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Fabrizio Luperto
Cinema calibro 9

Guida al poliziottesco

Descrizione:

Questo libro è la prima guida del poliziesco all’italiana, genere cinematografico che negli anni Settanta ha avuto incredibile successo.
Gli ingredienti: inseguimenti e sparatorie, sangue e stupri, delinquenti e commissari baffuti, giustizieri fai da te e massacri truculenti.
Liquidato dalla critica dell’epoca come reazionario e fascista, ha avuto il merito di portare sul grande schermo la cronaca nera; ha finanziato il cinema d’autore grazie agli incassi strabilianti dovuti all’equazione sale piene e produzioni a basso costo; ci ha regalato pellicole del valore di Cani arrabbiati e personaggi come Er Monnezza.
Cinema calibro 9 è un manuale dettagliato con schede di film, attori, registi, colonne sonore, curiosità e frasi celebri, arricchito da un dizionario di 200 titoli, per riscoprire uno dei filoni più interessanti del cinema italiano.

Argomento: Varia

Collana:
Fuori Collana

Anno 2010, 124 pagine - € 12.00 - ISBN: 978-88-6266-229-1

Note: Con inserto a colori

Approfondimenti
Fabrizio Luperto è nato nel 1970 a San Cesario di Lecce, vive a Torino.
Esperto del cinema di genere italiano, cura rubriche, sul poliziottesco in particolare, per i maggiori siti web e blog in Italia e all’estero.



Recensioni

03/01/2010   La Repubblica - Torino
Il critico in divisa, di Gian Luca Favetto

Inseguimenti e sgommate. Vecchie Fiat e Bmw bianche che corrono per le strade di Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova. Poliziotti e banditi. Giustizieri fai da te. Donne destinate al macello. Sparatorie. Pomodoro che condisce abiti invece di paste e fa sangue. Stupri. Massacri. Indagini. Sentenze come: «Fai agli altri quello che loro vorrebbero fare a te, ma fallo prima». Oppure: «Se non ti difendi da solo, non ti difende nessuno». Grugni, ghigni, maschere impassibili da duri di periferia e un discreto numero di baffi. Comunque e sempre: azione. Roba da artigiani pirotecnici, da spericolati della sceneggiatura e della macchina da presa, da pochi maledetti e subito. Ovvero: arraffa più che puoi alla cassa del cinema. Sono questi gli ingredienti del poliziottesco, il poliziesco un po’ grottesco all’italiana. Nove anni di fuoco, 1972-1980. Come il calibro dei proiettili che più spesso lo accendevano, quel fuoco: calibro 9, appunto.
Il cinema calibro 9 è il titolo di un volume che la casa editrice Manni manda in libreria a febbraio. Sottotitolo: «Guida al poliziottesco». Un lavoro che nasce dalla passione. Un catalogo. Un pratico e svelto manuale per rivedere – dal punto di vista del cinema di genere e della cronaca nera – come eravamo; com’era la società italiana trenta, trentacinque anni or sono; come ci raccontavamo. Anche così.
L’autore è Fabrizio Luperto, 40 anni fra pochi giorni, pugliese di San Cesario, provincia di Lecce, sottufficiale dell’esercito, dal 1995 a Torino, gran frequentatore di festival e sale cinematografiche, divoratore di film, ammiratore di Quentin Tarantino, appassionato di cinema indipendente americano, profondo conoscitore del cinema di genere italiano. Ultimo film amato: A serious man dei fratelli Coen.
«Il mio scopo – spiega Luperto – è fornire gli strumenti necessari per invogliare i giovani a scoprire i film che hanno incantato i padri e per ravvivare la memoria di quei quarantacinque-cinquantenni che da ragazzi a questi film si sono appassionati.
Non è un saggio e non vuole esserlo. Nasce dagli appunti che ho scritto per me nel corso degli anni».
In venticinque capitoli, il libro delinea una breve storia del poliziesco all’italiana, il più maschilista dei generi, il più grezzo e spietato. A partire da La polizia ringrazia uscito nella primavera del 1972, firmato da Stefano Vanzina, il padre degli oggi popolari fratelli Carlo ed Enrico, l’indimenticabile Steno. Fino a Il giorno del cobra di Enzo G. Castellari, Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci, Poliziotto solitudine e rabbia di Stelvio Massi, La pagella di Ninì Grassia, usciti tutti nel 1980. Volendo citare titoli di casa: a partire da Torino nera di Carlo Lizzani fino a Tony l’altra faccia della Torino violenta di Carlo Ausino. Cataloga registi, attori, attrici, comprimari, compositori, personaggi. Da Umberto Lenzi a Sergio Martino, da Castellari a Massi. Da Tomas Milian a FranFranco Nero, da Maurizio Merli a Luc Merenda. Da Laura Belli a Janet Agren, da Marisa Mell a Luciana Paluzzi. Da Don Backy a Renzo Palmer, da Ray Lovelock a Nello Pazzafini. Da Guido e Maurizio De Angelis a Luis Bacalov, da Ennio Morricone a Stelvio Cipriani. Dal commissario Betti al commissario Mark, dal Gobbo a Monnezza. E poi, i casi di un regista di culto come Fernando Di Leo e di una pellicola come Cani arrabbiati di Mario Bava. E ancora, le pietre miliari: Milano odia: la polizia non può sparare, Il cittadino si ribella, La polizia accusa: il servizio segreto uccide, Roma a mano armata. Infine, un dizionario di centonovantaquattro titoli.
«Andavo al cinema da solo a sei, sette anni, nella sala di seconda visione – ricorda Luperto – Era diverso a quei tempi, in provincia, al Sud. Si girava tranquillamente in paese. I film da noi arrivavano in ritardo. Li vedevo spesso con gli amici, anche se erano vietati ai minori di 14 anni: nessuno ci faceva caso. Posso dire di amare il cinema di genere, perché ci sono cresciuto. Da grande ho studiato e approfondito ciò che avevo visto da bambino, affascinato da quei mondi metropolitani che a noi sembravano incredibili, da una violenza impensabile».
Quella realtà era svelata sul grande schermo. Veniva tradotta in immagini la cronaca nera. Così la provincia scopriva la metropoli.
Tutto per mano di un gruppo di artigiani del cinema che non pensavano di fare capolavori, solo guadagnare soldi. Ciò che rimane sono parziali ma ottimi documenti di un’epoca passata, un po’ di orrore e un po’ di nostalgia.

06/03/2010   Corriere del Mezzogiorno - Bari

Il poliziottesco e gli anni di piombo, di Felice Blasi

Il «poliziesco» all’italiana è quel filone di pellicole prodotte dal 1972 al 1980 in cui s’intrecciano azione, violenza sessuale e crimini cruenti con elementi popolari, spesso inverosimili, involontariamente comici: la definizione peggiorativa di «poliziottesco» indica al contrario, in modo esatto, una contaminazione tra poliziesco e grottesco. Uno dei padri del genere fu il pugliese Fernando Di Leo (1932-2003), regista indipendente ed anarchico, troppo dimenticato.
Oggi viene da pensare che questi film, che ebbero enorme successo di pubblico, siano stati la rappresentazione farsesca dell’Italia degli anni di piombo, ad esorcizzare la paura e ridicolizzare crimine e potere. Alcune battute nascoste dentro sceneggiature cruente e spesso alla buona tradiscono più intelligenza e sarcasmo di quanto gli autori non abbiano voluto far credere. Come Tomas Milian nel 1975 in La polizia accusa: il servizio segreto uccide («Ortega y Gasset sostiene che dirsi di destra o di sinistra è solo un modo per confermarsi imbecilli»), o Nello Pazzafini in La polizia è sconfitta del 1977: «La legge è come la minchia: si allunga e si ritira a seconda dei casi».
01/04/2010   Qui Salento
Solo “poliziottesco”, di Valeria Raho
 
“D” come Di Leo , “M” come Milano calibro 9. due nomi per tutti, quello del regista pugliese e della pellicola diventata un cult per gli appassionati di b-movies, introducono la prima “Guida al poliziottesco” italiano, firmato da Fabrizio Luperto, scrittore ed esperto di cinema di genere. Cinema Calibro 9 è un vademecum essenziale per i “cinemaniaci” del poliziesco ma anche per coloro che vogliono approfondire le conoscenze su un filone molto popolare a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, che si distingueva per intrecci banditeschi, scene d’azione e violenza esplicita, spesso esercitata sulle donne. Queste sue peculiarità hanno decretato, insieme ad una sovrapproduzione di pellicole, la fine stessa del genere, tacciato di maschilismo e “fascismo” persino da Morando Morandini.
Un marchio che ha pensato a lungo sulla fortuna critica di Enzo Castellari, Umberto Lenzi, Sergio Martino, Stelvio Massi e Fernando Di Leo, autori di La polizia incrimina, la legge assolve, Milano rovente, La banda del Gobbo, e La mala ordina, vere pietre miliari. Attraverso un puntuale quadro storico (massacro del Circeo), apparati critici e glossari, Luperto ricostruisce le alterne vicende del filone, dedicando un capitolo al maestro del realismo poliziottesco e noir, Fernando Di Leo; ma nella guida trovano spazio colonne sonore, frasi ed equivoci celebri, la boutade tra er Monnezza e Nico Giraldi (entrambi interpretati da Tomas Milian), errori, il “gioiello perduto” di Mario Bava e un’intervista rilasciata da Don Backy a imperlare una ricerca appassionata e appassionante capace di appagare la famelica curiosità dei lettori.
01/03/2010   Coolclub.it

Quanto ci piace il cinema a mano armata, di Dario Goffredo

Il tuo libro è un ben riuscito compendio sul poliziesco all’italiana degli anni ’70. Da dove nasce la tua passione per il genere poliziottesco?
La mia passione nasce dal fatto che con questo tipo di cinema ci sono praticamente cresciuto.
Nelle sale di provincia, sul finire dei ’70, venivano proiettate quasi esclusivamente pellicole appartenenti al cosiddetto cinema di genere italiano, che comprendeva tutti i filoni più in voga del momento; dal giallo-sexy allo zombie movies ecc.. il poliziottesco mi colpì  particolarmente perché nonostante l’efferatezza permetteva, a me ragazzino di provincia, di immaginare le grandi città, quei mondi metropolitani che a me sembravano incredibili.
Negli ultimi anni in Italia si è risvegliato l’interesse del pubblico per questo filone. A cosa è dovuto secondo te, e c’è stato un medesimo interesse della critica?
L’interesse del pubblico per questo filone è sicuramente aumentato negli ultimi tempi. Molto è dovuto alle parole di elogio di Quentin Tarantino per il nostro cinema di genere. Bisogna però dire che si è fatta e si continua a fare molta confusione. Personalmente a chi vuole saperne di più su questo tipo di cinema consiglierei gli scritti di quei critici che si sono sempre occupati di questa materia.
A che cosa era dovuto secondo te il successo di quei film in sala? A che tipo di bisogno del pubblico rispondevano e perché?
Prima di tutto bisogna ricordare che all’epoca la fruizione di un film poteva avvenire in un solo modo, cioè andando al cinema, infatti in ogni sperduto paesino vi era almeno un cinema. Ne consegue che il numero degli spettatori era elevatissimo e c’era spazio per qualsiasi tipo di film.
Il poliziottesco, a mio modo di vedere le cose, ebbe un successo straordinario, perché al contrario dello spaghetti western oppure dell’horror, era ambientato in scenari reali, lo spettatore che viveva in una grossa città poteva specchiarsi nel malcapitato vittima di uno scippo o nell’ avventore dell’ufficio postale che capita nel bel mezzo di una rapina. Inoltre il poliziottesco dava la possibilità di rendere visibile quella violenza relegata nelle pagine di cronaca dei quotidiani che la TV dell’epoca non si sognava neanche di mandare in onda. Non dimentichiamoci però che siano negli anni ’70, cioè il periodo storico più violento che l’Italia ha vissuto, guerra esclusa.
Alcuni tra gli attori che hanno lavorato in quelli anni si distinguevano tra gli altri per spessore e capacità attoriali come Franco Nero e Enrico Maria Salerno…
Beh, stiamo parlando di due buoni attori. Franco Nero ha lavorato con registi del calibro di Bellocchio e Fassbinder; Enrico Maria Salerno ha girato oltre 90 film. Quando la produzione aveva a disposizione un budget alto anche il cast era di livello superiore. Ma il discorso è molto lungo e complesso e la scelta del cast molto spesso non era dettata solo dal budget.
Un caso a parte è Tomas Milian, vera icona del genere insieme forse a Maurizio Merli. Ce ne parli?
Tomas Milian inizia a lavorare in Italia nel cinema d’autore. Una delle sue prime apparizioni è addirittura in un film di Luchino Visconti. Poi negli anni ’70 interpreta ruoli da protagonista in tutti i filoni del cinema di genere italiano dal western anarchico Vamos a matar companeros al giallo Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci. In seguito diventa uno dei volti più noti del poliziottesco girando film come Milano odia: la polizia non può sparare e Roma a mano armata.
La sua notorietà è però aumentata a dismisura quando dopo la morte del filone poliziottesco si è cercato di riesumare questo tipo di cinema virando sulla commedia- parodia e Milian ha interpretato il personaggio del maresciallo Giraldi (che molti confondono con er monnezza) al fianco di attori comici come Bombolo e Enzo Cannavale, ma questi film non possono essere considerati poliziotteschi.
Che cosa distingue il poliziottesco dagli altri generi “crime” come il giallo, il noir o il poliziesco vero e proprio?
Bisogna chiarire alcune cose fondamentali. I “generi cinematografici” sono una convenzione che permette di classificare i film in base a caratteristiche o temi ricorrenti, e in questi casi si può parlare di poliziesco, western, erotico ecc..
Quando invece, come nel nostro caso, si parla di “cinema di genere italiano” parliamo di una cosa molto differente, parliamo dei cosiddetti “filoni”.
Ti faccio un esempio; quando parliamo di genere cinematografico noi diciamo western, quando parliamo di cinema di genere italiano facciamo riferimento allo spaghetti-western.
Stesso discorso vale per il poliziottesco che è la versione italiana anni ’70 del genere poliziesco.
Per elencare differenze e distinzioni non basterebbero decine di interviste. Basti sapere che il termine poliziottesco nasce come termine dispregiativo, proprio per “marchiare” quelle pellicole piene di violenza esplicita e azione dove dialoghi e contenuti spesso avevano un ruolo marginale.
E’ interessante notare come nel mare magnum del filone ci sono anche alcune chicche di grande valore come i film tratti dai romanzi di Scerbanenco, ormai considerato unanimemente il maestro del noir italiano o le colonne sonore, firmate da maestri riconosciuti a livello mondiale come Bacalov o Morricone.
Questa tua domanda mi da l’opportunità di chiarire meglio un concetto, mi riferisco a quando dicevo che si è fatta e si continua a fare molta confusione. Tu stesso hai detto che Scerbanenco è autore di noir, così come sono assolutamente dei noir molti dei film tratti dai suoi scritti. Probabilmente gli esempi più clamorosi sono I ragazzi del massacro e Milano calibro 9 entrambi diretti dal pugliese Fernando Di Leo. Questi due film, specie il secondo spesso vengono catalogati come poliziotteschi, ma non lo sono assolutamente. Milano calibro 9 può essere considerato, anzi lo è senza ombra di dubbio, come un film che ha contribuito in maniera fondamentale alla nascita del filone poliziottesco, ma è un noir a tutti gli effetti.
Per quanto riguarda i compositori il discorso è molto semplice, nessuno rifiuta un ingaggio ad inizio carriera e quindi hanno scritto musica per tutti, anche per quei film considerati “minori”.
Nel tuo libro parli di un film, da te definito il gioiello perduto, Cani arrabbiati, del regista di culto Mario Bava, ci racconti brevemente la storia di questo film?
Ho definito Cani arrabbiati “il gioiello perduto” perché questo film girato nel settembre del 1973 non arrivò mai nelle sale. Il film era prodotto da Roberto Loyola, con un budget ridicolo, ma Mario Bava come al solito fece di necessità virtù e riuscì a confezionare un bel film. Purtroppo la società di Loyola dichiarò fallimento e il film non trovando distribuzione finì nel dimenticatoio. Nel 1995 Lea Krueger, la protagonista femminile, riuscì a farlo uscire in dvd in Germania. Successivamente sono state immesse sul mercato diverse versioni di Cani arrabbiati. Nel 2004 ha visto finalmente la luce la versione definitiva con il ripristino dei dialoghi originali e soprattutto del finale, per questa versione però non si è potuto utilizzare il titolo originale e si chiama Semaforo rosso.
Ci sono alcuni film che secondo te meriterebbero di essere considerati capolavori tout court e non solo pietre miliari del genere?
Non saprei dirlo, posso però affermare con certezza che con il budget a disposizione i nostri “artigiani” hanno fatto senz’altro il massimo. Un Inseguimento come quello iniziale di Il cittadino si ribella farebbe impallidire chiunque ancora oggi; un cattivo come il Giulio Sacchi interpretato da Tomas Milian in Milano odia: la polizia non può sparare oggi non troverebbe spazio in nessuna sceneggiatura; e lo stesso Quentin Tarantino per il suo Reservoir dogs – Le iene si è palesemente ispirato a Cani arrabbiati. Per questi e tanti altri motivi il poliziottesco ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema italiano e forse oggi dove al cinema è quasi d’obbligo il politicamente corretto e l’happy end, una massiccia dose di cinema “a mano armata” vecchio stile ci farebbe bene.
 
 
11/05/2010   Quotidiano di Lecce
Poliziotteschi, la cronaca nera che diventava show, di Angelo Petrelli
 
Pubblicato da Manni, il libro di Fabrizio Luperto, Cinema Calbro 9, è un interessante viaggio nel mondo del poliziottesco. Questo genere cinematografico, molto in voga e prolifico tra gli anni ’70 e ’80, narrava di indagini poliziesche che prendevano spunto dalla cronaca nera italiana durante gli anni di piombo. Queste trame enfatizzavano o rendevano demagogiche le vicende senza dare, in genere, alcuna connotazione politica al film: il loro scopo primario era quello di introdurre scene di violenza seriale figlie di una vita degradata e priva di senso. Proprio per questo, nel caso dei poliziotteschi, si è parlato di B movie.
Questo filone si è spesso evoluto e avvicinato ad altri sottogeneri molto più vicini allo splatter, al trash o all’erotico o semplicemente al comico e all’auto-parodia grottesca. La violenza scriteriata, il vendicatore disinteressato alla legge, le bande, inseguimenti e sparatorie, i crimini reiterati e gli omicidi, stereotipati commissari baffuti, la sessualità (anch’essa violenta e sporca di sangue), di solito più vicina allo stupro che al sentimento amoroso, sono alcune delle marche distintive di questi film. Vicende da Far West riadattate e rafforzate però in una realtà metropolitana molto più cruda, luogo principe nel quale sono ambientati questi film: città come Milano, Roma e Napoli.
Il libro di Luperto è una vera e propria guida: propone sistematicamente le schede dei film e le filmografie di attori e registi, con riferimenti alle colonne sonore; pagine condite da curiosità e frasi celebri che cercano di spiegare, con delle brevi introduzioni tematiche, le complicazioni e la collocazione del filone poliziesco all’italiana nel costume e nella società italiana dell’epoca.
Il testo si chiude con un dizionarietto che comprende cronologicamente tutti i film affiliabili al poliziottesco. Il salentino Fabrizio Luperto è un esperto dei generi del cinema italiano: cura e collabora con diverse rubriche di critica cinematografica in rete.
16/07/2010   www.ilrecensore.com

Molto pulp, pure troppo, di Stefano Donno

"I generi cinematografici costituiscono una convenzione che permette di classificare le diverse opere in base a temi o caratteristiche ricorrenti. Ad esempio un film è detto di genere horror quando è fondato su scene, azioni, immagini macabre e raccapriccianti. Un film è detto di genere erotico quando ha per oggetto l’amore fisico e tratta fatti ed argomenti riguardanti il sesso. Quando invece si parla di genere italiano si fa riferimento ai cosiddetti filoni“. Si legge in Cinema Calibro 9 (Manni, 2010) di Fabrizio Luperto.

Esco da un tour de force di letture che mi hanno aiutato a ricredermi su due generi letterari il noir e il poliziesco, che non ho amato particolarmente o meglio, che non sono stato mai pienamente in grado di apprezzare vuoi perché magari mi mancavano le chiavi di lettura adeguate, vuoi perché forse nessuna pubblicazione in tali ambiti mi ha solleticato in maniera concreta. E allora alcuni consigli di lettura, mi sembrano doverosi da fare nella maniera più assoluta.

Direi che per chi volesse approcciarsi alla questione noir e giallo, può farlo leggendo un autore eclettico e bravo come Salvatore Scalisi che per Csa editrice e Besa editrice ha pubblicato Jhon Parker - il detective, e La mente del diavolo, dove crimine, e vite al limite sono gli ingredienti principali di opere degne di nota. Poi come secondo “consiglio per gli acquisti” non posso non occuparmi di Cinema Calibro 9 di Fabrizio Luperto, classe 1970, originario di San Cesario di Lecce, oggi bazzica Torino e dintorni, penna nota della critica del cinema “poliziottesco” a molte riviste cartacee e on-line del settore. L’opera in questione ci dice molto sul fatto che il “poliziottesco” per l’appunto, nel cinema del nostro paese è stato lento nel diventare un fenomeno di massa, e quando lo è divenuto è stato grazie ad una sedimentazione che va dall’essersi inserito come virus latente nelle crepe della censura mussoliniana grazie alla letteratura contenuta nei Gialli Mondadori (1929) per poi diventare pellicola con “Tombolo - Paradiso Nero” di Giorgio Ferroni e poi cult con “Milano calibro 9″ di Fernando Di Leo, regista a cui Luperto dedica un interessante micro-dossier di oltre venti pagine.

Per dirla proprio tutta, il libro si legge tutto d’un fiato, pur essendo una vera e propria legenda del poliziesco all’italiana, che per tutti gli anni 70 ha scosso in lungo e largo i botteghini d’Italia. Perché leggerlo … innanzitutto il lettore che vuole capire una porzione rilevante della cultura cinematografica pop di quegli anni, troverà una risposta a tutto sul genere di cui Luperto si occupa nel volume: si parla di Enzo Castellari come Umberto Lenzi o Sergio Martino, passando ad una rapida carrellata di personaggi come Janet Agren, Delia Boccardo o Lilli Carati e ancora Don Backy o Vittorio Caprioli solo per citarne alcuni.

E poi leggere Cinema calibro 9 significa rivivere inseguimenti e sparatorie, sangue e stupri, delinquenti e commissari con tanto di baffono, giustizieri fai da te e massacri truculenti che comunque (nonostante pure qualche degenerazione grottescheggiante, qualche accusa di essere un genere reazionario e fascista) fanno parte regalmente del nostro immaginario collettivo che hanno potuto godere di figure mitiche come Er Monnezza. Cinema calibro 9 è un manuale dettagliato con schede di film, attori, registi, colonne sonore, curiosità e frasi celebri, arricchito da un dizionario di 200 titoli, per riscoprire uno dei filoni più interessanti del cinema italiano.

Azione e reazione, violenza, e botte da orbi in un libro che fa parlare attraverso le sue pagine le pellicole di un filone sempre verde del cinema italiano. Per i fan de Er Mondezza opera assolutamente impedibile.

 
Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno (+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25).