Una barba inutile

€15,00
Articolo:
Gianfranco Pallara
Una barba inutile
Racconti
L’impegno sociale, la ricerca delle contraddizioni nel nostro mondo globale, il pessimismo della ragione, i vizi privati e le pubbliche virtù, il senso della vita sono i temi dei sei racconti conditi con il sale dell’ironia.
Una gestazione di dieci anni li accompagna e li qualifica.
info-copertina
Una barba inutile
anno: 
2006
pagine: 
156
isbn: 
88-8176-883-6
Gianfranco Pallara è nato a Lecce dove vive e insegna materie letterarie nella scuola media. Ha già pubblicato nel 2000 Su la testa, professore e nel 2002 il racconto Il primo giorno di scuola nella rivista “Tabula rasa”.

INCIPIT

Una storia un po’ triste
«Mi scusi! Sa indicarmi la carrozza numero 12?» chiesi ad un uomo sulla quarantina con baffi e capelli lunghi, un completo che tendeva al grigio e una camicia celeste, con un borsone a tracolla di pelle nera.
L’uomo, senza guardarmi, ma, alzando il braccio e contraendo la mano in modo da lasciare allungato solo l’indice, m’indicò la parte anteriore del treno e disse: «La terza carrozza dopo il locomotore.»
Mentre camminavo, tirai fuori lentamente dal borsello, che tenevo stretto nella mano sinistra, il foglietto che attestava la mia prenotazione di una cuccetta e lessi il numero 23. Dopo aver rimandato a memoria il numero, rimisi dentro il biglietto.
Il treno era molto lungo e arrivare alla testa mi sembrò alquanto faticoso, anche perché faceva caldo.
Non ricordo il giorno preciso. Impressi nella mia mente sono rimasti solo l’ora e il mese. Era la fine d’agosto, perché, rammento, le ferie stavano per terminare e l’ora all’incirca si può collocare intorno alle 19, per il fatto che il treno partiva alle 20 e a me piace arrivare in stazione un’ora prima. Il motivo sta nel fatto che provo sempre una certa agitazione prima di conoscere i miei coinquilini di scompartimento, nonostante sia costretto a viaggiare spesso a causa delle mie occupazioni. Dormire insieme con estranei nell’intimità di pochi metri cubi, nel mio intimo non deve sembrarmi del tutto naturale, anche se razionalmente giustifico questo particolare stato d’animo con la profonda timidezza, che mi caratterizza.
Per calmarmi, quindi, devo prendere possesso del posto assegnatomi prima degli altri; poi sistemo il bagaglio, scendo giù e mi piazzo di fronte al finestrino. Via via che arrivano i passeggeri, li guardo uno ad uno e dall’aspetto cerco di indovinare il carattere.
Per primo arrivò un uomo grosso con una pancia sproporzionata. Aveva due grandi baffi con le punte ritorte all’insù e la pelle rossa e piena di venuzze. Si portava dietro due grandi valigie di cartone, legate e tenute chiuse con lo spago, una moglie bassa e brutta e due bambini magri e tristi. Un terzo bambino, molto più piccolo, si era distanziato per protesta. Per avvalorare maggiormente i suoi sentimenti negativi, piangeva e, oltre alle lacrime, altri umori bagnavano il suo viso.
Dai tratti somatici arguii che erano meridionali e sperai tanto che non fossero loro i miei compagni di viaggio, anche se per una notte sola.
La mia lunga esperienza di viaggiatore mi ha insegnato che essi sono rumorosi e poco disciplinati: come tali non sono certo da desiderare come coinquilini di cuccetta. Il fatto d’essere solo contro cinque, e per giunta uniti gli altri tra loro da vincoli di parentela stretta, era la situazione da me considerata come la peggiore in cui potessi imbattermi. Per giunta non ero riuscito a procurarmi nemmeno una delle due cuccette superiori, bensì quell’inferiore destra, e ciò significava che non potevo neanche eclissarmi, facendo finta di leggere o di dormire.
Per tutti questi motivi seguii con trepidazione la loro salita faticosa e lenta, a causa dei molti bagagli e della resistenza del più piccolo che, capendo di essere giunto ad una tappa importante e di dover aumentare le sue proteste, si era aggrappato ad una maniglia, rifiutandosi di proseguire, urlando e piangendo, come se lo stessero portando in un campo di sterminio.
Il padre, avanzando nel corridoio, si fermava vicino ad ogni scompartimento per leggere il numero delle cuccette e poi proseguiva. Solo vicino al mio si fermò un lasso di tempo maggiore e ciò mi tolse ogni speranza e mi sentii perduto.
Poi, dopo un interminabile numero di secondi, andò oltre, ma io non gioii, perché, finché non si sistemano definitivamente, c’è sempre il pericolo che ritornino indietro e si accomodino proprio dove tu non verresti. E ciò fa doppiamente male.
Rimasi, quindi, col fiato sospeso, seguendo con ansia quella faticosa ricerca, finché non sentii l’uomo panciuto gridare alla moglie: «È qui! Finalmente le abbiamo trovate!»

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