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Giancarlo Tramutoli
L’ultimo Tram



Descrizione:

In questa nuova raccolta poetica affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O’Hara, E.E. Cummings. Più un’estetica visionaria e comica che è delle strisce dei Peanuts o di certi cartoni animati della Warner Bros che son stati assai importanti nella mia formazione poetica. Trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, noiosa e sussiegosa. Se la poesia è questa solita, prevedibile accademia, insomma, l’implacabile poesia dei professori, beh, posso tranquillamente dichiarare che io la poesia la odio. Che il genere è degenerato. Che per restituirle un po’ di vitalità, occorre sporcarla col linguaggio quotidiano, contaminarla con quello che ogni giorno vediamo, ascoltiamo, diciamo. Che serve sempre più invenzione, gioco, feroce autoironia.
                   G. T.

Argomento: Poesia

Collana:
Occasioni

Anno 2009, 88 pagine - € 12.00 - ISBN: 978-88-6266-215-4

Approfondimenti
Giancarlo Tramutoli è nato nel 1956 a Potenza dove vive e lavora in una banca. Ha pubblicato poesie dal tono ludico, epigrammatico, ironico, fin dal 1979 nell’ambito del Primo Festival Internazionale di Castelporziano. In volume le raccolte Lapsus, Onde per cui si muove il mare (Primo premio di letteratura umoristica Marcello Marchesi 1996), Lampadine, I Canti di Onan (Premio Theidos 2000), Temporali, Versi pure, grazie. E due romanzi, La vasca da bagno (Fernandel 2001), Uno che conta (Manni 2007). È presente in varie antologie. Collabora al “Quotidiano della Satira” e scrive tutti i giorni una Lampadina sul “Quotidiano della Basilicata”.


PRIMI VERSI

Cuore di pietra

Cara geologa
dal cuore di pietra
per fortuna
hai un corpo morbido
a cui dedico almeno
una pippa al giorno.


alla maniera di Nazim Hikmet

Le più belle tra tutte le tette
son quelle che non sfiorammo.
La più sexy tra tutte le fighe
è quella che non scopammo.
La più riuscita tra tutte le fughe
fu quella che non tentammo.


Utilitarismo alcolico

Il bicchiere mi serve
per la verve.
La bottiglia
per dimenticare
che per bere
mi tocca lavorare.


Spiritual

Le cose dello spirito
le cerco in enoteca.
È un lusso e un rito
come andare in pinacoteca.


Il Lupo di Dubbio

Il Lupo di Dubbio
con una pelliccia
di cincillà
tormentato nella neve
oscilla di qua e di là
tra santità e animalità.



Recensioni

20/11/2009   www.paolonori.it
Scuola elementare

Paolo Nori pubblica nella rubrica Scuola elementare la poesia di Tramutoli

Amsterdam

Tutto fumo
e niente arresto

 

21/11/2009   Il Quotidiano della Basilicata
Tutto il giocoso possibile, di Nunzio Festa

Ogni volta che Tramutoli conficca in un volume la sua ironia, le doti polemiche, il peso della normalità, si completa un pezzo della lezione poetica italiana. “L'ultimo Tram”, silloge più recente del potentino Giancarlo Tramutoli, di cui giornalmente prendiamo calembour, somiglia è non è, chiaramente, il precedente “Versi pure, grazie”. Ovviamente manco è vero che si tratta, a questo punto, dell'ultimo tram. Ma seguiamo, appunto, il poeta. Questa volta è lo stesso autore che spiega alcune cosine utili: “in questa nuova raccolta poetica affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O'Hara, E. E. Cummings”. Il resto, invece, al momento non c'interessa; perché – tanto per ricordare – del maestro Riviello e con il componimenti di Vito Riviello l'assonanza esiste e si capisce. Eppure ancor di più è il parallelismo che si potrebbe fare con certe 'uscite' del grandissimo Totò. Anzi: il piglio polemico somiglia a quello di Riviello mentre la leggerezza guizzante e potente è quella del Totò. La voce non italica, poi, è presa e bevuta per altri settori sentimentali. Di nuovo, quindi, Tramutoli come un Bukowski, mostra senza mostrare di possedere lezioni che gli servono per arrivare col tatto della vera poesia. Non quella funerea e annerita dei divi. Che Tramutoli, se così fosse, molto si spaventerebbe. E in uno specchio mai più si riconoscerebbe. Questa nuova raccolta, dopo aver raggiunto perplessità d'alcuni istanti e obiettivi “premeditati” di molti altri, ancora, è una lezione che sa di lezione ricevuta. Della modernità, scopriamo ancor una volta, non sappiamo leggere e dire ironiche versioni. Tanto che serve, con puntualità, la mano di Giancarlo Tramutoli che prende le nostre orecchie e dentro spedisce tutto il giocoso possibile. Senza, questo è chiaro, tralasciare accenti di dramma che comunque la società e lettrice e lettori consumiamo. Ora si potrebbe però fare un'esplicitata, esplicita e divertente domanda/richiesta al caro Tramutoli. E dire: quando il nuovo romanzo? S'aspetti, allora, per altra bellezza della giovane Basilicata.

27/11/2009   www.poetrydream.splinder.com
Proposta n. 165
 
Fido –
In banca
ho scoperto
che è il fido
il miglior amico
dell’uomo.
*
Humour –
Senza una scintilla
di humour
sempre si oscilla
tra saccenza
e demenza.
*
Messaggio di fine d’anno –
Anche quest’anno
il Presidente
a reti unite ci dirà
che è sempre meglio
essere belli, ricchi e sani
che brutti, poveri e malati.
*
Sex voto –
La cosa più bella
delle elezioni
quella che preferisco
la più sexy:
è lo spoglio.
 
28/11/2009   Achab
La poesia di Tramutoli che si illumina del niente, di Andrea Di Consoli
 
Le poesie di Giancarlo Tramutoli, poeta potentino nato nel 1956, pur rifacendosi alla tradizione epigrammatica, nonché alla tradizione delle iscrizioni latine di natura occasionale e d’intervento sui vizi e le storture della società, porta a estreme conseguenze il discorso tutto novecentesco (iniziato con i crepuscolari) dell’antipoesia, dello strozzamento dell’aulica e della retorica classica (pur essendo l’antipoesia una precisa retorica, sia pure con regole precise, e una difficile gestione economia in “levare” delle parole, che vengono usate con parsimonia e con il massimo dell’efficacia).
Il ’900 è stato il secolo che ha spezzato il “belcanto”, portando la poesia rasoterra, e non mi riferisco tanto ai futuristi o ai loro “nipotini” degli anni ’60, che hanno reinventato su basi sonore e provocatorie la magniloquente retorica classica, quanto ai tanti poeti antiaulici che hanno, appunto, strozzato definitivamente il collo all’aulica classica. Questa linea antiaulica e “rasoterra” si è spesso accoppiata con la poesia gnomica (sentenziale) e con la poesia comico-burlesca. Tra i poeti di questa linea potrei citare almeno, dopo i crepuscolari e i neo-crepuscolari della “linea lombarda” (Erba, il Pagliarani di La ragazza Carla, ecc.), Toti, Scialoja, Giorgio Weiss, Patrizia Cavalli, Attilio Lolini, Roberto Linzalone e Vito Riviello. In questo tipo di poesia viene totalmente disintegrato ogni “poetese”, ovvero ogni gergo facile della poesia di maniera, ogni forma di ermetismo o di orfismo, e, soprattutto, ogni idea di poesia come ispirazione o illuminazione (scrive Tramutoli in questo suo nuovo libro appena pubblicato dall’editore Manni, L’ultimo Tram: “Si dice / che Ungaretti / pagasse delle mostruose / bollette della luce”; laddove Ungaretti è il massimo esponente della poesia “scovata come in un abisso”, cioè il poeta che s’illumina d’immenso). Tramutoli, invece, non s’illumina di niente, anzi, si pone alla stessa altezza della realtà, della palude del contemporaneo, e riduce la poesia a sentenza o immagine irriverente del quotidiano, ovvero a cosa drammaticamente misera tra le troppe cose misere del mondo.
Quella di Tramutoli è una poesia del “minimo”, una poesia spesso degradata a battuta di spirito (in questo ricorda il Vito Riviello comico e battutista di Monumentanee), come quando scrive: “Nel convento / il sugo / si fa con i prelati”. Vi è totalmente assente, com’è evidente, ogni retorica della luce e della salvezza e ogni fiducia nell’uomo (e, proprio come i latini, mettiamo Catullo o Marziale, Tramutoli dimostra di conoscere bene la miseria degli uomini, e da questa miseria non riesce a scorgere nessuna palingenesi possibile).
Con Tramutoli, alla maniera delle ultime bellissime poesie di Attilio Lolini, il poeta del nichilismo frivolo (Sebastiano Vassalli definisce invece la sua poesia come “maledettismo frivolo”), il poeta diventa colui che si guarda allo specchio e vede soltanto uno zombie, un poveraccio tra una moltitudine di poveracci, un flâneur depresso, un grillo parlante divorato dal malumore e dal pessimismo, nonché da un’autoironia corrosiva, ma anche onesta, ai limiti dell’autosberleffo: “Io lavoro in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo. / E oggi intanto / ho fatto pure un ammanco”.
Il poeta, per Tramutoli, è un essere intrattabile che inietta veleno nelle smorfie rassicuranti e autoconsolatorie della poesia “scenografica” ed evocativa dei “poeti della domenica”; è un essere asociale che non crede in nessun “noi”; è uno scrittore che offre le sue “lampadine” (tutto l’opposto delle “illuminazioni”) alla società che è sempre decaduta e melmosa al massimo “da ridere”. Nulla c’entra il moralismo, essendo sempre il poeta stesso a essere sbeffeggiato e commiserato in prima serata.
L’ultimo Tram conferma fedelmente un tipo di poesia che in Lucania ha espresso almeno due talenti, ovvero Vito Riviello e Roberto Linzalone. Riviello, come sappiamo, ridusse una scatenata poesia surreale con venature civili e neorealiste a comico “tabarin” dadaista, ai limiti della farsa; Linzalone invece, poeta corale di Matera, di poesie non ne scrive più (per scelta), e si affida a canovacci comici e buffi improvvisati alla bisogna per gli amici. Tramutoli si iscrive felicemente in questo filone antiaulico e comico-burlesco che però non è una “linea” affatto secondaria della poesia lucana del secondo ’900.
11/12/2009   Corriere del Mezzogiorno - Bari

I calembour poetici di Tramutoli, di Elio Paoloni

Per il suo ultimo libro Tramutoli è debitore, parole sue, a Scialoja, Rodari, Totò, oltre che a Carl Sandburg e a E.E. Cummings. Ma c’è molto di Bergonzoni, anche, in questo tardo tramvai. È tipico di Bergonzoni martellarti di assonanze: ricerca di senso attraverso il nonsenso. Nuovi calembour, allora. Nella sua lotta al poeta sussiegoso (Poeti / dai penosissimi / neri pensieri / profondi almeno due metri / da calare nella fossa / con aria tetra e tetragona / fino all’agognata agonia) e alla monumentalità fasulla (Quando sento starnutire: / Nietzsche, Nietzsche, Nietzsche / mi vien da rispondere: Salute!) Tramutoli spazia in maniera diseguale dalla goliardia di Amsterdam (Tutto fumo / e niente arresto) alla raffinatezza quasi orientale di alla maniera di Edward Estin Cummings, dallo sberleffo da bar di alla maniera di Nazim Hikmet (Le più belle tra tutte le tette / sono quelle che non sfiorammo – e tralascio il prevedibile seguito) all’acuto aforisma di Presunzioni (Le persone che ostentano umiltà / son sempre più modeste / di quelle che credono), dallo scontato bersaglio dei cloni di Berlusconi alla fulminate istantanea della condizione impiegatizia di capra contabile (Io lavoro / in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo). Eppure si è nell’età del Papanonno (Ma che ti ridi? / non ti rode? / facevi il rude / che non si rade. / L’Erode facevi. / Ed ora? Aspetti un erede.): non si può in eterno preferire al Calore umano «una bottiglia di Montepulciano».
Tramutoli non abbandona lo sberleffo, vuol restare fedele a se stesso. Ma quella dell’ultimo tram (gioco di parole a parte) è un’immagine cupa. L’ultimo tram preso ad ogni costo, specie quando affiora la stanchezza, i riflessi si appannano, la gamba non è più salda. Tramutoli ammira in Bukowski «l’uso del sarcasmo come ombrello per ripararsi dal sentimentalismo sempre in agguato». Basta non farsi uno scafandro con quel sarcasmo, perché così si diventa impermeabili pure al sentimento. Esattamente come succede alla poesia «emotivamente rattrappita» dei poeti seriosi. A furia di rarefazioni, di enormi spazi bianchi nella pagina, si rischia che questo sia davvero l’ultimo tram, non solo il più recente.
17/12/2009   Il Quotidiano della Basilicata
Su “L’ultimo tram” dell’autoironia, di Bernardo Panella
        
I futuristi si divertivano con demenziali trovate di questo tipo.
Le mode passano, la poesia resta, intatta (o quasi, forse) nel suo fascinoso mistero al limite del niente metafisico: culto per pochi (nella pletorica ingombrante dei dilettanti) causa di noia per i profani. La sorte della poesia sembra veramente legata a un filo sottilissimo: la si vede volteggiare nell'aria, e il filo non si vede.
L'altro ieri l'amico Giancarlo Tramutoli mi ha fatto avere, con gioia inaspettata, un altro dei suoi gustosi libri di poesia dal titolo allusivo (non saprei individuare il riferimento, che intanto traspare anche qui, com'è nelle titolazioni di Giancarlo): L'ultimo Tram (Manni editore, Lecce, ottobre 2009). Nella dedica, un piccolo supplemento di spirito: "tram n. 10".
Conosco i libri di Giancarlo Tramutoli, il poeta potentino del 1956, che pratica l'esercizio della poesia dal 1979, come egli stesso ci informa. "L'ultimo Tram" non vorrà dire che questo potrà essere l'ultimo libro: non penso proprio, e perché mai? Proprio ora che a dargli una mano gli è arrivato un "cantautore" che promette bene già dal nome, Arturo. La poesia in genere si avvale di mezzi di fortuna; questa volta arriva in tram; e questo è un accesso confortevole alla modernità.
La "vena" (si diceva così una volta, oggi passa per sberleffo) di questo poeta (non nasconde il suo status, anzi lo dichiara in copertina ben evidente: poesia) che scorre nell'agile volume di pagine 80, ben aerate, leggere e godibili, è di genere ludico, alla maniera dei Riviello, Scialoja; Rodari e perfino di Totò. L'autore confessa con orgoglio i suoi debiti formativi.
I titoli, giocati sull'allusione criptica o sul calembour: Lapsus, Onde per cui si muove il mare, Lampadine, I Canti di Onan, Temporali, Versi pure, grazie; e i due romanzi in qualche modo autobiografici: La vasca da bagno e Uno che conta. In un modo o nell'altro (verso o prosa) l'interesse di Tramutoli è sempre quello: la scrittura brillante che ruota intorno a un io "che muove il sole e l'altre stelle". Non per adularlo, si badi, anzi: nell'autoironia, spesso feroce, è il climax del divertimento. Una filosofia di vita, una poetica ermeneutica. Il lettore vedrà da sé quanto questo esercizio di flagellazione masochistica rende alla ragione del verso. Un poeta maledetto? Autori di riferimento per Giancarlo sono anche gli americani Carl Sandburg, Frank O'Hara, E.E.Cummings. Entrano in questo gioco "visionario e comico", le strisce dei Peanuts e di certi cartoni animati della Warner Bros. Cito alla lettera queste dichiarazioni dell'autore non per atterrire l'incauto lettore; semmai per invogliarlo ad accostarsi al libro di Tramutoli: anzi ai libri.
Contro la poesia dell'accademia e dei professori, del tutto prevedibile e priva di energia, il poeta ludico scaglia il suo odio esplicito. occorre rivitalizzare la poesia. Occorre più invenzione, gioco, feroce autoironia.
Era necessario, io credo, postillarle queste dichiarazioni di poetica, per rendere un servizio alla verità del poeta che, poi va a vedere, non è un fatuo accalappiatore di farfalle. Mallarmé diceva che la poesia bisogna spruzzarla di ombre. Il gioco di Giancarlo Tramutoli è proprio in queste operazioni di cortocircuito dove si accendono scintille di piacere intellettuale, che è la fruizione del verso. Si veda a pag.18 Enel: "Si dice/ che Ungaretti/pagasse delle mostruose/bollette della luce".
Con buona pace del celeberrimo "M'illumino d'immenso" che affascinò tanto la lirica del Novecento italiano, oggi il poeta ludico Giancarlo Tramutoli tira la barba al Senatore marmorizzato di Roma, come un "galletto" impertinente.
10/02/2010   Il Quotidiano della Basilicata

L'estro solitario di Tramutoli, di Andrea Di Consoli

Ogni tanto mi diverto – tra un lavoro e l’altro – a rivolgere alcune domande agli scrittori amici. Sono domande semplici, di vita quotidiana, che però aiutano a capire meglio l’umanità domestica dello scrittore, la sua vita privata – magari a futura memoria, quando qualcuno sentirà la necessità di approfondire la vita di questo scrittore.
Questa volta ho intervistato Giancarlo Tramutoli, poeta e narratore nato a Potenza nel 1956. Di Tramutoli mi ha sempre incuriosito la vita appartata, l’estro solitario. Nell’intervista si parla anche di un bambino appena nato; e quindi questa intervista è anche un esplicito “benvenuto” al figlio di un poeta lucano.
Giancarlo, a che ora ti svegli la mattina?
Da quando è nato mio figlio, decide lui, tra le 5.30 (se va male) e le 7.30 (se va bene).
Le prime cose che fai appena sveglio?
Caffè, seduta al cesso, due tiri a un Toscanello alla grappa, doccia. Biberon per il bimbo.
C’è una persona che non vorresti mai incontrare appena esci per strada?
No. Ora, poi, abito nello stesso palazzo dove lavoro. Devo solo girare l’angolo.
Quali sono i clienti della banca dove lavori che ti mettono di buonumore?
Quelli disponibili alle mie battute di spirito. Complici nel trascendere la routine reciproca.
E quali quelli che ti mettono di malumore?
Quelli che ti chiedono le cose da fare tutte insieme. Allora io uso la metafora del fruttivendolo. Dico al pedante ansiogeno che mi sta di fronte di seguire la lista: prima le patate, poi le arance, la rucola. Alla fine gli odori.
Come sono le ragazze di Potenza?
E chi le conosce?
E i ragazzi?
Idem.
Esiste una società letteraria, a Potenza?
No. E aggiungerei, purtroppo. Ognuno sta nel suo più o meno splendido isolamento.
Ti piace parlare al telefono?
No. Anzi, è una cosa che mi stressa assai. Mi si azzerano i neuroni. Faccio fatica anche a ricordarmi come mi chiamo.
Il massimo delle ore che sei stato senza parlare.
C’è una leggenda familiare che si tramanda e che dice che avrei cominciato a parlare solo a cinque anni. (Ora dicono che parlo troppo). Di recente son stato anche interi sabati e domeniche senza parlare a nessuno.
Cosa hai provato quando è nato tuo figlio?
Al primo “nguèèè” ho pensato: “questa personcina avrà bisogno di me”. Mi ha dato subito un ancoraggio all’esistenza che non avevo e mi sta alleggerendo del mio eccessivo ego. Sorpresa, gioia e preoccupazione delle responsabilità (tutte insieme).
Quali sono le tue paure più forti in questo momento?
Non ho paure particolari. A parte le solite, inevitabili, malinconie esistenziali.
Qual è la parte del tuo corpo che senti che sta invecchiando?
La memoria… qual era la domanda?
Qual è la parte del tuo carattere che non ti piace?
Una certa suscettibilità e un distacco eccessivo dalla realtà per autodifesa.
E la parte che invece ti piace di più?
La curiosità e la capacità di creare tutti i giorni qualcosa di nuovo.
Ti fai spesso le analisi del sangue? Hai paura del verdetto?
Mah, ogni due anni più o meno. No, non sono ipocondriaco. Direi che per comodità e pigrizia son più fatalista.
Quali malattie temi di più?
Soprattutto la cecità. Io senza occhi sarei un uomo morto. Leggere, scrivere, dipingere. Questo faccio.
A che età speri di morire?
A vent’anni pensavo che una buona età sarebbe stata 50, 55. Poi i figli ti allungano il futuro e ora direi, fino a quando sarò lucido e autosufficiente.
Come speri di morire?
Nel sonno. Al calduccio. Comodo.
Ti definiresti nevrotico? E se sì, di quale nevrosi soffri?
Mah, la classica inquietudine del creativo, sempre insoddisfatto. Ma la nevrosi è utile, è la benzina dell’artista. Lo diceva già Cummings. Il poeta capitalizza la nevrosi. A star troppo tranquilli si diventa scemi.
Ha davvero senso scrivere?
È una cosa a cui non penso più. Lo si fa come un’esigenza fisiologica. Respirare bene, pisciare, dormire, eccetera. Mi ritrovo nella bella definizione: “Scrivo per sapere ciò che penso”.
Hai mai pensato di chiuderti nel mutismo e di rompere le comunicazioni col mondo?
Ma più o meno lo faccio. I riti sociali mi affaticano. Una grande perdita di tempo e io di tempo netto per far quello che mi piace ne ho già poco.
Dimmi le persone pubbliche che stimi di più in Basilicata in questo momento.
Come ti dicevo, non avendo una vita sociale, la persona che in questi ultimi venti anni ho più frequentato, è anche quella che più apprezzo: è Gaetano Cappelli. È il miglior romanziere italiano in circolazione e meno male che ora sono in tanti a pensarlo.
Ami mangiare? Sei smodato?
Sono per un piatto unico, (pasta soprattutto) cucinato con accuratezza.
Ami bere? Sei alcolizzato?
Sì. Vino rosso. Alcolizzato, ancora no.
Ti piacciono i soldi?
Quelli che mi guadagno. Mi bastano.
Sei irascibile?
A volte. Specie di fronte alla cretineria e alla burocrazia. Cose che spesso vanno insieme.
Quando ti arrabbi spacchi le cose?
È successo. Ma ora mi controllo meglio.
Valeva la pena nascere?
Direi di sì. In fondo mi sto divertendo.
Cosa ti auguri per tuo figlio?
Che possa avere il lusso di vivere libero e appassionato.
28/03/2010   La poesia e lo spirito

Quel che resta del verso, di Giuseppe Panella

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)…
«In questa nuova raccolta affiorano due tipi di suggestioni. Tutte e due giocose e leggere. Quella italiana dei Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò. E quella americana dei Carl Sandburg, Frank O’Hara, E. E. Cummings. Più un’estetica visionaria e comica che è quella delle strisce dei Peanuts o di certi cartoni animati della Warner Bros che son stati assai importanti nella mia formazione poetica. Invece, a liberarmi dal “poetese”, fu la lettura a diciottenni di Spoon River di Edgar Lee Masters, con quella sua lingua piana, asciutta, priva d’enfasi. A vent’anni, leggendo e rileggendo Howl di Allen Ginsberg, imparai quante possibilità pirotecniche ci sono nelle parole. L’importanza di scrivere di slancio con onestà e senza autocensure. E quanto conta il ritmo, la musica, l’intuizione. E nei beat americani, ammirai la capacità di trovare illuminazioni e pathos anche nelle piccole cose vissute tutti i giorni. E nelle poesie ruvide dell’anarchico reazionario Bukowski, apprezzai l’antilirismo come poetica. L’uso del sarcasmo come ombrello per ripararsi dal sentimentalismo sempre in agguato» (p. 79).
Come si è potuto leggere sopra, Tramutoli non si fa problemi a mostrare le carte di cui si è servito per giocare al tavolo pericoloso e azzardato della poesia. I suoi modelli sono in bella mostra nella Nota dell’Autore che chiude il volume. L’influsso della poetica giocosa e aleatoria di e. e. cummings (come amava firmarsi) è evidente in un testo che a lui si richiama direttamente:
«alla maniera di Edward Estlin Cummings. Grazie al bicchiere / che / (gentilmente) / si è rotto dopo / (solo dopo) / che avevo finito il gelato / e prima / (solo prima) / di averlo lavato» (p. 30).
La mimicry del poeta americano non potrebbe essere più riuscita (salvo per il fatto che Cummings si dilettava di usare questa forma specifica nel redigere soprattutto poesie erotiche ad alto livello e grado di divertissement). Anche per la poesia Oggi si intuisce subito il modello largamente esibito che è la poesia antilirica e prosastica di Charles Bukowski:
«Oggi son contento / ho scritto cinque poesie / e tu che non scrivi mai / pensi sia un impaccio. / Mi detesti se m’esprimo. / Mi ami solo se taccio. / Muto sono l’unico, il primo. / Peccato che così / io mi deprimo» (p. 21).
Il gioco delle rime divertite e rimbalzanti non tacita l’amarezza del finale icastico e tombale.
Ma nella maggior parte dei casi Tramutoli si diverte a redigere calembour, motti di spirito, epigrammi, battute cattive e non e, infine, pure inconsistenze di significato che si reggono sul gioco del significante. Si pensi a Capra contabile di p. 14:
«Io lavoro in una banca / sopra la quale campo / sotto la quale crepo. / E oggi intanto / ho fatto pure un ammanco»,
un testo in cui la cifra giocosa non riesce a trattenere una punta di aggressività come pure un po’ aspro nella voluta leggerezza è un testo successivo (a p. 9), Utilitarismo alcoolico:
«Il bicchiere mi serve / per la verve. / La bottiglia / per dimenticare / che per bere / mi tocca lavorare».
Lavorare stanca e soprattutto nuoce gravemente alla poesia quando non serve ad alimentarne la vena parodica e in fondo vitalmente sensibile.
.La natura di scrittore di bon mots traluce anche in testi divertiti e scintillanti di uno humour che si basaessenzialmente sul gioco di parola per allitterazione. In Io e Gaetano, ad esempio (p.37):
«Gaetano / è un flaneur / della letteratura. / Io / del calembour / sono un flaianeur / per natura».
Gaetano è evidentemente lo scrittore potentino Gaetano Cappelli, autore di Mestieri sentimentali e di La vedova, il santo e il segreto del Pacchero estremo; l’autore, invece, qui si mette a rimorchio di Ennio Flaiano, grande autore di battute esplosive e frizzante e (forse) uno degli scrittori meno considerati della letteratura italiana del Novecento proprio per questa sua natura immune dall’ esprit de serieux. Ma non soltanto di “flaianate” è fatto il mondo poetico-satirico di Tramutoli. Nella poesia Papanonno (espressione tipicamente dialettale che afferisce al nonno, padre del padre del nipote ma che forse in questo casa va letta come parola composta a indicare una troppo tardiva paternità) si legge:
«Ma che ti ridi ? / (non ti rode?) / Facevi il rude / che non si rade. / L’Erode facevi. / Ed ora ? / Aspetti un erede».
Il morso della critica affonda in profondità a dimostrazione che non c’è mai riso senza una punta d’amore (come voleva Bergson nel suo saggio sull’umorismo). Anche Fido (p. 44) non scherza:
«In banca / ho scoperto / che è il fido / il miglior amico / dell’uomo».
Il comico e la satira sono sempre forme di polemica sociale e progetto di demistificazione di ciò che è consueto e ipocritamente accettato. Come scrive Tramutoli (sempre nella Nota dell’Autore da cui si citava anche più sopra):
«Forse è per questo che trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, così noiosa e sussiegosa. Fatta di incrostazioni retoriche. Di paroloni impronunciabili. Una poesia sessuofobica. Emotivamente rattrappita. Un raggelante versicolare a vuoto. Un’astratta, pallosa, metafisica. La leggo e vedo riemergere quella monumentalità fasulla che si subisce nelle grigie aule dei licei» (p. 79).
Il giudizio qui espresso è certo molto duro, forse ingeneroso nei confronti di molti poeti della nostra contemporaneità vissuta. E’ però una proposta e una dichiarazione di poetica che aiuta a leggere meglio quel che Tramutoli – prepotentemente – scrive.
 
01/06/2010   Decanter

L'ultimo Tram di Giancarlo Tramutoli passa sempre per la poesia giocosa, di Lorenza Colicigno

Giancarlo Tramutoli: un flaianeur, come si definisce nel suo libro “L’ultimo Tram”, edito da Manni nell'Ottobre 2009. Un poeta che programmaticamente e nel concreto scintillio della sua scrittura, rigorosamente a risparmio energetico grazie all’utilizzo di fonti energetiche alternative, che lasciamo scoprire ai lettori (“Energie alternative”), denuda la poesia di ogni paludamento e tentazione di cupe profondità o di eterei vertici lirici. La poesia ha per Tramutoli due polarità: quella di Ungaretti e dei suoi accoliti, poesia ad alto consumo, anzi, meglio, ad alto spreco energetico (“Enel”) e sentimentale, e quella delle suggestioni giocose, che provengono da Vito Riviello, Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò, Carl Sandburg, Frank O’Hara, E.E. Cummings. Un’estetica visionaria e comica è per Tramutoli l’unica difesa possibile contro la poesia dei professori, prevedibile accademia. Cosa fare, dunque, per restituire vitalità alla poesia? “Sporcarla con il linguaggio quotidiano, - afferma Tramutoli - contaminarla con quello che ogni giorno vediamo, ascoltiamo, diciamo.”. “Senza una scintilla/di humour/sempre si oscilla/tra saccenza/e demenza.”: questa la filosofia poetica di Tramutoli, trae a volte ispirazione da quella finestra privilegiata sul mondo contemporaneo che è lo sportello bancario, aperto sulle miserie umane, miserie in senso stretto, dalla cui prospettiva il poeta scatta un’istantanea di profondo spessore antropologico: “In banca/ho scoperto/che è il fido/il miglior amico/dell’uomo.”. “Serve sempre più invenzione, gioco, feroce autoironia.” - afferma Tramutoli -; sicché, mentre non risparmia i miti contemporanei, reality (“Prender la vita di petto”), miss varie (“Mia cara Miss”), politici (“Ciuccio & presuntuoso”, “Luna & Marte”) e, in primis, il Premier (“Cloni & coglioni”, “Messaggio di fine anno”), non risparmia sé stesso, a partire dal suo nome, ridotto nel titolo ad un minimale "Tram": “Intossicazioni”, “Come e quando”, “Spiritual”, "Io & Gaetano", “Ebbene sì, mi contraddico” sono alcune delle poesie in cui il poeta si confessa e si misura con i suoi percorsi di poesia e di vita. Sì, perché il gioco linguistico, il calembour per Giancarlo Tramutoli hanno chiaramente un fine semaforico nel traffico della vita contemporanea: dispersi tra enoteca e pinacoteca, tra brache e barche, tra natura e letteratura, tra cabine elettorali e arnie, tra vacanza e casa, tra tam tam e tom tom, potremmo perderci, ma per fortuna il poeta non rinuncia a “scrivere”, e ci riconcilia con noi stessi, riscoprendosi e riscoprendoci nella meraviglia di “una domenica mattina” a “cucirsi un buco/nei neri guanti di lana/nell’aria frizzante/alla finestra/di fronte/a qualche fiocco di neve”. Straordinaria lirica, riscattata dal lirismo dal suo ritmo quotidiano.

 
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