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AA. VV.
Tu quando scadi?

Racconti di precari

Descrizione:

La realtà del precariato raccontata dalle generazioni che lo subiscono.
Rappresentanti di sette milioni di precari, gli autori di queste storie, con un registro ironico e insieme drammatico, ci fanno amaramente divertire.

Nota bene
Nell’arco di tempo intercorso tra la stesura di questi racconti e la pubblicazione del libro (circa due mesi) tutti gli autori-precari sono “scaduti” e definitivamente senza lavoro.

Argomento: Narrativa

Collana:
Fuori Collana

Anno 2005, 120 pagine - € 11,00 - ISBN: 88-8176-719-8

Note: Introduzione di Nichi Vendola

Approfondimenti
Introduzione
 
 
Le “voci di dentro” della precarietà mescolano i tasselli di esistenze sospese e frammentate, narrano il corto-circuito crescente tra presente e futuro, sondano quell’ombra di inquietudine che ha modificato, insieme al mercato del lavoro, l’antropologia delle giovani generazioni. Sul registro molteplice dell’ironia, del sarcasmo, della paura, dell’ansia, di un dolore senza ammortizzatori, scivolano i corpi dei nuovi lavoratori/lavoratrici a cottimo, a progetto, a nero, interinali, intestinali, che sono corporeità alienata, spolpata di diritti e bisogni, chiusa nell’abito disciplinare di una flessibilità che spersonalizza, che ferisce, che talvolta uccide.
Sono la platea insorgente degli “invisibili”, versione post-moderna dei paria, degli “intoccabili” delle società castali. La precarietà non è più una stagione a cavallo tra adolescenza e maturità, ma diventa l’intero orizzonte del vivere, del lavorare, dell’abitare, dell’amare, del mangiare, del soffrire, del morire. Questa che abbiamo di fronte a noi, spesso intenta a coltivare surrogati artificiali di felicità insieme a solitudini estreme, questa che pure ha rotto gli schemi dell’ubbidienza conformista e si è rivoltata contro l’ordine liberista, questa dei giovani meridionali che restano o che partono ma sempre che giacciono come vuoti a perdere sui marciapiedi del non-lavoro e del lavoro a tempo, questa è la prima generazione falcidiata dalla guerra di senso del “precariato totale”.
Siamo faccia a faccia con gli effetti drammatici di un modello sociale arcaicamente gonfio di modernismi, che cerca di spogliare il lavoro del suo sapere sociale, che cerca di romperne i legami comunitari, che cerca di ridurlo a nuda merce, a storie di soggezione neo-servile, a singole vite che debbono confrontarsi con un mercato cannibale e multinazionale.
Muore il lavoro come civiltà, come coscienza, come solidarietà, come alleanza. Vive il lavoro come deserto per chi non ce l’ha e il lavoro come giungla per chi mentre lo afferra già teme di perderlo. Il lavoro che non annoda i fili della tua persona agli altri e ad un’idea più gratificante di futuro. Il lavoro che soverchia le tue attese, i tuoi bio-ritmi, la tua stessa potenzialità produttiva. Muore il verbo “cooperare”. Vive solo il verbo “competere”. La grammatica della competizione, quella che regola gran parte dei linguaggi della politica, prevede che qualcuno vinca a condizione che qualcuno perda, e purtroppo gioca questa sua partita intimamente nichilista sulla pelle del genere umano e del nostro territorio naturale.
Per questo è importante raccontare la precarietà, perché solo così possiamo intenderne l’oscenità, la costituzionale violenza che la anima, l’ontologica sapienza di morte che la guida. Non è solo questione di Berlusconi. È questione di modelli sociali, di capacità di piantare la bandiera dell’alternativa in questa trincea dove i nostri ragazzi ogni giorno cadono colpiti dall’artiglieria pesante dei contratti cococò e dei populismi rococò. Dobbiamo intervenire sulla frattura multipla in cui si incrocia, vividamente, la nuova “questione giovanile”: quella del mercato dei lavori, quella altrettanto devastante della generalizzazione della forma di periferia nello sviluppo urbano, quella della crisi della capacità di comunicazione tra le generazioni.
La vita dei nostri ragazzi è una narrazione fratturata. Per esempio la vita di quel diciottenne che trascorre troppo tempo sul metrò, andando e tornando lungo la distanza tra centro e periferia; che è cresciuto senza nonni, istituzionalizzati in una casa di riposo; che lavora quando può come facchino o come friggitore di patate. Quel diciottenne tra dieci anni rischia di essere fermo nello stesso punto, immobile sul vuoto, con la spiacevole sensazione di poter precipitare da un momento all’altro.
Ecco, la sinistra ha dieci anni di tempo per provare a usare la politica come “la cosa semplice difficile a farsi”: quella cioè che cambia il destino, il percorso, il futuro, a quel diciottenne e a un’intera generazione di precarizzati.
 
Nichi Vendola



Recensioni

25/11/2005   Il Venerdì di Repubblica

Quelli che per trovare lavoro non sanno a che santo votarsi

Dopo l'orazione a San Precario e un saggio sulla sua vita, iniziano le storie. Così diverse, così uguali. E' Tu quando scadi?, testimonianze di giovani e no, che raccontano la loro "vita precaria". L'introduzione è di Nichi Vendola, peresidente della Regione Puglia. Il Venerdì pubblica il racconto intitolato That Italian Difference, di un assistente di volo dell'Alitalia.

That Italian Difference

Io non sapevo proprio cosa fosse la malinconia. Poi sono diventato uno stagionale Alitalia. Uno steward per la precisione, o assistente di volo come si dice più professionalmente. E in sette stagioni di atterraggi e decolli l’ho capito. La malinconia è una stanza d’albergo dalle pareti color pastello. È una camera dal copriletto in tinta col divanetto e con la fodera del paralume. La malinconia è trovarsi per notti e notti a dormire in un letto diverso sentendoti sempre nello stesso posto. E con l’andar del tempo ti accorgi che la malinconia non puoi sconfiggerla. Ti sono concesse tregue armate. Quelle sì, tante. A volte anche una quindicina al giorno. È una guerra. La mia guerra. La guerra degli assistenti di volo. Non puoi permetterti di essere sconfitto. Cosa porteresti a casa? Cosa daresti da mangiare a tua figlia? Come pagheresti l’affitto? Non puoi sognarti minimamente di vincerla questa guerra mai dichiarata e che ti lascia un giorno morto, l’altro ferito, un altro ancora lanciato all’attacco. La strategia migliore è non pensarci. È far finta di niente. È tacere a te stesso e soprattutto agli altri. In Alitalia siamo in tanti a cavarcela così. Siamo una società segreta. Una società segreta e senza nome, senza scopo, senza strada, senza meta. Senza inizio e senza fine. Niente e nessuno ci aspetta. Come quando apri la porta della tua camera d’albergo.

La vocazione… quella sì che è un’altra bella bestia da domare. La vocazione mi spingeva all’insegnamento. All’insegnamento dell’inglese. Mi sono persino laureato. E c’ho provato. Ah quanto ci ho provato ad insegnare. Un mese di supplenza lì. Due mesi là. Per alcuni anni ho tirato avanti così. Poi gli insegnanti tra loro si innamorano. Sarà perché in fondo in fondo sono un po’ attori. E come gli attori vivono tutto dentro la loro cerchia. È un mondo generoso quello della scuola. A me ha donato Federica: insegnante precaria come me. E dopo due anni Federica mi ha donato nostra figlia Chiara. Potevo chiedere di più al Ministero dell’Istruzione? No, non potevo. Mollo la scuola. Con una bimba a carico devi lavorare tutto l’anno. Inizia la caccia a qualsiasi tipo di occupazione. Finisco nel girone infernale delle guide turistiche. Imparo tutto sul Colosseo, i Fori Imperiali, Villa Adriana. Di notte studio il tedesco. Non basta. La concorrenza è spietata. A Roma il mondo delle guide turistiche è pieno di gente di tutte le età e di tutte le nazionalità che si offrono per un tozzo di pane. Arrivo a lavorare fino a 15 ore al giorno. Guadagno poco. Mi salvano le mance dei turisti. Quando l’agenzia non mi chiama faccio il cameriere in una pizzeria del centro frequentata soprattutto da stranieri. Me la cavo così per un paio d’anni. Neanche a Federica va bene. Precaria era e precaria continua a restare. Insegna sì e no cinque mesi l’anno. Per fortuna di tanto in tanto i nostri genitori ci sganciano qualcosa. Senza rendermene conto ho dato l’addio alla scuola. Del mio mondo non è rimasto neppure il ricordo. Non ho tempo per ricordare. E la vocazione? Oh quella ogni tanto riaffiora. Come una pugnalata in petto. Finisco sempre per darle un appuntamento: “Presto torneremo insieme, vedrai…”. Poi la bidono. Lei si riaffaccia. Altro appuntamento. Altro bidone. Alla fine entrambi abbiamo perso la speranza. Ognuno per la sua strada. Ma dove sarà andata?

Non so come ma quando sei precario permanente ti si sviluppa un fiuto pazzesco per reperire lavoro. Sei un animale sempre a caccia, sempre all’erta, sempre con le orecchie tese. È la paura che ti istruisce. Gran maestra la paura. Maestra di vita. Vita da cani è ovvio. E un giorno mi ritrovo solo come un cane. A Roma piove che dio la manda, c’è pure una megamanifestazione sindacale che fa del centro un ingorgo concentrico, i turisti sono tappati in albergo e così l’agenzia mi rimanda indietro. Non torno a casa. Mi rifugio in un bar a pensare come tirar su soldi. Dalla parte opposta del bancone sento due tizi che parlano di Alitalia, chiamate, corsi d’inglese. È il 1998 e inizio a volare con un contratto a tempo determinato. Un capetto tutto distinto mi assicura l’assunzione a tempo indeterminato da lì a breve. Determinato… Indeterminato… Sono passati sette anni e sono ancora precario: la mia stagione dura in media sei mesi l’anno. Poi resto in attesa. E l’attesa si trasforma in angoscia. E l’angoscia maggiore è non sapere se sarai richiamato. Tra una chiamata e l’altra possono passare due mesi, oppure cinque. Chi lo sa? Tu sei l’ultimo anello della catena. Anzi: sei un anello a seguito della catena. Sei l’anello di scorta. E sei l’ultimo a sapere la bella notizia. L’aspetti, la bella notizia. Eccome se l’aspetti. E mica solo io: tutta la famiglia è in attesa. Poi quando la bella notizia arriva non sei così contento. Ma puoi confessare il tuo sottofondo di delusione a qualcuno? Macché. Non puoi per non spegnere l’entusiasmo delle persone che ami. Non devi perché non si sputa nel piatto dove mangi. Non vuoi per non alimentare Madame Malinconia. Anche questo è lavoro. Lavoro non pagato. Così come non ti pagano le ferie né le festività.

Tu lo sai cosa è il feed-back lavorativo? Io non lo sapevo prima di salire su un aereo. La cosa funziona così. A conclusione di ogni iter di volo, che può durare da due a cinque giorni consecutivi e che in gergo è chiamato avvicendamento, il responsabile di cabina è tenuto a compilare una scheda descrittiva. Nella scheda descrittiva è valutato come indossi la divisa, come ti relazioni con colleghi, come te la cavi con i passeggeri e così via. I rapporti sono poi inviati al settore che gestisce gli stagionali e alla fine del contratto sostieni un colloquio con qualcuno dell’Ufficio del personale. Alla fine del colloquio ecco stabilito il feed-back lavorativo espresso in percentuale. A cosa serve il feed-back lavorativo? A decidere se richiamarti o meno. Dipende da come ti sei comportato. Ci comportiamo bene noi stagionali. Mai scioperato. Mai detto no. Io però sono nell’elenco dei sospettati. Ne sono sicuro. Ubbidisco ma non risulto devoto. Nessuno è mai stato chiaro sull’argomento. Ma lo sento. Lo percepisco dal tono delle parole di qualche capocabina e dei quadri dirigenti che in tutti questi anni mi hanno percentualizzato. Questione di sfumature penserai. Mica tanto. Da quando l’Alitalia ha fatto il restyling dell’immagine aziendale la Brand Map contempla tra i suoi plus la voce: “That Italian Difference”. Che cosa è? È il “Tono di voce: Attento, Empatico, Intelligente”. È lo “Stile: Coinvolgente, Autentico, Accogliente”. Qualche volta c’ho provato ad applicare l’Italian Difference: sorriso da spot, voce calda, sguardo premuroso. Ma dopo un po’ mi viene da ridere. Così faccio il mio lavoro tranquillamente, senza eccessi: come sempre. E come sempre il mio orario si aggira tra le 10 e le 14 ore al giorno. Un arco di tempo che comprende: le ore effettive di volo, i tempi di transito tra un volo e l’altro, ritardi per cattive condizioni meteorologiche o per problemi di natura tecnica. Dopo sette anni di questa solfa hai poco da essere empatico e coinvolgente. Ma bisogna ammettere che la compagnia qualcosa l’ha cambiata per davvero: la A iniziale del marchio Alitalia è stata inclinata. Una trovata degli esperti di comunicazione. Dicono che dia più “dinamicità, leggerezza, equilibrio”. L’anno scorso l’Alitalia ha rischiato di fallire. Abbiamo tremato tutti. Noi stagionali più degli altri. Ma con dinamicità, leggerezza, equilibrio.

Adoro i racconti dei colleghi con vent’anni e più di esperienza alle spalle. Adoro la loro nostalgia dei bei tempi andati. Quando all’Alitalia i turni di lavoro erano umani. E avevi il tempo per fermarti a Parigi e visitare una mostra, andare ad un concerto, entrare in un museo. Ti capitava persino di fare amicizia con gente del posto. Amicizie che non duravano, certo. Ma interessanti. E che poi raccontavi. La nostalgia maggiore l’avverto quando gli “anziani” parlano delle relazioni tra colleghi. C’era il tempo per coltivarle. A fatica, indubbiamente, perché non voli mai con lo stesso equipaggio. Ma l’atmosfera era diversa. Ci si parlava. C’era maggiore spontaneità. Poi nell’intreccio del racconto emerge la parola magica: socializzazione. Parola oggi bandita dal vocabolario e dalla pratica aziendale: richiama troppo quella cosa là, quella cosa vecchia e pericolosa. Sì, l’hai capito: socializzazione = socialismo. Via, basta. Il socialismo non c’è più. Perché mai dovrebbe esserci la socializzazione? Mi viene in mente Bruna, la mia collega. Diverse volte abbiamo giocato a carte in qualche camera d’albergo insieme agli altri membri dell’equipaggio. Non si trattava solo di ammazzare il tempo. Almeno a me non pareva così. Lei è una donna raffinata, sorridente, grandi occhi verdi. È una persona solare e allo stesso tempo ti lascia dentro un senso di tranquillità. Pensavo di conoscerla. Poi qualcuno mi ha detto che è divorziata e che il figlio le dà un sacco di problemi. Allora Bruna tratta i colleghi come i passeggeri: con distaccata professionalità. Morale: siamo degli estranei. Ne prendo atto e mi difendo: da colleghi sempre nuovi e sempre uguali, da passeggeri sempre nuovi e sempre uguali, da camere d’albergo sempre nuove e sempre uguali.

Disposizione ministeriale: il limite massimo di impiego di un assistente di volo è 14 ore. In diverse occasioni a me è capitato di superare il tetto orario. Ho continuato a lavorare. Ho un feed-back lavorativo con cui fare i conti io. Ma fai presto a farli: basta non contare. Quando i colleghi scioperano devi lavorare anche per loro. Se hai un bimbo piccolo non ti sognare di chiedere congedi parentali. Se hai qualche linea di febbre non sperare di metterti in malattia. Per gli stagionali Alitalia l’unica operazione autorizzata è la sottrazione. Non pensare di chiedere più diritti. Anche perché nessuno te li ha tolti. Sei libero di scioperare e di ammalarti. Ma l’anno dopo resti a casa. E come rinunciare a un posto che molti ti invidiano? «Guadagnate bene voi steward.» «Ah potessi far io l’hostess all’Alitalia…». Così sento dire ogni tanto da qualcuno che viene a trovarmi a cena e che pensa che la realtà sia quella che legge sui giornali. Per 70 ore di volo mensili porto a casa 1.500 euro. Non solo: non accumulo anzianità: per la compagnia ogni anno è come se fosse il primo. Allora i miei ospiti mi guardano straniti. Lì per lì non mi credono. Esibisco la busta-paga. Lo faccio come se fosse una multa. Non credono ai loro occhi. Assumono un’aria smarrita. Guardano nel vuoto. Ma si riprendono subito: «Be’ c’è di peggio.» «Coi tempi che corrono…». Ma io non ho pietà. E inizio a raccontargli di quell’anno che mi hanno sbattuto per tutta la stagione a Malpensa. Gli racconto dell’appartamento di due stanze, bagno e angolo cottura alla periferia di Milano. Un appartamento dove vivevamo in cinque, più qualcuno che andava e veniva. Li stendo informandoli di tutte le volte che finito l’avvicendamento non trovo posto in aereo e devo aspettare quello del giorno dopo. E della fatica che si fa a trovare un motel a prezzi accettabili. Non contento li colpisco quando sono a terra: sto fuori casa quattro giorni di fila, spesso anche cinque. Massimo due giorni di riposo e poi di nuovo in volo. Mi snocciolo quattro tratte al giorno: Roma-Milano; Milano-Varsavia; Varsavia-Milano; Milano-Lamezia Terme. Parto alle dieci del mattino e se tutto va bene sono a letto a mezzanotte. È vita questa? Ma non posso rovinare la serata e rendere tutti tristi. Alla fine cedo. Cedo all’improvviso quando nessuno se l’aspetta più: «È vero: c’è di peggio… Coi tempi che corrono…». Torna il sereno. La serata è salva. Brindiamo.

Testimonianza raccolta da Patrizio Paolinelli

14/12/2005   L'Unità - Bologna

Voci dal mondo sommerso del precariato, di Giulia Gentile

Sono ironici, sarcastici, buffi, cinici e spesso amari i racconti riuniti in Tu quando scadi? (Manni Editori), raccolta pubblicata pochi giorni fa dalla piccola casa editrice leccese, ma che molto ha a che fare con la città delle due Torri.
Innanzitutto perché, se non scritti direttamente da bolognesi, molti degli episodi sono ambientati proprio nella città dell’università più antica del mondo, eldorado per studenti e giovani disoccupati provenienti anche da altre regioni. E poi perché l’ideatrice e curatrice del progetto, Agnese Manni, ha vissuto per anni a Bologna, dove - da studentessa prima e “stagista” poi - ha potuto sperimentare di persona la paradossale realtà di una città molto aperta all’apparenza ma con un più che esoso costo della vita. Che talvolta impone a chi arriva – soprattutto dal sud del nostro Paese – di tornarsene indietro dopo qualche anno, se intenzionato a metter su casa o anche solo a vivere dignitosamente seppure da precario.
C’è la giovane cubista che, da quando diciassettenne ancora frequentava ragioneria a Bologna, fa la spola dalla città alla riviera, e dalla riviera alla città, per lavorare nelle discoteche di Rimini e Riccione. Dopo una decina d’anni di “manovalanza” si è inventata imprenditrice di se stessa, per riempire il buco invernale che divide in due la vita litoranea.
C’è il “portatore sano di pizza”, studente in Lettere di giorno che - più che avvicinare le proprie notti a quelle dell’amato scrittore “maledetto” Charles Bukowski - compie un viaggio felliniano nella pizzeria d’asporto de La Lella, e fra le diverse categorie di dispensatori di mance. E poi ci sono i lavoratori interinali Tim di Bologna, fra i precari più “famosi”, assunti nel 2002 a tempo determinato da un’agenzia, e “subaffittati” alla compagnia telefonica con contratti semestrali.
In tutto, una decina di racconti, degni ritratti di quello che ormai costituisce un macrocosmo lavorativo fatto di impiegati a cottimo, a progetto, in nero e interinali, dipendenti con un ventaglio multicolore di contratti, il più delle volte spolpati di progettualità per il futuro e di diritti.
«Le “voci di dentro” della precarietà mescolano i tasselli di esistenze sospese e frammentate – commenta nell’introduzione il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola -, narrano il corto circuito crescente tra presente e futuro, sondano quell’ombra di inquietudine che ha modificato, insieme al mercato del lavoro, l’antropologia delle giovani generazioni».

09/01/2006   L'Unità

Parabole (flessibili) di San Precario

Ecco la vita di San Precario. Instabile, malfermo, vissuto nel XXI secolo. «Nelle leggende, santo patrono di sfrattati, poveri, sottoccupati, sfruttati, ricattati, co.co.co.». e ancora di lavoratori a termine, a progetto, interinali, occasionali o in nero Tu quando scadi? è una raccolta di storie di giovani –e non solo giovani– (simil)occupati. Racconti di uomini e donne che fanno i conti con le regole del nuovo mercato (flessibile) del lavoro. Nel quale –scrive nell’introduzione, il governatore della Puglia, Nichi Vendola– «muore la parola “cooperare” e vive solo il verbo “competere”». In copertina c’è la nuca di un ragazzo: nei suoi capelli campeggia un codice a barre, come un «marchio» indelebile dei nostri tempi. È il denominatore comune delle storie di Valentina, cubista; di Massimo, commesso; di Antonio, «portatore sano di pizza». O di Laura, precaria a 54 anni, «costretta a sperare di invecchiare il più presto possibile per poter comprare da mangiare senza ricorrere alla Caritas». E c’è chi ha il coraggio di dire che siamo ricchi, con due cellulari a testa…

06/01/2006   Gazzetta del Mezzogiorno - Lecce

Precari sull'orlo di una crisi di nervi, di Daniela Pastore

Precari si nasce o si diventa? E’ colpa della società o il riflesso di un’attitudine mentale? Di certo nel Terzo Millennio i precari si moltiplicano come i pani e pesci biblici. Molti di loro hanno il talento dello scrittore. Eccoli allora cimentarsi in un libro di stile originale, edito da Manni, dal titolo Tu quando scadi? Racconti di precari.
Centoquindici pagine ondeggianti sul mare dell’incertezza, che raccontano con ironia, fantasia, realismo, la giornata tipo del precariomedio. Intuibilmente una giornata non semplice, disseminata di ostacoli posti quà e là da datori di lavoro tutt’altro che magnanimi. Dunque il libro non poteva che aprirsi con un’orazione a San Precario, «protettore dei dipendenti delle catene commerciali  e dei call center, delle partite iva e dei collaboratori appesi ad un filo», affinché doni loro ferie, contributi ed ogni sorta di certezze e stabilità.
Si scivola con il sorriso (amaro) di racconto in racconto, soffermandosi divertiti sui Di-lemmi del precario, le altalene fisiche e mentali della vita in bolletta, descritte dall’«a» alla «z» dalla penna divertente di Dario Quarta. Sospeso tra fantascienza e realtà il Dialogo semiserio tra un pedagogista, un geometra e un alieno, di Mauro Scarpa. Valentina racconta la sua vita da seducente cubista, Antonio Sansonetti è un «portatore sano di pizza», Massimo un chainworker, mentre un «lavoratore dell’Erremoscia» racconta le alchimie di «una rispettabile azienda». Ci sono le confessioni di un assistente di volo dell’Alitalia e le sue malinconiche notti in albergo, e di un «Precario» che «non vuol dire chi è se no poi non trova lavoro». Tu quando scadi? si chiede Chiara Greco mentre Dario Goffredo gli fa eco con La rinotracheite di Palmiro. Precari a 50 anni è l’amaro spaccato «pennellato» da Laura. Chiude il libro Patrizio Paolinelli che si sofferma su Potere e contropotere nelle lotte degli interinali Tim di Bologna.
Ad introdurre questo manipolo di allegri disperati è Nichi Vendola, che dedica tre pagine intense alla «platea insorgente degli invisibili», ai diciottenni cresciuti senza nonni, che lavorano quando possono come un facchino o friggitori di patate. «Quel diciottenne tra dieci anni rischia di essere fermo nello stesso punto, immobile nel vuoto, con la spiacevole sensazione di poter precipitare da un momento all’altro». Alla sinistra, incalza Vendola, «dieci anni di tempo per provare a cambiare in meglio la vita di un’intera generazione di precarizzati». E San Precario faccia la sua parte.

07/01/2006   Paese Nuovo

Così si racconta l'incubo dei lavoratori precari

Tu quando scadi, edito da Manni nel 2005, è una raccolta di racconti di precari, più o meno giovani, ma che comunque ogni giorno si trovano a dover fare i conti con l’incertezza, l’insoddisfazione ed un senso opprimente d’insofferenza per quello che sta capitando loro, o meglio non capitando, perché è questo che si prova evidentemente, un disarmante e pur consapevole stato di nullafacenza ti coglie al mattino e senti che andrà avanti così ancora per molto. “La precarietà non è più una stagione a cavallo tra adolescenza a maturità, ma diventa l’intero orizzonte del vivere, del lavorare, dell’abitare, dell’amare, del mangiare, del soffrire, del morire” scrive Nichi Vendola nell’introduzione al libro. È questo il dramma vero. Quello dell’essere precari non è una situazione precaria, è la sola stabilità su cui si possa fare affidamento. Ne sono una dimostrazione le testimonianze riportate sul libro, alcune delle quali prese da internet ed altre accompagnate da nome e cognome. Un mayday mayday riecheggia disperato e pure spesso autoironico tra le righe di questo testo amaro, dove chi scrive, scrive se stesso riuscendo a coinvolgere una pletora di “invisibili”, di disoccupati, di “interrotti” e di barcollanti aspiranti lavoratori. Un excursus che parte dalla A di “Arrabbattarsi” per giungere alla Z di “Zingarisciare”, un neologismo, certo, che però rende bene l’idea dell’andar di qua e di là per sentieri tortuosi che possono interrompersi da un giorno all’altro e s’insinua la convinzione che quel cercare lavoro sia ormai il tuo unico lavoro. “La vita dei nostri ragazzi è una narrazione fratturata” dichiara ancora Vendola, una crepa nel percorso di ognuno, un impedimento a progettare, a programmare il proprio futuro, neppure quello più imminente e perciò bisogna tenersi il presente dato che il futuro pare negato. E allora in bocca al lupo… “se non si è già finiti… in bocca al lupo!”.

15/01/2006   Gazzetta del Mezzogiorno

Ti danno un lavoro e già temi di perderlo, di Bepi Martellotta

Ti danno un lavoro e già temi di perderlo.
Scrive Vendola: «Muore il lavoro come civiltà, come coscienza, come solidarietà, come alleanza. Vive il lavoro come deserto per chi non ce l’ha e il lavoro come giungla per chi mentre lo afferra già teme di perderlo». Per questo, aggiunge, è importante raccontare la precarietà, «perché solo così possiamo intendere l’oscenità, la costituzionale violenza che la anima, l’ontologica sapienza di morte che la guida».
È l’era di San Precario: testimonianze vere o verosimili in Tu quando scadi?
Oh San Precario, proteggici tu! Cominciano con una preghiera, sarcastica quanto amara, le avventure (è proprio il caso di chiamarle così) raccontate dai diretti protagonisti dello splendido volume collettaneo Tu quando scadi? Un libro prezioso per tentare di capire la silenziosa rivoluzione che ha investito il mondo del lavoro negli ultimi anni, cambiando le prospettive di vita –come spiega il titolo– di chi entra ed esce continuamente dal mondo del lavoro e, di conseguenza, diventa flessibile sempre e comunque, non solo nei luoghi di lavoro.
I tredici racconti di vita, introdotti da una nota del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, hanno innanzitutto un pregio: sono scritti con grande e sorprendente capacità narrativa, sono cioè godibilissimi, ironici e amari, come solo la buona letteratura sa esserlo. E nella finzione, come nella realtà, descrivono un mondo che tutti, giovani e vecchi, attraversiamo senza riuscire mai a capire come e perché tutto questo sia potuto accadere.
Come è potuto accadere –è la domanda che sottende a quasi tutti i racconti– che la progressiva abolizione del «posto fisso» e del lavoro a tempo indeterminato e l’imperante dogma del lavoro flessibile e determinato (la precarietà, appunto) ci trasformasse tutti in persone che ogni giorno devono inventarsi, cambiare, programmare una nuova esistenza? E, soprattutto, come si fa a vivere continuamente appesi ad un filo, che ogni giorno senti può spezzarsi? Sia il «portatore sano di pizze», come si definisce uno degli autori, che il call-centerista interinale hanno una sola certezza, nel lavoro come nella vita: di essere perennemente in scadenza.
Cambia perfino il linguaggio, come scrive Dario Quarta, impiegato part-time in un’emittente salentina, che sfogliando il dizionario della sua mente alla lettera «A» non trova più la parola «Amore» ma «Arrabattarsi», verbo che più di altri descrive la vita del precario. Cambiano le stagioni della vita e quei periodi di luglio e agosto, che per tanti significano vacanze, per Valentina significano guerra contro tutti gli altri, i tantissimi precari come lei che vanno all’attacco delle discoteche di Rimini, dove ballare sui cubi è l’unica speranza di lavoro.
Massimo? Non ha mai visto in faccia il suo datore di lavoro, ma ha letto su un fax che le 96 ore sudate come «chainworker» (in pratica chi assiste i clienti in un grande magazzino) gli saranno pagate: quanto basta per vivere dieci volte sotto la soglia concessa dalla costosissima Milano. C’è perfino l’«invidiabile» lavoratore dipendente, ma il suo racconto non fa cambiare rotta: si può essere precari anche col posto fisso, se ad assumerti è una società «satellite» dell’azienda per cui lavori e dove, ogni giorno, c’è un dirigente che ti chiede «quando ti leverai dai c…?».
Due mesi, tre mesi, dodici settimane: via così, la vita scorre a «riciclo», reinventandosi in un nuovo contratto, per Chiara; mentre un anonimo racconta le sue giornate da stagista, passate sotto lo sguardo amorevole di una nonna che gli chiede quando riuscirà a trovare una «sistemazione».

11/01/2006   Quotidiano di Lecce

Posti “a tempo”, di Rossano Astremo

Tu quando scadi? è l’irriverente raccolta di racconti da poco pubblicata da Manni, con l’introduzione del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Tredici testimonianze che mettono in risalto la realtà del precariato raccontato dalle generazioni che la subiscono.
Si va dal giornalista salentino che sciorina con ironia sferzante l’abbecedario dell’autentico precario, dalla A di “arrabattarsi” alla Z di “zingarisciare”, alla giovane cubista che da quando ha diciassette anni lavora nelle discoteche di Rimini e Riccione, dal “portatore sano di pizza”, studente in lettere, che per pagarsi l’affitto lavora nella pizzeria d’asporto romana. La Lella, all’assistente di volo dell’Alitalia, il quale vede rinnovarsi il proprio contratto con periodicità semestrale, vivendo costantemente l’ossessione di una possibile e perentoria esclusione.
«Sul registro molteplice dell’ironia, del sarcasmo, della paura, dell’ansia, di un dolore senza ammortizzatori –scrive Nichi Vendola nell’introduzione– scivolano i corpi dei nuovi lavoratori a cottimo, a progetto, a nero, interinali, intestinali, che sono corporeità alienata, spolpata di diritti e bisogni, chiusa nell’abito disciplinare di una flessibilità che spersonalizza, che ferisce, che talvolta uccide». Aspettando, quindi, una programmazione politica, locale e nazionale, più attenta alle esigenze dei giovani lavoratori, si accoglie questo libro come un pugno nello stomaco, che aiuta a tenere alta la guardia su un situazione tutt’altro che rassicurante.
Ma le storie non si esauriscono qui, tutte meritevoli di essere almeno accennate, dal praticante avvocato («Senza esagerare, si può affermare che fare pratica ha un costo notevole per i praticanti, raggiungendo l’assurdo paradosso di dover pagare per lavorare»), al copywriter che per acquistare un tappeto deve ricorrere al pagamento rateizzato, dalla lavoratrice in un call center, precaria a cinquanta anni, ai lavoratori interinali Tim di Bologna, assunti nel 2002 a tempo determinato nel 2002 da un’agenzia e “subaffittati”, successivamente, alla compagnia telefonica con contratti semestrali.
Un istant book che si accosta alle molte narrazioni che negli ultimi anni hanno affrontato de visu la questione del precariato, da Pausa caffè di Giorgio Falco, a Cordiali saluti di Andrea Bajani, sino ad arrivare al pugliese Francesco Dezio che con il suo Nicola Rubino è entrato in fabbrica ha dato vita ad un piccolo manifesto delle condizioni lavorative di un operaio nell’epoca postfordista.
È proprio la dimensione di “scadenza” ad allarmare e ossessionare i giovani dei racconti antologizzati, come sottolineato da Chiara Greco, autrice del racconto che dà il titolo al libro: «Nonostante in questi anni abbia avuto la possibilità di vivere un’opportunità importante, l’incertezza mi rende insofferente: mi è difficile guardare un po’ più in là, rimango comunque legata a questo meccanismo, sapendo che presto qualcosa si incepperà, ma soprattutto consapevole che non si può costruire il proprio futuro aspettando una proroga che (e di questo hai la certezza!) un giorno non arriverà».

01/01/2006   www.musicaos.it

Il non-compiuto, di Stefano Donno

Non posso che ritenere un libro come questo, oggi più che mai, fondamentale, sia per le sue peculiarità strettamente contenutistiche, sia per lo scatto in avanti che fornisce a quanti si soffermano a riflettere in merito alle coordinate ermeneutiche date per comprendere la realtà del precariato. O forse sarebbe più opportuno dire dell’orizzonte della PRECARIETA’ in cui vengono ejectate le generazioni che lo subiscono. Al di là delle eventuali analisi semantiche del termine PRECARIETA’, emerge per tutto il volume un senso di non-compiuto, assolutamente da non riferirsi a delle mere valutazioni sullo stile della scrittura prodotta in questa sede, quanto ad una messa in scena a circuito chiuso di immagini, vicende di de-significazione totale, assoluta, selvaggia. Ci sarebbe insomma da spendere due parole in proposito… E’ talmente evidente che l’establishment glocale lavora indefessamente alla costruzione di una grammatica fenomenontologica dell’annichilazione del soggetto, della sua identità, dignità che si sprecherebbero riferimenti bibliografici, citazioni, aneddoti. E’ talmente evidente che le condizioni di esistenza abbiano raggiunto livelli quasi bestiali, che a qualcuno verrebbe in mente di rispolverare la categoria marxiana del lumpenproletariat (o sottoproletariato urbano) che in molti, in troppi forse, arriverebbero con forza a negare… La posta in gioco è veramente alta, e qualsiasi sforzo per far valere i propri diritti a 360°, per non essere un’immagine evanescente che fantasmaticamente si aggira per le vie della città, nei piccoli centri di periferia, sugli autobus, nei vagoni di un treno, giorno per giorno, può assumere la forza di una necessità impellente, inderogabile, categoricamente imperativa. Uno spettro si aggira per l’Europa (solo?). E’ lo spettro dell’uomo precario. Tu quando scadi? passa in rassegna una serie di operazioni narrative piuttosto familiari a quanti hanno avuto o hanno tutt’ora una certa dimestichezza con CO.CO.CO. (contratti di collaborazione coordinata e continuativa) ora contratti a progetto, contratti a tempo determinato, lavoro nero, sottopagato, voragine risucchia energia, buco nero del tempo e dello spazio dove scompare, inghiottita, ogni volontà del riappropriarsi di sé. Leggiamo ad esempio a pag. 24 : “ Contratto di collaborazione coordinata e continuativa, bella la dicitura, non c’è che dire, sostanziosa e pure un po’ rassicurante, letteralmente, quanto scarna contrattualmente. Tanto irrilevante che quando tentai un acquisto a rate di un impianto hi-fi e di un computer, il negoziante (per quanto amico) alla mia busta paga preferì la cedola della pensione minima di una vecchia zia novantenne”. Certamente come primo impatto questo libro potrebbe far sorgere l’impressione nel lettore, che si tratti di un pluriloquio di desaparecidos, dominati e stritolati dal sistema produttivo, frutto di una condensazione di sistemi, da quello fordista al post-fordista a quello ipercapitalistico della produzione-consumo-morte, in una ripetizione ossessiva di frames di origine controllata, provenienti dall’avant-pop mercato dello spettacolo. In verità Tu quando scadi? è un canto di lotta, ironico e autoironico, composto da vicende raccontate come se ogni singolo componente affidasse le sue esperienze, emozioni, aspettative (?), sensazioni ad un blog giornaliero, tanto da renderne gradevole la lettura. Un canto che possiede tutta la forza di un lavoro antroposemiotico dirompente, dove la lotta per la sopravvivenza è una questione da resistenza sovietica. E così vengono passate in rassegna le “voci di dentro” della precarietà dove si mescolano i tasselli di vite sospese e frammentate, dove vengono narrati i cortocircuiti crescenti tra presente e futuro, dove si sonda quell’ombra di inquietudine che ha modificato insieme al mercato del lavoro, l’antropologia delle giovani generazioni. Ed ecco le storie di precariato vissute da una cubista sulla riviera romagnola (“28 anni nel mio mestiere sono tanti. Per fortuna so ballare davvero. E poi faccio palestra. Sto attenta alla dieta. Non bevo più alcolici. Anche questo è lavoro. Come cercare lavoro. Come mantenere buoni contatti con le agenzie, i proprietari delle discoteche, i dj. Il cubo non l’ho lasciato. Ma ho imparato un altro mestiere. Così riempio il vuoto invernale e i buchi estivi”, pag. 41); di un portatore sano di pizza nel capoluogo emiliano (“In genere mi piace osservare e prendere nota, godevo nell’intuire l’entità della mancia dallo stato dello stabile, dal numero e dal tipo dei cognomi sul campanello, e infine dall’arredamento delle case. Vivevo per le mance, che potevano valere fino alla metà del guadagno finale. Bestemmiavo quando vedevo sul foglietto il cognome di un cliente tradizionalmente tirchio, mentre godevo quando vedevo l’indirizzo di un filantropo manciofilo”, pag. 47); di uno steward dell’Alitalia alle prese con il cannibalico feed-back lavorativo (“Qualche volta c’ho provato ad applicare l’Italian Difference: sorriso da spot, voce calda, sguardo premuroso. Ma dopo un po’ mi viene da ridere. Così faccio il mio lavoro tranquillamente, senza eccessi: come sempre. E come sempre il mio orario si aggira tra le 10 e le 14 ore al giorno. Un arco di tempo che comprende le ore effettive di volo, i tempi di transito tra un volo e l’altro, ritardi per cattive condizioni meteorologiche o per problemi di natura tecnica. Dopo sette anni di questa solfa hai poco da essere empatico e coinvolgente. Ma bisogna ammettere che la compagnia qualcosa l’ha cambiata per davvero: la A iniziale del marchio Alitalia è stata inclinata”, pag. 68); sino alle lotte degli interinali Tim a Bologna, solo per citare alcuni esempi: L’impegno piuttosto gravoso che si assume questo libro sulle proprie spalle, sta nel voler indicare o meglio provare a tracciare una prima strada da percorrere, con la consapevolezza che si tratta di un libro: ripensare i paradigmi della produzione scritturale, poetica, letteraria aumentando l’impiego di risorse critiche. Quindi a partire proprio dall’aspetto culturale. Secondo elemento interessante è da valutare in termini più aderenti al lavoro politico, che lo stesso Nichi Vendola esprime nell’introduzione al volume, come si legge a pag. 7: “Ecco, la sinistra ha dieci anni di tempo per provare a usare la politica come la cosa più semplice a farsi: quella che cambia il destino, il percorso, il futuro di quel diciottenne e a un’intera generazione di precarizzati”. Certamente anziché lasciarsi impensierire da un lavoro come Tu quando scadi? si potrebbe dirigere l’attenzione su questioni, come dire più leggere, del tipo la sirena Partenope, il sangue di San Gennaro, la devozione, le anime del Purgatorio, il gioco del lotto, il munaciello, lo iettatore, Nicole Kidman nello spot della Chanel, le offerte Sky, il sudoku e chi più ne ha più ne metta. Ma compratelo, è una questione di coscienza, quella da avere, quella buona, quella civile.

07/02/2006   www.blackmailmag.com

Un libro necessario, di Alessio Degli Incerti

“Se non stai attaccato coi denti ai tuoi diritti, non ne hai. Ma se lo fai, ti torturano. Ti sbattono in cassa all’infinito, come hanno fatto con me e Cesari e come fanno soprattutto con le donne, oppure ti rifiutano i permessi che hai chiesto, oppure ti portano nel retrobottega in tre o quattro e ti fanno un bel discorsetto… finché non ne puoi più e ti licenzi. E loro prendono uno più disperato di te, che rusca e sta zitto, perché ci ha i figli da mandare a scuola e il mutuo da pagare."
Fanno così, come farebbero i mafiosi.
Tu quando scadi? è il sarcastico, amaro titolo di un libro che raccoglie i racconti di un gruppo di lavoratori precari. Mai libro fu più attuale. La realtà del precariato è presentata in tutte le sue sfaccettature, un universo di paradossi e assurdità in cui l’unica vittoria possibile è la sopravvivenza. Lavoro in nero, Co.Co.Co, Co.Co.Pro, agenzie interinali, flessibilità, contratti promessi e contratti fantasma: in questi scritti ci viene presentata una galleria di personaggi e situazioni in cui chiunque non farà fatica a riconoscersi. Attenzione, però! Non ci sono lacrime o martiri che si immolano, bensì persone che affrontano la dura e infame (ir)realtà del lavoro di oggi con l’ironia necessaria per non soccombere definitivamente. Lavoro dunque sono: questo il grido (l’epitaffio?) che gli scritti lanciano.
Dopo l’esilarante prologo dell’Orazione a San Precario, si inizia con il divertente, acutissimo studio morfologico e terminologico di Dario Quarta dal titolo Di-lemmi del precario; si passa a Mauro Scarpa e al suo surreale, divertentissimo Dialogo semiserio tra un pedagogista, un geometra e un alieno, per ritrovarsi di colpo al tappeto con Il Segreto della cubista, di Valentina, che arriva come un pugno allo stomaco. Le peripezie e il lavoro notturno della cubista sulla riviera romagnola sono descritti con lucido disincanto, mettendo in evidenza tutto lo squallore che si cela dietro le luci della notte.
Se dovessi scegliere il racconto migliore, o meglio, quello più incisivo e illuminante, di sicuro opterei per Portatore sano di pizza, di Antonio Sansonetti. Le disgraziate avventure del portapizza di un locale di Bologna vengono narrate con ironia feroce e un gusto notevole per la scrittura. L’amarezza che sottende queste pagine fa emergere un microcosmo in cui la lotta per la sopravvivenza diviene brutale e abbrutisce sia la vittima che il carnefice, il quale il più delle volte rimane un’entità malefica e invisibile, come un virus impossibile da debellare.
Weekend con il chainworker, di Massimo, è senz’altro uno dei racconti più alienanti del libro. L’avvilente esperienza come commesso alla catena commerciale MON di Vimercate è descritta riproducendone il monotono e frustrante ritmo lavorativo. I colloqui fittizi, lo sfruttamento della manodopera ben oltre l’orario consentito, l’assenza completa di qualsivoglia tutela o diritto sul piano legale emergono da queste pagine come fantasmi diurni che pullulano nella vita di ogni lavoratore precario. Precario perché sempre sull’orlo della disperazione, della depressione, del precipizio, come dimostra    La Rinotracheite di Palmiro, di Dario Goffredo, racconto estremamente interessante che parte dall’acquisto di un tappeto per dipanare una serie incredibile di vicissitudini legate all’impossibilità di acquistare a rate l’oggetto desiderato.
“È questo il punto, la condizione di lavoratore precario e flessibile rende totalmente incapaci di incazzarsi, di farsi rispettare. Quello che ci hanno tolto è la forza contrattuale, la capacità di organizzarci e di fare numero. La paura di perdere un posto di lavoro che si spera un giorno diventerà fisso, la paura di condizioni contrattuali ancora più debilitanti, di pause sempre più lunghe tra un contratto e l’altro, ci spinge a ingoiare bocconi amari e duri da digerire. La gastrite è il più leggero dei mali che affliggono i precari italiani e l’insonnia è sempre più diffusa.”
Una rispettabile azienda, di un lavoratore dell’Erremoscia, descrive un quadro lucido e senza moralismi della lotta che deve intraprendere e sostenere un dipendente allorché decide di non abbassare la testa, di non piegarsi di fronte alle umiliazioni e alle vigliacche offese del suo direttore. La rivendicazione dei propri diritti diviene una feroce battaglia non solo per dare ancora un senso alla parola contratto, ma soprattutto per non perdere una delle componenti umane più importanti e svilite degli ultimi anni: la dignità.
“Sapete, voi quando fate la spesa non ve ne accorgete, ma la cassa è una tortura. Esistono anche dei rapporti che dicono che lavorare troppo in cassa è rischioso per la salute, oltre ad essere una cosa alienante, da pazzi. Per questo mi ci hanno sbattutto, anche se il mio contratto è diverso. Perché ho rotto troppo i coglioni, e non riescono a sbarazzarsi di me.”
Un altro valore che questo libro riesce a porre in evidenza è il tempo: tempo per pensare alla propria vita, per riflettere su noi stessi, sulle persone che ci circondano. Il tempo che la schiavitù del precariato ti ruba per renderlo un concetto privo di significato, vuoto; vuoto come è vuota l’esistenza dell’assistente di volo dell’Alitalia in That Italian Difference, costretto a turni massacranti e a notti squallide trascorse in anonime camere d’albergo. Tempo per pensare non ce n’è più, e la vocazione all’insegnamento, come quella dell’io narrante, finisce tristemente nel dimenticatoio.
“Il tempo viene preso troppo poco in considerazione. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, non ha prezzo il tempo e non lo puoi risparmiare, mettere da parte, usarlo quando ne hai più bisogno. E’ una cosa ben strana il tempo.”
Tu quando scadi?, il racconto di Chiara Greco da cui prende giustamente il titolo questa raccolta, è l’odissea kafkiana di una lavoratrice che, dopo aver vinto un concorso pubblico per la formazione di una graduatoria di “personale straordinario”, vede la sua gioventù svolgersi tra contratti perennemente rinnovati e interrotti ogni sei mesi, in un’altalena di profonde e devastanti incertezze in cui l’unico barlume di gioia è rappresentato dal fatto di amare il proprio lavoro, anche a costo di vederlo costantemente, beffardamente parcellizzato.
A dimostrare quanto il lavoro precario riguardi in modo drammatico anche persone appartenenti a fasce di età avanzate, c’è Precari a 50 anni, di Laura, che testimonia quanto sia difficile barcamenarsi con uno stipendio maturato in uno dei molteplici call center che hanno invaso da diversi anni il mercato del lavoro.
Io, praticante (con buona pace di Asimov spero), di Luca Monetti, mette a confronto l’illusoria, apparente serenità di un giovane praticante in uno studio legale con l’incertezza cronica che assilla il lavoratore precario. Risultato: anche lo speranzoso praticante ha tutto il diritto, secondo l’avvocato presso il quale lavora, di… non essere pagato!
PrecariO, di uno che non vuol dire chi è se no non trova lavoro, ironizza amaramente sulla lunga trafila dello stagista, perso nella vana ricerca di un contratto di lavoro che mai arriva, nonostante laureecentodieci e master mostruosi: come un novello Sisifo il protagonista è costretto a rotolare da uno stage all’altro, sempre daccapo e sempre con un miraggio chiamato occupazione.
Il libro si conclude con Le virtù della rivolta. Potere e contropotere nelle lotte degli interinali TIM di Bologna, testimonianza raccolta da Patrizio Paolinelli. Quest’ultimo scritto rappresenta la parte probabilmente più dura del libro, il resoconto lucido e scarno delle battaglie condotte dagli interinali TIM per rivendicare i propri diritti calpestati da un’azienda che manifesta il suo potere attraverso un’invisibilità subdola e aggressiva nei confronti dei propri sottoposti.
Ritengo Tu quando scadi? un libro estremamente importante, oserei dire necessario, visto e considerato il dramma che ogni lavoratore atipico vive sulla propria pelle giorno per giorno. Più che la resa stilistica o la pregnanza narrativa, ciò che conta è il valore di questi scritti, la loro forza comunicativa, il grido, l’allarme che essi lanciano, magari stemperando la tragedia attraverso un’ironia feroce. Ma, è risaputo, si comincia a combattere il proprio nemico avendo la forza di irriderlo. In fondo, si ride di se stessi e dell’assurda realtà in cui siamo costretti a vivere.

19/02/2006   Altre recensioni

19/02/2006 - Liberazione
Singole voci di lavoratori invisibili unite insieme con un unico scopo: raccontare la realtà,
di Claudia Russo
 
Mettiamo da parte Berlusconi e Prodi, la destra e la sinistra.
Facciamo finta di non essere bombardati dagli slogan e dalle false promesse di una difficile campagna elettorale e proviamo a leggere Tu quando scadi?, racconti di precari di ogni età, sesso e condizione. Facciamo uscire la politica dalla porta ma…attenti! Potrebbe rientrare dalla finestra e avere i volti arrabbiati e coraggiosi di Annamaria, Domenico, Federica, Francesco. Tutti diversi. Tutti Co.Pro.
La prima parte della raccolta (Editore Manni, pp.150, euro11) è dedicata, con il dovuto “sfacciato rispetto”, a vita, opere e miracoli di un Santo global e post-mortem: San Precario. A pagina 21 iniziano le storie: tredici in tutto. Pezzi agili e veloci giocati sul filo dell’ironia isterica e della rabbia repressa. Scritti, vissuti e sofferti in prima persona con nomi, cognomi, vie e città. Tratte da siti internet o del tutto inedite, a parlarci sono le esperienze concrete di Laura che ha 50 anni ma non un lavoro stabile; Brunazzi che decide di non adattarsi e rischia tutto; Valentina che capisce che oggi non basta esser bella ma bisogna essere bellissima; Luca che si arrende e preferisce tornare a studiare gratis piuttosto che lavorare gratis; l’assistente di volo Alitalia che “non sapevo proprio cosa fosse la malinconia prima di diventare uno stagionale”…
Alcune testimonianze, come quella degli interinali Tim di Bologna, raccontano le tappe di una battaglia estenuante per il riconoscimento dei diritti di tutti i lavoratori, siano essi determinati, indeterminati, Co.Co.Co. Non una rivoluzione dello status quo quindi, ma semplicemente il suo riconoscimento nei fatti, nella vita, nelle speranze di lavoratori privi di sindacati, di tutele, di forza d’aggregazione. Questo emerge dai racconti! E se Mauro Scarpa ci prova con la fantascienza e fa incontrare in spiaggia un geometra, un pedagogista e un alieno, al call center, in azienda, in redazione, allo studio legale e persino in pizzeria, la parola d’ordine per i giovani impiegati è: incertezza solitaria.
L’incertezza si traduce nell’impossibilità di acquistare un tappeto perché non si è socialmente affidabili e non si offre con la propria collaborazione a progetto nessuna garanzia (ne parla con sarcasmo misto ad amarezza Dario Goffredo ne La rinotracheite di Palmiro). Si consolida a bordo di uno scooter senza freni per le strade cittadine (Portatore sano di pizza di Antonio Sansonetti). Si concretizza nell’attesa snervante del rinnovo di un “impegno” trimestrale che non si fa in tempo a firmare che già è scaduto. Che già “sei scaduto!”.
La solitudine, invece, nasce dalla continua negazione del diritto alla comunicazione diretta, alla chiarezza in fatto di divisione dei compiti, alla fiducia nel gruppo o nell’azienda che si rappresenta, alla cultura come arma di protesta.
Spaventati, frammentati, angosciati. “Ma tu continui a dare e a sperare…l’unica cosa che non riesci a fare è progettare” dice Chiara Greco nel racconto che presta il nome all’intera raccolta.
Strano, viene da pensare. Eppure l’odiosa sigla Co.Pro, versione d’avanguardia rispetto all’antica Co.Co.Co., significa proprio “collaborazione a progetto”! Cioè basata sulla capacità di guardare al di là del proprio naso ipotizzando un futuro. Il nostro.
Il progetto è espressione di vitalità e di libertà. Di unità rispetto alla parcellizzazione e alla dispersione delle energie. Il progetto è ciò che costruiamo giorno dopo giorno lottando contro il tempo spezzato e negato, ossessione e incubo del precario.
I protagonisti di questa insolita ma necessaria iniziativa editoriale hanno innescato un processo che è insieme letterario e politico. Letterario perché squisitamente farcito dello stile fresco e asciutto degli autori e perché le storie raccontate sono emotivamente coinvolgenti e basate sulla facilità di immedesimazione del lettore, politico perché il solo fatto di sentire l’urgenza della denuncia e dell’uscita allo scoperto dimostrano non solo la gravità del problema, ma soprattutto la volontà di non arrendervisi.
La sinistra ha dieci anni di tempo per provare ad usare la politica come “la cosa semplice difficile a farsi”: quella cioè che cambia il destino, il percorso, il futuro, a quel diciottenne e a un’intera generazione di precarizzati. E’ con questa promessa politica, che per la mia generazione è una speranza-pratica, che il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola introduce la raccolta.
E se, come ha scritto non molto tempo fa Aldo Nove, “raccontare il lavoro è un lavoro”, allora bisogna riconoscere che questi precari hanno lavorato tanto e bene: con rabbia, mortificazione, dolore e delusione. Con altissimo senso morale e civile. Perché gli invisibili non sono famosi né ricchi né potenti. Ma sanno osservare, parlare, denunciare. Sanno che quando il tutto è in frantumi l’unica speranza è ricomporre i pezzi e tenerli uniti. Per non cadere. Per non scadere. 

01/03/2006 - Coolclub.it
Il precario-star all'olio di oliva, di Antonio Sansonetti

1 febbraio 2006: si può dire che il mio ingresso nel mondo della televisione coincida con il mio ingresso nella prima classe dell'Eurostar. E' un'emozione anche quella.  Sono su un Milano Roma, seduto in un vagone che trasporta la classe dirigente del mio paese. Per darmi un contegno, mi sono messo il vestito di capodanno. Ci provo. Passa il carrello dei giornali, mi fotto Repubblica, Corriere, Foglio e Sole 24ore. Con l'avidità del parvenue gusto le mie letture gratuite. E' tanta roba. Arrivo. Scendo dal treno, alla fine del mio binario c'è un uomo con quell'eleganza tipica del mondo degli autisti che regge un cartello patinato con su scritto: MAURIZIO COSTANZO SHOW.
Me presento (dopo 0,2 minuti a Roma parlo già romano). Superamo le panchine dove ce stanno li zingari der servizzio bborseggio e arrivamo alla piazzola der servizzio taxi. Non ho esitazioni a salire sul retro della Lancia Libra, cosciente del mio ruol0 istituzionale. Teatro Parioli. Entro circospetto sotto la scritta INGRESSO ARTISTI; ce stanno un popo' de sbirri; un inserviente me chiede: e tu cchissei? Cazzo, sono Tony Ruc...ehm Antonio Sansonetti, fateme largo, devo entrà ner monno dello spettacolo. Certo, s'accomodasse.
Dove sta er cammerino, chiedo a una fica invereconda che risponde al nome che non ve lo dico se no m'aa fregate. De qua, signor Sansonetti, ma prima me deve da firmà trecentosettanta libberatorie si no nun se fa nulla. Firmo. Senta siamo in anticipo, che vuole magnà? (ore 12). Che ffai, me cojoni? Nun m'hai visto? Vojo sempre magnà, speciarmente a scrocco, che già ho capito come funziona er monno qua... e mi ritrovo dolcemente seduto nel ristorante da Fauro, in via Fauro, quella dell'attentato a Costanzo. Mentre combatto la fame del mondo divorando tonnarelli alla complicamose la vita, una signora nordica (oltre Brindisi ndr) si siede dietro al mio tavolo lamentandosi della trasmissione che è andata bene ma Morelli voleva sempre parlare lui. Poi nell'altra sala inizia a gracchiare la voce di Tonon, che parla di quanto è bella e piena la sua nuova vita co le guardie der corpo de Costanzo.
Torno ar Parioli; dietro le quinte se aggitano Demo Morselli, Laura Freddi e n'artra che ho visto alla tv quarche notte (Chiara Gamberale, a ri ndr). Io per parte mia nun sto a capì un cazzo, me sembra de stà ar circo e quanno me porteno addrentro ar camerino sbrilluccicante  de Costanzio  Maurizzio allora veramente  nun me sento più le gambe, me sento come Pinocchio davanti a Mangiafuoco, etc.  Lui per parte sua che questa è n'artra giornata der cazzo come tutte l'artre, me borbotta: Pamponeppi, benvenuto... lei debe rappomparci la pua ptoria, mi rappomamdo, prapap patap. E vabbè. Me spazzolano la giacca, me microfonano e sono il primo in pista. Mi siedo su una poltroncina bianca bloccata pe' nno fa li stronzi che la telecammera te deve da inquadrà. Davanti ciò la platea der Parioli vuota, accanto se siedono e se presentano nell'ordine Raffaello Tonon, Laura Freddi, Chiara Gamberale e un nerd co la scrima che sarebbe er ggiovane presidente della provincia di Firenze in quota democristi appetalati.
"Demo attacca la sigla". Pronti, via e Pottampio me presenta pe' pprimo e  mostra la copertina der libbro (Tu, quando scadi? ndr vol. 3) alle telecammere, ché tutti e 39 gli spettatori der diggitale terestre possano vedè. Ma io all'inizio c'ho quer panico che ti prenne gìa quanno devi fare una presentazzione allo Zei co 20 persone e le telecammere de Telerama, figuriammoci si tte lascia solo ar Teatro Parioli in Roma. Er fregnone democristo domina la scena colla sicumera tipica dei politici e delle facce da culo in genere: ha portato una genialata di libro dal titolo Fra De Gasperi e gli U2, che parlerebbe der problema de li ggiovani nerd degli anni felpati che se vojono avvicinà alla politica senza staccare le cuffie dar Walkman. Ma poi siccome er tema de la puntata è li trentenni e i sordi, e tutti gli ospiti tranne er sottoscritto sono sfonnati de sordi senza aver mai fatto un cazzo, allora superPrecario viene fuori alla distanza fino a monopolizzà la scena: parla de li trecento lavoretti demmerda che ha fatto, de la ggente che è pieno così che nun cià un cazzo de sordi e amenità filosocialpopolari der gennere. Allora Pottanzio quasi se commove ricordandose quanno era ggiovane e nun c'aveva nna lira e nemmanco la moje cammionista. Allora Pottanzio me dice: lei troverà sempre lavoro, e cor penziero me gratto forte forte laddove l'omo commincia e finischeno le puttanate.

18/05/2006 - Gazzetta del Mezzogiorno
Dalla Puglia i narratori mille euro al mese, di Bepi Martellotta

Puglia e precarietà. Non è solo la lettera a tenerle insieme se, come dimostra la vasta letteratura degli ultimi mesi, una nuova generazione di scrittori ha deciso di affidare al racconto e al saggio la propria «vendetta» nei confronti di un mondo assai difficile da narrare: l’infernale ingresso nel lavoro.
Un mondo questo che, finiti i tempi della classe operaia e del «padrone», ha inventato nuove barriere, quelle tra chi ha ancora un posto a tempo indeterminato e chi – tanti, tantissimi – è stato inghiottito negli acronimi di un nuovo «pianeta»: che sia co.co.pro. o co.co.co., poco cambia nei contratti dei «milleuristi», i tanti giovani cioè che «campano» con mille euro al mese. Per loro, oltre ai pochi soldi in tasca, l’unica immutabile certezza è di essere a tempo.
Lo racconta perfino un blog internet, aperto di recente e che in soli tre mesi ha raccolto quasi 24mila contatti.«Generazione mille euro» è, infatti, il primo «reality book» distribuito gratuitamente on line e, da questo mese, anche in libreria. Gli autori, Claudio, Rossella, Alessio e Matteo hanno deciso di raccontarsi, di mettere a nudo le amare verità della loro vita da «milleuristi». La loro è subito diventata la storia emblematica di quei 3-4 milioni (difficile fare statistiche per l’esiguità dei periodi lavorativi) di giovani e meno giovani che emigrano, vivono in affitto, cercano un posto e appena l’hanno trovato sanno di averlo già perso.
Per restare alle statistiche, è un’indagine di «AlmaLaurea» del 2005 a dirci che i tanti laureati italiani al lavoro, prima o poi, ci vanno, ma con stipendi da fame: per i dottori del 2004 il guadagno mensile netto sfiora i 1.000 euro, con una netta «forbice» tra chi trova occupazione al Sud rispetto ai colleghi del Nord.
Ma torniamo in Puglia. Cha sia ingresso in fabbrica come metalmeccanico-stagista o che sia prima esperienza nei «servizi» (apparterrebbero a questa categoria, in base alle statistiche, i tantissimi call-centeristi), il mondo descritto dai giovani scrittori pugliesi è un girone infernale. Francesco Dezio, talentuoso narratore nato, come lui stesso scrive, nella città del pane e dei salotti, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica ha raccontato in forma autobiografica com’è diventata la «tuta blu» di una volta nei tempi moderni della precarietà. Usando «slang» tipici del barese e caratterizzando con grande acume gli strani, impazziti personaggi delle nuove fabbriche (dal manager meschino al sindacalista super-protetto), la sua implacabile penna ci racconta l’evoluzione dello stagista-precario a vita. Come un cane in fase di addestramento, obbedisce nella prospettiva di uno stipendio e produce saliva perché affamato. «Ma lo stipendio non glielo danno. O gliene danno troppo poco e quello non basta mai. Continua a sbavare – scrive – come un dannato con la lingua di fuori». Per questo, dopo l’addestramento, la sua fame (e il suo zelo produttivo) potrà solo aumentare.
Il cane pavloviano di Dezio diventa moderno bohémien, emigrato dalla Sicilia a Roma per tentare fortuna, in Vita precaria e amore eterno di Mario Desiati, 29enne di Martina Franca. Dalla fabbrica al call-center, la visione del mondo si fa ancora più cupa, passata la «sbornia» dei felici, insostenibili, leggeri anni ’90. «Ora c’è un’aria tesissima, in ufficio. Gli anni Novanta sono un degradato feticcio in fiamme, sono un bellissimo sogno dilaniato da una sveglia mostruosa. Oggi tutto è un ciglio di burrone», scrive Desiati, affidando a un amore travolgente la possibile salvezza dall’eterna precarietà.
Ed è ancora pugliese, con una prefazione del governatore Nichi Vendola, la bellissima raccolta di racconti Tu quando scadi?, ma questa volta la cifra del lavoro collettaneo è tutta sull’ironia, dall’invocazione di San Precario al «portatore sano di pizza»: espedienti, piccoli stenti e una sana, cinica ironia nei confronti di quel lavoro (e delle «certezze» che comporta) sempre anelato e mai raggiunto. «La precarietà non è più una stagione a cavallo tra adolescenza e maturità – scrive Vendola –, ma diventa l’intero orizzonte del vivere, del lavorare, dell’amare, del mangiare, del soffrire, del morire». Invèntati un mestiere, urlano gli slogan del nuovo mondo spalancato ai precari e Andrea Bajani, romano, nel suo Mi spezzo ma non m’impiego racconta le vetrine delle agenzie di collocamento, ormai indistinguibili da quelle di viaggio, e il mondo (assai poco «luccicante») delle lap-danceriste e delle ma.pro (mamme a progetto), delle donne e degli uomini ai quali non è concesso progettare più nulla.
Distaccato è, invece, lo sguardo di Aldo Nove, noto scrittore del Nord che ha deciso di abbandonare la forma della prosa (e forse aumentare l’impietosità del racconto) in una serie di interviste a giovani precari. Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... è una sorta di docudrama dove l’analisi del mondo (nelle brevi introduzioni alle interviste) viene puntualmente superata dalla follia della realtà. «Una volta c’erano gli operai. Ovviamente ci sono ancora. Ma non come “classe”». Immaginata, mitizzata nel corso degli anni, di quel mondo ci sono rimaste le macerie. «L’ultimo grande film – scrive Nove – su questa deviazione della storia, La classe operaia va in paradiso, in paradiso ci ha accompagnati davvero».

01/02/2006 - XL - La Repubblica
Racconti di vita precaria, di Filippo La Porta

Massimo, richiamato per fare il commesso chiede se è stato assunto. Risposta: «Lei non è assunto da nessuno, lavorerà in ritenuta d'acconto». Uno stagista preferisce studiare gratis piuttosto che lavorare gratis...
Tante storie vere di cubiste e "portatori sani di pizza", interinali, superflui e indispensabili, lavoratori a contratto accomunati solo dal sapere che tra un po' arriverà la data della loro scadenza.

 
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