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  Rassegne stampa

Otto/Novecento, 01/09/2010
Graziella Tonon, Traslochi
La memoria in forma di haiku di Tonon, di Bruno Nacci



Gazzetta del Mezzogiorno - Bari, 29/07/2010
Pietro Rossi, Cape guastate
Un libro dà voce alle «cape guastate», di Maria Grazia Rongo
 
Quando la fantasia narrativa incontra la realtà sociale. Prende infatti spunto dalla storia vera di una cooperativa di ex detenuti in cerca di riscatto sociale, Cape guastate (pp. 224, euro 18) edito dalla salentina Manni, romanzo d'esordio di Piero Rossi, avvocato e criminologo barese, presidente di Confcooperative della provincia di Bari. Rossi, da diversi anni, è impegnato nel sociale, avendo fondato insieme con don Nicola Bonerba proprio una cooperativa per il recupero di ex detenuti. Il volume è stato presentato con successo di recente al festival «Del Racconto, il Film», rassegna letteraria e cinematografica in corso a Mola di Bari (col patrocinio di Regione Puglia, provincia di Bari e comune di Mola).
«L'idea di trasferire le esperienze che vivo ogni giorno, in un libro – racconta Rossi -, deriva dalla volontà di discostarsi dalla retorica piagnona o celebrativa che spesso accompagna realtà come quelle che io descrivo». Storie che erano già scritte da sé e che l'autore ha fermato sulla carta di getto, trovando nello strumento della scrittura quasi un momento di catarsi. «Il mio non è un romanzo di denuncia – continua l'autore -, piuttosto ho cercato di dare voce, al di là dei luoghi comuni, a situazioni che vivo quotidianamente, dimostrando che il realismo non deve essere necessariamente noioso e cercando di sottolineare sempre il profilo umano delle questioni». Un realismo che si concentra sulla realtà territoriale barese, ma che diventa specchio di tante situazioni similari peculiari di altri contesti, un po' quello che sono stati per il cinema film come Mio cognato o Lacapagira.
Un affresco estremamente realistico quindi, reso efficace anche grazie al linguaggio che l'autore adopera. Un linguaggio crudo, «triviale senza essere volgare» - come egli stesso lo definisce -, dove il dialetto (per le espressioni più ostiche Rossi ha predisposto un adeguato apparato di note) e i nomignoli sono funzionali alle situazioni raccontate.
Intanto Rossi pensa già di continuare nell'esperienza di narratore: «Mi piacerebbe tanto riuscire a rendere una lettura pasoliniana della contemporaneità. Vorrei fare la poetica dei poveracci, snidare storie di quella parte di popolazione che non ha strumenti per raccontarsi».




www.terranews.it, 29/07/2010
Piero Rossi, Cape guastate
L’esperimento delle cape guastate, di Patrizio Gonnella
 
E' un gioco a incastri il romanzo di Piero Rossi (Cape guastate, Manni editore, 2010). Si incastrano lingua italiana e dialetto barese, fantasia e realtà, romanzo e saggio, biografie personali e biografie collettive, storie di vita individuali e lavoro sociale. è un esperimento originale che prova a tradurre il linguaggio specialistico, neutro e barboso che è alla base del lavoro di una cooperativa sociale – Piero Rossi è di mestiere giurista e cooperante – in fatti veri aventi a oggetto esistenze complicate. “Patti chiari e amicizia lunga” è il titolo del quarto capitolo di Cape Guastate. Il sottotitolo, ovvero la sua decodificazione nel linguaggio tecnico dell’imprenditoria sociale, è “contratto sociale e regolamento interno”.
 
Contratti e regole non sono proprio i contenitori formali più amati da chi è abituato a vivere in modo anarchico. Il lavoro di una cooperativa composta da ex detenuti o impegnata nel sostenere ragazzi difficili di periferia è un lavoro culturale prima ancora che sociale. Non è ovviamente lo stesso tipo di lavoro se svolto a Varese o a Bari. Qualora fosse svolto a Bari non sarebbe lo stesso se la sede della cooperativa fosse nel popoloso e popolare Cep oppure nel residenziale quartiere Poggiofranco. A Varese il problema degli adolescenti è l’alienazione che porta loro a tirare i sassi giù dal cavalcavia ammazzando a caso persone ignare.
 
A Bari il problema è invece l’emancipazione di intere fasce giovanili da carriere preordinate di deviazione sociale e dall’etichettamento di massa. Cape guastate si muove nel solco dei film di Alessandro Piva. I suoi personaggi non sono macchiettistici, sono tragicamente veri. Nelle realtà compromesse delle periferie urbane, ironia e dramma si fondono e confondono sempre. Così avviene per Vito detto Popizza, Francesco detto Ciccille u russe e Vincenzo detto Mezzabbòtte. Don Mimmo, prete di periferia, è anch’esso personaggio di una realtà allo stesso tempo vera ma anche capace di non perdere i connotati della creazione di fantasia. Il libro resta essenzialmente un romanzo. Non supera mai il confine del saggio.
 
Il cuore del racconto è la lingua. Ho vissuto a Bari i primi venticinque anni della mia vita. Mio padre usava il linguaggio che si legge in Cape guastate. Lo usavamo tutti noi, dalle medie sino all’università. Lo usavano studenti e professori, padroni e operai. Il linguaggio a Bari – accompagnato da gestualità, frasi fatte e intonazione – è stato un linguaggio di integrazione tra le classi. In altri posti la lingua è ancora oggi strumento di esclusione sociale. 




Corriere del Mezzogiorno - Bari, 24/07/2010
Riccardo Notte, Emilio Notte
Il ricordo di Notte. La vita e le opere dell’artista di Ceglie Messapica, di Felice Blasi
 
 
Lo scorso 12 luglio lo scrittore e critico napoletano Ugo Piscopo, in un intervento su queste pagine, ha ricordato la figura del pittore Emilio Notte, scomparso nel 1982 a Napoli dove aveva a lungo vissuto, insegnando all’Accademia di Belle Arti: un artista che ha attraversato tutto il Novecento, dalle avanguardie toscane di inizio secolo, al futurismo, al post-cubismo, passando poi negli anni ’50 in un realismo con dimensioni arcaiche, per giungere nel decennio successivo a quadri più ermetici ma sempre di forte impatto allegorico, quali una serie di Crocifissioni degli anni ’70. La recente pubblicazione della monografia scritta dal figlio Riccardo, Emilio Notte. La vita, le opere permette di avere una sintesi del percorso dell’artista che attende ancora una mostra completa e sistematica delle sue opere, come si augura Piscopo. Il quale ricorda l’ostilità che Notte subì a Napoli, «città sprecona e masochista, che si è fatta sfuggire l’opportunità di dare a Notte i riconoscimenti dovuti e, insieme, di appropriarsi di una parte di storia di sé». Forse però anche la Puglia potrebbe fare di più, come da qualche anno meritoriamente hanno iniziato a fare le diverse amministrazioni del Comune di Ceglie Messapica, prima con un convegno nel 2002 e oggi realizzando il progetto editoriale pubblicato dall’editore Manni, i cui proventi serviranno per restaurare alcune opere che l’artista aveva donato, ormai anziano, alla cittadina pugliese: perché a Ceglie Notte era nato il 30 gennaio 1891. La famiglia non era pugliese: il padre Giovanni era originario di Marostica, la madre Lucinda Fincati apparteneva ad una nobile famiglia vicentina. Giunsero in Puglia quando il padre fu inviato dal Ministero delle Finanze come Ricevitore dell’Ufficio del Registro, per riordinare l’amministrazione del territorio secondo i nuovi criteri dell’Italia unita. A Notte i paesaggi cegliesi della giovinezza restarono impressi per sempre e li ricordava in ogni intervista autobiografica. «A chiunque gli domandasse delle sue origini – racconta il figlio Riccardo – ripeteva che il colore, l’atmosfera e l’idioma della prima infanzia gli erano rimasti scolpiti nella mente e nei sensi e che, sebbene fosse veneto per antica famiglia e cultura d’origine, per il resto egli si sentiva cegliese sin nel midollo». Forse, per capire l’origine della poetica di Notte e per evitare rischi di provincialismo, andrebbe ricordato che il giovane Emilio, a seguito dei trasferimenti del padre, visse in tutto il Mezzogiorno continentale: a Bovino, nel foggiano, a Lagonegro in Lucania, a Serino e a S. Angelo dei Lombardi, in Campania, dove frequentò il liceo e diede le prove di una precoce vocazione per la pittura. Un artista meridionale al di sopra dei regionalismi: consapevole delle differenze fra le culture del Mezzogiorno, ne trasse l’elemento unificante di un’inclinazione realista che conservò ad impronta della sua opera, pur attraverso le sperimentazioni avanguardistiche in cui la sua creatività lo condusse. Osservava la vita degli umili e si calava nel vissuto della gente semplice per esaltarne il senso: come ne I contadini del 1914, un quadro di grandi dimensioni ed energia che rievoca il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, realizzato quando Notte si era trasferito a Firenze ed era già considerato tra i giovani protagonisti dell’avanguardia toscana. Quasi 40 anni dopo, ne La strage di Melissa (1953), con lo stesso intreccio di realismo arcaico e forza emozionale il pittore raffigurerà l’uccisione di alcuni contadini siciliani. A dimostrazione che il lavoro fu sempre per lui «assillo ma anche riscatto», come ricorda ancora il figlio Riccardo, un tema che ripropose in molte opere, tra cui il Corteo del Primo Maggio, di proprietà della federazione napoletana dei Ds e oggi alla Galleria d’arte moderna di Castel sant’Elmo a Napoli: contadini, operai, artigiani, intellettuali, donne e uomini, giovani e anziani, con il pittore tra loro, in autoritratto.




libri-bari.blogautore.repubblica.it, 24/07/2010
Piero Rossi, Cape guastate
Il riscatto sociale delle cape guastate, di Luciano Pagano

Cape guastate, scritto da Piero Rossi e edito di recente da Manni, è il racconto di un riscatto sociale picaresco e tragico allo stesso tempo. Una sorta di romanzo criminale giocato all’inverso, dove un gruppo di ex-detenuti e piccoli criminali, cerca di individuare una via di rinascita dal basso, con un po’ di forzatura sul naturale andamento delle cose. Don Mimmo, parroco paziente, si trova a essere eletto, suo malgrado, come portavoce di questo gruppo.

L’obiettivo, anzi, l’escamotage tecnico, è quello di creare dal nulla una commessa multiservizi per la cui gestione il Comune necessita di una cooperativa. La neonata “Cambiamento” sarà questo coacervo sociale pronto ad accogliere tutti i reietti della zona, o meglio, quelli che avranno passato le maglie larghe della selezione operata da don Mimmo. Un recruitment che non va tanto per il sottile e che non fa certo riferimento agli indici ISEE, a volte poco veritieri: “Non ci fu che un criterio: don Mimmo certificava che l’aspirante in analisi era un poveraccio vero, che non sapeva più di che vivere e davvero aveva voglia di cambiare, per lo più perché non ce la faceva più”. La bibliografia prodotta negli ultimi anni da autori che hanno direttamente a che fare con il mondo della giustizia è sterminata. Avvocati, magistrati, giudici, si collocano professionalmente su quella linea sottile sulla quale il lecito e l’illecito vanno ponderati con attenzione, dove una parola può essere di troppo, un po’ come accade a chi fa il mestiere dello scrittore.
Una meticolosità che porta spesso a confrontarsi con tutti i codici del linguaggio, non solo quelli attinenti alla scrittura. Oltre a ciò la giustizia offre un punto di osservazione privilegiato sulla vita reale, somma di miriadi di storie che si intrecciano e intersecano. Interessante è l’alternanza, tra inizio e svolgimento di ogni capitolo, di ciò che dovrebbe essere e di ciò che accade. Viene riportato in perfetto burocratese l’iter e il regolamento che una cooperativa dovrebbe seguire per espletare le sue funzioni. Dopodiché la teoria viene fatta scontrare con la materia pulsante della vita per ottenere effetti a volte esilaranti. Cape guastate è un romanzo che piace proprio per questa altalena di amaro e salato, di gusto deciso e allo stesso tempo cinico.
Piero Rossi, avvocato specialista in diritto civile e criminologo clinico, è presidente di Confcooperative per la provincia di Bari, e il fatto di avere fondato una cooperativa sociale per ex-detenuti, rende il suo racconto un romanzo godibilissimo e un documento in presa diretta da un mondo possibile e altrettanto fragile, quello della riabilitazione sociale, senza scivolare nel moralismo pedagogico.
La sua è una mitografia che raccoglie l’epicità criminale, con i suoi modi e con i suoi linguaggi. Qui la lingua gioca un ruolo importante, chi non conosce il dialetto barese non deve però preoccuparsi, nulla viene sacrificato alla scorrevolezza della lettura, i dialoghi più irti sono accompagnati a note. Concludo affermando che secondo me la vita esce fuori da ogni riga di Cape guastate, senza manierismi, con crudezza: “Non c’è nemmeno più una questione di forza, di soccombenza del più debole di fronte alla ineluttabile supremazia del più forte, come direbbe Nietzsche. Qui vince il più stronzo, il più cattivo, il più crudele e basta”. Un romanzo dove i capitoli si alternano come quadri, scene differenti di un film, con tanto di culmine in titoli di coda. Viene quasi da pensare che Cape guastate potrebbe diventare una pellicola efficacissima, basterebbe trapiantare il cast di film come Mio cognato di Alessandro Piva, per ottenere un effetto visionario e altrettanto realistico.
 




Gazzetta del Mezzogiorno, 23/07/2010
Giovanni Russo, I lacci bianchi
Lorenzo, reduce silenzioso, di Enrica Simonetti
 
Un uomo ritorna dalla seconda guerra mondiale e scopre un Sud dilaniato, violento, esacerbato. Ma la vera scoperta è anche se stesso, quella di un osservatore stanco e al tempo stesso silenzioso, convinto forse che il suo passato non ritornerà. Sono queste le emozioni che assalgono il lettore che si avvicina al libretto di Giovanni Russo I lacci bianchi in cui la storia di Lorenzo G., è l’odissea di un reduce e di un popolo, la cronaca di un ritorno tra strade polverose e voci rabbiose.
Un viaggio che sembra più difficile della stessa partenza per la guerra, perché l’uomo torna nel suo paese e già alle prime case si chiede dove sarebbe andato. E forse, dove sarebbe andata l’Italia.
Russo racconta la passeggiata di Lorenzo nella via principale ma non la sua fuga dalla guerra, perché ciò che importa è il ritorno, il bilancio di una guerra che ha peggiorato di molto la gente. Ecco la curiosità di chi lo guarda, ecco la casa della donna amata. Lorenzo sembra intontito e lo stile dello scrittore riesce perfettamente a rendere la sensazione di immobile stupore che l’uomo vive attraversando il suo ieri.
Qualcuno gli dice: «Adesso potrai vendicarti». Ma la vendetta contro il gerarca non è la sua bensì quella della folla, un linciaggio che pagina dopo pagina prende la forma di un dramma corale. Lui, Lorenzo pare non sentire gli scalmanati. Lui vorrebbe fermarsi a riflettere, non ha più voglia di combattere.
Lo scrittore Giovanni Russo, nato a Salerno, ricostruisce le voci urlanti delle donne del Sud e lo fa con la sapienza di chi conosce il nuovo e il vecchio tempo. Già autore di una serie di libri, tra cui l’ultimo Con Flaiano e Fellini a via Veneto, Russo dipinge i personaggi entrando in una spirale che sa di sociologia e di coscienza pubblica.
La folla ha voglia di vendetta; lui anela la pace. Il contrasto tra questi sentimenti regala un brivido, anche se forse è lecito chiedersi se il raccontino non poteva andare oltre, continuare e allungarsi nella fine della guerra e delle speranze. Nella fine di tutto, nel vuoto che lo sguardo di Lorenzo sembra essere un criterio dominante, una disperazione senza confini. Quel vuoto che si materializza nella vendetta e nella giusta voglia di riscatto, ma anche in un paio di scarpe con i lacci bianchi, le scarpe di un papà che è un gerarca ma è morto come tanti soldato, lasciando lacrime e disperazione.




www.ilrecensore.com, 16/07/2010
Fabrizio Luperto, Cinema calibro 9

Molto pulp, pure troppo, di Stefano Donno

"I generi cinematografici costituiscono una convenzione che permette di classificare le diverse opere in base a temi o caratteristiche ricorrenti. Ad esempio un film è detto di genere horror quando è fondato su scene, azioni, immagini macabre e raccapriccianti. Un film è detto di genere erotico quando ha per oggetto l’amore fisico e tratta fatti ed argomenti riguardanti il sesso. Quando invece si parla di genere italiano si fa riferimento ai cosiddetti filoni“. Si legge in Cinema Calibro 9 (Manni, 2010) di Fabrizio Luperto.

Esco da un tour de force di letture che mi hanno aiutato a ricredermi su due generi letterari il noir e il poliziesco, che non ho amato particolarmente o meglio, che non sono stato mai pienamente in grado di apprezzare vuoi perché magari mi mancavano le chiavi di lettura adeguate, vuoi perché forse nessuna pubblicazione in tali ambiti mi ha solleticato in maniera concreta. E allora alcuni consigli di lettura, mi sembrano doverosi da fare nella maniera più assoluta.

Direi che per chi volesse approcciarsi alla questione noir e giallo, può farlo leggendo un autore eclettico e bravo come Salvatore Scalisi che per Csa editrice e Besa editrice ha pubblicato Jhon Parker - il detective, e La mente del diavolo, dove crimine, e vite al limite sono gli ingredienti principali di opere degne di nota. Poi come secondo “consiglio per gli acquisti” non posso non occuparmi di Cinema Calibro 9 di Fabrizio Luperto, classe 1970, originario di San Cesario di Lecce, oggi bazzica Torino e dintorni, penna nota della critica del cinema “poliziottesco” a molte riviste cartacee e on-line del settore. L’opera in questione ci dice molto sul fatto che il “poliziottesco” per l’appunto, nel cinema del nostro paese è stato lento nel diventare un fenomeno di massa, e quando lo è divenuto è stato grazie ad una sedimentazione che va dall’essersi inserito come virus latente nelle crepe della censura mussoliniana grazie alla letteratura contenuta nei Gialli Mondadori (1929) per poi diventare pellicola con “Tombolo - Paradiso Nero” di Giorgio Ferroni e poi cult con “Milano calibro 9″ di Fernando Di Leo, regista a cui Luperto dedica un interessante micro-dossier di oltre venti pagine.

Per dirla proprio tutta, il libro si legge tutto d’un fiato, pur essendo una vera e propria legenda del poliziesco all’italiana, che per tutti gli anni 70 ha scosso in lungo e largo i botteghini d’Italia. Perché leggerlo … innanzitutto il lettore che vuole capire una porzione rilevante della cultura cinematografica pop di quegli anni, troverà una risposta a tutto sul genere di cui Luperto si occupa nel volume: si parla di Enzo Castellari come Umberto Lenzi o Sergio Martino, passando ad una rapida carrellata di personaggi come Janet Agren, Delia Boccardo o Lilli Carati e ancora Don Backy o Vittorio Caprioli solo per citarne alcuni.

E poi leggere Cinema calibro 9 significa rivivere inseguimenti e sparatorie, sangue e stupri, delinquenti e commissari con tanto di baffono, giustizieri fai da te e massacri truculenti che comunque (nonostante pure qualche degenerazione grottescheggiante, qualche accusa di essere un genere reazionario e fascista) fanno parte regalmente del nostro immaginario collettivo che hanno potuto godere di figure mitiche come Er Monnezza. Cinema calibro 9 è un manuale dettagliato con schede di film, attori, registi, colonne sonore, curiosità e frasi celebri, arricchito da un dizionario di 200 titoli, per riscoprire uno dei filoni più interessanti del cinema italiano.

Azione e reazione, violenza, e botte da orbi in un libro che fa parlare attraverso le sue pagine le pellicole di un filone sempre verde del cinema italiano. Per i fan de Er Mondezza opera assolutamente impedibile.





Altre recensioni, 07/07/2010
Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema
07/07/2010 – nottedinebbiainpianura.blogspot.com
Il romanzo-universo, di Angelo Ricci
 
Possono un romanzo, una storia, rappresentare un universo? Leggendo questo romanzo la risposta non può che essere una sola: sì. Può un romanziere essere un costruttore di vite, di eventi, di mondi? Anche in questo caso la risposta non può che essere la stessa: sì. Come Borges, Claudio Morandini non si limita a raccontare, non si ferma a descrivere. Claudio Morandini costruisce un vero e proprio mondo, un vero e proprio universo che prende vita dalla parola. Il linguaggio sorvegliato, i differenti piani di lettura, la stessa alternanza degli strumenti espressivi (il diario, il verbale di interrogatorio, il dialogo) hanno la funzione di dilatare il tempo, in una autentica lezione di tecnica del romanzo. C'è molto dentro a questo libro, ma c'è molto anche dietro a questo libro. Non voglio assumere concetti altrui, ma mi pare che a Rapsodia su un solo tema bene si attagli la definizione di oggetto narrativo. Questo non è solo un romanzo. E' uno strumento di comprensione e di rappresentazione di un ben più ampio discorso. Un discorso sulla libertà dell'arte, sulla libertà dell'uomo, un discorso forse anche sulla sopraffazione. Su quella sopraffazione che è sempre presente nelle nostre vite e che solo l'arte può sconfiggere. La libertà dell'arte. Ecco il fine ultimo di questa storia. Una libertà che può essere la via di salvezza per ogni essere umano che abbia la volontà di seguirla. Una libertà e una salvezza che nemmeno la morte può riuscire a sconfiggere. 
Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, osservava, negli anni Settanta, come vi fosse una fortissima similitudine tra gli striscioni della propaganda di regime nei paesi del blocco sovietico e i cartelloni pubblicitari e le insegne luminose dei paesi capitalisti. Le due cose, a prescindere dalle differenze ideologiche, erano elementi comuni di un medesimo indottrinamento.
Claudio Morandini ha fatto sua questa lezione. E la rappresenta magistralmente, attraverso un fortissimo filtro narrativo. 
Questo è un libro che spiazza. Che spiazza noi, lettori e scrittori, abituati ad una narrativa che, a volte, si appiattisce su se stessa e che cerca soltanto di creare una serie di effetti pirotecnici, per affascinare i lettori. Dimenticandosi poi completamente dei contenuti.
Rapsodia su un solo tema è uno dei rari romanzi italiani che potrebbe benissimo essere tradotto per i lettori di qualsiasi paese europeo. Credo si debba ringraziare Claudio Morandini per averlo scritto e Manni per averlo pubblicato.
 
 
L'intervista, di Angelo Ricci
Claudio, affrontiamo subito il tuo Rapsodia su un solo tema. È un romanzo che si stacca nettamente da molta letteratura contemporanea. Quanto c’è di passione letteraria e quanto, permettimi, di provocazione?
Non avevo l’intenzione di provocare, ti assicuro, e nemmeno di contrappormi polemicamente alle mode correnti. Volevo soprattutto condividere una passione personale (per la musica, in particolare per il mondo musicale del Novecento) che negli anni si è nutrita di ascolti e letture, raccontandola attraverso le vicende di alcuni personaggi. Volevo misurarmi con il racconto della musica. Poi, certo, volevo prendere alcune distanze: da certe atmosfere dei romanzi precedenti, da alcuni cliché con cui anch’io avevo giocato e che oggi dilagano.
Ho corso (consapevolmente) qualche rischio, in questo: la musica colta del Novecento non attrae folle isteriche di fan; la struttura del romanzo, che fin dalla copertina finge di essere un saggio, o almeno una raccolta di pagine anche saggistiche, invita il lettore a stare al gioco in un modo che oggi non è più praticato;
nel mondo interiore e nelle vicende dei personaggi si entra un po’ alla volta, e ci vuole un po’ di pazienza, lo so. Ma (e questo è un grosso ma) credo di avere lasciato al romanzo una certa leggerezza, di averlo colorato di ironia sorridente; e assicuro di non avere calcato troppo la mano con la componente analitica della musica.
Ripeto, la mia non era un’operazione snobistica, o élitaria, e sono felice che un editore come Manni lo abbia capito e abbia voluto credere in Rapsodia.
 
Mi pare che tu sia riuscito, con grande maestria, a creare un vero a proprio mondo parallelo. Tuttavia, non è per nulla un mondo algido e artefatto, bensì un mondo che ci lancia come un atto di accusa. E questo atto di accusa è che l’umanità non apprezza l’Arte, il Bello, ma anzi fa di tutto per eliminarli o ammaestrarli. Secondo te, l’amore, la passione, direi anche la dedizione per l’arte possono essere ancore di salvezza o sono solo illusioni?
Dedizione per l’arte, dici bene. Nel mio romanzo la composizione della musica viene raccontata proprio così, come un esercizio paziente, un lavorare costante sul proprio stile, un confronto continuo con la tradizione alla ricerca di una propria voce nuova. In un’arte concepita così, come lavoro umile ma consapevole (da artigiano, da orafo), vedo una possibile salvezza al degrado e l’imbarbarimento dei nostri tempi. Forse Rapsodia su un solo tema vuole suggerire anche questo: esiste un mondo di bellezze, di suoni, di parole e di colori che pochi conoscono, ma che appunto esiste, e può restituire gratificazioni ed emozioni in abbondanza, può insegnare una tensione alla libertà oltre che un’attenzione alle regole (a quelle che noi stessi ci siamo dati), e ci aiuta a scavare dentro di noi e dà voce a ciò che siamo e non sappiamo di essere.
Il libro racconta dei condizionamenti che la musica può subire da diverse forme di potere. Ma racconta soprattutto di come la musica (e l’arte in genere) possa sfuggire a questi condizionamenti, possa depistare i censori, persuadere i committenti (senza committenza, o senza un pubblico, l’arte muore), forzare le direttive, o almeno, accettato qualche compromesso, possa rimanere fedele a se stessa.  
Quanto all’oggi, all’Italia di oggi intendo, assisto con preoccupazione all’indifferenza generalizzata, alla diffusa sordità all’arte, frutto di un lavoro pluridecennale di diseducazione. Alla grandezza perturbante e non ingabbiabile dell’arte i grandi mezzi di informazione hanno sostituito prodottini edulcorati, rassicuranti, divertenti, di facile consumo, kitsch, magari dotati di un carattere subdolamente celebrativo. Rapsodia racconta anche di questa forzatura, anche se riferendosi a periodi e contesti diversi.
Al potere, paradossalmente, sembra più pericoloso il lavoro paziente dell’artista che esercita un suo magistero che unisce libertà e disciplina, e insegna a dominare il caos attraverso l’esercizio del controllo – piuttosto che il gesto dell’artista invasato, del vate ispirato, che si può sempre far passare per un innocuo picchiatello.
 
Una storia, quella che narri in Rapsodia su un solo tema, che non è ambientata in Italia. È una scelta programmatica o semplicemente funzionale alla struttura del romanzo?
Nei precedenti romanzi ero rimasto in Italia, un Italia di pianura, non geograficamente o topograficamente definita, di cui si riconoscevano dei tratti nei paesaggi, nei cognomi, che so, in certi aspetti (preferisco alludere che nominare).
Nel caso di Rapsodia, invece, la scelta rispondeva a una sorta di criterio geometrico: il giovane compositore statunitense, da una parte; dall’altra, il vecchio compositore russo; insomma due generazioni, due mondi, con due percorsi storici diversi, intenti a guardarsi e a cercare di capirsi. In effetti avrei potuto trovare esempi di artisti piegati dalla censura e dall’autoritarismo ovunque nel mondo; ma per varie ragioni ho rinunciato ad altre ambientazioni e ho trovato esemplare, paradigmatico il confronto Prescott-Dvoinikov. Se per esempio avessi provato a immaginare un Dvoinikov italiano (sul modello, che so, di Alfredo Casella) non mi sarebbe venuto altrettanto bene. Sarebbe mancato il dramma potente di chi prima ha vissuto la stagione eccitante della rivoluzione anche artistica del suo paese, poi la lunga e cupa fase del ripiegamento e dell’oppressione; e il tutto avrebbe finito per avere un colore da commedia, se non da farsa, che non mi interessava.
 
Dentro a questo romanzo c’è molto. Ma anche dietro a questo romanzo c’è molto. Non è certo un libro improvvisato. Come è stata la tua preparazione operativa e organizzativa, per arrivare alla sua stesura definitiva? Quali sono state le fonti, letterarie e non, che hai utilizzato o che ti hanno ispirato?
Le fonti sono tante, e in questi mesi mi sto divertendo a enumerarle nel mio blog, come ho fatto per i romanzi precedenti. In fondo ogni cosa che scriviamo si nutre di ciò che abbiamo letto, oltre che di ciò che abbiamo vissuto. I libri ci aiutano a trovare le parole giuste, il tono giusto – e anche il giusto distacco.
Il modello iniziale sono state le Conversazioni di Robert Craft con Igor Stravinsky: da quell’antica lettura (nell’edizione Einaudi del 1977) ho preso l’idea della forma dialogica, del confronto tra vecchio e giovane. Ma in generale il modello di Stravinsky (la sua filosofia della musica, i suoi scritti, l’imprevedibilità delle sue svolte stilistiche) ha dato un contributo fortissimo, anche se il vecchio Dvoinikov non gli assomiglia per nulla, quanto a carattere e percorso di vita. Poi Luciano Berio: musica, scritti, e il ricordo (poi rinfrescato grazie alle repliche notturne) del suo ciclo di trasmissioni C’è musica e musica. Poi La musica Moderna, una collana di LP della Fabbri dei tardi anni sessanta che mi ha permesso di entrare in confidenza con molti autori. Poi, che so, i vecchi film di Ken Russell, che anni fa mi erano sembrati l’unico modo per raccontare la vita dei musicisti senza impantanarsi nell’agiografia. Le vecchie foto sgranate dei tre volumi dell’enciclopedia De Agostini sulla Rivoluzione russa, curata negli anni sessanta da Enzo Biagi. E ancora: la puntata dei Muppet’s con Liberace, i balletti di Khachaturian, le lettere di Shostakovich (e la sua musica, d’accordo), le conversazioni con un amico compositore come Alessio Elia… E poi la mia piccola storia di pianista distratto e mancato, i miei amori (e le mie idiosincrasie) di amateur della musica…
Dai modelli più illustri di letteratura dedicata alla musica, invece, sono stato alla larga, per non scimmiottarli e correre il rischio di schiantarmi. Il Mann del Doctor Faustus, Proust… letture antiche, sedimentatesi da qualche parte nella memoria, che non ho voluto rinfrescare per sentirmi più libero.
 
Claudio, tu abiti ad Aosta. Com’è l’Italia letteraria vista da lassù? Come senti, da scrittore, il rapporto con la tua terra?
In Valle d’Aosta conosco diverse persone piene di talento, curiose e ansiose di misurarsi ad un livello più ampio, al di là dei confini regionali.  Ma la cultura ufficiale che si respira qui, a parte le dovute eccezioni, è per lo più autoreferenziale, giocata sull’esaltazione di un localismo che a me pare di maniera.
A supplire in parte a questo isolamento c’è quella rete di contatti che si crea e si alimenta negli anni attraverso le amicizie, internet, i colleghi di penna…
La domanda che mi fanno spesso da queste parti è: come mai non scrivi mai di Aosta, o della Valle d’Aosta? Perché non ci sono le montagne in ciò che scrivi? Qualcuno me lo rimprovera pure, come se si dovesse per forza scrivere del posto in cui si è nati. Ed è vero, ambiento le mie storie in pianura, o in giro per il mondo, e forse già questo è un modo di parlare, non parlandone, di Aosta e del mio rapporto con essa.
Però, in fondo, la cittadina dal provincialismo bacchettone e opprimente che ho raccontato in Nora e le ombre era una specie di Aosta scivolata in mezzo alla pianura padana. E il racconto Fosca, che compare in Nero Piemonte e Valle d’Aosta, butta all’aria con una certa perfidia tutta una serie di luoghi comuni arcadici delle mie parti…
 
Quali sono gli autori e/o i libri ai quali sei più legato, che ti hanno influenzato di più, coi quali senti una comunanza di idee o di stili o, semplicemente, che più ti piacciono?
I miei autori di sempre: Palazzeschi, Landolfi, Tozzi. Ma in Rapsodia non si sentono. Manganelli, Savinio, corretti con Calvino. Pavese, Fenoglio, la Romano. Poi piccoli culti personali, come Arturo Loria. Tra i viventi, Mari, la Matteucci, Carla Vasio.
Dei recentissimi, mi piace la lucida crudeltà di Stéphanie Hochet. Ma gli amici scrittori che ammiro e a cui mi sento legato da una sintonia profonda sono tanti, e non posso enumerarli qui tutti.
Quanto agli autori tra le cui pagine ho cercato una “russità” che mi aiutasse a trovare il tono giusto nelle parti più legate al mondo di Dvoinikov, citerei Bulgakov.
Tra gli americani mi hanno sempre affascinato Updike per il realismo dello sguardo e Vonnegut per il montaggio. E Seinfeld (le sue sit-com, soprattutto le prime stagioni, hanno nutrito l’immaginario del mio Prescott).

 

01/07/2010 - Pulp
La musica di tutti i tempi, di Umberto Rossi

Non fatevi ingannare dal titolo. Rapsodia su un solo tema non è una serie di interviste a un compositore russo del ‘900. Rafail Dvoinikov esiste solo in questa storia. Forse. Morandini si è inventato sia lui che il suo intervistatore Ethan Prescott. In realtà questo è un romanzo, un gran bel romanzo, ambientato alla metà degli anni ’90 del secolo scorso: l’altro ieri, quando il Muro di Berlino era appena caduto. Grazie a questo evento storico Prescott, giovane e stimato compositore di musica colta, musicologo, docente, può andare nell’ex-Unione Sovietica e incontrare un vecchio e semidimenticato musicista russo che ammira immensamente, per l’appunto Dvoinikov. Sono due personaggi diversissimi: Ethan è omosessuale, Rafail un vecchio donnaiolo; il primo è un trentenne nato ben dopo la seconda guerra mondiale, il secondo è sopravvissuto alla prima, alla rivoluzione russa, allo stalinismo con annesse purghe, alla destalinizzazione, al disgelo, agli anni cupi di Breznev, insomma a tutte le tragedie di un paese che da questo punto di vista è sempre stato ben fornito.
Eppure li unisce almeno una cosa: un immenso amore per la musica contemporanea, quella che, purtroppo, non ascolta quasi nessuno. E ribadisco: purtroppo. Morandini invece quella musica la conosce bene, e si sente da come ne parla e da come fa rivivere l’ambiente dei grani musicisti russi del ‘900, mescolando i veri artisti (Stravinskij, Prokofiev, Rachmaninov, Skrijabin) con quelli evocati dalla sua immaginazione – che, va detto, è quella di un romanziere storico di razza. Che oltre tutto ha dalla sua una lingua curata, che mai cede alla tentazione di strafare.
Il risultato è un romanzo che ho finito in una giornata; non capita spesso. Un romanzo che costruisce sapientemente tensione e curiosità e sentore di segreti non rivelati. Man mano che Ethan intervista il vecchio Rafail, cominciamo a capire che l’intervistato non dice tutto: sembra avere il cuore in mano, ma in realtà è reticente. D’altro canto, il vecchio compositore pare sapere cose di Ethan che l’americano neanche sospetta. E a questi due personaggi se ne devono aggiungere altri due, a complicare la faccenda; Polina, la giovane che tiene compagnia al vecchio e malandato Dvoinikov (ma perché?), e Carl, pianista jazz – compagno di Ethan – che resta regolarmente a casa ad aspettare il ritorno del suo giovane amante, la cui vita gli è indissolubilmente intrecciata (ma come?). E poi l’infernale Galavamov, dissennato incrocio di musicista fallito e burocrate di partito, che ha rovinato la vita di Rafail negli anni dello stalinismo, costringendolo a riscrivere le sue opere, storpiandole, banalizzandole (eppure la sua vittima è a tratti stranamente rispettosa…).
È la storia della musica del Novecento, ma dopo un po’ ci si rende conto che è la storia della musica di tutti i tempi. Con i musicisti che lottano per campare, scrivendo la musica che fa piacere ai potenti di turno, e poi nei ritagli di tempo quella che piace veramente a loro ma che pochi capiscono. Era così ai tempi di Mozart (morto più di fame che delle macchinazioni del tutto immaginarie di Salieri, che, date retta a chi ne sa qualcosa, in realtà era un galantuomo), era così ai tempi di Shostakovich (alla cui vicenda vera si è ispirato Morandini, ma senza appiattirsi sul modello); ed è così oggi, sembra suggerire lo scrittore, che c fanno passare Bocelli per un grande tenore lirico (cosa che non è), e inzeppano i film di colonne sinfoniche pacchiane e monotone ispirate al peggiore Orff (quello dei Carmina Burana, che vi sfido ad ascoltare tutti, e non il solito O Fortuna che ficcano dappertutto, anche nelle pubblicità delle patatine).
Nel romanzo un episodio mi va di evidenziare, perché mi ha divertito alquanto: a un certo punto la casa discografica con la quale è a contratto Ethan gli propone di incidere un disco dove alla sua musica sinfonica venga accoppiata la base ritmica di un musicista (si fa per dire) techno, tal DJ Kosmo. Il tutto in nome del dio denaro, anche se probabilmente l’operazione sarà un fallimento anche dal punto di vista commerciale. L’incontro tra i due è un pezzo da antologia, e fornisce un contrappunto comico a un romanzo che non brilla proprio per allegria. Sarà forse per questo che mi piace il libro di Morandini: a me la musica techno fa assolutamente schifo, quasi quanto il rap (in particolare quello abbaiato da rapparoli italiani). Qui l’ho scritto, e non lo nego. Mi piace invece un romanzo con idee, con qualcosa da raccontare, e scritto magistralmente. E anche per questo mi piace Rapsodia su un solo tema. Che, e questo dimostra che abbiamo a che fare con qualcosa di notevole, potete leggervelo e gustarvelo anche se pesate che il massimo della musica siano techno e rap. Mi dispiace per voi, e spero che questo libro vi illumini: sicuramente non vi annoierà. 
 
17/07/2010 - Giornale di Brescia
Rapsodia sull'arte imprigionata, di Claudio Baroni

Un saggio, un diario, un documento... un romanzo. Lo stesso autore offre la chiave di lettura: questo è un libro-matrioska. Come le bambole della tradizione russa racchiude al suo interno repliche, che paiono identiche ma che portano al cuore della questione. E il nocciolo centrale è la libertà creativa dell’artista, l’essenza stessa dell’arte. Scegliendo la musica come emblema universale della geniale originalità umana.
Coinvolge, stupisce, spiazza e inquieta l’ultimo romanzo di Claudio Morandini. Il protagonista è Ethan Prescott, musicista e musicologo di Philadelphia attratto dalla sorte di Rafail Dvoinikov, compositore russo che ebbe forza creativa rivoluzionaria agli inizi del secolo,ma che poi venne costretto da solerti funzionari invidiosi e meschini ad adeguarsi alla retorica di regime. Prescott riesce a con- vincere il suo editore e la sua università a finanziare la ricerca. E parte per la Russia.
Siamo nel 1996, Rafail Dvoinikov, ora che il regime è crollato, vive appartato in una casa di campagna, accudito da Polina, segretaria devota fino al sacrificio. In una lunga intervista racconta come ha cercato di far fronte all’ottusa censura sovietica. Verbali di interrogatori, confidenze personali, silenziose sofferenze dicono di quanto opprimente fosse il regime con gli artisti.
Tra un viaggio e l’altro, tra America eRussia, il lettore scopre anche le più subdole ma non meno forti pressioni che la logica del mercato impone al musicista occidentale. Prescott è indotto dal suo editore a mettere le sue partiture a disposizione di DJ Kosmo, ignorante e supponente star della musica techno.Sarà un’operazione commerciale, frutterà denaro e fama. Basta solo essere disposti a fare qualche piega... Prescott convive con Carl, paranoico suonatore di jazz. Questi, come quasi tutti gli strumentisti del genere, è convinto di coltivare la sua inventiva nell’improvvisazione,ma si esercita ripetendo le improvvisazioni dei grandi e ne resta indelebilmente influenzato. Quasi a spiegazione delle sue scelte, Dvoinikov mostra a Prescott un saggio: l’autore è un musico di corte del Settecento e l’argomento è la musica del Ventesimo secolo...
Come dire che solo forma e contesto sono cambiati, ma la sostanza resta immutata: piaggeria cortigiana, devozione per i grandi, repressione di regime o logiche di mercato mettono in catene la libertà della creatività artistica.
Il romanzo termina con un colpo di scena, omaggio finale al piacere della lettura, che ovviamente non vi sveleremo.
Claudio Morandini, docente di lettere in un liceo di Aosta, ha al suo attivo testi per teatro e radio, e altri due romanzi. Ma questa «Rapsodia su un solo tema» è di rara fascinazione. Raffinata architettura e profondità della riflessione contribuiscono a rendere ancor più piacevole il testo. L’autore mette la sua cultura musicale al servizio della limpidezza del racconto. E non è poco.





Corriere del Mezzogiorno - Bari, 03/07/2010
Dan Lungu, Il paradiso delle galline
Dove qualcuno pensa sempre a farti trovare il mangime, di Maria Paola Porcelli

Politicamente incapaci di essere protagonisti consapevoli di giri di vite, meglio restare come galline al di qua di una retina, certe solo dei chicchi di granturco che qualcuno ogni giorno comunque faccia trovare. Già, la retina: un altro muro – una «cortina di ferro» - con cui avere confidenza, a contenere il proprio sicuro ma breve passo. E, nel frattempo, attendere effimeri avventi di improvvise bolle economiche, come lombrichi da beccare ma di cui presto nausearsi. Che infestano, piuttosto che arricchire, i propri recinti. Le istruzioni per l’uso per conoscere ed evitare, forse, malaugurati espedienti del genere sono tutte nei dieci racconti provocatori e d’esordio che Il paradiso delle galline del sociologo romeno Dan Lungu (nato a Botosani nel 1969) stende nel suo falso romanzo di voci e misteri edito in patria nel 2004 ed appena pubblicato nella prima traduzione italiana, quella di Anita Natascia Bernacchia, dalla Manni di San Cesario di Lecce col sostegno dell’Istituto culturale romeno di Bucarest. Meglio: importanti istruzioni alla lettura dei racconti – ma sembra a tratti la visione di un docufilm su periferie di esistenza e Storia dopo il crollo del regime di Ceausescu e la transizione – sono nella nota con cui Monica Joita, direttrice dell’Istituto romeno di Venezia, pone il sigillo al volumetto-manifesto di Lungu, anche caporedattore della rivista parigina Au Sud de l’Est. Anche autore in Italia, nel 2009, per Zona, di Sono una vecchia comunista, volume in cui il sociologo affonda ancora il coltello nell’«enigma psicologico»: come mai oggi in Romania molti di coloro che vissero il disumano totalitarismo del dittatore che accompagnò la sua esecuzione con le note dell’Internazionale ne rimpiangono il clima?

Valore aggiunto di questa pubblicazione? La possibilità di proiettare le dinamiche socio-politiche romene sui nostri profili. Per vedere di nascosto l’effetto che fa. Un regime e le sue nostalgie: provocatorie proposte di nostalgie per piccoli e quotidiani paradisi. Quelli delle galline di Lungu. Una sottile vena favolistica, a tratti dal sapore metaforico e alla ricerca di una morale, a ricordare un po’ Esopo e le comuni radici latine per i suoi dieci capitoli e racconti: annunziammo su queste pagine l’acquisto alla Buchmesse di Francoforte del 2009 dei diritti sul titolo da parte di Agnese Manni, che ha appena presentato il volume al Salone internazionale del libro di Torino.
Anche così, spiega Monica Joita, «la comunità letteraria romena cerca di recuperare la distanza nella comunicazione e nella reciproca conoscenza con il resto del mondo che la cortina di ferro aveva imposto». Anche con pagine – quelle dei racconti di Lungu – che occupano larghezza e lunghezza di una strada: via delle Acacie. Tutto un mondo. In questo limbo di spazio e di tempo, una comunità alza un altro muro in cui inscrivere le uniche certezze: quotidianità, chiacchiericci, memorie immerse nella vodka nascosta a mogli nelle cassette di scarico del water di casa, in cui umettarsi le labbra di continuo per poter deformare le ombre del passato e del futuro che forse verrà all’ombra del vecchio trattore, viatico ad una narrazione orale e alle sue solidarietà minacciate. Sino all’acme metaforico del settimo capitolo: complice un sogno premonitore, ancora vodka e acquavite, il protagonista, Relu Covalciuc, vive l’incubo di galline sovietiche che s’ingigantiscono superando in grandezza quelle americane e, angosciato, invidia le loro esistenze.
È il «paradiso delle galline», ignare delle preoccupazioni di un capitalismo catapultato in un mondo impreparato a riceverlo. Pagare bollette, arrabbiarsi davanti ad un telegiornale, preoccuparsi di trovare i lombrichi. Sì, i lombrichi, gli stessi che nel sogno di Relu improvvisamente si moltiplicano, ingigantiscono, lombrichi «di tutte le nazioni, di tutte le mamme». È il j’accuse di Lungu contro una generazione che non ha saputo misurare il cammino verso la transizione e rischia ora di provare, appunto (Relu-Dan ne è convinto perché come gli animali «sente tutto»), pericolose nostalgie.
Quelle per un’età dell’Oro vissuta tra carta igienica prodotta con carichi di bibbie occidentali riciclate e conquistata dopo ore di fila.




Altre recensioni, 02/07/2010
Mempo Giardinelli, Gente strana
02/07/2010 - Left
Oralità e magia. Il realismo di Mempo Giardinelli offre un nuovo modo di leggere la letteratura latinoamericana, di Filippo La Porta
 
Prendete questa similitudine: «L’affanno gli seccava la bocca, le gambe erano come cenere di sigaro che il vento avrebbe spezzato via…». Mi sembra il miglior punto di partenza per parlare dello scrittore argentino Mempo Giardinelli e dei suoi racconti Gente strana. In un incontro pubblico Giardinelli, che da noi è conosciuto soprattutto per il romanzo La rivoluzione in bicicletta, ha confessato che quell’immagine proviene in buona parte dalla sua terra, da uno dei tanti proverbi e modi di dire del Chaco, il Nord-Est povero dell’Argentina. Per capire la letteratura latino-americana non dovremmo mai dimenticare il suo legame stretto con la tradizione orale e le espressioni del popolo. Anche Pedro Pàramo, romanzo solitario del messicano Juan Rulfo, e uno dei modelli di Cent’anni di solitudine, era materiato di folklore e di fantasmi, di atmosfere oniriche, stranianti e di descrizioni minuziose, di riferimenti alla Storia e di fantastico. Tanto che si vide in lui un anticipatore del “realismo magico”. Per Giardinelli però occorrerebbe inventare una nuova categoria, diversa dal realismo magico o anche dal realismo viscerale del cileno Roberto Bolano. Suggerirei “realismo deviato”, nel senso che le sue storie molto realistiche di umiliati e offesi (fra lutti, dittature, miseria…) sono come deviate o spostate in una dimensione più nebulosa, inafferrabile – vorrei dire “poetica” -, in cui non sempre distinguiamo bene il confine tra realtà e allucinazione. Sembrano come evocate da un dormiveglia. Una figura che ritorna in queste pagine è quella del torturatore, del militare feroce, però visto nel momento della sua caduta, quando anche lui è diventato un perdente e forse è nella condizione per sperimentare una verità diversa sull’esistenza. In Là ballano, qui piangono, il cattolicesimo si fonde con rituali pagani, il lamento funebre è come accompagnato dalla cumbia e dal ritmo dionisiaco del guaganco cubano. In La stagione del raccolto, Juan Gomez, povero bracciante affamato del Chaco, entra in una fattoria dove viene malmenato, poi ruba dell’acquavite e corre per i campi. Il realismo qui si stempera in immagini vaporose, quasi denaturate. Mentre in Siesta di sangue, dove un bambino tenta di uccidere – vanamente – il proprio cane, un vecchio e artritico fox-terrier, c’è come una reminiscenza del grande poeta peruviano Cesar Vallejo. A gemere è la natura intera, le radici sporgenti del caucciù che assomigliano a vene di infinite mani rugose di anziano che emergono dalla terra. Mempo, così chiamato a scuola come storpiatura di Beppo (è di origine abruzzese), ha diretto dal 1986 al 1992 la rivista letteraria “Puro cuento”, e del racconto (cuento) mostra di conoscere bene le regole interne, il ritmo e la prosodia. Appartenente a una generazione dopo Cortazar, maestro nel genere della short-story, ne rilegge il surrealismo con minore straniamento letterario ma entro un impegno preciso a salvare la memoria storica del suo continente, che comprende anche le cause perse e le utopie deragliate.


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