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Alessandro Langiu
, Maurizio Portaluri
Di fabbrica si muore
La storia come tante di Nicola Lovecchio morto di tumore al petrolchimico di Manfredonia
Descrizione:
Nel 1994, Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, scopre di avere un tumore ai polmoni. Insieme al medico Maurizio Portaluri, avvia un’indagine anche tra i suoi colleghi denunciando la fabbrica per l’incidente che nel 1976, qualche mese dopo il disastro di Seveso, provocò la fuoriuscita di decine di tonnellate di arsenico.
La ricostruzione delle vicende è trascritta, con passione e ragione, da Portaluri. Accanto, la pièce teatrale Anagrafe Lovecchio, di Alessandro Langiu, è poesia di denuncia civile che coinvolge ed emoziona.
L’avvocato inizia a parlare del tasso di arsenico nell’urina degli operai nei giorni dell’esplosione. Altissima, oltre ogni immaginazione, valori normali di 90-100 sparati verso l’alto a 1000 e 2000 e 3000 a seconda dei casi.
Il punto che nessuno si spiega, nel collegio, è come sia possibile che rimanga così elevato anche mesi dopo, o dopo il periodo di malattia in certi casi obbligatorio.
Ed ecco la spiegazione: «Siamo in una città di mare, e l’alto tasso di arsenicure è riconducibile ad un elevato consumo di crostacei, in particolare di gamberi. Elevato, costante ed in quantità esorbitante. Circa un chilo al giorno.»
Nessuno ride.
Argomento: Varia
Collana: Fuori Collana
Anno 2008, 104 pagine -
€ 11,00 -
ISBN: 978-88-6266-033-4
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Alessandro Langiu è nato a Taranto nel 1973. Autore, attore e regista di teatro, si occupa di tematiche sociali e ambientali. Tra i suoi ultimi lavori, Otto mesi in residence e Venticinquemila granelli di sabbia. http://www.alessandrolangiu.it
Maurizio Portaluri è nato a Brindisi nel 1960. È medico oncologo radioterapista. Dal 1999 è primario all’ospedale Perrino di Brindisi.
INCIPIT
Questa è una storia come tante, di sviluppo e industrializzazione del Sud, dalle conseguenze, forse, imprevedibili. Alla fine degli anni Sessanta, l’Eni e il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno decidono di localizzare ai piedi del Gargano un impianto petrolchimico per produrre fertilizzanti (l’urea e il solfato di ammonio) e caprolattame, una sostanza da cui si ottengono le fibre di nylon. La stampa indipendente si schiera contro il progetto. Bruno Zevi su “L’Espresso” del 3 dicembre ’67 scrive:
"Sarà distrutta ogni possibilità di valorizzare in senso turistico il comprensorio garganico, l’unico in Puglia miracolosamente integro dello splendore dei paesaggi rocciosi e delle fasce costiere; Manfredonia col suo abitato compatto cinto dalle torri aragonesi, Siponto con la cattedrale romanica e i resti dell’antico porto, Lama Volara con il convento di San Leonardo, la zona archeologica di Salaria, soprattutto Monte Sant’Angelo con il suo santuario, il castello federiciano, il borgo medievale e la catena di preziosi insediamenti che sorgono lungo la “Via Sacra Longobardorum” animando le pendici del Gargano, non avranno più alcuna prospettiva di sviluppo."
Ma oltre alle voci nazionali, si levano anche le nefaste profezie locali come quella descritta nel ’69 da Biagio Pignataro, ingegnere di Manfredonia autore di numerosi saggi di urbanistica sulla sua città:
"Questa scelta impone un capovolgimento delle naturali e razionali impostazioni urbanistiche per i seguenti motivi: toglierà lavoro a turismo e agricoltura, che con il loro sviluppo in questa zona avrebbero superato le possibilità di lavoro che offrirà il petrolchimico; in conseguenza di tale ubicazione resterà impegnata al porto tutta la fascia litoranea urbana e sarà impedito quindi alla popolazione ogni libero sfogo al mare. Ciò imporrà inoltre la chiusura di tutti gli stabilimenti balneari esistenti sul lungomare; l’espansione urbana di Manfredonia sarà inesorabilmente contenuta, circoscritta, disturbata, ostacolata da un nefasto semianello di circumvallazione per il traffico pesante al servizio della zona industriale di Macchia che peserà come una cappa di piombo sul destino della città, inibendole ogni ulteriore razionale sviluppo."
Ma a nulla servono questi allarmi.
Recensioni
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Morire di lavoro, di Nicola Lovecchio
Il 25 gennaio 1997 Nicola Lovecchio fu invitato al Convegno Internazionale di Medicina Democratica che si tenne all’Università di Milano col titolo “Conoscenze scientifiche, saperi popolari e società umana alle soglie del Duemila: attualità del pensiero di Giulio Maccacaro”. Lovecchio affidò il suo intervento scritto a Maurizio Portaluri perché lo leggesse ai convegnisti.
Mi chiamo Lovecchio Nicola, sono aderente e sono impegnato con Medicina Democratica per affermare in fabbrica e in ogni dove il diritto alla salute. Partecipo a questo Convegno su invito del suo Presidente, Fernando d’Angelo, per esporvi la mia vicenda personale.
Purtroppo il mio attuale stato di salute non mi permette di essere presente e pertanto mi farà da tramite il dottor Maurizio Portaluri al quale va il mio grazie.
All’età di 24 anni, nel 1971, sono stato assunto con la qualifica di capoturno del reparto insacco magazzino fertilizzanti presso lo stabilimento Enichem di Manfredonia, e mi sono dimesso per motivi di salute nel gennaio del 1996. La domenica del 26 settembre 1976, quando esplose la colonna di lavaggio dell’arsenico, venni esposto in quell’area contaminata con segni di intossicazione acuta, come risulta dall’indagine effettuata dall’Istituto di Medicina del Lavoro di Bari. Lo stesso Istituto il 13 gennaio 1994, dopo un esame radiologico effettuato, con scadenza biennale, dall’unità mobile all’interno del suddetto stabilimento, mi riscontrava una opacità
polmonare destra (era un adenocarcinoma). Subii un intervento chirurgico presso la Clinica Chirurgica dell’Università di Chieti, cui seguirono radioterapie, chemioterapie, secondarismi polmonari, cerebellari, ossei, ed intervento chirurgico di decompressione spinale.
La mia attività mi portava ad avere un rapporto continuo con l’ambiente di lavoro alquanto polveroso per la presenza di fertilizzanti prodotti in loco (urea, solfato ammonico) e altri provenienti da altri siti quali concimi complessi, binari e ternari. La dirigenza aziendale, dagli inizi degli anni Ottanta sino alla cessazione della produzione di urea (luglio 1993), ha utilizzato la formaldeide, sostanza altamente cancerogena, per migliorare la resa commerciale dell’urea.
A 50 anni, non fumatore, vita tranquilla di un normale padre di famiglia, il caso sembrava far parte di una eccezione alla casistica mondiale, ma discutendone con il dottor Portaluri e prendendo in considerazione sostanze tossiche e nocive con cui sono stato a contatto – arsenico, ammoniaca, formaldeide, polvere di urea e di altri fertilizzanti, gas di scarico di automezzi che circolavano all’interno dei magazzini fertilizzanti oltre agli scarichi indiretti di altri impianti viciniori (ete, oleum, nox, SO3, caprolattame) – ci siamo resi conto che la funzionalità dei polmoni è stata compromessa dall’ambiente di lavoro.
Ho cominciato a fare un’indagine nel mio stesso reparto dove risultavano deceduti, per neoplasie polmonari o intestinali, altri sei colleghi e una ventina sparsi per altri reparti con patologie diverse. Mancano dati ufficiali così come manca un’indagine epidemiologica, ma queste dovrebbero essere fatte da enti sanitari pubblici e non da un operaio; non si hanno poi neppure informazioni sui dipendenti delle ditte appaltatrici che hanno lavorato all’interno dello stabilimento. Tutto ciò ha spinto sia il sottoscritto che Medicina Democratica a presentare lo scorso settembre ’96 un esposto-denuncia presso la Procura di Foggia, mentre il dottor Portaluri presentava una denuncia di malattia professionale presso la Pretura di Foggia che ha già iniziato un’indagine preliminare.
Questa vicenda mi ha dato la forza di reagire a tutto quello che ho subito in fabbrica. Il senso della mia vita è quello di continuare a lottare: voglio vivere, non voglio andarmene così.
Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto e senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo.
Dirò ai miei tre figli: vedete, nella mia sfortuna lotto perché ho un debito nei vostri e nei miei confronti. Se sentite di stare nel giusto andate avanti senza alcun timore.
Il pensiero che più mi preoccupa è quello di lasciarli, perché questa terra non offre nulla nel momento in cui hanno maggiormente bisogno, assieme a mia moglie sono la mia forza.
Il male un po’ mi ha cambiato, nel senso che mi ha aperto; ora non ho più niente da perdere.
Parecchi compagni di lavoro si sono fatti vivi e c’è un movimento che si sta diffondendo, composto da chi è sopravvissuto e si sente leso nella dignità della propria persona perché l’azienda ci ha maltrattati nel vero senso della parola.
C’è grande solidarietà ed anche consapevolezza che il prioritario diritto alla salute non deve essere mai subordinato al profitto.
Grazie
Lovecchio Nicola
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Manfredonia arsenico e vecchie verità, di Livio Costarella
Il 9 aprile 1997, Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, muore di tumore ai polmoni a soli 50 anni.
Senza aver mai toccato una sigaretta. Malattia professionale, probabilmente. La causa? Un noto incidente avvenuto il 26 settembre 1976 a Manfredonia: lo scoppio di una colonna di lavaggio dell’ammoniaca all’interno del Petrolchimico, uno dei più grandi disastri ambientali e sanitari della storia dell’industria italiana.
A partire dai mesi successivi all’incidente e lungo un arco temporale di circa 20 anni, si sono registrate sedici morti sospette tra i lavoratori del Petrolchimico e molteplici casi di patologie tumorali negli abitanti
di Manfredonia. La vicenda di Lovecchio e del processo penale contro dirigenti
e consulenti medici è raccontata adesso nel libro Di fabbrica si muore (Manni ed., pp. 104, euro 11), scritto dall’oncologo brindisino Maurizio Portaluri (dal 1999 primario all’ospedale Perrino di Brindisi) e dall’attore e regista tarantino Alessandro Langiu (che ha tratto una pièce teatrale). Gli autori presenteranno il volume oggi alla libreria Laterza, alle 18,30, insieme all’assessore regionale al lavoro Marco Barbieri, in un incontro coordinato dal giornalista Luigi Quaranta.
Il medico Portaluri conosce il malato Lovecchio nel 1995: “Quando lo vidi – racconta l’oncologo – mi stupì che una persona così giovane avesse una simile patologia senza aver mai fumato. Da allora cominciammo insieme un’indagine “scalza”, cioè senza il cappello dell’ufficialità accademica o istituzionale, sulle condizioni di lavoro e sui tumori nello stabilimento».
Il fine del libro?
«Raccontare il rapporto trascienza e lavoro, medicina e fabbrica.Con dati che dovrebberofar riflettere. Oggi si parla moltodi incidenti sul lavoro: dovremmochiederci com’è possibileche dal 2000 al 2004 sono aumentatiin Puglia, ma diminuiti inItalia. Mentre le morti sul lavoro- sono diminuite in Puglia e aumentate in Italia. In tutto ciò mancano all’appello le malattie professionali che purtroppo sfuggono a qualsiasi denuncia».
Che ricordo ha di Nicola Lovecchio ?
«Mi ha arricchito dal punto di vista medico-scientifico e umano. Non era il classico operaio rivoluzionario arrabbiato, ma una persona che conosceva molto bene i processi produttivi. Col suo coraggio ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza degli effetti di una produzione industriale sulla salute dei lavoratori. Insegnando, purtroppo, che la medicina e la
scienza non sono neutrali ma possono essere al servizio di differenti e contrastanti interessi».
Quando si è concluso il processo?
«Il 5 ottobre 2007: con l’assoluzione per i dirigenti del petrolchimico perché “il fatto non sussiste”. Tra i vari elementi spiccava
l’accertamento, da parte dei difensori di Lovecchio, dell’altissima quantità di arsenico nell’urina degli operai anche molti mesi dopo l’esplosione. La spiegazione della difesa? “Siamo in una città di mare, e l’alto tasso di arsenicure è riconducibile ad un elevato consumo di crostacei, in particolare di gamberi. Elevato, costante ed in quantità esorbitante. Circa un chilo al giorno».
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Qui petrolchimico, ecco come muore un operaio, di Katia Ippaso
I mattatoi fanno il resto, nascondendo quello che la gente non vuol vedere: la putrefazione di una bestia. Con gli uomnini però, no, è diverso. Gli uomini non si possono mandare al mattatoio quando diventano deboli, anche se sarebbe meglio per tutti, se quegli uomini che si sono ammalati di cancro a causa di quello che hanno respirato nelle loro fabbriche, finissero dritti dritti al macero. Anagrafe Lovecchio, il monologo di Alessandro Langiu si avvita ad immagini deflagranti e incisive come questa. Lo spettacolo racconta la storia di un operaio del petrolchimico di Manfredonia morto il 9 aprile 1997 di tumore ai polmoni per le conseguenze di un incidente avvenuto il 26 settembre del 1976, quando una domenica mattina scoppiò all’Anic la colonna di lavaggio dell’ammoniaca e trenta tonnellate di sali di arsenico si riversarono sullo stabilimento e sulla città.
Il testo di Langiu, regista drammaturgo e attore da sempre concentrato su questioni etiche e ambientali, è stato pubblicato in un libro edito da Manni, Di fabbrica si muore, assieme al diario di Maurizio Portaluri, l’oncologo che ha seguito il caso Lovecchio combattendo assieme al suo paziente per l’accertamento delle verità nascoste. I due documenti letti uno dopo l’altro rimandano, con l’ostinatezza di uno sguardo semplicemente umano allo scandalo della storia. Rispetto al quale però nessuno si turba: altri sono i tabù che agitano il nostro immaginario. In questo paese è considerata scandalosa una bestemmia (e si pensi ai processi per vilipendio alla religione che hanno investito i nostri artisti, da Pasolini a Caprì e Maresco), non una morte “bianca” o, peggio ancora, una cosiddetta “malattia professionale”, più difficilmente accertabile del crollo di un’impalcatura. Il problema, forse, è tutto nel colore che accompagna quella morte, il bianco appunto. Perché evoca una caduta silenziosa, invisibile, senza sangue.
Ed è qui che il lavoro di Langiu e Portaluri si fa indispensabile. L’artista e il medico ci aiutano ad attraversare quella zona trasparente, non documentabile da telecamere, una terra fangosa dove finiscono, senza eco, senza fare rumore tutt’intorno, i detriti di un mondo barbarico che veste i panni del mondo civilizzato e industriale.
Anagrafe Lovecchio va’avanti e indietro nel tempo, riscrivendo con una lingua pacata, capace di farsi ascoltare in ogni suo dettaglio, la genealogia del “crimine”. Un figlio della ricca borghesia che da Roma si mette in macchina e arriva fino ai piedi del Gargano, dove viene folgorato dalla vista di un enorme uliveto immediatamente fuori dal Comune di Manfredonia: il perfetto regalo per la festa del compleanno del papà, che andava cercando da tempo un terreno su cui costruire la sua industria petrolchimica. Si sradicano gli ulivi secolari e si mettono al loro posto le radici di cemento. È il 1971: l’Anic crea euforia e lavoro. Cinque anni dopo la prima esplosione. Continuano gli incidenti. Nessuno protesta, con l’eccezione del Movimento Cittadino delle Donne.
A metà degli anni ’90 Nicola Lovecchio fa le prime analisi e assieme a Portaluri comincia a sospettare che il suo tumore abbia avuto un periodo di latenza di diciotto anni. Dalle indagini solitarie dell’operaio partono l’inchiesta e il processo che si concluderà con un’assoluzione. Ed è qui che i due discorsi, quello di Langiu, icastico, a tratti ironico, e quello più intimo di Portaluri, che ricostruisce i colloqui avuti con il suo paziente, confluiscono l’uno nell’altro. Insieme disegnano il profilo di Lovecchio, un operaio generoso che lotta fino all’ultimo giorno non per sé ma per gli altri, per i colleghi ammalati, per quelli che non sanno o non vogliono sapere. Perché nel bianco opaco delle morti bianche finiscono i gesti omertosi, i ricatti, dei padroni, la paura degli operai di restare senza lavoro e quindi senza identità. Grazie all’opera di disseppellimento della verità compiuto prima da Lovecchio insieme a Portaluri e poi da Langiu, alla fine “la zona” appare meno bianca. Escono fuori i colori, il nero dell’inchiostro marca la pagina muta della storia. I contorni delle cose si fanno più chiari. E con essi il richiamo a non rassegnarsi. Mai.
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Dietro il "bum", il lavoro che uccide, di Cinzia Di Lauro
Dicono che furono in pochi a sentire quella sorda esplosione la mattina del 26 settembre 1976. Chi era in acqua a fare il bagno, però, vide un grande fungo che si alzava verso il cielo. Era esplosa la colonna di lavaggio che conteneva l’ammoniaca del petrolchimico di Manfredonia, ai piedi del Gargano. Ah… in realtà, non era solo ammoniaca quella fuoriuscita dall’impianto. C’era anche un bel po’ di arsenico che con la sua polverina verde andò a posarsi in tutta la campagna circostante facendone ingiallire la vegetazione.
Una storia vera, amara e dolorosa, quella di Nicola Lovecchio, operaio nel reparto insacco magazzino fertilizzanti presso lo stabilimento Enichem. La storia dell’illusione di uno sviluppo del Sud pagato oltre ogni misura, di un “bum” economico che, inaspettatamente, per una volta, in quegli anni lambì anche la Puglia, “per la prima volta, invece di buttarti su un treno, arrivava proprio sotto casa tua il treno del posto fisso e della pagnotta ogni giorno in tavola”. E così, passi che uno dei golfi più belli d’Italia perse la sua magica bellezza… finalmente, si realizzava il sogno di un posto di lavoro vicino casa. Le conseguenze di quella esplosione, però, si manifestarono anni dopo. I tumori sono così, a volte, si mostrano all’improvviso in tutta la loro irrimediabilità, anche se… Anche se nella lastra di Nicola Lovecchio, fattagli dai medici della fabbrica, l’inequivocabile macchia c’era, ma nessuno gli disse nulla e fu proprio quella macchia a portarlo alla morte il 9 aprile 1997, non prima però di aver condotto una coraggiosa e accurata indagine tra i suoi colleghi per accertare conseguenze e responsabilità di quella intossicazione da arsenico e, grazie all’aiuto del medico Maurizio Portaluri, ottenere un processo.
Ottobre 2007, gli imputati (dirigenti e consulenti medici della fabbrica) vengono assolti in primo grado anche grazie ad un grottesco escamotage degli avvocati: “Siamo in una città di mare, e l’alto tasso di arsenicure è riconducibile ad un elevato consumo di crostacei, in particolare di gamberi. Elevato, costante ed in quantità esorbitante. Circa un chilo al giorno”.
Un libro, una denuncia civile, che riporta i fatti accaduti raccontati da Portaluri e diventati, poi, una pièce teatrale, Anagrafe Lovecchio di Alessandro Langiu, capace di fare indignare e decidere di non permettere più che il lavoro uccida e di fabbrica si muoia.
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Nicola, che morì avvelenato dal lavoro, di Graziano Graziani
Nicola Lovecchio, operaio dell’Enichem di Manfredonia. Nel 1971 viene assunto nello stabilimento dell’Enichem, come tanti ragazzi del posto. A quel tempo Nicola ha 24 anni e certo non immagina l’impatto del petrolchimico sull’ambiente, sui comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata, e sulla vita della gente che ci vive. Per lui, come per tanti altri ragazzi, il nuovo impianto catapultato in Puglia dall’alto dei palazzi del governo di Roma rappresenta la possibilità di una vita diversa, di un lavoro stabile, di un salario.
È la politica di industrializzazione forzata del Sud degli anni Sessanta, quando si pensava che lo sviluppo e il progresso fossero la soluzione per tutti i mali. Non che, a quasi 50 anni di distanza, i programmi di Berlusconi e Veltroni abbiano proposto qualcosa di diverso. La storia di Nicola Lovecchio, operaio e padre di famiglia, cambia improvvisamente nel 1994 quando gli viene diagnosticato un tumore al polmone, a lui che neanche fuma. Anziché chiudersi in se stesso per affrontare il calvario, Lovecchio trova nella malattia la forza per lottare.
Assieme a Maurizio Portaluri, un medico, ricostruisce gli effetti disastrosi che l’esposizione alle sostanze tossiche usate dall’Enichem per migliorare le prestazioni del fertilizzante che commercializza ha avuto sulla salute degli operai.
«Non posso stare seduto ad aspettare che questa malattia mi consumi del tutto e senza aver fatto nulla per riacquistare la mia dignità di uomo», scrive Nicola Lovecchio in una lettera destinata a un convegno di Medicina democratica a cui è invitato: non può partecipare a causa delle sue condizioni di salute. È il gennaio del 1997. tre mesi dopo Nicola Lovecchio muore.
La storia di Nicola è stata ricostruita dal narratore tarantino Alessandro Langiu, che nel suo Anagrafe Lovecchio [lo spettacolo che ha debuttato la scorsa estate proprio a Monte Sant’Angelo] dà voce alla battaglia di un uomo che, da personale, diventa di portata generale e collettiva. Voce tra le più interessanti del panorama della narrazione teatrale, Langiu ha già raccontato gli effetti devastanti dello sviluppo nel Sud, portando in scena due spettacoli che raccontano le acciaierie dell’Ilva di Taranto, la sua città, e di chi ci ha vissuto attorno e dentro.
Alla base del lavoro di Langiu c’è un doppio passo che proietta i suoi spettacoli oltre la narrazione. Da un lato, le approfondite ricerche che Langiu compie prima di scrivere i suoi testi gli permettono di basarsi su un materiale vivo e ricchissimo; dall’altro, la dimensione letteraria dei suoi testi li proietta fuori dalla retorica della denuncia che il teatro sociale rischia costantemente.
Di fabbrica si muore recupera la dimensione letteraria del racconto di Langiu. Il volume, oltre al suo testo, raccoglie anche la ricostruzione degli avvenimenti fatta da Maurizio Portaluri, il medico che aiutò Lovecchio nella sua indagine. Un accostamento di memorie, documenti, lettere con l’elaborazione artistica, che restituisce il senso della vicenda di un uomo e ci ricorda come, dietro i grandi eventi della storia, ci sia la vita delle persone. «Nicola Lovecchio muore a causa del tumore polmonare – scrive Portaluri – Oggi sappiamo […] che la medicina e la scienza non sono neutrali ma possono essere a servizio di differenti e contrastanti interessi. Il coraggio di Lovecchio e la socializzazione che egli decise di fare della sua malattia ci permettono oggi di raccontare una storia che altrimenti sarebbe stata dimenticata o, meglio, dispersa».
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Il male che viene dall'industria, di Rossano Astremo
È il 1994 quando Nicola Lovecchio, operaio del petrolchimico di Manfredonia, scopre di avere un tumore ai polmoni. Insieme al medico Maurizio Portaluri, avvia un’indagine anche tra i suoi colleghi denunciando la fabbrica per l’incidente che nel 1976, qualche mese dopo il disastro di Seveso, provocò la fuoriuscita di decine di tonnellate di arsenico. È da poco nelle librerie Di fabbrica si muore (Manni), testo che ricostruisce la vicenda, trascritta dal medico Portaluri. Il libro, inoltre, contiene la pièce teatrale “Anagrafe Lovecchio”, scritta ed interpretata dall’attore tarantino Alessandro Langiu, che abbiamo intervistato.
Langiu, dopo molti spettacoli che hanno avuto come protagonista assoluta la città di Taranto, hai deciso di scrivere un testo teatrale sulla triste vicenda di Nicola Lovecchio. Come è nata l'idea che poi ha portato alla scrittura e alla messa in scena di Anagrafe Lovecchio? Dell’Enichem di Manfredonia avevo sentito parlare, come del petrolchimico di Brindisi. Ma non conoscevo da vicino Manfredonia. Nell’estate del 2006 ero ospite del festival di Monte Sant’Angelo con Otto Mesi In Residence, lo spettacolo sulla palazzina Laf dell’Ilva di Taranto. Proprio salendo sul monte mi hanno colpito lo squarcio sul golfo di Manfredonia e l’area industriale. Ho iniziato a porre domande impertinenti al direttore del Festival, Franco Salcuni, ma soprattutto alle persone del luogo. La storia di Lovecchio è molto conosciuta localmente, ma vista con relativa distanza. Questo è un aspetto molto importante che accomuna le aree delle grandi industrie. Conoscere le grandi contraddizioni e conviverci con un velato sentimento d’impotenza. Quindi per me è stato un proseguire su dei binari che conosco bene, con delle fermate in delle nuove stazioni. Il resto è accaduto da sé. L’incontro con la signora Anna Maria Lovecchio, l’oncologo Maurizio Portaluri, ed ancora gli ex operai, i sindacati… E quindi il testo Anagrafe Lovecchio. Quale credi sia il messaggio che Nicola Lovecchio ha lasciato, dopo la sua scomparsa? Il messaggio di Nicola è dei più disarmanti che ci possa essere. Sciolto da qualsiasi legame politico, l’ex capoturno scopre di essere stato preso in giro dalla “sua” Fabbrica. E dicendo sua , intendiamo una parte rilevante della storia industriale post-bellica italiana. Nicola Lovecchio, chiede la verità e la conseguente giustizia. Per sé, come malato, per i figli, per i futuri addetti, per i cittadini delle città di Fabbrica. È la lezione di civiltà, e di dignità. Nicola , è malato di cancro quando inizia la sua ricerca e proprio durante una visita di controllo incontra Maurizio Portaluri, giovane oncologo all’ospedale di san Giovanni Rotondo. Perché la scelta di pubblicare il testo dello spettacolo assieme alla testimonianza del dottor Portaluri? L’idea è stata dell’editore Piero Manni. Per me una proposta lusinghiera, irrinunciabile. Il dottor Portaluri e Nicola Lovecchio hanno scritto insieme una pagina di storia italiana. Una dura denuncia del fare industria all’italiana, il cui mal costume è proprio impartito da chi ci dovrebbe difendere,garantire, e realizzare il controllo, lo Stato. E poi come si sa, in un testo teatrale non si riesce ad esaurire tutti gli argomenti, che apre. La parte del libro di Maurizio Portaluri fa venire i brividi. Ha riportato i dialoghi delle conversazioni fatte con Nicola. Quasi un diario, attraverso il quale si può leggere la grande deontologia di un Medico, ed il desiderio di giustizia di un ex dipendente Enichem, Nicola Lovecchio. Un’ultima domanda. Quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi? Sto chiudendo un nuovo testo, Angolo Somma Zero. L’analisi sullo stato delle cose inerente le malattie, i processi, le vite interrotte, in giro per l’Italia. Debutteremo a fine luglio insieme a Peppe Voltarelli (ex Parto delle Nuvole Pesanti) che sta realizzando canti e musiche. E poi c’è l’altro progetto Crack Epoque, sui dissesti finanziari e la gestione privata della cosa pubblica che aspetta solo un debutto. Mezz’ora era stata realizzata lo scorso 15 marzo a Bari per la giornata nazionale delle vittime della Mafia di Libera. Aspettiamo che qualcuno abbia il coraggio di ospitarlo.
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Roba da niente, di Giammarco Raponi
È il 26 settembre 1976, 9.50 del mattino, la deflagrazione non è per nulla fragorosa, non ha niente di dirompente, anzi arriva quasi ovattata. Ciononostante le conseguenze saranno drammatiche. Ma cosa è successo con esattezza? È esplosa la colonna di lavaggio dell’arsenico, dicono. Roba da niente, forse. Eppure c’è una nube nell’aria che sembra un fungo.
Nicola Lovecchio quel giorno è di turno dalle 14 alle 22,00, ma nessuno gli dice niente delle conseguenze dell’esplosione, perciò va comunque a lavorare. In realtà, sono in molti a sapere l’effetto di un tale disastro.
La fabbrica esiste dal 1967, contro un coro di voci che profetizzarono le conseguenze di natura ambientale e sanitaria del territorio garganico, e da allora fino ai giorni nostri questo non sarà l’unico incedente. Ma non importa, ciò che importa è la produzione. E lì si producono fertilizzanti e caprolattame da cui si ottiene il nylon.
Nicola Lovecchio lavora all’Enichem di Manfredonia dal 1971, reparto insacco magazzino fertilizzanti. Poco distante da dove è esplosa la colonna.
E l’arsenico, dov’è andato a finire? L’arsenico ormai è dappertutto: nella terra, nelle piante, negli ortaggi, nel mare, nel cielo, nei polmoni delle gente. I primi a morire sono gli animali. Poi tocca alle persone. Ma nessuno sa, o vuole sapere, chi è il vero killer.
Gli anni passano e l’Enichem continua a produrre e a utilizzare l’arsenico che, si sa da tempo, è una sostanza cancerogena. E di fatti Nicola Lovecchio nel 1996 va in pensione perché due anni prima gli hanno scoperto un tumore ai polmoni, che lo consumerà in un anno, lui che non ha mai toccato una sigaretta in vita sua.
Come molti, dunque, Nicola Lovecchio è rimasto contaminato dall’arsenico, sin da quel lontano 1976, ma lo scopre soltanto 20 anni più tardi, quando la curiosità e la sensibilità di un medico faranno venir fuori come esattamente stavano le cose. Questo medico si chiama Maurizio Portaluri e per metà ha scritto il libro in questione: Di fabbrica si muore, edito da Manni Editori.
L’altra metà è di Alessandro Langiu, drammaturgo e attore, che da questa storia ha ricavato la pièce teatrale “Anagrafe Lovecchio”, che non vuol essere solo una denuncia sociale, ma soprattutto coscienza e, come nel caso specifico, coscienza sporca di un Paese intero.
Ecco, questo libro, raccontando la storia di Nicola Lovecchio, racconta di un Paese la cui storia politica ed economica spesso ha approfittato del territorio e della gente. Un Paese che troppo spesso non si assume le proprie responsabilità. Nessuno, in effetti, ha pagato veramente per Lovecchio e per chi come lui ci ha rimesso la pelle: né l’Enichem, né gli industriali, né lo Stato.
Il brutto è che un’alternativa all’arsenico c’era, e si chiamava “glicina”. Anche il nome era più innocuo. Solo che i soldi vengono prima di tutto. Prima di tutti.
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Libri del 2008
Dicono che furono in pochi a sentire quella sorda esplosione la mattina del 26 settembre 1976. Chi era in acqua a fare il bagno, però, vide un grande fungo che si alzava verso il cielo. Era esplosa la colonna di lavaggio che conteneva l’ammoniaca del petrolchimico di Manfredonia, ai piedi del Gargano. Ah… in realtà, non era solo ammoniaca quella fuoriuscita dall’impianto c’era anche un bel po’ di arsenico che con la sua polverina verde andò a posarsi in tutta la campagna circostante facendone ingiallire la vegetazione. Una storia vera, amara e dolorosa, quella di Nicola Lovecchio, operaio nel reparto insacco magazzino fertilizzanti presso lo stabilimento Enichem. La storia dell’illusione di uno sviluppo del Sud, pagato oltre misura, di un “bum” economico che, per una volta, la Puglia, “per la prima volta, invece di buttarli su un treno, arrivava proprio sotto casa tua il treno del posto fisso e della pagnotta ogni giorno in tavola”. E così, passi che uno dei golfi più belli d’Italia perse la sua magica bellezza, finalmente, si realizzava il sogno di un posto di lavoro vicino casa. Le conseguenze di quell’esplosione, però, si manifestarono anni dopo. I tumori sono così, a volte, si mostrano all’improvviso in tutta la loro irrimediabilità. Anche se nella lastra Nicola Lovecchio, fattagli dai medici della fabbrica un’inequivocabile macchia c’era, ma nessuno gli disse nulla e, quella macchia, lo portò alla morte il 9 aprile del 1997, non prima però di aver condotto una coraggiosa e accurata indagine tra i suoi colleghi per accertare conseguenze e responsabilità di quella intossicazione da arsenico e, grazie all’aiuto di un medico, Maurizio Portaluri ottenere un processo. Ottobre 2007, gli imputati: dirigenti e consulenti della fabbrica, vengono assolti in primo grado anche grazie ad un grottesco escamotage degli avvocati: “siamo in una città di marre, e l’alto tasso di arsenicure è riconducibile ad un elevato consumo di crostacei, in particolare di gamberi. Elevato, costante ed in quantità esorbitante. Circa un chilo al giorno”. Un libro, una denuncia civile, che riporta i fatti accaduti raccontati da Portaluri e diventati, poi, una pièce teatrale Anagrafe Lovecchio di Alessandro Langiu, capace di fare indignare e decidere di non permettere più che il lavoro uccida e di fabbrica si muoia.
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Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
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