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Alda Merini
Come polvere o vento
Descrizione:
Questo volume raccoglie un prezioso e casuale ritrovamento: oltre 60 poesie di Alda Merini inviate alla casa editrice Manni negli anni Ottanta, su suggerimento di Maria Corti, mai pubblicate e sepolte negli archivi dei manoscritti.
Si tratta di liriche straordinarie, tre le più intense e passionali della poetessa, che toccano tutti i suoi mondi interiori: l’amore, le donne e gli uomini (tra tutti, quelli della famiglia Pierri), il disagio mentale, la solitudine, il dolore con in più una vena satirica e irriverente che è assieme intento personale e poetico.
Un libro da annoverare tra i più significativi di Alda Merini, curato e introdotto dal critico letterario Giulio Ferroni.
Argomento: Poesia
Collana: Pretesti
Anno 2009, 104 pagine -
€ 12.00 -
ISBN: 978-88-6266-185-0
Note: Introduzione di Giulio Ferroni
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Come polvere o vento
Se la mia poesia mi abbandonasse come polvere o vento, se io non potessi più cantare, come polvere o vento, io cadrei a terra sconfitta trafitta forse come la farfalla e in cerca della polvere d’oro morirei sopra una lampadina accesa, se la mia poesia non fosse come una gruccia che tiene su uno scheletro tremante, cadrei a terra come un cadavere che l’amore ha sconfitto.
Dall'introduzione La poesia di Alda Merini si è sviluppata in un flusso continuo, che ha la qualità di un modo di porsi nel mondo: offerta di sé al ritmo indefinito della quotidianità, in una ininterrotta costruzione di rapporti, di possibilità che variamente si intrecciano, si confondono, si sovrappongono, si infittiscono e si districano; presenza dentro il corpo e in mezzo alle cose, ricca certo di sapienza e di passione, intessuta di molteplici echi della cultura e del mito, di suggestioni di un mondo lontano, di parole perdute e indecifrabili, ma tutta esaltata, consumata, bruciata, nel suo darsi, nel suo offrirsi all’occasione, canto e vocalità in totale abbandono, dono divino caduto nella banalità del presente, ma pronto comunque ad accendersi anche in quella banalità, a brillare nonostante tutto, tra gioia e disperazione, tra la più nuda esposizione di sé e il trucco più sontuoso e splendente.
Giulio Ferroni
Recensioni
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Per Alda Merini, di Antonio Errico
Quanto più passava il tempo, e lei invecchiava, più il dolore svaporavadal suo volto. Come se una divinità pietosa volesse sanarle le ferite, donarle una serenità che non aveva mai avuto, liberarla dalle paure, dalle ossessioni, anche da certi ricordi che le graffiavano il cuore.
Quanto più passava il tempo e allontanava ogni ombra dei fantasmi di follia, più Alda Merini diventava innocente e leggera, più ogni sua parola si faceva espressione di poesia, e lo sguardo, il silenzio, scrutavano lontananze di senso, scandagliavano i fondali misteriosi dell’amore, della passione, della fede. Alda è stata un poeta senza progetto, una che non ha mai cercato la poesia: la poesia le arrivava come arriva un pensiero, un affanno, un trasalimento, un brivido, un tremore improvviso.
Era connaturata, spontanea, fisiologica, interiore ed intima; apparteneva ai suoi sensi, alle sue percezioni; era sensibilità, era emozione. Talvolta anche una condizione apotropaica, una magia che tiene lontano il maleficio. Fare poesia è un modo di affidarsi alla provvidenza, diceva. E’ un concedersi al caso, un tentativo di arrivare ai confini della palude, di toccare la volta celeste. Diceva che il poeta deve prendere la materia incandescente che è la vita di tutti i giorni e farne oro colato. Diceva che la poesia a volte riempie anche la fame, il sonno, la sete, magari anche la ferita di un grande amore che è finito. E’ un modo di fuggire, di salvarsi la vita.
Alda Merini regalava poesia. Negli anni Ottanta ne mandò un mannelloa Piero Manni. Della Merini, Manni ha pubblicato cinque libri, oltre al quaderno per il premio dell’ “Olio della poesia”.
Quelle, invece, rimasero negli archivi dei manoscritti. Più o meno un anno fa, Anna Grazia D’Oria mi disse di averle ritrovate per caso, che stava preparando un’edizione. Adesso escono con il titolo “Come polvere o vento”, introdotte da Giulio Ferroni, che dice di una poesia “consumata, bruciata, nel suo darsi, nel suo offrirsi all’occasione, canto e vocalità in totale abbandono, dono divino caduto nella banalità del presente, ma pronto comunque ad accendersi anche in quella banalità, a brillare nonostante tutto, tra gioia e disperazione, tra la più nuda esposizione di sé e il trucco più sontuoso e splendente”.
Quanto più passava il tempo, più la parola di Alda Merini si faceva essenziale, più si caricava di un’energia vaticinante, si incarnava, si annodava al respiro, si confondeva con lo sguardo, con il movimento delle sue mani che accarezzavano l’aria.
Probabilmente ha rappresentato una forma particolarissima e singolare nell’esperienza della poesia italiana, e non solo di quella del Novecento. E’ una poesia che sembra senza riferimenti, senza precedenti, senza maestri, anche se impastata di mito, di occasioni colte e raffinate, di religiosità e misticismo assorbiti e rielaborati con l’esperienza personale. Ferroni, ancora, parla di una tessitura testuale ricca di sapienza e di passione, tramata di suggestioni di un mondo lontano, di parole perdute e indecifrabili.
Alda Merini aveva una poesia sostanzialmente interiore: libera, disinvolta, dirompente, irriverente, evocativa, simbolica, pietosa, insolente, umile, presuntuosa, intollerante, innocente, timida, spavalda, tenera, feroce, ironica, beffarda, lucida, devota, enigmatica. E’ stata un azzardo, un colpo di dadi. Ma c’è una cosa, una condizione, una sorta – come dire? – di sostanza vitale che l’attraversa tutta e che intreccia, che compatta i caratteri di frammentarietà che questa poesia talvolta manifesta, che la riconduce ad una unitarietà di sensibilità e di sentimento: la compassione.
Alda Merini ha compassione istintiva e affiorante nei confronti del mondo, dei destini delle creature; ha compassione per le cose che passano, per gli amori che si bruciano, per i fiori che appassiscono, per la bellezza che si oscura, per le storie che si spezzano, per il povero, il folle, il ricco, l’arrogante, per chi prega o bestemmia. Ha compassione per l’infelicità e la felicità, per la stupenda avventura di esistere, per le stelle che ardono, per la cenere che non cova più fuoco, per i giorni che muoiono. Ha compassione di sé, soprattutto, del suo essere come polvere o vento.
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Un libro aureo e pugliese, di Alessandro Leogrande
A poche settimane dalla sua scomparsa, l’editore salentino Manni pubblica una raccolta di versi di Alda Merini, Come polvere o vento. È un libretto aureo, pieno di illuminazioni poetiche fulminanti: come scrive Giulio Ferroni nell’introduzione: «la su poesia sfugge a ogni definizione», è «un dono divino caduto nella banalità del presente». Ma Come polvere o vento è anche un libro «pugliese», per almeno due motivi.
Il primo è che raccoglie liriche inviate dalla stessa autrice a Manni perché venissero pubblicate. Il secondo è che si fa costante riferimento al suo periodo tarantino. La Merini, che vedova di Ettore Carniti sposò il poeta tarantino Michele Pierri (di trent’anni più grande di lei), visse nella città dei due mari tra il 1983 e il 1986. Furono anni inizialmente felici, dopo un lungo periodo di sofferenza, solitudine e povertà, in cui ultimò alcune delle sue opere più importanti: Le satire della Ripa, La gazza ladra, L’altra verità. Per la Merini Taranto è un anti-Milano, le cui viscere popolari non sono però dissimili dal popolo marginale dei navigli, il suo popolo. Tuttavia la parentesi tarantina si concluderà nel dolore e con versi amari. Bisognosa di cure psichiatriche, fu ricoverata per un lungo periodo nel manicomio di Taranto, dove per gran parte della giornata era costretta a stare a letto. Da quello squallido internamento, uscì nel luglio dell’86 per far ritorno al Nord. Il rapporto con Taranto, fatto di amore e affetto, si tinse così di disperazione, come lamenta in una delle poesie: «tutti hanno buttato la loro manciata di fango / sui miei poveri piedi crocifissi, / soltanto perché chiedevo / hanno pensato alla speculazione / e perciò Dio che io giaccia morta / chiusa dentro i miei limiti profondi!».
L’insuperabile capacità di versificare l’internamento psichiatrico, esperito sul proprio corpo, torna anche in un’altra struggente poesia della raccolta: «quando ci mettevano un cappio al collo / e ci buttavano sulle brandine ignude / in mezzo a cocci di orrende bottiglie / per favorire l’autoannientamento; era in quel momento che sulle fronti madide / compariva il sudore degli orti sacri / degli orti innominati degli ulivi».
Come polvere o vento, che raccoglie poesie scritte tra il 1984 e il 1987, tra il soggiorno a Taranto e il ritorno a Milano, si compone di cinque parti. Nella prima, Satire e poesie, sono raccolte alcune delle Satire della Ripa. La «ripa» è il bordo del Naviglio, e quello che la Merini narra è letteralmente un mondo relegato ai margini, fatto di gente umile, prostitute, ubriaconi, osti, immigrati meridionali, sottoproletari. Una Milano irredenta, di cui la Merini è stata l’ultimo cantore prima della grande mutazione.
Nella sezione Antologia Perriana sono raccolti invece diciannove componimenti che appartengono al periodo tarantino. Vi compaiono i figli e i nipoti del marito Pierri, ritratti - come dice Ferroni – nello svolgersi della vita quotidiana. Nel Carteggio invece sono presentate tre poesie indirizzate all’«amato» Pierri insieme a tre risposte in versi dell’autore tarantino. Nella sezione Come polvere o vento vi sono alcune pagine composte tra l’86 e l’87, tra cui quella che dà il titolo alla raccolta, e che rivela appieno il carattere necessario che ha assunto per lei l’arte poetica: «se la mia poesia mi abbandonasse / come polvere o vento, / se io non potessi più cantare, / come polvere o vento, / io cadrei a terra sconfitta / trafitta forse come la farfalla».
La Merini, una donna che ha sofferto moltissimo, è riuscita a restituire costantemente il mondo e i propri affanni attraverso la poesia, fino a vedere in questa l’unica arma da opporre alla dissoluzione, propria e del mondo stesso. Come tutti i grandi poeti, ogni angolo della sua vita non può essere disgiunto dalla sua opera, neanche nei momenti più antipoetici (e apparentemente ilari) che l’hanno resa nota al grande pubblico, come le sue apparizioni televisive al Chiambretti Night, negli anni più quieti della vecchiaia. Anche le Quattro prose che chiudono il volume di Manni, ad esempio, più che esercizio di «poema in prosa», potrebbero definirsi come testi allucinati e burrascosi, in cui frequente è l’esplosione poetica.
Scoperta e pubblicata giovanissima, nei primi anni Cinquanta, dal critico letterario Giacinto Spagnoletti (per i corsi e ricorsi storici, anch’egli tarantino), la Merini non ha mai smesso di scrivere. Ci ha lasciato una produzione sterminata, eclettica, ampiamente disseminata, che spazia dalla riflessione mistica all’amore che strappa i capelli, dalla pena del sopravvivere all’incontro con la vita più umile, fino al mescolarsi con le altre arti (da non sottovalutare, ad esempio, la sua vicinanza con molti dei nostri cantautori). Il suo capolavoro rimane forse La Terra Santa, in cui ha raccontato per la prima volta l’internamento e in cui ha scritto versi come questi: «Fummo lavati e sepolti, / odoravamo di incenso. / E dopo, quando amavamo / ci facevano gli elettrochoc / perché, dicevano, un pazzo / non può amare nessuno».
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Meno estasi ed enfasi, più energia realista: ecco la Merini migliore, di Enzo Golino
Inclusa in antologie importanti, apprezzata da critici e da editori, iperpremiata ma sempre povera, Alda Merini – scomparsa il 1 novembre a Milano, dov’era nata nel 1931 – ha certamente il suo piccolo posto nell’albo d’oro della poesia del secondo Novecento, fin dal precoce esordio. Una malattia mentale la costrinse a lunghe degenze in manicomio. Guido Ceronetti l’aveva definita “gitana dei navigli”, pronipote di Verlaine. In una produzione fluviale e compulsiva, dettata dalla necessità di risarcire famelicamente quel “vuoto d’amore” che l’assediava, germogliano sterpaglie poetevoli, enfatici supplementi d’anima, banali estasi misticheggianti. L’energia poetica più vigorosa emana invece – non solo nel libro postumo – di versi dove il realismo più quotidiano evita la morbosità degli eccessi sublimi e viscerali, cifra istintiva e stilistica meriniana. Esemplari di quella energia, soprattutto le due sezioni che aprono la raccolta appena uscita di testi, quasi tutti inediti, scritti tra il 1984 e il 1988: Come polvere o vento. L’intesa di vita e scrittura modella immagini che appartengono al cono più autentico di una tumultuosa identità esistenziale sostenuta dalla poesia. Quella mia poesia, confessa Alda Merini, “come una gruccia / che tiene su uno scheletro tremante”.
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Il lato oscuro della Merini, di Daniele Piccini
Appena dopo la morte di Alda Merini, Manni ha mandato in libreria questa raccolta, composta di testi ritrovati, risalenti agli anni Ottanta. Vi si distingue il tono satirico, anche con intento grottesco. A prevalere sono le tinte forti, rispetto ai toni più intimi e religiosi delle successive prove della poetessa.
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Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
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