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Giancarlo Tramutoli
L’ultimo Tram
Descrizione:
In questa nuova raccolta poetica affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O’Hara, E.E. Cummings. Più un’estetica visionaria e comica che è delle strisce dei Peanuts o di certi cartoni animati della Warner Bros che son stati assai importanti nella mia formazione poetica. Trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, noiosa e sussiegosa. Se la poesia è questa solita, prevedibile accademia, insomma, l’implacabile poesia dei professori, beh, posso tranquillamente dichiarare che io la poesia la odio. Che il genere è degenerato. Che per restituirle un po’ di vitalità, occorre sporcarla col linguaggio quotidiano, contaminarla con quello che ogni giorno vediamo, ascoltiamo, diciamo. Che serve sempre più invenzione, gioco, feroce autoironia. G. T.
Argomento: Poesia
Collana: Occasioni
Anno 2009, 88 pagine -
€ 12.00 -
ISBN: 978-88-6266-215-4
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Giancarlo Tramutoli è nato nel 1956 a Potenza dove vive e lavora in una banca. Ha pubblicato poesie dal tono ludico, epigrammatico, ironico, fin dal 1979 nell’ambito del Primo Festival Internazionale di Castelporziano. In volume le raccolte Lapsus, Onde per cui si muove il mare (Primo premio di letteratura umoristica Marcello Marchesi 1996), Lampadine, I Canti di Onan (Premio Theidos 2000), Temporali, Versi pure, grazie. E due romanzi, La vasca da bagno (Fernandel 2001), Uno che conta (Manni 2007). È presente in varie antologie. Collabora al “Quotidiano della Satira” e scrive tutti i giorni una Lampadina sul “Quotidiano della Basilicata”.
PRIMI VERSI
Cuore di pietra
Cara geologa dal cuore di pietra per fortuna hai un corpo morbido a cui dedico almeno una pippa al giorno.
alla maniera di Nazim Hikmet
Le più belle tra tutte le tette son quelle che non sfiorammo. La più sexy tra tutte le fighe è quella che non scopammo. La più riuscita tra tutte le fughe fu quella che non tentammo.
Utilitarismo alcolico
Il bicchiere mi serve per la verve. La bottiglia per dimenticare che per bere mi tocca lavorare.
Spiritual
Le cose dello spirito le cerco in enoteca. È un lusso e un rito come andare in pinacoteca.
Il Lupo di Dubbio
Il Lupo di Dubbio con una pelliccia di cincillà tormentato nella neve oscilla di qua e di là tra santità e animalità.
Recensioni
Scuola elementare
Paolo Nori pubblica nella rubrica Scuola elementare la poesia di Tramutoli AmsterdamTutto fumo e niente arresto
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Tutto il giocoso possibile, di Nunzio Festa
Ogni volta che Tramutoli conficca in un volume la sua ironia, le doti polemiche, il peso della normalità, si completa un pezzo della lezione poetica italiana. “L'ultimo Tram”, silloge più recente del potentino Giancarlo Tramutoli, di cui giornalmente prendiamo calembour, somiglia è non è, chiaramente, il precedente “Versi pure, grazie”. Ovviamente manco è vero che si tratta, a questo punto, dell'ultimo tram. Ma seguiamo, appunto, il poeta. Questa volta è lo stesso autore che spiega alcune cosine utili: “in questa nuova raccolta poetica affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O'Hara, E. E. Cummings”. Il resto, invece, al momento non c'interessa; perché – tanto per ricordare – del maestro Riviello e con il componimenti di Vito Riviello l'assonanza esiste e si capisce. Eppure ancor di più è il parallelismo che si potrebbe fare con certe 'uscite' del grandissimo Totò. Anzi: il piglio polemico somiglia a quello di Riviello mentre la leggerezza guizzante e potente è quella del Totò. La voce non italica, poi, è presa e bevuta per altri settori sentimentali. Di nuovo, quindi, Tramutoli come un Bukowski, mostra senza mostrare di possedere lezioni che gli servono per arrivare col tatto della vera poesia. Non quella funerea e annerita dei divi. Che Tramutoli, se così fosse, molto si spaventerebbe. E in uno specchio mai più si riconoscerebbe. Questa nuova raccolta, dopo aver raggiunto perplessità d'alcuni istanti e obiettivi “premeditati” di molti altri, ancora, è una lezione che sa di lezione ricevuta. Della modernità, scopriamo ancor una volta, non sappiamo leggere e dire ironiche versioni. Tanto che serve, con puntualità, la mano di Giancarlo Tramutoli che prende le nostre orecchie e dentro spedisce tutto il giocoso possibile. Senza, questo è chiaro, tralasciare accenti di dramma che comunque la società e lettrice e lettori consumiamo. Ora si potrebbe però fare un'esplicitata, esplicita e divertente domanda/richiesta al caro Tramutoli. E dire: quando il nuovo romanzo? S'aspetti, allora, per altra bellezza della giovane Basilicata.
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Proposta n. 165
Fido –
In banca
ho scoperto
che è il fido
il miglior amico
dell’uomo.
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Humour –
Senza una scintilla
di humour
sempre si oscilla
tra saccenza
e demenza.
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Messaggio di fine d’anno –
Anche quest’anno
il Presidente
a reti unite ci dirà
che è sempre meglio
essere belli, ricchi e sani
che brutti, poveri e malati.
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Sex voto –
La cosa più bella
delle elezioni
quella che preferisco
la più sexy:
è lo spoglio.
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La poesia di Tramutoli che si illumina del niente, di Andrea Di Consoli
Le poesie di Giancarlo Tramutoli, poeta potentino nato nel 1956, pur rifacendosi alla tradizione epigrammatica, nonché alla tradizione delle iscrizioni latine di natura occasionale e d’intervento sui vizi e le storture della società, porta a estreme conseguenze il discorso tutto novecentesco (iniziato con i crepuscolari) dell’antipoesia, dello strozzamento dell’aulica e della retorica classica (pur essendo l’antipoesia una precisa retorica, sia pure con regole precise, e una difficile gestione economia in “levare” delle parole, che vengono usate con parsimonia e con il massimo dell’efficacia).
Il ’900 è stato il secolo che ha spezzato il “belcanto”, portando la poesia rasoterra, e non mi riferisco tanto ai futuristi o ai loro “nipotini” degli anni ’60, che hanno reinventato su basi sonore e provocatorie la magniloquente retorica classica, quanto ai tanti poeti antiaulici che hanno, appunto, strozzato definitivamente il collo all’aulica classica. Questa linea antiaulica e “rasoterra” si è spesso accoppiata con la poesia gnomica (sentenziale) e con la poesia comico-burlesca. Tra i poeti di questa linea potrei citare almeno, dopo i crepuscolari e i neo-crepuscolari della “linea lombarda” (Erba, il Pagliarani di La ragazza Carla, ecc.), Toti, Scialoja, Giorgio Weiss, Patrizia Cavalli, Attilio Lolini, Roberto Linzalone e Vito Riviello. In questo tipo di poesia viene totalmente disintegrato ogni “poetese”, ovvero ogni gergo facile della poesia di maniera, ogni forma di ermetismo o di orfismo, e, soprattutto, ogni idea di poesia come ispirazione o illuminazione (scrive Tramutoli in questo suo nuovo libro appena pubblicato dall’editore Manni, L’ultimo Tram: “Si dice / che Ungaretti / pagasse delle mostruose / bollette della luce”; laddove Ungaretti è il massimo esponente della poesia “scovata come in un abisso”, cioè il poeta che s’illumina d’immenso). Tramutoli, invece, non s’illumina di niente, anzi, si pone alla stessa altezza della realtà, della palude del contemporaneo, e riduce la poesia a sentenza o immagine irriverente del quotidiano, ovvero a cosa drammaticamente misera tra le troppe cose misere del mondo.
Quella di Tramutoli è una poesia del “minimo”, una poesia spesso degradata a battuta di spirito (in questo ricorda il Vito Riviello comico e battutista di Monumentanee), come quando scrive: “Nel convento / il sugo / si fa con i prelati”. Vi è totalmente assente, com’è evidente, ogni retorica della luce e della salvezza e ogni fiducia nell’uomo (e, proprio come i latini, mettiamo Catullo o Marziale, Tramutoli dimostra di conoscere bene la miseria degli uomini, e da questa miseria non riesce a scorgere nessuna palingenesi possibile).
Con Tramutoli, alla maniera delle ultime bellissime poesie di Attilio Lolini, il poeta del nichilismo frivolo (Sebastiano Vassalli definisce invece la sua poesia come “maledettismo frivolo”), il poeta diventa colui che si guarda allo specchio e vede soltanto uno zombie, un poveraccio tra una moltitudine di poveracci, un flâneur depresso, un grillo parlante divorato dal malumore e dal pessimismo, nonché da un’autoironia corrosiva, ma anche onesta, ai limiti dell’autosberleffo: “Io lavoro in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo. / E oggi intanto / ho fatto pure un ammanco”.
Il poeta, per Tramutoli, è un essere intrattabile che inietta veleno nelle smorfie rassicuranti e autoconsolatorie della poesia “scenografica” ed evocativa dei “poeti della domenica”; è un essere asociale che non crede in nessun “noi”; è uno scrittore che offre le sue “lampadine” (tutto l’opposto delle “illuminazioni”) alla società che è sempre decaduta e melmosa al massimo “da ridere”. Nulla c’entra il moralismo, essendo sempre il poeta stesso a essere sbeffeggiato e commiserato in prima serata.
L’ultimo Tram conferma fedelmente un tipo di poesia che in Lucania ha espresso almeno due talenti, ovvero Vito Riviello e Roberto Linzalone. Riviello, come sappiamo, ridusse una scatenata poesia surreale con venature civili e neorealiste a comico “tabarin” dadaista, ai limiti della farsa; Linzalone invece, poeta corale di Matera, di poesie non ne scrive più (per scelta), e si affida a canovacci comici e buffi improvvisati alla bisogna per gli amici. Tramutoli si iscrive felicemente in questo filone antiaulico e comico-burlesco che però non è una “linea” affatto secondaria della poesia lucana del secondo ’900.
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I calembour poetici di Tramutoli, di Elio Paoloni
Per il suo ultimo libro Tramutoli è debitore, parole sue, a Scialoja, Rodari, Totò, oltre che a Carl Sandburg e a E.E. Cummings. Ma c’è molto di Bergonzoni, anche, in questo tardo tramvai. È tipico di Bergonzoni martellarti di assonanze: ricerca di senso attraverso il nonsenso. Nuovi calembour, allora. Nella sua lotta al poeta sussiegoso (Poeti / dai penosissimi / neri pensieri / profondi almeno due metri / da calare nella fossa / con aria tetra e tetragona / fino all’agognata agonia) e alla monumentalità fasulla (Quando sento starnutire: / Nietzsche, Nietzsche, Nietzsche / mi vien da rispondere: Salute!) Tramutoli spazia in maniera diseguale dalla goliardia di Amsterdam (Tutto fumo / e niente arresto) alla raffinatezza quasi orientale di alla maniera di Edward Estin Cummings, dallo sberleffo da bar di alla maniera di Nazim Hikmet (Le più belle tra tutte le tette / sono quelle che non sfiorammo – e tralascio il prevedibile seguito) all’acuto aforisma di Presunzioni (Le persone che ostentano umiltà / son sempre più modeste / di quelle che credono), dallo scontato bersaglio dei cloni di Berlusconi alla fulminate istantanea della condizione impiegatizia di capra contabile (Io lavoro / in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo). Eppure si è nell’età del Papanonno (Ma che ti ridi? / non ti rode? / facevi il rude / che non si rade. / L’Erode facevi. / Ed ora? Aspetti un erede.): non si può in eterno preferire al Calore umano «una bottiglia di Montepulciano».
Tramutoli non abbandona lo sberleffo, vuol restare fedele a se stesso. Ma quella dell’ultimo tram (gioco di parole a parte) è un’immagine cupa. L’ultimo tram preso ad ogni costo, specie quando affiora la stanchezza, i riflessi si appannano, la gamba non è più salda. Tramutoli ammira in Bukowski «l’uso del sarcasmo come ombrello per ripararsi dal sentimentalismo sempre in agguato». Basta non farsi uno scafandro con quel sarcasmo, perché così si diventa impermeabili pure al sentimento. Esattamente come succede alla poesia «emotivamente rattrappita» dei poeti seriosi. A furia di rarefazioni, di enormi spazi bianchi nella pagina, si rischia che questo sia davvero l’ultimo tram, non solo il più recente.
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Su “L’ultimo tram” dell’autoironia, di Bernardo Panella
I futuristi si divertivano con demenziali trovate di questo tipo.
Le mode passano, la poesia resta, intatta (o quasi, forse) nel suo fascinoso mistero al limite del niente metafisico: culto per pochi (nella pletorica ingombrante dei dilettanti) causa di noia per i profani. La sorte della poesia sembra veramente legata a un filo sottilissimo: la si vede volteggiare nell'aria, e il filo non si vede.
L'altro ieri l'amico Giancarlo Tramutoli mi ha fatto avere, con gioia inaspettata, un altro dei suoi gustosi libri di poesia dal titolo allusivo (non saprei individuare il riferimento, che intanto traspare anche qui, com'è nelle titolazioni di Giancarlo): L'ultimo Tram (Manni editore, Lecce, ottobre 2009). Nella dedica, un piccolo supplemento di spirito: "tram n. 10".
Conosco i libri di Giancarlo Tramutoli, il poeta potentino del 1956, che pratica l'esercizio della poesia dal 1979, come egli stesso ci informa. "L'ultimo Tram" non vorrà dire che questo potrà essere l'ultimo libro: non penso proprio, e perché mai? Proprio ora che a dargli una mano gli è arrivato un "cantautore" che promette bene già dal nome, Arturo. La poesia in genere si avvale di mezzi di fortuna; questa volta arriva in tram; e questo è un accesso confortevole alla modernità.
La "vena" (si diceva così una volta, oggi passa per sberleffo) di questo poeta (non nasconde il suo status, anzi lo dichiara in copertina ben evidente: poesia) che scorre nell'agile volume di pagine 80, ben aerate, leggere e godibili, è di genere ludico, alla maniera dei Riviello, Scialoja; Rodari e perfino di Totò. L'autore confessa con orgoglio i suoi debiti formativi.
I titoli, giocati sull'allusione criptica o sul calembour: Lapsus, Onde per cui si muove il mare, Lampadine, I Canti di Onan, Temporali, Versi pure, grazie; e i due romanzi in qualche modo autobiografici: La vasca da bagno e Uno che conta. In un modo o nell'altro (verso o prosa) l'interesse di Tramutoli è sempre quello: la scrittura brillante che ruota intorno a un io "che muove il sole e l'altre stelle". Non per adularlo, si badi, anzi: nell'autoironia, spesso feroce, è il climax del divertimento. Una filosofia di vita, una poetica ermeneutica. Il lettore vedrà da sé quanto questo esercizio di flagellazione masochistica rende alla ragione del verso. Un poeta maledetto? Autori di riferimento per Giancarlo sono anche gli americani Carl Sandburg, Frank O'Hara, E.E.Cummings. Entrano in questo gioco "visionario e comico", le strisce dei Peanuts e di certi cartoni animati della Warner Bros. Cito alla lettera queste dichiarazioni dell'autore non per atterrire l'incauto lettore; semmai per invogliarlo ad accostarsi al libro di Tramutoli: anzi ai libri.
Contro la poesia dell'accademia e dei professori, del tutto prevedibile e priva di energia, il poeta ludico scaglia il suo odio esplicito. occorre rivitalizzare la poesia. Occorre più invenzione, gioco, feroce autoironia.
Era necessario, io credo, postillarle queste dichiarazioni di poetica, per rendere un servizio alla verità del poeta che, poi va a vedere, non è un fatuo accalappiatore di farfalle. Mallarmé diceva che la poesia bisogna spruzzarla di ombre. Il gioco di Giancarlo Tramutoli è proprio in queste operazioni di cortocircuito dove si accendono scintille di piacere intellettuale, che è la fruizione del verso. Si veda a pag.18 Enel: "Si dice/ che Ungaretti/pagasse delle mostruose/bollette della luce".
Con buona pace del celeberrimo "M'illumino d'immenso" che affascinò tanto la lirica del Novecento italiano, oggi il poeta ludico Giancarlo Tramutoli tira la barba al Senatore marmorizzato di Roma, come un "galletto" impertinente.
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Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno
(+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25). |
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