Sezione aurea

€20,00
Articolo:
Orazio Caruso
Sezione aurea
Questo romanzo, in una Grecia metafisica, è un viaggio della memoria dove sono presenti la realtà e gli snodi del destino. Le vicende, avvincenti e convincenti, vivono all’insegna della speranza che il mondo abbia un senso, che tutto possa alla fine inserirsi e ricomporsi in un quadro perfetto.
 
info-copertina
Sezione aurea
anno: 
2006
pagine: 
232
isbn: 
88-8176-855-0
Orazio Caruso è nato nel 1960 a Viagrande (Catania).
Laureato in Filosofia, insegna Lettere nel Liceo linguistico di Acireale e vive a San Giovanni La Punta. Si è occupato di radio, politica, teatro, poesia e ha fondato l’associazione culturale “Accademia delle Nuvole”.
Un intervento di Leda Vasta
Nella letteratura, talvolta, il piano narrativo e quello esistenziale si intersecano e arrivano a coincidere, diventando l’uno la ragione dell’altro: in “Sezione aurea” di Orazio Caruso, le vicende dei protagonisti si intrecciano come in una fèerie; percorsi apparentemente separati, sempre oscillanti fra la sfera dell’apollineo e quella del dionisiaco, danno origine ad una sapiente elaborazione della realtà i cui confini si dilatano fino a includere un universo poetico che inizialmente appartiene solo allo scrittore.
Il titolo promette una costruzione razionale, un’architettura limpida, cristallina, fondata sul nomos dell’armonia della natura per antonomasia: un piacere da sperimentare con la mente e, per tale motivo, tanto più duraturo. Leggendo questo libro, infatti, proviamo un’emozione tutt’altro che epidermica, superficiale: la stessa emozione, assolutamente intellettuale, che si prova, ad esempio, davanti ad un dipinto di Piero della Francesca dove nulla di ciò che appare è casuale ma, al contrario, ogni figura, ogni oggetto, ogni dettaglio è inserito all’interno di una rigorosa griglia geometrica le cui proporzioni sono determinate proprio dalla sezione aurea.
Questa proporzione, indagata dai matematici ed artisti a partire dal XV secolo e che Luca Pacioli definì “divina”, è presente nel corpo umano, nelle piante, nei minerali … perfino nel guscio di una chiocciola! Da ciò si evince che proprio da tale regola scaturiscono la bellezza, l’armonia della natura e – come suggerisce l’Autore – la speranza che il mondo abbia senso, che tutto ciò che accade alla fine si possa ricomporre in un quadro armonico.
“Sezione aurea” è una storia che non si lascia facilmente raccontare poiché Orazio Caruso sembra avervi miniaturizzato una quantità rilevante di “temi esistenziali” costringendoci a seguire la trama di un tessuto narrativo nel quale si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisionomico, un filo è una questione erotica o metafisica, un filo è un’immagine.
Tutto è variazione, incessante, vertiginosa esplorazione del possibile – alla stregua di Kundera -. Eppure, sotto l’apparenza della pura casualità o del non senso, che talvolta sorprende e disorienta il lettore, tutto è sottilmente legato da corrispondenze, un teorema perfetto che nulla concede al dubbio, all’incertezza; si direbbe quasi un encomio della razionalità.
Fondamentalmente, il racconto si dipana tra spazio esteriore (le vicende contingenti dei protagonisti) allorché la percezione del tempo segue ritmi diacronici, e spazio interiore (le frequenti riflessioni e le pause intorno ai racconti dei sogni) sicché – per dirla con Borges – il tempo si comprime nel ricordo e nella memoria o, al contrario, sembra dilatarsi a dismisura durante la narrazione onirica.
“Sezione aurea” appartiene a quel genere di letteratura che nasce dalla volontà di non fare letteratura, vale a dire una sorta di “antiletteratura”. La raffigurazione letteraria nasce, infatti, dal desiderio dello scrittore di mostrare frequentemente la propria dimensione psicologica: una letteratura, dunque, a grado zero che negando se stessa, risorge sotto altra forma: una forma più vicina all’uomo e alle sue speranze.

Prologo
Da: lena.mad@grcom.net
Data: 08/03/03
A: antonia.rapisarda@tiscali.it
Oggetto: Auguri per l’otto marzo
     Sono ormai quasi due anni che vivo a Matala. Come sai abito in quella casetta sulla spiaggia che vent’anni fa giurammo dovesse diventare nostra. Come vedi ho messo in pratica i nostri puerili propositi. Ed anche per questo mi dirai che sono pazza. Negli ultimi anni avevo messo qualcosa da parte e non è stato difficile strapparla, per poco, ad un pescatore che l’affittava nei mesi estivi ai turisti.
Sono arrivata qui da un tranquillo e vincolante appartamento di città, lasciando alle spalle un lavoro da biologa marina ben remunerato ed un’esausta relazione con Marcello.
Me ne sono andata perché lo volevo fare da tempo. Ma non ti nascondo che la morte improvvisa di Pietro e la vittoria di Berlusconi alle politiche hanno accelerato la mia scelta. Ormai non c’era più posto in Italia per una come me…
Ero stufa di weekend agrituristici, terapie psicosincretiche e fumosi giochi di ruolo concepiti per sbarazzarsi del tanfo insopportabile di noi stesse. Ero stufa di accumulare esperienze, avevo bisogno di ritornare alle nude origini di una vita semplice e vera.
     Nei mesi freddi le camere si svuotano di locatari e nel villaggio resistono alcune famiglie autoctone di rari pescatori e una piccola comunità di apolidi d’Europa della quale faccio parte. Ci conosciamo tutti e ci diamo da fare, mettiamo insieme le abilità che abbiamo acquisito nelle nostre professioni precedenti per darci una mano. Io coltivo ortaggi biologici, preparo pasta fatta a mano, traduco testi scientifici. Il denaro talvolta è appena sufficiente per la mia sopravvivenza e quella di Teo, il mio gatto che porta il nome dell’uomo che mi ha offerto il dolore più antico. Il felino, almeno, si limita a straziarmi le sedie.
Il secondo inverno sta per terminare e la primavera si annuncia con l’argento vivo delle nuove foglie d’ulivo, il giallo pastoso delle nostre mimose e le t-shirt vistose dei primi turisti. Da poco ho raggiunto un accordo per un nuovo lavoro da svolgere al computer da casa che prende il via la prossima settimana.
     Se mi sono sempre infatuata di bastardi e sono scappata dai pochi uomini di me innamorati, se passo le mie sere da sola a guardare il mare sorseggiando una tazza di caffè, è perché ho fatto la mia scelta di essere una donna libera fino in fondo, accettando e vivendo le mie debolezze ed i miei difetti. Alla fine so bene che non me ne andrei più da questo scomodo paradiso, non potrei accettare i compromessi che mi hanno assottigliato l’anima durante la vita precedente.
Vorrei che tu fossi qui, Antonia, in questa casa che ha quattro stanze, una per ciascuno di noi. Eravamo un favoloso quartetto che non potrà mai più riunirsi, una brocca frantumata con un pezzo smarrito che non si può più incollare. Come i Beatles dopo la morte di Lennon. Eppure, come loro, abbiamo avuto tante occasioni per farlo, ma non l’abbiamo fatto.
Questa casa, lo sai, ti attende con le due creature che ci abitano comode: una donna e un gatto. Ci sarà sempre un posto al sicuro qui per te, come dentro la mia anima.
È l’8 marzo, quasi me n’ero scordata. Appena cesserà la pioggia, festeggerò giù sulla riva del mare tra i gabbiani ed alcune stagionate signorine, con i miei stivali ai piedi ed un paio di jeans vecchi e consumati. Respirerò la mia libertà e gioirò di ogni profumo selvaggio.
Lena
P.S.
Mi annunci che in Aprile, forse, visiterai la Grecia in gita scolastica con i tuoi allievi. Quando sarà il momento ti chiederò il favore di recapitarmi ad Atene alcune cose che, per la fretta, ho abbandonato nell’appartamento di Marcello. Non ho chiesto a lui di inviarmele perché da tempo abbiamo concluso il nostro rapporto.
A presto
Lena
 
 
 
 
 

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