - a scappare dal natio quartiere della Sanità a Madrid. I Bacioterracino vengono così scaraventati nella insolita realtà gitana del Barrio Lavapiés, tra la piccola e caparbia comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero, «il covo di tutti i napoletani che vengono qui a Madrid per tentare l’avventura di vivere meglio, cioè di morire meglio». Siamo lontanissimi dal filone post-Gomorra e dagli stereotipi del realismo truculento di tanta recente narrativa napoletana. «L’infanzia delle cose» è un romanzo fuori dal coro, un esordio sorprendente - data anche la giovane età dell’autore, già talento maturo - capace di materializzare un universo poetico e surreale, come scopriranno i lettori quasi subito, dopo un incendio catastrofico che segnerà il destino della famiglia Bacioterracino e dei loro compaesani. È un universo dove i morti ballano in mezzo ai vivi, i matrimoni si trasformano in funerali collettivi, i camorristi ascoltano Brahms, i cani parlano e i fiumi spuntano dal nulla: nel tracciarlo con mano sicura, Arena s’ispira al realismo magico della letteratura ispanoamericana, attinge ambiziosamente a «Pedro Paramo», capolavoro di Juan Rulfo, omaggia «Rayuela» di Julio Cortazar, nel personaggio della Maga, si rifà al barocco picaresco di Reinaldo Arenas e ai voli onirici di Lezama Lima, ma si nutre anche del lirismo funambolico del «Ragazzo morto e le comete» di Parise, del cinema di Kusturica e Tim Burton, riuscendo a distillare da tutto ciò uno stile personalissimo, una lingua che si fa musica, dove la morte-in-vita o vita-in-morte della piccola comunità di napoletani della Sanità in trasferta madrilena diventa, al di là di ogni giudizio morale, struggente metafora della disperata vitalità un popolo, della funerea e insopprimibile volontà di sopravvivenza di ogni diversità.
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Le apparenze, di Alberto Sebastiani
C’è molto Marquez, ma anche la tradizione letteraria (e non solo) napoletana. Ci sono un sapiente lavoro sulla scrittura che mescola italiano, napoletano e spagnolo, una storia che affascina, personaggi grotteschi e situazioni che da cliché possono diventare sorprendenti, con guizzi improvvisi. C’è soprattutto una capacità di fondere comico e lirico che sorprende in un esordio. L’infanzia delle cose (Manni) è infatti il primo romanzo del venticinquenne napoletano Alessio Arena, nel quale si sentono inevitabilmente maestri e i modelli, ma che mostra anche qualità notevoli.
Una storia ambientata negli anni ’80, tra Napoli, rione Sanità, e Madrid, quartiere Lavapiés, covo gitano. Protagonista è Antonio Bacioterracino, quindicenne, figlio di Patrizio, cantante melodico di successo, ma tossicodipendente, invischiato con la Camorra, e ritenuto responsabile della morte di un travestito, un potente boss della zona. Per questo viene ucciso, forse. E per questo Antonio, la madre depressa e la sorella obesa Erika, con lo zio cassintegrato “Birra Peroni”, fuggono a Madrid con il cane di nome June Christy, come la cantante, di cui sembra avere la voce. In Spagna convivono e si scontrano gitani e napoletani, magliari e truffatori, tradizioni e riti che ruotano attorno al ristorante Golfo di Napoli, dove però (forse) tutti muoiono, per colpa di due incendi. Eppure tutti restano in vita, e i loro drammi continuano, nel disfacimento. Anche quello dell’unica superstite (forse): Erika, innamorata del gitano David.
La storia è un carnevale di allucinazioni, visioni, ricordi, scoperte di identità sessuali, di rapporti familiari, di significati nascosti nella musica, nei suoni, nei riti, nelle parole taciute, dette a mezza voce, cantate, urlate. Sempre alla ricerca dell’“infanzia delle cose”, ovvero la capacità di una persona di vedere una cosa «diversa da come è, come era una volta, prima di essere così». Agli occhi del giovane Antonio ogni cosa, persona, situazione è non solo come appare qui e ora, ma anche come era prima. E riuscire a conciliare e a dare pace a ognuna di queste cose, persone, situazioni, o almeno a una parte di esse, sembra essere il destino di Antonio.
Gazzetta di Parma, 11 agosto 2009
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L’avventura della banda di napoletani in fuga a Madrid, di Sergio Rotino
Alessio Arena con L’infanzia delle cose (Manni, pp. 278, euro 17) segna un debutto sulla lunga distanza di grande bellezza.
Perché, più che nella costruzione della trama in se stessa, questo venticinquenne napoletano affascina per la capacità di miscelare in quanto scrive visionarietà e passionalità – elementi presi direttamente dalla tradizione partenopea e da quella ispanica – e di farlo con una naturalezza disarmante, quella che una volta avremmo chiamato “onestà intellettuale”.
Napoli e la Spagna sono unite nell’unico sogno che compone il romanzo di Arena. Tanto che, se l’azione si svolge in Spagna, a Madrid, nel multietnico quartiere di Lavapiés, a farla muovere è la colonia di napoletani in fuga dal proprio destino, ma incapaci di cancellarlo. Com’è per il quindicenne Antonio Bacioterracino e famiglia.
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Colori e suoni di vite difficili, di Rossano Astremo
Due anni sono passati dalla nascita di Punto G, la collana di narrativa contemporanea della Manni. Era l’estate del 2007 quando venne pubblicato Mordi & fuggi, la raccolta antologica di racconti aventi come tema la taranta ed il mondo che attorno ad essa si svela.
Dopo questa antologia sono stati pubblicati tre romanzi, Gardo Mongardo di Claudio Menni, Maschio adulto solitario di Cosimo Argentina e il recente L’infanzia delle cose di Alessio Arena.
Quattro libri in due anni. Una scelta questa di Agnese Manni e Giancarlo Greco di centellinare le pubblicazioni, di scegliere nel marasma dei manoscritti che giungono in redazione solo quelle storie che meritano davvero di essere raccontate, vicende di uomini alla deriva, morsi dalla vita, in preda a deliri familiari, in continua ricerca di se stessi, il tutto scritto con una lingua sfavillante, mai piatta, originale, che mescola italiano e slang dialettale.
Sembrano proprio queste alcune caratteristiche comuni dei libri sin qui elencati. L’infanzia delle cose, in libreria da pochi giorni, è l’esordio del venticinquenne napoletano Alessio Arena.
È un romanzo ambientato negli anni ’80. È la storia di Antonio Bacioterracino, un quindicenne che vive a Napoli, nel Rione Sanità. Il padre Patrizio, cantante invischiato con la camorra, muore per un’overdose di eroina, e il resto della famiglia, Antonio, la madre, al sorella e lo zio, è costretta a trasferirsi a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, covo della comunità gitana.
La famiglia Bacioterracino è scaraventata, quindi, nell’insolita realtà gitana, dove è presente anche una piccola comunità di magliari napoletani, che fanno capo al ristorante Golfo di Napoli e al magazzino del camorrista Calimero. Quella costruita da Arena è una saga familiare che nulla ha a che vedere con il filone realistico e documentaristico di molta letteratura nata dopo il successo senza precedenti del Gomorra di Saviano, ma che racconta la stessa gente prediligendo un registro visionario, surreale ed onirico, con morti che ballano in mezzo ai vivi, con cani che parlano e fiumi che sorgono dal nulla.
Vengono in mente Márquez, Cortazar e Arenas, paragoni nobili, certo, per un esordiente, ma che sono necessari per inquadrare un romanzo che dona aria fresca al panorama letterario nostrano, sempre troppo preso o a raccontare delitti efferati, nella convinzione che la scrittura di genere sia l’arma migliore per illuminare il presente, o a sviscerare l’ombelico degli stessi scrittori, nell’ottica di un autoreferenzialismo da Grande Fratello cartaceo.
Arena sceglie un’altra via. Racconta i momenti bui di una famiglia e lo fa con una scrittura mirabolante, con un’ironia che taglia le gambe, con una maturità stilistica che è cosa ben rara in un giovane autore.
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Un romanzo chiassoso e sguaiato, di Matteo B. Bianchi
Dal "Laboratorio esordienti" di Linus ecco un altro autore che giunge al debutto in libreria. Alessio Arena è uno scrittore assolutamente originale e ne dà prova in questo denso e sorprendente romanzo, che si muove in uno spazio improbabile tra sceneggiata napoletana, realismo magico latino e tinte horror. Ne è protagonista Antonio, un quindicenne figlio di un cantante neomelodico stroncato dall'eroina e costretto a migrare con la famiglia a Madrid per questioni di vendette. La cultura partenopea si scontra con lo spirito gitano del quartiere Lavapies, dove risiede la comunità zingara spagnola: il risultato è prevedibilmente chiassoso e sguaiato. Anche la lingua quindi si fa meticcia, innestando dialetti e idiomi, cercando nuove formule. Un'opera prima ambiziosa, lontana dai luoghi comuni e dalle facili scorciatoie. Un esordio all'insegna della personalità.
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L'intervista, di Matteo B. Bianchi
Un esordio atipico e originale, una vicenda che mischia la canzone neomelodica napoletana alla malavita spagnola. Un ardito esperimento narrativo firmato da un narratore venticinquenne.
Il tuo romanzo è pieno di stranezze, per cominciare è una storia totalmente napoletana tuttavia si svolge a Madrid…
«Focalizzo gran parte della narrazione attorno a un “Golfo di Napoli” insediatosi nel bel mezzo del quartiere gitano di Lavapiés perché avevo voglia di raccontare la mia città da un’altra prospettiva. Una Napoli che si prodiga a ricreare se stessa ovunque metta radici, capovolgendo il suo storico ruolo di città assediata».
Accadono cose strabilianti, come un cane che si mette a parlare. Da dove viene questa vena surreale?
«Il realismo non mi interessa. Del resto l’essere napoletano, di un quartiere popolare del centro, non mi lascia molte alternative: un ragazzino della Sanità (come il protagonista del romanzo) vive in un ambiente di contraddizioni ai limiti del reale, dove tutto è estremo, vicino alla fine, confuso».
Il lettore scopre che i protagonisti sono dei morti viventi…
«Si tratta di morti senza sepoltura, ossessionati dal proprio corpo, dal suo irrevocabile destino di putrefazione. Nel momento in cui la famiglia Bacioterracino è costretta ad abbandonare Napoli per sfuggire a una vendetta annunciata, comincia a morire in mezzo a gente sconosciuta che nemmeno se ne accorge. Questi personaggi sono un omaggio al mio libro preferito, Pedro Páramo di Juan Ruffo».
Puoi spiegarci questo titolo?
«È un’espressione tipica delle mie parti. Se una persona “ti dà l’infanzia di qualcosa” vuol dire che ti ricorda un particolare che non esiste più. In questo romanzo ho cercato di dare l’infanzia di alcune cose che non mi sono mai spiegato».
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Books and other sorrow, di Francesca Mazzucato
L’infanzia delle cose di Alessio Arena ( Manni, 2009) è un romanzo di stupori. E’ una storia vagabonda, anarchica, smembrata, pornografica, impazzita, politica e favolistica, folle e slabbrata, adatta a chi sa mettersi a sentire il brusio delle cose, la loro voce, un’eco diseguale: chi lo sa fare arriva a captare la loro infanzia, la loro dimensione di innocenza. Che si perde presto. E poi si ritrova. In un visionario e immaginifico stratificarsi di luoghi fisici ed emotivi, Il quartiere di Madrid di Lavapiés, il Rione Sanità di Napoli, piccoli e grandi malavitosi, ristoratori collusi, figure di donne stupende, che ti rimangono anche se non le capisci del tutto perché sono fatte della materia del sogno, del prisma, del gioco di luci: Erika , Amparo, la madre del protagonista, la madre di Amparo che le cose le raccoglie.
“…Non vuole fare morire le cose -Le cose? Quali cose? -Tutte quelle che ci stanno, tutte quelle che trova, lei se le porta dove sta lei, perché non devono morire, non si devono buttare. Mi è venuto da dire maronna mia però non ho detto niente. L’ho guardata soltanto e all’improvviso ho avuto come la sensazione che da quel momento potevo contare su Amparo per qualsiasi cosa..”
Cose che si ammucchiano, che cambiano perché cambiano i modi per definirle e così si trasformano, nomi che sono tronchi, inventati, irriverenti, impastati di napoletano che diventa spagnolo che diventa italiano bislacco, dove ci si fa gioco della sintassi perché il background è solidissimo e lo permette. Una partita a carte con tutte le convenzioni, i contesti facili della parola scritta. Non sarà tutto semplice in ogni pagina, a volte sarà un percorso tortuoso, vi avverto, ma ne vale la pena. Fare fatica per leggere è vitale. Non si può rinunciare prima, è la resa definitiva, e il nostro paese se si arrende sui libri, sulle letture, se sceglie definitivamente il lamento televsivo, gli aggiornamenti calcistici, le "convention” plaudenti alle storie, se preferisce per sempre tutto il ciarpame del nulla alla carta, alla vita dei personaggi da far proseguire nella testa e nel cuore rischia il ripiegamento definiivo, la perdita della dignità. Difendersi è vitale.
Ecco, Arena ha scritto un romanzo popolato di personaggi folli, increduli e devastati, ma pieni di una loro magnificenza. Di dignità antica. Una storia così contemporanea e così densa.
“Ci ho pensato e mi è venuto da pensare che io mi metto paura di una cosa che sta in tutte le cose e che pure se non la vedi sai che ci potrebbe stare”
Non l’ho letto per forza, non è stato un colpo di fulmine, ma un lento avvicinamento circolare. Quando leggo “realismo magico” sulla quarta di copertina di un libro sono sempre sospettosa, penso che non mi riguardi, che il contenuto non possa che fare il verso al realismo poetico francese, quello dei film che amo tanto, o che sia una frase fatta per definire ”una cosa a metà strada fra la fantasia e l’improbabile, un pasticcio” : ero un po’ sospettosa quando ho iniziato quindi, procedevo adagio coi piedi di piombo, poi qualcosa mi ha tirato i capelli, infilato nelle pagine e non ne sono più uscita.
Non è tutto perfetto questo libro di Alessio Arena. Proprio per niente. A volte si arranca leggendo, a volte la storia si incaglia, si perde il filo. Accade. Ma si deve leggere sapendo che è uno di quei libri dei quali non si devono macinare righe e parole nell’attesa di arrivare alla fine. La fine c’è già, viene ribaltata, cambiata, rotolata, è all’inizio, poi ci sono intermezzi e divagazioni. Occorre soffermarsi sulle singole pagine, respirarne i colori, il vociare, gli odori e le evocazioni musicali della lingua che lo scrittore inventa. Perfettamente adatta a cogliere quel magico bisbiglio. Quello delle cose innocenti nonostante la camorra, la morte, l’esilio, la paura, gli incendi. Le persone muoiono - anche se non del tutto - le cose restano innocenti ed eloquenti, e Arena ce le fa sapere decodificandole e, facendolo, regala momenti di commozione, attimi luminosissimi quando la storia perfora il cuore e pensi”caspita”, e resti inebetito e vai avanti e poi ritorni qualche pagina indietro e intanto il napo-latino si è esibito in altre pirotecnie. Veri fuochi d’artificio. Li puoi vedere. Se il montaggio non è perfettamente calibrato si può perdonare e capire.
In questo suo primo romanzo Alessio Arena ricrea il mondo. Un mondo caleidoscopico, dove ci sono De Sica, Almodovar, Pasolini tutti insieme. Un mondo-mondo, mai asfittico ma che si apre come la corolla di un fiore di carnevale. Non addomestica la sua urgenza narrativa, l’autore. E la lettura è bella e strana, un’esperienza differente da tante letture anemiche, precise, puntuali, adatte ma banali. Alla fine de L’infanzia delle cose l’imperfezione diventa parte dell’incanto.
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01/11/2009 - Coolclub.it Incredibile eppur realistico, di Dario Goffredo
Forse le affinità tra il rione Sanità di Napoli e il quartiere Lavapiés di Madrid, il quartiere dei gitani, non sono poche. E non sto parlando di quei semplici e banali luoghi comuni che potrebbero venire in mente a chiunque associando due popolazioni così diverse eppure forse così vicine, almeno nell’immaginario comune, per colori, suoni, riti. Ne L’infanzia delle cose di Alessio Arena, uscito per Manni nella bella collana Punto G, di luoghi comuni non ce n’è nemmeno uno. Ci sono grandi invenzioni piuttosto. Linguistiche, in un coloratissimo e dolcissimo pastiche tra lingua adolescenziale napoletana, spagnolo e gitano. Di personaggi, uno più incrediblie dell’altro eppure tutti realistici. Di situazioni, che si muovono in equilibrio perfetto tra comicità, tragedia, umorismo e commozione sincera. Il tutto legato da una magia che protegge e spaventa, che incuriosisce e ammalia. La storia è quella di Antonio, che racconta in prima persona le sue avventure, quindicenne napoletano che dopo la morte per overdose dle padre, cantante neomelodico in odor di camorra, si trasferisce con la madre e la sorella a Madrid, nel quartiere di Lavapiés, appunto, in una strada dove tutti i negozi sono stati rilevati dai gitani, che “sono i padroni del mercato. I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés. I gitati sono i padroni di Lavapiés”. La vicenda si sviluppa scoppiettante in un crescendo, orchestrato perfettamente da Alessio Arena, di situazioni e colpi di scena, dove si inseguono e rincorrono violini e cani, incendi e scarafaggi, cadaveri e monnezza.
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