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AA. VV.
Albanesi alla porta

Documenti dall'esodo Testo di Halil Myrto

Descrizione: Un contributo alla conoscenza della questione albanese, sia con la testimonianza diretta di un profugo (Halil Myrto) sia con le immagini fotografiche di una realtà che ha investito i Pugliesi e tutta l'Italia.

Argomento: Antropologia, scienze politiche e attualità

Collana:
Fuori collana

Anno 1991, 84 pagine - € 10,33 - ISBN: 88-8176-xxx-x

Note: foto di Enzo Miglietta


Recensioni

07/03/2006   Panorama

La frase della settimana, di Sandra Petrignani

Bisogna diffidare della felicità: rende ciechi.

02/04/2006   Radio corriere tv

Claudia Patuzzi indaga nella stanza di Garibaldi, di Antonella Colombo

Una saga familiare, il ritratto a tutto tondo di un uomo che appare “muto” e solitario. Questo e molto altro ci rivela il libro di Claudia Patuzzi intitolato La stanza di Garibaldi.
Il libro narra gli accadimenti della vita dello zio Ghislain. La sua esistenza in qualche modo si accompagna e si intreccia con il racconto di altre vite. Sono quelle della zia Germane, e l’altra, della madre Henriette, e ancora una terza, quella del padre Rolando.
Oltre le esistenze (per qualche verso intriganti e da raccontare) di molti altri parenti, chiamati dal destino e dal susseguirsi degli accadimenti a fare la spola tra il Belgio e l’Italia. È un romanzo perennemente “in bilico” La stanza di Garibaldi, che oscilla tra l’amore dei protagonisti per le loro radici non solo culturali e il pressante desiderio di evadere per cambiare. Cambiare il Paese, ma soprattutto le abitudini. E la lingua. La stanza di Garibaldi è per l’appunto la storia di una famiglia, raccontata attraverso la voce, i ricordi, le lettere di alcuni dei suoi componenti che aprono al lettore il personale album di ricordi con un’assoluta fiducia nel passato. Nel libro si intrecciano storie strettamente personali con altre che possono definirsi collettive, ma anche narrazioni intime e assolute, che vengono raccontate attraverso una lingua particolarmente curata, ma anche attenta, confidenziale e familiare anch’essa.
Come scrive Dacia Maraini nella sua postfazione “questo romanzo familiare è un atto di fiducia gloriosa nella memoria, non tanto turbinoso fiocco di neve, quanto “rete distesa” che raccoglie i pesci del pensiero, ne fa nutrimento per il presente e, dopo averli affumicati e distesi fra foglie profumate, li conserva come un prezioso cibo per il futuro”.

01/03/2006   Leggendaria

Una memoria proustiana e non solo, di Sandra Petrignani

Nella quarta di copertina de La stanza di Garibaldi Claudia Patuzzi si legge, in fondo a una stringata nota biografica, uno strano avvertimento: “Questo non è il suo primo romanzo”. Dico strano perché, in genere, succede il contrario: si avverte il lettore se un certo libro è un “primo romanzo”. Ho pensato a un errore di stampa, anche perché ero sinceramente convinta che si trattasse di un romanzo d’esordio. Poi leggendo e trovandomi di fronte a una prova di piena maturità, ho capito che doveva essere stata preceduta da altre prove precedenti. Si avverte, infatti, che dietro a questo romanzo c’è un lungo lavoro, che ci troviamo nella bottega di uno scrittore allenato. Allora mi sono spiegata quella strana frase di presentazione. È giusto avvertire il lettore che questo non è un primo romanzo.
È un libro scritto con sapienza e insieme ha l’immediatezza di una storia autentica, realmente accaduta. Un libro sulla memoria che celebra la memoria, proustiana ovviamente, ma non solo. Claudia Patuzzi ha l’orgoglioso ardire di inventare una sua teoria della memoria, e piuttosto originale. “E se la memoria avesse un filo simile alla bava dei ragni? Allora dopo le piogge estive si stenderebbe tra le foglie, gli arbusti e i cespugli, nei sottoboschi, nei giardini e nei terrazzi e là dove prima c’era il buio confuso, comparirebbe una traccia luccicante intrecciata a mille altri labirinti”. È un’immagine bellissima e moderna, in cui non c’è più una “madelaine” a ricreare il sapore del passato, ma c’è un “tessuto” che lega una cosa all’altra, un evento all’altro, una trama naturale, una tela di ragno (suggerita dal “filo di bava”) che è poi il lavoro dello scrittore. La bava è qualcosa di repellente che però riluce ed è frutto di un sapiente operare, l’opera del ragno appunto, un lavoro di architettura, che inganna e cattura come fa la buona letteratura. L’immagine è collocata all’inizio della storia, ed è un inizio orgoglioso: ci vuole una bella sicurezza per “infilare” in un racconto una teoria che, se da un lato è poetica, dall’altro ha una moderna calviniana geometria.
Ma non è Italo Calvino un autore a cui penso se devo collocare la scrittura di Claudia Patuzzi. Aleggia nel suo romanzo una nebbia simenoniana, come un dolore non detto che però è senso e sostrato di quanto viene narrato, suo colore e segreto. E accanto al dolore c’è la magia, delicata, di una vaga serenità, forse è la rassegnazione del protagonista, o forse l’accettazione del suo stare all’angolo, quel suo modo di stare al mondo senza disturbare, perché consapevole di quanto la sua esistenza ha effettivamente e incolpevolmente disturbato. L’autrice racconta questo destino minoritario, condannato due volte, perché esiliato dalla famiglia prima e poi esiliato una seconda volta nel segreto che questa famiglia serberà per lui. Lo stile è movimentato, quasi a restituire alla povera storia del protagonista quella leggerezza che la sua esistenza non ha potuto conoscere. Spostandosi sul doppio binario di due culture, quella belga e quell’italiana-marchigiana, si passa dal romanzo epistolare al romanzo di memoria.
Dacia Maraini ha scritto nella postfazione che le donne sono guardate da Claudia Patuzzi con minor simpatia degli uomini, ma non ne sarei sicura. Ogni personaggio ha luci e ombre, come è giusto che sia. Spicca la figura della madre di Ghislain, che lo abbandona ma continua ad amarlo, travolta dagli eventi. Non c’è giudizio, da parte dell’autrice che si limita a raccontare una storia molto forte, tanti personaggi e sempre con un affetto verso la vita spesso al limite della commozione. Commovente è il rapporto fra Ghislain e la sua “fatina”, l’autrice stessa che, scrivendo la storia di quell’infelice zio sta in realtà svelando il segreto di famiglia e scrivendo la sua propria storia.
Come disse Vladimir Nabokov in La vera storia di Sebastian Knight: “È un mistero il perché un libro molto bello abbia grandissimo successo e un altro altrettanto bello non ne abbia”. Io non so quale destino avrà La stanza di Garibaldi, ma faccio un fiducioso augurio a Claudia: di avere tutto il successo che una società letteraria onesta e non condizionata dovrebbe essere pronta a dargli.

02/03/2006   Il Messaggero - Macerata

La stanza di Garibaldi: saga tra Macerata e Bruxelles, di Mauro Montali

È in tutte le librerie maceratesi La stanza di Garibaldi, libro scritto dalla professoressa romana Claudia Patuzzi. Che però ha antenati maceratesi che vivevano all’inizio del secolo scorso nell’ex Albergo della pace, dove Giuseppe Garibaldi soggiornò per 15 giorni nel 1849. Ebbene il libro, che si svolge tra Bruxelles e la nostra città, prende proprio lo spunto dalla “stanza” del generale.
Il volume è scritto sotto forma di corrispondenza tra il vecchio zio, Ghislain Baltahasar, e la nipotina italiana (“la fatina”). È una sorta di saga familiare che attraversa tutto Il secolo breve per dirla con lo storico inglese Eric Hobsbawm. È un libro avvincente e scritto in modo originale e comunque di “alto” profilo letterario. Probabilmente concorrerà al prestigioso premio Strega.
«Questo romanzo familiare –scrive Dacia Maraini nella postfazione– è un atto di fiducia gloriosa nella memoria, non tanto turbinoso fiocco di neve quanto "rete distesa" che raccoglie i pesci del pensiero, ne fa nutrimento per il presente e, dopo averli affumicati e distesi fra foglie profumate, li conserva come prezioso cibo per il futuro».

27/03/2006   www.korazym.org

La stanza di Garibaldi: la vera storia di Ghislain, di Laura Muzzi e Teresa Graziadio

Una  storia di abbandono, di esclusione, di forzata reclusione. Una storia vera, ricostruita sulla base di un inedito epistolario, che si dipana con andamento circolare dal presente al passato lungo il corso del Novecento attraverso le sue tappe nodali: la prima guerra mondiale, la fine della guerra e il dopo-guerra segnato dalla falcidie della “Spagnola”, l’avvento del fascismo e la seconda guerra mondiale. E’ la storia di Ghislain, nato fuori del matrimonio da un incontro casuale, trasformatosi poi in amore travolgente, tra un’affascinante fanciulla dell’asfittica borghesia belga, Eugénie, e un franco-corso di origine italiana, Paul Mancinì, rampollo di una ricca ed altolocata famiglia parigina. La stessa nascita significa per Ghislain la prima esclusione dalla comunità familiare materna, capeggiata dal terribile ed onnipotente Cyrille. Fa seguito il primo abbandono, per la morte improvvisa e misteriosa del padre e l’inevitabile immediato allontanamento anche dalla famiglia paterna.

Una storia che alla circolarità del tempo  contrappone una sorta di triangolarità dei luoghi in cui si svolge: la grigia Bruxelles, la brillante Parigi e la lontana  Italia. E’ un italiano l’uomo di cui la madre di Ghislain si innamora e con il quale si unisce in matrimonio: Annibale Fata, ovverosia “il Niba. Questa unione sarà la causa del secondo abbandono: la madre si trasferisce nel pieno della guerra in Italia, senza però portare con sé il primogenito. Quando, a guerra terminata, tornerà a riprenderlo, sarà ormai minata dalla “Spagnola” e finirà per morire anch’ella tra le braccia del figlio. Di qui la forzata reclusione  nella Scuola cristiana di Overijshe, vicino Bruxelles, per volere indiscusso di Cyrille. Ed è in questa reclusione, divenuta totale ed irreversibile dopo che il novizio è costretto  a prendere i voti, che trascorre la vita di Ghislain: lontano dal mondo degli affetti, in uno stato di silenzio e  di sopraffazione della sua volontà. “Frangar, non flectar”. Sono le parole di commiato del nonno. 

In questo scorrere monotono della vita, scandito solo da regole severe e pratiche mortificanti, si colloca l’evento straordinario che giustifica il titolo del libro. Ghislain, ormai prete venticinquenne, la cui figura esteriore è inequivocabilmente caratterizzata dalla presenza del cappello a tre punte, viene inaspettatamente invitato in Italia, a Macerata, a trascorrere una breve vacanza  nella famiglia del padre adottivo, il Niba. Nel palazzo dei Fata, nella stanza in cui soggiornò Garibaldi, trasformata in una sorta di sacrario, Ghislain  vive un’esperienza nuova attorniato da una famiglia numerosa e chiassosa. E’ lì che farà una sconvolgente scoperta che darà senso a tutti i suoi trascorsi. Nonostante ciò la sua vita rimarrà immutata per oltre cinquanta anni, chiuso nell’abito talare nel   ruolo di professore, fino a quando  Giovanni XXIII introdurrà la riforma degli ordini religiosi e con essa la possibilità di pensionamento per i sacerdoti.  “Se non fosse intervenuto il Concilio Ecumenico  e papa Giovanni -scrive Ghislain in una lettera alla nipote- credo che sarei diventato pazzo. Dal 1967 in poi, anche se con molta lentezza, l’antica regola del 1718 è stata quasi tutta abolita e io ho potuto, dopo la pensione, vivere da solo in camera. Solo con i miei pensieri, i miei sogni, i miei sentimenti”.

All’età di ottant’anni Ghislain comincia a vivere e a trascorrere le sue vacanze in Italia. “Per più di trent’anni ho passato le  vacanze  chiuso nel collegio con i libri e che libri: i libri scolastici”, scrive il prete. E’ allora che comincia ad intrattenere un rapporto epistolare con la  giovane nipote, l’autrice del romanzo, la sua “fatina”, cui svela i retroscena della sua esistenza in modo pudico e talvolta velato, per non ferirne la sensibilità. Laddove la reticenza dello zio, “mon oncle”, lascia dei vuoti la scrittrice Claudia Patuzzi, cerca di colmarli  attraverso  lo studio di documenti di vario tipo: certificati di nascita, di morte,  di matrimonio, atti di vendita e, non ultima la memoria della madre.  Prende forma uno scritto il cui genere risulta difficilmente catalogabile. Romanzo storico o epistolare? Romanzo biografico o saga familiare?

La scrittura sperimentale, di cui l’autrice si avvale con uno stile sicuro e disinvolto, riesce a riunirli  tutti, dando vita ad una storia avvincente. Accanto ad una folla di personaggi, diversi ma molto caratterizzati, compaiono anche gli ingredienti del romanzo giallo e lo sfondo storico, tracciato senza invadenza dall’autrice, richiama, seppure alla lontana, la grande scrittura femminile sudamericana.  

09/04/2006   Il Tempo

Una memoria distesa, di Walter Mauro

Già autrice di numerosi saggi dedicati a Calvino, Leopardi, Natalia Ginzburg, Alba De Cespedes, e qualche opera di narrativa, Claudia Patuzzi esce ora con un romanzo molto compiuto e risolto, La stanza di Garibaldi (Manni ed. 18,00 euro), con una prefazione di Dacia Maraini che ne esalta giustamente il senso tutto concentrato di una memoria distesa per attirare nella rete i pesci del pensiero e farne alimento per un presente da conservare come ricco patrimonio da conservare gelosamente in un futuro prossimo venturo... Romanzo a metà strada fra iniziazione e saga, il testo si avvale di una scrittura calda e partecipe, in cui scompare ogni parentesi superflua, e tutto viene ricondotto nell’alveo di una totale essenzialità.

11/05/2006   Il Secolo d'Italia

Claudia Patuzzi nel labirinto della memoria, di Nicola Vacca

«A volte mi soffermo a guardare il volto svagato di mia madre o il volo radente di un uccello e mi domando: che cos’è la memoria? Da dove viene? Dove sta? È il cervello la madre della memoria? O la memoria, come una cattedrale gotica, rappresenta un mondo a sé costruito da infiniti mattoncini di fronte ai quali il nome del primo progettista si è dissolto per sempre? Ciò che conta non è il risultato, l’opera colossale che alza le sue esili dita sino a Dio?».
Ponendosi questi quesiti capitali, la scrittrice Claudia Patuzzi nel suo romanzo La stanza di Garibaldi cerca di ricostruire il filo della memoria che si perde e si ricongiunge nel labirinto del tempo.
L’autrice ricostruisce, attraverso il racconto della vita dello zio Ghislain, l’amore intenso che avverte per le proprie radici familiari.
Il romanzo diventa necessariamente un libro di memorie, che ha come protagonisti i membri di una famiglia patriarcale, ognuno dei quali rappresenta un legame forte con un passato non facile da dimenticare.
La Patuzzi formula le inquietanti domande sulla memoria per avviare una ricostruzione storica, intima e passionale delle vicende familiari.
Ogni pagina del suo libro va in frantumi di fronte ai fatti che esplodono desiderosi di essere catalogati. Ma le memorie, che qui si incontrano, sono molteplici e tutte alla fine contribuiranno a costruire quell’inquietante edificio della memoria che si perde nella fluttuazione dei giorni.
Tutto il racconto della saga familiare della Patuzzi ruota inevitabilmente intorno alla Storia. Nelle intenzioni della donna giovane, che si ritira in una piccola dimora di campagna per scrivere l’avventurosa storia dello zio Ghislain Balthasar, c’è la volontà di documentare il passaggio epocale di tre generazioni della sua famiglia.
La memoria familiare diventa memoria storica e la giovane narratrice finisce per perdersi affascinata nei documenti generazionali che consulta per scrivere la storia della sua famiglia.
Tutto assume il colore del ricordo. In ogni pagina, che l’autrice scrive, la memoria diventa una magnifica ossessione narrativa che riconduce gli eventi alla casa madre della Storia.
«E se la memoria –continua a raccontare la giovane protagonista che si interroga– avesse un filo simile alla bava dei ragni? Allora, dopo le piogge estive si stenderebbe tra le foglie, gli arbusti e i cespugli, nei sottoboschi, nei giardini o nei terrazzi e là, dove prima c’era un buio confuso, comparirebbe una traccia luccicante intrecciata a mille altri labirinti».
La memoria è un paesaggio metafisico a cui si approda da ogni direzione con la consapevolezza di perdersi. Così come in un labirinto si vaga nelle sue stanze senza spazio e senza tempo. Tutti gli eventi che sembrano misteriosi così risucchiati nella spirale di un racconto che cerca il suo baricentro epocale in una fotografia scura, ma allo stesso tempo nitida. Le immagini del presente, ma anche quelle del passato, vagano fluttuanti nell’edificio della memoria, destinate a lasciare nel tempo dell’eternità tracce del tutto che scorre. Questa storia è un atto di fiducia nella memoria che non disperde i frutti concreti del pensiero.

13/05/2006   Il Tempo

La fiducia nel futuro, di Walter Mauro

Scrive Dacia Maraini nella postfazione di questo romanzo di Claudia Patuzzi, La stanza di Garibaldi: «È un atto di fiducia gloriosa nella memoria, non tanto turbinoso fiocco di neve, quanto "rete distesa" che raccoglie i pesci del pensiero, ne fa nutrimento per il presente e, dopo averli affumicati e distesi tra foglie profumate, li conserva come prezioso cibo per il futuro». È una efficace sintesi/immagine che riflette la figura di questo muto e solitario protagonista, Ghislain, che finisce per diventare il simbolo di una vita appartata come fonte di allegria e di fiducia estrema nel futuro.

18/06/2006   Gazzetta del Mezzogiorno

Storie piccole e grandi rintanate nella "Stanza di Garibaldi", di Maria Grazia Rongo

Ci sono immagini che la memoria ci rimanda sbiadite, come quelle vecchie foto che a volte, presi da improvvisa malinconia, tiriamo fuori dalle scatole di latta riposte in fondo a cassetti chiusi a chiave. Così, quasi in una sorta di salvifica celebrazione del «come eravamo», al tempo stesso intima e corale, prende vita il romanzo La stanza di Garibaldi di Claudia Patuzzi, edito da Manni.
È questa la storia di una famiglia (proprio quella dell’autrice) in bilico tra Italia e Belgio, tra anelito al sole e al mare e scoraggianti ritorni sui propri passi, ma soprattutto tra volontà di ricordare e desiderio inconscio di tenere gli scheletri ben chiusi negli armadi. È la storia dello zio Ghislain Balthasar, un «emarginato», un «vinto», vittima di tre abbandoni, tre rifiuti, tre buchi neri che lo inghiottirono del turbine impazzito dell’Europa lacerata dalla prima guerra mondiale. Nato fuori dal matrimonio, Ghislain fu abbandonato dalla madre quando questa sposò un italiano e fu costretto dal nonno a prendere i voti.
Una storia nella Storia, quella della famiglia Balthasar, dove i protagonisti sarebbero stati votati all’anonimato se proprio Ghislain non avesse convinto la nipote scrittrice a raccontare la saga della loro famiglia.
Leggiamo tra le righe che quella di scrivere deve essere stata una decisione sofferta da parte dell’autrice. Una decisione rimandata più volte, accantonata a lungo, che sarebbe stata chiusa, come le vecchie foto, in un cassetto, se non ci fossero state le numerose lettere dello zio a rinnovarne sempre la promessa.
E così, con una rivivificazione quasi pirandelliana, vengono strappati dall’oblio e prendono corpo personaggi che finalmente hanno trovato un autore. Tra tutte spicca la figura della madre di Ghislaina, Eugènie, «amata nobis quantum amabitur nulla» direbbe il poeta latino.
Ma «che cos’è la memoria?», si domanda e ci domanda l’autrice. «Da dove viene? dove sta? È il cervello la madre della memoria? O la memoria, come una cattedrale gotica, rappresenta un mondo a sé costruito da infiniti mattoncini di fronte ai quali il nome del primo progettista si è dissolto per sempre?». Claudia Patuzzi sembra servirsi di tali quesiti per ricongiungere i tasselli della propria esistenza a quelli, consunti dal tempo e dai dolori, dei suoi familiari, ridisegnando un albero genealogico che non potrà più essere modificato, perché sono scomparsi il mistero, il sospetto, la vergogna che spesso aleggiano su ciò che non si conosce appieno.
Ripercorrendo la storia di questa famiglia patriarcale, dove le donne hanno il ruolo «marginale» di amare, l’autrice dà un senso anche alla propria storia, a quell’essersi soffermata tante volte sul volto «svagato» di sua madre Henriette, sorellastra di Ghislain, per carpire il senso di una malinconia latente, frutto di un vuoto ancestrale e arcano.
Ora la scrittura ha restituito allo zio Ghislain il giusto posto nel mondo. Egli non è più «una macchia», «un intruso» o «un ossimoro», come si firma in alcune lettere inviate alla nipote, ma è diventato il protagonista di questo romanzo. E lo è diventato anche grazie alla grande capacità narrativa di Claudia Patuzzi, la quale si avvale di una scrittura sobria e ricercata al tempo stesso, che in alcune pagine rasenta la poesia. Una scrittura d’altri tempi, potremmo dire, resa moderna da quell’affannoso rincorrersi delle parole, tra passato e presente, che poi si ferma e si placa nella «stanza di Garibaldi» (una stanza di palazzo Fata, a Macerata, dove realmente soggiornò l’eroe dei due mondi) che da luogo del sogno e dell’assurdo diventa luogo del possibile.
Scrive Dacia Maraini nella postfazione al libro: «Questo romanzo familiare è un atto di fiducia gloriosa nella memoria», ma forse, aggiungiamo noi, è anche di più. È la dimostrazione di poter ribaltare la storia, le storie, leggendole da un’altra prospettiva. È la conferma, che trova il suo precedente più illustre nella Storia di Elsa Morante, che «gli ultimi» sono coloro che «scoprono il mondo». «O meglio, l’originale del mondo, di cui la Storia è solo la copia indecente e volgare».
01/06/2006   Altre recensioni

01/06/2006 - Leggere tutti
Un uomo muto e solitario, di Antonella Colombo

Una saga familiare, il ritratto a tutto tondo di un uomo “muto” e solitario. Questo e molto altro ci rivela il libro di Claudia Patuzzi (Manni, pp. 320, Euro 18,00). Il racconto della vita dello zio Ghislain che si accompagna, si intreccia con il racconto di altre vite, quella della zia Germaine, della madre Henriette, del padre Rolando e di tanti altri parenti che fanno la spola tra il Belgio e l’Italia.
Un romanzo che oscilla tra l’amore per le proprie radici e il desiderio di cambiare paese, abitudini, lingua. La storia di una famiglia, appunto, raccontata attraverso la voce, i ricordi, le lettere di alcuni dei suoi componenti che aprono al lettore il personale album di ricordi con un’assoluta fiducia nel passato. Storie personali e collettive, intime e assolute, raccontate con una lingua curata, attenta, confidenziale e familiare anch’essa. Come scrive Dacia Maraini nella sua postfazione “questo romanzo familiare è un atto di fiducia gloriosa nella memoria, non tanto turbinoso fiocco di neve, quanto “rete distesa” che raccoglie i pesci del pensiero, ne fa nutrimento per il presente e, dopo averli affumicati e distesi fra foglie profumate, li conserva come un prezioso cibo per il futuro”.
E quest’anno, per la terza volta di seguito, un libro di Manni è stato selezionato al Premio Strega.
Dopo i racconti di Marina Mizzau, Il silenzio dei pesci, e il romanzo di Rosalba Conserva, Casa Barnaba, è Claudia Patuzzi a concorrere al prestigioso premio di casa Bellonci giunto alla sua sessantesima edizione.
 
29/08/2006 - Stilos
Garibaldi e lo zio del Belgio
 
«Un atto di fiducia gloriosa nella memoria», secondo Dacia Maraini che ne ha curato la postfazione, questo romanzo della Patuzzi, autrice di saggi di politica editoriale. Tutto comincia da un pacchetto misterioso contenente una tazzina di porcellana bianca, un piattino rotto e una foto di uno zio con accanto Garibaldi. Ma cosa c’entra un vecchio zio belga con Garibaldi? Inizia così la saga familiare della Patuzzi: una storia in parte biografica, che affonda nella memoria e nelle immagini di un vissuto storico.

28/11/2006 – www.sabatoseraonline.it

Quando la memoria unisce le generazioni, di Ennedi
 
Ghislain Baltasar è il protagonista del romanzo La stanza di Garibaldi di Claudia Patuzzi (Manni 2006): Ghislain è un uomo solitario e silenzioso, sacerdote per volere della famiglia senza sentire una vocazione autentica. Ormai vecchio stabilisce un contatto con sua nipote, e le affida i ricordi di una vita attraverso una serie di lettere ricche di particolari e di brio, firmate ogni volta con un nome diverso, a sottolineare che la scrittura consente lo svelamento e l’occultamento di molte identità. Anche la giovane nipote è interessata alle potenzialità della scrittura: si ritira nell’eremo di famiglia e affida al computer le memorie di Ghislain.
Nelle lettere di Ghislain scorrono le storie di tre generazioni della famiglia belga dei Balthazar: il nonno Cyrille, volontario nella prima guerra mondiale contro l’invasore tedesco, sua moglie Amelie, la figlia Eugénie, madre di Ghislain, nato dall’incontro con Paul Mancini, un corso di passaggio a Bruxelles. I personaggi della saga familiare scorrono come foto di un album, si spostano in Belgio, in Francia, in Italia e vivono le grandi vicende della storia e le piccole scoperte della quotidianità.
Ma la saga familiare è anche un romanzo di formazione, perché la vita di Ghislain, decisa quasi sempre dagli altri e dalle circostanze, conoscerà una svolta inattesa, uno scarto dai binari della solitudine e della rassegnazione: in questo modo una figura appartata e apparentemente incolore, diviene un punto di riferimento per la giovane nipote depositaria dei documenti familiari e della memoria, l’elemento base della narrazione, il nucleo prezioso da preservare e trasmettere.
E il titolo? Perché si chiama La stanza di Garibaldi? Ai lettori la piacevole scoperta.
 
 

 
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