Viaggio a Finibusterrae

€10,00
Articolo:
Antonio Errico
Viaggio a Finibusterrae
Il Salento fra passioni e confini
Finibusterrae è un luogo reale: l’estremo lembo geografico dell’Italia, dove lo Jonio e l’Adriatico si uniscono e confondono, dove la terra è rossa e senza erbe, con le pietre e gli ulivi e i fichidindia. Ma Finibusterrae è anche un luogo dell’anima. Chi vuole andarci non potrà arrivare mai. Si può procedere soltanto verso questo luogo, all’infinito.
Finibusterrae è là dove si ha desiderio di andare e non si può arrivare. A Finibusterrae si può solo essere: con un pensiero che si muove tra terra e mare, tra un bisogno bruciante di Itaca e l’ansia di un altro viaggio, tra un confine reale e uno sconfinamento immaginario, un rifugio e un miraggio, dentro una storia che per vizio o virtù gli uomini di Finibusterrae trasformano sempre in leggenda da raccontare ai forestieri, ma soprattutto a se stessi.
 
info-copertina
Viaggio a Finibusterrae
no
anno: 
2007
pagine: 
104
isbn: 
978-88-8176-971-1
Antonio Errico è nato, vive e lavora come dirigente scolastico nel Salento leccese.
Ha pubblicato Tra il meraviglioso e il quotidiano (1985), Favolerie (1996), Il racconto infinito in Conversazione con Luigi Malerba (1998), Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999), Angeli regolari (2002), L’ultima caccia di Federico Re (2004), Salento con scritture (2005), saggi e racconti in volumi collettivi.
Collabora alle pagine culturali di quotidiani e periodici letterari e scolastici.


INCIPIT

Non bisogna esserci nato in questi luoghi. Non bisogna sentire il mito nell’aria che respiri. Non bisogna avere i destini impastati con la storia. Non bisogna avere rimpianti, né memoria, né passioni vecchie e nuove.
Non bisogna conoscere strade e direzioni, né sapersi muovere tra i vichi ad occhi chiusi, né avere occhi abituati al vorticare della luce, né un pensiero capace di confrontarsi con le ombre, con le visioni che partorisce la controra.
Non bisogna aver appreso a sentirsi parte d’infinito guardando il mare dallo strapiombo di una torre, né pensare a se stesso come a una delle innumerevoli voci di un racconto, di uno di quei racconti che frastornano la luna.
Bisogna essere passante forestiero per capire questi luoghi, per riuscire a riconoscere la mistura di falso e di vero, a discernere la realtà dall’invenzione, la concretezza dall’apparenza, per sprofondarci dentro e scandagliare il senso che si nasconde sotto una pietra, nel vuoto superbo di un rosone, nelle leggende custodite dalle grotte, in un linguaggio che strascica le parole a cantilena.
Non bisogna aver udito i canti dei carrettieri, né rosari bisbigliati nella penombra delle chiese, non bisogna aver visto le anatre stramazzare sulle scogliere, né cavalli e uomini schiumare dentro i solchi, né tarantate che cercano un sollievo all’ossessione nello specchio d’acqua di un pozzo di scorpioni.
Non bisogna tutto questo, molto altro che questo, per capire Finibusterrae.

Forse solo chi viene da lontano può capire.
Chi viene da lontano non ha certo la storia dei turchi dentro la sua vita.
Quella storia. Quella ripetizione senza fine della favola d’Idrusa.
Non si può raccontare Otranto. Otranto è il racconto.
Non si può guidare dentro Otranto un passo forestiero.
Otranto è un’eterna fuga. È un eterno ritorno. È l’incipit e l’explicit di ogni racconto.
Non si può raccontare Otranto.
Forse si potrebbe dire di San Nicola di Càsole, del cenobio e della biblioteca, dei suoi codici aperti sul Mediterraneo, della sintesi che fu del pensiero di Oriente e di Occidente.
Si potrebbe dire dei suoi poeti e dei suoi amanuensi, di Nettario, Giovanni Grasso, Giorgio Cartofilace.
Ma di Otranto non si può raccontare.
Otranto cova dentro sé memoria e smemoranza.
Ogni istante distrugge qualcosa che le appartiene e nello stesso istante la ricrea; ha sempre preteso di trasformarsi in leggenda, e lo ha fatto allungando a dismisura la distanza che separa il suo presente dal passato, amplificando le sue storie e, al tempo stesso, rinchiudendole nella cornice della vicenda dei turchi.
Così le sue tante storie, le sue tante culture, sono state risucchiate da quel fatto.
Così sembra che nulla ci sia stato prima e nulla dopo il mese di agosto dell’anno del Signore 1480.
Così di Otranto si può raccontare soltanto quell’agosto che da cinquecento anni raccontiamo.
Altro, dunque, non c’è da raccontare.
 

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[…] Si può molto comprendere di quel fenomeno di costume e socioculturale che usa orrendamente chiamare «Grande Salento», leggendo le raffinate e dottissime pagine di Antonio Errico contenute nell’ultima fatica, Viaggio a Finibusterrae. Un itinerario meditativo fra una terra fatta di pietra palpitante e fari a picco sul mare che segnano il confine fra il consueto terrestre e l’ignoto che s’apre sul mare sconfinato.

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