| |
|
| |
|
|
| |
|
|
Giancarlo Tramutoli
Versi pure, grazie
Descrizione:
Questi versi hanno il difetto d’essere leggeri e imprevedibili; epigrammi, scherzi, giochi di parole fulminanti; l’autore dichiara pubblicamente di non prendersi sul serio. Attilio Lolini È uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia. Sebastiano Vassalli
Argomento: Poesia
Collana: Occasioni
Anno 2006, 72 pagine -
€ 8,00 -
ISBN: 88-8176-795-3
Note: Prefazione di Attilio Lolini
|
Recensioni
|
Preghiera, di Camillo Langone
Che nessuno faccia caso alla mia grafomania, che parafulmine e paradigma dell'incontinenza giornalistica sia sempre il Maestro di Voghera. Ne ha scritto il poeta Giancarlo Tramutoli in un libro edito da Manni: "Oh Arbasino Arbasino / perché non ti riposi / solo un pochino?"
|
|
"Versi pure, grazie" in un bel gioco di rime, di Lorenza Colicigno
Se ci capita tra le mani un libro di versi, se poi il libro s’intitola «Versi pure, grazie», ed è di Giancarlo Tramutoli, edito da Manni, l’occasione di lettura è davvero ghiotta. Sarà di certo possibile, infatti, e non senza qualche godimento, riversare sui versi «leggeri e imprevedibile», secondo la definizione del prefatore Attilio Lolini, una propria versione di quei versi, altrettanto leggera ma prevedibile, almeno nell’apprezzamento. Giancarlo Tramutoli è poeta che invita il lettore a fare il suo gioco, a sfidarlo nel suo gioco, che è quello di rincorrere se stesso, nascondendosi rocambolescamente tra un ossimoro, una litote, una paronomasia, un bisticcio, un calembour, un’allitterazione, etc., etc., ed anche tra tutti i tipi di rime, da quella perfetta a quella imperfetta fino a quelle baciate, anche se almeno queste ultime trattate con molta cautela per paura che «un’improvvisa alitosi / potrebbe farle morire ammazzate». Rincorrersi, perché? Per riscoprire d’essere «Al solito quietamente / disperato», o per restare «dietro il vetro / sempre più tetro», o per ribadire conm Bob Dylan che «Non è nulla cara, sanguino soltanto», o per riscoprire che «a nessun giornalista interessa / questa mia nuova poesia», o d’essere «esausto», e non solo d’agosto, mentre Arbasino non si riposa neanche «un pochino», o per trovare il modo di dire a «Luzi, Roboni e Zanzotto / sono anni e anni che mi avete rotto»? Nascondersi da cosa, da chi? Dal non essere vivo, pur se «scrivo scrivo scrivo? Dal lusso della malinconia? Dalla coazione a ripetere, nel caso del poeta, dal continuare a scrivere dopo aver decretato la fine della scrittura, dall’essere, dunque, imperdonabilmente «recidivo». Se è vero che un libro si giudica in base alla quantità/qualità delle domande che genera, non si potrà negare che l’ultimo (l’ottavo) di Giancarlo Tramutoli sia un buon libro. Il libro di un poeta che ha scoperto e riconfermato la poesia giocosa come il mezzo più efficace per parlare del nostro tempo con implacabile ironia, costringendoci di volta in volta a fare da un lato il conto delle «cazzate» e dall’altro quello delle tragiche ragioni del nulla contemporaneo, per scoprire che il conto purtroppo torna.
|
Tramutoli torna alla poesia, di Nunzio Festa
Poesia giocosa, spensierata e pensierosa, quella di Giancarlo Tramutoli. La recente pubblicazione del poeta lucano Versi pure, grazie (Manni, Lecce, 2006) conferma uno stile perfettamente brioso, leggero quanto portatore di contenuti assai notevoli. Tramutoli è autore apprezzato a livello nazionale. Anche a quest’opera, non mancano le lusinghe giunte dal mondo della letteratura e della stampa; il valido scrittore Sebastiano Vassalli ha definito il poeta della Basilicata “uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia”. E non è assolutamente un caso se a firmare una nota che presenta il recente volume è stato addirittura il noto e attento poeta, lungamente maltrattato dall’editoria, Attilio Lolini. L’opera arriva dopo altre diverse uscite degli scorsi anni e dopo la pubblicazione, avvenuta nel 2001, del primo e per ora unico romanzo edito La vasca da Bagno (per i tipi della ravennate Fernandel). Lolini, in sede di testo introduttivo (titolato comunque Il recidivo), s’incazza come una iena con la poesia seriosa e altezzosa, con quella messa sui piedistalli e intoccabile, ed esattamente allo stesso modo se la prende con un circuito definito addirittura “una specie di Cpm (Cupola poetica mafiosa) con tre o quattro capi mandamento che soprintendono alla poesia nazionale con varie cosche del verso libero sparse sul territorio; se uno non s’associ non esiste”. Allo stesso tempo Attilio Lolini esalta scelte stilistiche e contenuti del dire poetico in e fuori Tramutoli. I territori di Giancarlo Tramutoli sembrano piccini ma sono molto vasti. Si va da una sorta d’insofferenza d’animo ammantata e maltrattata da una voglia d’anestetizzarla con la rima, alla dissacrazione di quel fare “posato” già definito anche da A. Lolini. Il gioco è motivo predominante della poetica di Tramutoli, un autore che se ne sbatte gentilmente di Arbasino, Luzi, Raboni e Zanzotto, con rispettoso scherno e gradevoli accenti. Assonanza e rime sono fulcro in un procedere senza intoppi, con calma e gaiezza. Si parte, per dirne una, con “Ho letto nel grande letto / tradotto dal lèttone / un piccolo libro sul sonno / di uno scrittore russo.”. Qui, tutta la grazia e bellezza dell’equivoco esaltato. Oppure, si va avanti con “Da sempre vivo nel presente / assente e silente / come era mio padre / che faceva il detestabile / in casa e l’amabile / fuori e lo dico in rima: / meglio così / che son cresciuto prima.” Estraniarsi, dopo aver preso il passato e vivendo con sobrietà in presente. Poi, la “richiesta” ad Alberto Arbasino: ma perché per forza devi farti sentire quotidianamente, non ti senti vivo? A un certo punto, tocca al guardarsi seriamente dentro: “Nessuno mi chiama. / Non chiamo nessuno / Al più faccio fare tre squilli / e abbassare la cornetta sul nulla.” Che ovviamente è anche un modo di provare ad ascoltare fuori, in mezzo alla normalità delle giornata da bancario e della fretta assopita della gente. Notevole tanto questa: “Chiedetelo ai saggi ai pazzi / se se non è vero che vivo al di sopra / dei miei mezzi. Chiedetelo pure ai miei vicini. / Vi diranno che vivo al di sopra / anche dei miei fini.” Da riproporre pure questo componimento breve e “preciso”: “La famiglia / è quel luogo / così famigliare / dove non puoi mai dire / quello che ti pare.” Interessantissima anche “Notizie alla radio”. Il timbro di questo importante poeta accoglie le strombazzate del tempo, mettendo nella forza motrice del verso un ramo di spassosa voglia di presa in giro, acuta e riflessiva almeno quanto indimenticabile.
|
|
L'ironia di Giancarlo Tramutoli, di Roberto Carnero
«Chi tace / al call center / viene licenziato». È una delle poesie di Giancarlo Tramutoli, potentino, classe 1956, che già conoscevamo come romanziere per un testo pubblicato nel 2001 da Fernandel, dal titolo La vasca da bagno. Era un romanzo stralunato e un po’ surreale, tonalità ce troviamo anche in questa raccolta di versi (Tramutoli aveva esordito in poesia nel 1988 con un volume intitolato Lapsus, caratterizzato da spiriti ironici e sarcastici, che ebbe un certo successo mediatico soprattutto per la sua carica di provocazione). Le situazioni della vita quotidiana, professionale (l’autore lavora in banca nella sua città natale) e culturale (gli scrittori, i giornalisti, le pagine dei giornali…), offrono lo spunto per queste poesie concepite soprattutto come divertimento: «Ai Canti del caos / di Antonio Moresco / sempre preferisco / un poema cavalleresco». Ma dall’ironia il poeta non risparmia neanche se stesso: «Quest’anno ho scritto / solo sette poesie / (e con questa sono otto). / Cosa vuol dire? / Che di scrivere versi / mi sono rotto».
Peccato, perché ci stavamo proprio divertendo…
|
I giochi di Tramutoli, di Nunzio Festa
Poesia giocosa, spensierata e pensierosa, quella di Giancarlo Tramutoli. La recente pubblicazione del poeta lucano Versi pure, grazie (Manni, Lecce, 2006) conferma uno stile perfettamente brioso, leggero quanto portatore di contenuti assai notevoli. Tramutoli è autore apprezzato a livello nazionale. Anche a quest’opera, non mancano le lusinghe giunte dal mondo della letteratura e della stampa; il valido scrittore Sebastiano Vassalli ha definito il poeta della Basilicata “uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia”. E non è assolutamente un caso se a firmare una nota che presenta il recente volume è stato addirittura il noto e attento poeta, lungamente maltrattato dall’editoria, Attilio Lolini. L’opera arriva dopo altre diverse uscite degli scorsi anni e dopo la pubblicazione, avvenuta nel 2001, del primo e per ora unico romanzo edito La vasca da bagno (per i tipi della ravennate Fernandel). Lolini, in sede di testo introduttivo (titolato comunque Il recidivo), s’incazza come una iena con la poesia seriosa e altezzosa, con quella messa sui piedistalli e intoccabile, ed esattamente allo stesso modo se la prende con un circuito definito addirittura “una specie di Cpm (Cupola poetica mafiosa) con tre o quattro capi mandamento che soprintendono alla poesia nazionale con varie cosche del verso libero sparse sul territorio; se uno non s’associ non esiste”. Allo stesso tempo Attilio Lolini esalta scelte stilistiche e contenuti del dire poetico in e fuori Tramutoli. I territori di Giancarlo Tramutoli sembrano piccini ma sono molto vasti. Si va da una sorta d’insofferenza d’animo ammantata e maltrattata da una voglia d’anestetizzarla con la rima, alla dissacrazione di quel fare “posato” già definito anche da A. Lolini. Il gioco è motivo predominante della poetica di Tramutoli, un autore che se ne sbatte gentilmente di Arbasino, Luzi, Raboni e Zanzotto, con rispettoso scherno e gradevoli accenti. Assonanza e rime sono fulcro in un procedere senza intoppi, con calma e gaiezza. Si parte, per dirne una, con “Ho letto nel grande letto / tradotto dal lèttone / un piccolo libro sul sonno / di uno scrittore russo.”. Qui, tutta la grazia e bellezza dell’equivoco esaltato. Oppure, si va avanti con “Da sempre vivo nel presente / assente e silente / come era mio padre / che faceva il detestabile / in casa e l’amabile / fuori e lo dico in rima: / meglio così / che son cresciuto prima.” Estraniarsi, dopo aver preso il passato e vivendo con sobrietà in presente. Poi, la “richiesta” ad Alberto Arbasino: ma perché per forza devi farti sentire quotidianamente, non ti senti vivo? A un certo punto, tocca al guardarsi seriamente dentro: “Nessuno mi chiama. / Non chiamo nessuno / Al più faccio fare tre squilli / e abbassare la cornetta sul nulla.” Che ovviamente è anche un modo di provare ad ascoltare fuori, in mezzo alla normalità delle giornata da bancario e della fretta assopita della gente. Notevole tanto questa: “Chiedetelo ai saggi ai pazzi / se se non è vero che vivo al di sopra / dei miei mezzi. Chiedetelo pure ai miei vicini. / Vi diranno che vivo al di sopra / anche dei miei fini.” Da riproporre pure questo componimento breve e “preciso”: “La famiglia / è quel luogo / così famigliare / dove non puoi mai dire / quello che ti pare.” Interessantissima anche “Notizie alla radio”. Il timbro di questo importante poeta accoglie le strombazzate del tempo, mettendo nella forza motrice del verso un ramo di spassosa voglia di presa in giro, acuta e riflessiva almeno quanto indimenticabile.
|
|
Freddura mista, poesia inedita di Giancarlo Tramutoli, di Michele Trecca
"I versi di Tramutoli hanno il “difetto” d’essere leggeri e imprevedibili; epigrammi, scherzi, giochi di parole fulminanti…" (dalla prefazione di Attilio Lolini a Versi pure, grazie).
FREDDURA MISTA La poesia richiede il rigore di una dieta. Non bisogna mai arrivare alla fine del rigo e mai alla fine del frigo. Ma chi l’ha detto che la poesia è arte riservata ai maestri della tristezza o del sublime? Dove sta scritto che per ironia e comicità non c’è posto nella scrittura in versi? Che dire allora di Marziale e Giovenale o dei grandi rimatori satirici del Rinascimento? Per non parlare di certe irriverenti avanguardie novecentesche. Rapportando il tutto alla scala ridottissima del nostro piccolo mondo post, quella lezione (ingiustamente trascurata) in qualche modo rivive nell’opera del potentino Giancarlo Tramutoli che contamina, però, la tradizione (compresa quella del conterraneo Orazio) con citazioni corrosive e dissacranti dalla cultura americana contemporanea. In Versi pure, grazie, sua nuova raccolta poetica, Tramutoli si conferma, dunque, come ha scritto tempo fa Sebastiano Vassalli sul "Corriere della sera", «uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia: paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo». La scrittura di Tramutoli (che ha dato prova di sé anche in narrativa con un breve romanzo, La vasca da bagno, pubblicato dalla casa editrice Fernandel) è fonte di continua sorpresa e dà sempre più di quanto la sua apparente esilità promette poiché le parole sono leggere ma esatte ed acuminate. Esse, dunque, volteggiano come farfalle laboriose e pazienti fra un gran numero di registri (dall’idillio all’elegia all’invettiva) e poi pungono dolorosamente posandosi sull’altrui presunzione letteraria («Oh Arbasino Arbasino / ogni giorno ti fai vivo / scrivendo scrivendo / da grande divo:… Oh Arbasino Arbasino / perché non ti riposi un pochino? / O forse non sei più sicuro / di essere ancora vivo?») o sulla propria deriva poetica ed esistenziale: «Un toscano spento / in bocca ad un lucano / pure spento. / Torna la primavera / dopo l’ultima finta / ed io mi dico addio / a Dio piacendo. / Mi saluto a salve / mi sputo addosso / e continuo a fare / ciò che posso.». I versi di Giancarlo Tramutoli sono un modo efficace per ridare alla poesia valore d’uso quotidiano.
|
|
Versi personali, di Valeria Parrella
Amare o morire Il suono è lo stesso E logico anche il nesso
|
|
Un poeta malinconico, di Anna Mollica
Signor Tramutoli cominciamo dal titolo “Versi pure, grazie”, originale?
Il titolo racchiude tutta la poetica del libro. Ho pensato ad un gioco di parole che potesse introdurre il lettore nel genere, dare una chiave di lettura del libro. La poetica di “Versi pure grazie”, richiama anche l’alcool. L’alcool ha a che fare con lo spirito, con l’humour quindi ciò indica che dovrebbe essere un libro divertente e non lagnoso. Si tratta comunque di versi poetici, da non confondere con la poesia tradizionale noiosa, che ripete sempre le stesse cose. Questa era l’idea.
Alcune poesie sono veramente divertenti in altre invece ho colto una certa amarezza.
Io penso che quando scrivi è bene avere un ampio spettro di possibilità. A me piace che la poesia sia anche pathos e non patetica e per questo laddove c’è pathos, se posso inserisco un po’ d’autoironia, d’umorismo, per non piangermi addosso. È un modo di scrivere che a me non dispiace, anche come lettore. Nel libro c’è un lato umoristico, comico, un gioco di parole, vari toni e approcci, che per me è ricchezza. Nella poesia puoi usare il pathos, il sentimento con equilibrio, per non scivolare nel lagnoso. Ma non mi precludo la possibilità di essere anche amaro, malinconico, “malincomico”, di essere un insieme di tutto. La chiave è una questione di equilibrio. Per essere sopportabile, no?
C’è una poesia in cui lei usa le parole Quest’aria leggera / questo germogliare / cinguettare a cui fa seguire la frase adesso mi ferisce.
Sono parole che esprimono elementi di rinascita, positivi. Cosa c’è che non va in questo?
È una delle poesie sentimentali! Se arriva la primavera e tu non stai bene è una mancata sintonia con la stagione. E come quando tu vai ad una festa dove tutti si divertono ma stai ancora più male perché non ti senti in sintonia con il resto. In generale le feste mi deprimono. In primavera, se sei malinconico, l’aria che si respira ti porta ad esserlo ancora di più. Pensiamo alle tante persone che in primavera durante il cambio di stagione hanno sentito questo disagio.
Allora è un sentimento che prova in ogni primavera?
No, io scrivo quello che succede in quel momento. Però poi tutte le interpretazioni sono un di più, è tutta ricchezza, se ci trovi altre cose vuol dire che la poesia funziona ancora di più; tu parli di te e se riesci ad essere universale vuol dire che ci hai preso, che hai scritto qualcosa di importante. La poesia rispetto al romanzo è più veritiera, è più credibile.
C’è una poesia che inizia con “Sgalambro canta la mer” e lei usa la parola ‘penombra’; in altre poesie ho trovato espressioni che rievocano la pioggia. Perché?
Ti ringrazio per la domanda. Qui c’è un gioco di contrasti e assonanze musicali che nelle poesie cerco di esprimere. Sgalambro contiene, se noti, la parola “ombra”; canta la mer è invece una canzona solare: ecco il contrasto. La poesia continua con ‘non molta compagnia’ e poi ‘una birra al malto’. Molta/malto, una parola tira l’altra. Il suono delle parole ti guida e spesso tu stesso non ne sei consapevole. Dopodiché sto in una situazione di isolamento, in un interno sento una canzone che parla di solarità e di luce, all’ombra di una mansarda e scrivo versi. Sto bevendo, sono in una situazione di solitudine in ‘separata sete’ e non, da notare, ‘separata sede’! È una battuta di chiusura, un lamento parodistico in cui si interviene per alleggerire la tensione. Questa poesia fa capire come lavoro: dietro una poesia scritta di getto c’è un equilibrio fatto di richiami musicali, di assonanze che diventano un senso. E poi c’è la visibilità: tu devi conoscerti, vedere di che segno sei fatto e ti mostri per quello che sei. La musicalità, la visibilità, la battuta di spirito, l’armonia: la mia poesia si regge su tutte queste cose.
La pioggia: ebbene tu pensa che l’altra raccolta si chiamava non a caso Temporali. Mi sono chiesto anch’io come faccio ad amare la pioggia. Quando la gente dice “che bella giornata” e c’è il sole, quando comincia a piovere io dico: “oh si è aggiustato il tempo!” Il cervello lavora meglio con la pioggia che con il caldo. Ho capito che quando piove c’è in giro un’elettricità che aiuta le associazioni mentali, a dipingere, a fare cose creative. La pioggia ti costringe a non uscire e quindi puoi prendere iniziative, dipingere, scrivere. Il rumore della pioggia crea una atmosfera favorevole.
Dunque l’affermazione: la poesia deve essere seriosa e patetica?
È provocatoria. Se noti le collane dei grandi editori la maggioranza usa un modello serioso. È possibile che la poesia deve essere per forza così? In Italia prevale la tradizione e l’impostazione aulica. Se dipendesse da me sceglierei i poeti divertenti, satirici. Lolini è un poeta molto semplice, lineare, che si alza la mattina e dice: “che mal di testa!” Mi piace molto la sua poesia, vedere il poeta nella sua giornata tipo, quello che fa, che vede, che pensa.
Gli stessi poeti Latini, come Orazio, usavano espressioni valide tutt’oggi. “Se vieni a cena da me, siccome non ho una lira, porta tu da mangiare!” diceva Marziale. Anche quando sembra che stai scherzando puoi dire cose serie e drammatiche. Prendiamo Totò. Ho fatto un dizionario di luoghi ameni contrapposti a luoghi comuni, un sistema per evitare la frase fatta. Sai quelle conversazioni automatiche: “che si dice?” “ah tutto a posto”. Io lavoro su quei blocchi meccanici, automatici e inserisco un elemento personalissimo che sconvolge la tesi e facendo dei non-senso che hanno più senso di tutti gli altri. Nel ribaltare la frase puoi trovare un senso nuovo che forse è più profondo.
Nello stesso tempo è divertente rovinare una frase fatta; per esempio c’è chi dice “la vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”, io invece dico “c’è che cade!”. In questa battuta c’è un pessimismo leopardiano; è una battuta che fa ridere ma ha anche un senso drammatico. Ne ho fatte mille così. Mi devo differenziare dalla massa enorme di altri tipi di poesie. E poi il tono è importante, puoi parlare di tutto ma in mondo dimesso. Il linguaggio deve essere quotidiano, comprensibile, semplice e piacevole.
Lei è un serio che non si prende sul serio?
Per fortuna mi viene naturale. Il consiglio che do è quello che se vuoi essere simpatico al lettore non devi auto-deprimerti. Sto facendo il poeta! Infatti una biografia a cui sono più legato è quella che scrissi tempo fa: se io stesso mi incontrassi, mi dare del rompi…scatole. Cioè sai quando ti odi tu. Quindi questa è la base. Darsi il beneficio del dubbio. E poi funziona perché alleggerisce, stai a contatto più con chi ti legge.
“Esaustivo e recidivo”. In cosa “esaustivo” e in cosa “recidivo”.
È come dire che per una volta ho realmente esaurito tutte le possibilità, quindi sono stato bravo e completo in una cosa. In cosa completo? Nel senso che sono attratto dallo stesso vizio che può essere la pittura, la scrittura. È una battuta che ribalta il senso. È una battuta di chiusura dove esaustivo ha a che fare con ‘esausto’ ed ‘estate’, anche qui è una questione di suono. Se tu confronti esausto con status quo ti accorgi che l’uno è quasi anagramma dell’altro. Ma può essere anche stanchezza, il mio essere esausto è l’unica cosa in cui sono stato esaustivo. Se ci pensi non è così paradossale. Per un pigro cronico come me la pigrizia può essere una vocazione, una ispirazione, un progetto di vita completo, esaustivo, perfetto. Quando scrivo non ho in mente una chiave, guai metterti a scrivere una idea sapendo dove vai a parare, parola che mi fa venire in mente “parare un gol”. Ogni cosa che penso, la trasformo in altro, mi piace deformare tutto, perché deformando scopri cose nuove. In questa inconsapevolezza, in cui non predici né prevedi quello che andrai a fare, sta la magia.
Le piace viaggiare?
No, è faticoso. Il fatto che sono pigro mi porta ala convinzione che tutto si è già visto in televisione, nei film e quindi non è più sorprendente. A me comunque attira il Nord-Europa perché il clima freddo e i paesaggi di neve mi sono più famigliari. Però io faccio fatica fisica a muovermi. Poi se avessi molti soldi, molto tempo libero magari viaggerei. Però non è che mi aspetto dai viaggi l’ispirazione, quella può venirmi di notte o davanti ad una birra. Per esempio la poesia del call center sai come mi è venuta? Scendevo da discesa San Giovanni e c’erano due che salivano vicino l’arco, uno dice: “chi tace acconsente”. Io ho sentito “acconsente”. Ho smontato la frase e ho tirato fuori una cosa paradossale ma logicissima: “Chi tace al call center viene licenziato”. È tutta giocata sul suono “call center / acconsente”. Le cose che scrivo non nascono dalla socialità ma dal sentire, dal leggere, dal disegnare, faccio associazioni mentali o piccoli spostamenti di vocale.
Lei scrive, dipinge e suona.
“Artista a tutto tonto”, parodia del “faccio tutto io!”. Suono la chitarra, dipingo. Però è più divertente parodiare la poesia. Sentire la gente che ride alla tua battuta è una bella soddisfazione. Il mio stile di comporre poesie sta nel cominciare in maniera aulica e poi distruggere. Nel dipingere uso due stili: uno materico con le lenzuola incollate alla tela che dipingo in rilievo, e l’altro più primitivo, fatto di simboli elementari, tribale che esprimono un approccio più viscerale. Per esempio il cavernicolo che disegna l’animale, lo gnu, usando colori forti. La copertina stessa del libro “Versi pure, grazie” è un quadro mio. Mi piace che ci sia molta emotività, divertimento, pathos e colore di cui mi sento padronissimo più che del disegno. I grandi quadri rinascimentali, tecnicamente ineccepibili, la tecnica della verosimiglianza non mi interessano. Mi emozionano i graffiti, le cose semplici, dirette e la pittura espressionistica, quella più forte, più impulsiva.
Signor Tramutoli cosa la rende felice e la emoziona della vita?
Poche cose e molto semplici. Per esempio quando scrivo, dipingo, quando bevo, quando sto con una persona con la quale c’è comunicazione. È difficile, infatti frequento poche persone. Mi piacciono le cose fondamentali della vita, avere sintonia con qualcuno, mi emoziona che so, quello che si definisce “l’amore”; un rapporto bello con una persona con cui stai bene e con la quale condividere l’aver fatto un libro nuovo e tutte le cose che mi piacciono. Meglio di quello. Non inseguo la carriera a tutti i costi, anche se è letteraria pur sapendo quanto sono particolari le cose che faccio. Se arriva un riconoscimento va bene e ne sono felice.
Io però questo so fare.
|
|
Vengo dopo il tiggì, di Dominga Carbone
«Giancarlo Tramutoli è uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia (Paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo)».
Non so dove ho letto questa recensione, ma credo che sia condivisibile quando parliamo della poesia del nostro “castiga-autori” di Viaggi di Testa. Sono versi giocosi, che mettono di buon umore: graffianti e rapidi come una zampata felina di immediata intelligenza.
«Gli diedero dell’avaro. Lui non spese una parola per difendersi». Oppure: «Tutta una vita a combattere i luoghi comuni per arrivare in un luogocosì poco comuneche non ci passa più nessuno». Ecco, in queste due sintesi di suoi vecchi lavori troviamo l’«apatico patetico altro che poetico…» di Versi pure, grazie, la sua ultima fatica, come si dice degli autori affermati.
Dunque, non ti definisci un poeta?
Quando scrivi una poesia ti vedi attribuire il prototipo del poeta. Il gioco sta nel differenziarsi. Sanguineti parla del “poetese”: una tipologia di poesia classica, accademica, da “tisico” sfigato, insomma il modello leopardiano. Invece, bisogna trovare uno stile proprio, personale, né patetico né eccentrico: Marziale, Orazio, Catullo, sono poeti diretti. Io scrivo poesie in odio al poetese, cerco di far capire che sono ironiche, satiriche, questa per me è la poesia.
Sembra di capire, dai tuoi versi, che per essere poeti è necessario essere malinconici e insoddisfatti.
Anche Totò quando scriveva era patetico: l’idea che si ha della poesia è questa. Gli editor che si cimentano nello scrivere poesia propendono per questo canone, l’approccio ironico è tagliato fuori, è come una maledizione. I poeti antichi o quelli americani scrivevano poesia di invettiva: una poesia semplice, piacevole, con giochi di parole, calembour, non-sense. Chi legge deve essere spiazzato, mi interessa anche il pathos ma non deve diventare patetico.
La poesia, secondo la definizione classica, è una composizione in versi che segue regole metriche e stilistiche. Come si può definire la poesia dei nostri tempi, se esiste ancora? Basta una rima per fare poesia?
La poesia deve seguire un equilibrio: c’è la poesia malinconica e quella che fa sorridere, come in un quadro dove non ci sono solo colori brillanti. Deve essere un insieme di elementi: semplicità, gioco, approccio diretto, non-sense, giochi di parole, visibilità, musicalità, assonanze.
Alcuni tuoi versi fanno sorridere, sono ironici, ironizzi su te stesso e sul mondo che ti circonda. È insoddisfazione o pura ironia?
Io lavoro sulla quotidianità: scrivo di getto, in modo automatico, cerco di evitare il repertorio poetico classico: il gabbiamo, il tramonto. Traggo ispirazione anche dalle conversazioni da ufficio, dai luoghi comuni, dalle comunicazioni finte, dagli automatismi vuoti, li smonto, li spezzo e ci costruisco intorno la poesia. Parto dal suono e lo modifico, immagino la scena, aggiungo un significato nuovo, un paradosso.
«E a nessun giornalista interessa questa mia nuova poesia». Ce l’hai con i giornalisti o è timore di non essere letto e apprezzato?
È uno scherzo per dire che il Tg non comincia mai con una notizia letteraria, sono sempre in coda al telegiornale, l’ultima notizia è la letteratura, allora penso “qui nessuno mi considera”. È anche un modo per ironizzare sulla lagna dello scrittore che non sembra mai contento.
Nelle tue recensioni letterarie ti dimostri spesso insoddisfatto degli autori, criticandoli senza molti giri di parole. Accetti le stesse critiche alle tue composizioni?
Non è piacevole, le do e le prendo, cerco di essere divertente non solo brutale. La brutalità cerco di motivarla, cito le parole, chiunque può farlo; non tutti accettano il gioco, ad esempio chi critica in modo anonimo. Io dico quello che mi è sembrato brutto, attacco l’inattaccabile e mi faccio dei nemici.
«Scrivere qualcosa di definitivo (…) far capire al mondo che tu ci sei». Scrivi per lasciare una traccia di te?
Indubbiamente, il libro ti sopravvive, come anche un quadro, ma si scrive anche per un bisogno di libertà: ognuno ha un suo mondo estetico, lavora sul proprio codice estetico; leggendo la poesia tutti pensano che sia inutile, non è così, è un modo per arricchire il quotidiano, che è ormai invaso dalle convenzioni e dalle frasi fatte. Oggi c’è un crollo repentino, nessuno ragiona più con la sua testa, si utilizzano forme automatiche, non si è più capaci di esprimere la propria personale “cazzata”. Invece, bisogna personalizzare l’esperienza, chi legge i miei lavori li riconosce, anche se sono “stronzate”, ma sono le mie.
Ti sei “rotto di scrivere versi”?
Quando ho scritto questa poesia sì. All’inizio ne scrivevo cinque al giorno, ora cinque al mese; il mio è un approccio autoironico: se ho voglia, se ho qualcosa da dire, scrivo, altrimenti mi astengo. Il meccanismo è giocoso: sposto le lettere, creo giochi di parole per fare satira, ma dico qualcosa che ha un contenuto, un significato profondo.
Oltre che un senso, le parole hanno un peso?
Il mio scopo è quello di sottrarmi alla dittatura del vocabolario, della parola condivisa, sono piccole sfumature personali che passano attraverso il linguaggio, è importante come racconti quello che succede intorno a te, quello che tu senti, se sei contento, triste, lo fai interagire con ciò che sta intorno. Non parto mai da un presupposto ben preciso. Il suono mi ispira la parola, che mi porta poi al significato, così esprimo qualcosa di sensato, e da qui nasce la magia. Ci può essere una battuta, lo piazzamento, il pathos, tutto sostenuto da un’armonia formale, altrimenti sarebbe una semplice battuta umoristica.
Scrivi, dipingi e suoni, ma qual è il vero Tramutoli?
Sono spinto da un’esigenza creativa, dal bisogno di rinnovamento, faccio le cose a modo mio. Quando scrivo e dipingo non penso a niente, sono due approcci paralleli, mi piace sperimentare, comincio, ma non so dove vado a finire. Il paradosso è il lavoro di routine, quando posso inserisco il mio linguaggio: il lavoro serve per campare, quando finisco mi dedico a ciò che mi interessa. Il mio gusto è far entrare la materia letteraria nel quotidiano.
E nel quotidiano c’è la poesia?
La poesia è il tuo modo di vivere, è quello a cui ti aggrappi, è una cosa che ti definisce, ti toglie dalla massificazione, il tuo modo di essere. Così come la lettura è una malattia, è importante, diventa un modo di difendersi, mi odio o mi rispetto perché ho un libro in mano, un libro non è una cosa esterna a te, sei diventato tu quella cosa, ti protegge o ti crea problemi. Quando si scrive una poesia ci si deve giustificare, ma offre il fascino di qualcosa di anacronistico; sicuramente non paga, e quando avviene, che pagano, questo è un riconoscimento oggettivo, fa parte del gioco: vedere cosa succede, chi ne parlerà e come.
|
|
Corriere del Mezzogiorno Mi saluto a salve, mi sputo addosso, di Elio Paoloni
Occorrerebbe un’indagine: com’è che a Potenza, capoluogo in altitudine di una depressa regione meridionale, si affollano scrittori spiritosi, ironici, leggeri? L’altitudine non incoraggia il sorriso, di solito: Franco Arminio, quando non è troppo depresso, ci ricorda i tassi record di suicidio della sua Irpinia. A Potenza, invece: Gaetano Cappelli, Camillo Langone (domiciliato altrove, ma insomma), Giancarlo Tramutoli. Ecco, Tramutoli. Che intervenga sornione in un blog, che irrida pompati scrittori nella sua rubrica fernandelliana Libri da evitare, che scriva inopinati romanzi come La vasca da bagno, Tramutoli fa sempre la stesso mestiere: lo smontatore. Smonta poeti, drammi e convegni, smonta il mondo, se stesso e tutti noi. Poi mette in fila i pezzi del meccano e dice: guardatevi. E l’anticlimax fatto persona: “Mi saluto a salve, mi sputo addosso”. Questo non vuol dire che sia un nichilista. Si è seri solo quando si smette di prendersi sul serio e la serietà, quella vera, ci permette di apprezzare le minime cose, la più comune delle vite.
I recensori, a cominciare da Sebastiano Vassalli, lo definiscono poeta giocoso. E tutti rischiano di fermarsi alla scherzosità: in questo libro per esempio saltano subito agli occhi gli sberleffi ai colleghi poeti, alle loro “solite pallosissime litanie”. Ma Tramutoli è più spesso malinconico, la maggior parte delle composizioni sono amare, solo il procedimento resta scherzoso, a volte neanche quello. Tramutoli è narratore, in fondo, di “fluviali solitudini”, della sete “separata” di chi sta solo con una birra al malto. “Perché la poesia dev’essere così:/implacabilmente seriosa e patetica”. Ci si impaniava anche il grande Totò, rammenta Tramutoli. E anche lui, in fondo, vorrebbe “Scrivere di nuovo/una lunga poesia/dai lunghi versi/alla maniera di Allen Ginsberg/o ricca di trovate formali/come se fosse una cosa/di E.E. Cummings./Scrivere qualcosa che tocchi le corde/almeno della racchetta da tennis./Scrivere qualcosa di definitivo/magari su un sentimento primitivo/far capire al mondo che tu ci sei/mentre mica sei così sicuro che lui c’è/lui, il mondo”. Per ora quest’“apatico patetico” resta sul breve e sull’informale, accontentandosi di disegnare una vita con soli cinque leggerissimi versi (Mio padre si passava pensieroso).
C’è un altro ottimo motivo per procurarsi questo libro scanzonato: l’altrettanto scanzonata prefazione di Attilio Lolini, anche lui insofferente verso “gente impettita e spocchiosa che già dalla prima plaquette si mette in attesa del premio Nobel”. “Defunti tre o quattro monumenti semoventi della lirica ufficiale che la mattina s’alzavano presto per conferire con il sole – osserva Lolini - oggi non c’è un poeta che sia noto fuori dal proprio condominio, né una poesia che sia in qualche modo ricordabile dalle genti. Tuttavia i vicepoeti in servizio permanente effettivo, numerosi più dei lettori, trafficano giorno e notte per ottenere recensioni, premi, coppe e croste di pittori in cassa integrazione, diplomi e quant’altro sia esponibile nel salotto delle loro abominevoli abitazioni”.
|
|
|
| |
Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
|
|
| |
|
|
|
 |
 |
|
|
 |
|