Martedì 28 maggio alle ore 17,30 Presso il Teatro Argentina di Roma si presenta il volume Ai...
Il poeta impiega come tempo del narrato i grumi lirici, come anelli di registrazione di eventi le sue estasi immaginative, come esiti del dramma della città materialistica i momenti privilegiati di una grazia epifania.
E l’istanza mitica della fanciullezza trascinata nel quotidiano, nella città sfigurata, è fatta contemporanea. Ed ecco allora che il grumo lirico di cui parlavo, connaturato nello stile narrato, si converte in nuovo realismo).
Sembra l’infanzia fanciullezza del bambino perfetto, dirci di un mondo creaturale e povero che ora sembra scomparso dietro il numero e la nevrosi. E questa immagine del bimbo giocoso e silenzioso, che traversa tutto il libro a volte in maniera sotterranea a volte quasi riemergendo dal sottosuolo della città-frammento, è piena non di nostalgia ma di desiderio e spero che nella progressione del tempo civile, oscurato nei giorni odierni, del tempo di tutti noi, ci sia questo recupero.
INCIPIT
Poi venne il diluvio dei corpi. Il seme dell’universo. La terra franava sotto i piedi, tutto si allagava dal basso. Solo il buio si fece terra del sogno. Ogni cosa fu la farfalla di un giorno. L’onda specchiava il tradimento e fece di ogni parola un gesto. Così piovve dal buio e marcirono foglie nelle stanze – ha finestre disabitate tutto quello che ci riguarda –. Poi venne l’alba senza pazienza. La luce senza ombre delle sale operatorie. E quell’uomo si edificò fra costola e costola case di dolore, giardini dello sgomento. La paura cadde dalla sua fronte come neve nera. E dal fango sbocciarono colombi – riemersero colombi dal buio della terra –. Non dal cielo ma dall’abisso, non dall’altissimo ma dal profondo desiderò l’immensa madre. Nel petto un rumore di tortore è quanto resta dell’antica bestia.
CORRISPONDENZE
I
(…) tu lo sai che gli operai si salutano per cognome – al massimo il soprannome – per loro atavico imbarazzo e residuo di schiavitù. Operai da stirpi – se va bene – e per rinnovata sudditanza padri di padri e figli di figli: ma pure senza di loro le parole avrebbero meno significato – ad esempio città, lavoro, mano, ferro, vino, opera, poesia – anche se non hanno tempo per leggere poesie o lo fanno a sera con gli occhiali sbagliati e gli fa piacere magari prima della pensione sentirle leggere da qualcuno – ad esempio nel 1995 una volta a Mantova che leggevo con altri poeti in una piazzetta gonzaghesca – invitato dal comune che mi scordava fra i suoi nati – davanti a duecento persone i miei genitori in prima fila che quando ho letto una signora ingioiellata ha sussurrato alla vicina “Sissa… deve essere il figlio del notaio” e mio padre sottovoce “No siora, cal lì l’è fiol ad n’operaio” con mia madre che gli stringeva il braccio nel timore di chissà che bavetta anarchica o mancanza di rispetto e guarda, rima a parte, la musica non è del sangue? – ma gli operai non hanno paura, sono eleganti più degli eleganti come vedi, costruiscono il mondo fino a prova contraria, non hanno gloria da condividere e la loro carne fracassata sotto le presse o cotta dalle fiamme industriali conosce un silenzio di guerra che non trovo sui giornali quando poeti, critici, intellettuali, e altri mangiapane a tradimento scrivono del potere dal potere nel potere. Hanno mani importanti gli operai, complesse come vini d’annata, e una faccia vera anche nell’alba più disperata. Ecco, mi fermo un attimo sulla parola mani – o ruggine, dio, altoforno, vernice, pinza, compressore, turno, turno di notte, amianto, o cancro, silicosi, o avanguardia, élite, o gruppo editoriale, o salotto, recensione, reparto verniciatura, tenda ad ossigeno o busta paga, infortunio, sindacato, nebbia, previdenza sociale, comico tivù, calce, secchio, trattore, cassa integrazione, sciopero, calciomercato, velina, centravanti, premier, tuta, sogno, protesi, trave, impalcatura, sedia a rotelle, dignità, canottiera, sangue, pensa chi era, pensa chi la portava il giorno che io e te facevamo i comunisti, il giorno che abbiamo votato – ecco, chi non ci ha mai pensato – che se togli la parola mani nessun’altra ne esiste – si deve vergognare e a noi chiamarci per cognome, di generazione in generazione (…)
II
(…) potrei anche spiegarti che nessuna poesia soffre l’elisione di un verso ma ancora neve non se ne vede e poi, anni settanta, brandelli di parole, ombre di fatica, riflessi del nostro conversare, quanto ci hanno massacrato su ogni fronte. In noi soltanto si poteva trovare, scavando a fondo, una minima sorgente, un po’ di rifornimento. La preoccupazione non per noi, ma del morire, quanta forza ha ucciso mano a mano che si tentava l’ignoranza resistendo – e questa non è una confessione ma ogni periferia –. La periferia dell’anima o della storia grazie non ne concede, noi sogni non ne avevamo, o speranze da bambini. Tutto doveva accadere in silenzio. Nella nebbia padana fascismo, comunismo, terrorismo, avevano lo stesso colore, nessuna forma. Altrove, piuttosto, nascevano le donne che avrei amato – più in là ancora erano appena bambine –. Vent’anni dopo, nella coerenza del disastro, tu ti sei ucciso, ultimo chicco di una semina atroce. Quanti e quante ti attendevano nella madreperla dell’assenza. Da allora ho scritto incessantemente la tortura del silenzio, le slogature della speranza e il senso della colpa. E non perché ti fosse dovuto, ma perché anche oggi guardo ragazze e ragazzi incontrarsi e non ho falce per lavorare il prato, o colore per ritoccare lo sfondo. Sono io stesso una pietra che parla, una foglia, il nero del papavero, il buio della lava che si rapprende, il ricordo di chissà chi. Potrei dirti che mi manchi molto. E invece mi manchi per sempre. Resta chiuso chi non lo sa nel suo profilo domestico, e così si salva, e così sparisce dalla forza del tempo, cambia le lenzuola in cui ha dormito un amico. In tutto questo, lo so bene, fiorisce il disordine, ho gli stessi piccoli sbandamenti d’un tempo, un po’ di fantasia. Sporcarsi di vita, sapere la morte, chi voleva riordinare ha fallito. Mentire non era la nostra debolezza, sappia almeno questo chi non ha voluto ascoltare. Qualcosa in me continua l’amore, mi è toccata la poesia nella città che scompare – ogni città ha sogni d’acqua e povere cose – la lieve miopia della tenerezza. Nella neve perfetta è ancora il bambino che gioca a morire.
Giancarlo Sissa, francesista e traduttore, ama la poesia come un modo di stare nella vita. Da questa considerazione nasce la sua ricerca che lo ha portato a scrivere Il mestiere dell’educatore e Manuale d’insonnia, due libri importanti apprezzati dalla critica. Libri che soprattutto fanno di lui uno dei poeti più originali e autentici della sua generazione.
Quiete e tumulto dei ricordi, di Brunella Torresin
Quelli nati nel 1961, di Vito Antonio Conte
L'eco filtrata dei nebbiosi paesaggi padani, di Massimo Marino
Quelli nati nel 1961, di Vito Antonio Conte
Le ultime tre parole del libro di cui sto per dire sono il bambino perfetto. La fine di questo libro è anche l’inizio: Il bambino perfetto, infatti, è anche il titolo dell’ultimo lavoro di Giancarlo Sissa, pubblicato nell’aprile di quest’anno per i tipi di Manni Editore, nella Collana Pretesti, curata da Anna Grazia D’Oria. Già ho scritto (altrove) che la fine di qualunque cosa segna l’inizio di qualcos’altro. Ed è vero anche il contrario.
"La poesia mi morde l'anima", di Alberto Cappi
Non si legge d’un fiato Il bambino perfetto: piuttosto si rilegge, si frequenta, si fa sedimentare e si torna a interpellare. Gli si chiede, con la stessa domanda senza parole da cui le sue pagine sono scaturite.
Il nuovo libro di Giancarlo Sissa Il bambino perfetto (Manni, 2008, pagg. 80, euro 11), pur seguendo uno stile narrativo, è in verità una vasta visione, svolta in frammenti, in una "prosa poetica" moderna, libera, coinvolgente. Si tratta di una storia in cui il protagonista sembra un "fantasma" che ansima e sfiata ad ogni suono, ad ogni fermata del viaggio.
01/05/2009 - La Mosca di Milano
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