Alessio Arena
L'infanzia delle cose

Questa è la mano di mia madre.

Le dita secche secche puzzano ancora di detersivo, tiene lo smalto viola sulle unghie, e l’unica bruciatura rimasta è quella sul polso, quella che si è fatta per prendere il capretto di ieri sera dal forno.
È fredda questa mano, la pelle sulle vene del dorso pare che sta azzeccata con lo scotch, tanto che se non tremasse ogni tanto sembrerebbe la mano di un morto qualunque.
Invece è la mano di mia madre che dorme: si è messa dentro al letto mio perché si è litigata con Erika.
Prima le ho sentite gridare come due pazze scatenate: si è rotta la lavatrice, e dal balcone della cucina è sprofondato quel fiume di detersivo fino a sopra al marciapiede di fronte, sulle scale della chiesa.
La gitana di sotto stava seduta fuori con la radio e armeggiava con l’antenna per prendere una stazione decente, la teneva sulle ginocchia, e non ha fatto in tempo a scansarsi.
«No hay derecho, no hay derecho!»

Ha detto così una decina di volte, piangendo, e allora mia madre che come al solito non capisce le ha chiesto a Erika che cosa significava.
Erika ha detto che significa siete la sfaccimma della gente, e allora lei si è tolta l’anello e le ha dato uno schiaffo con la mano smerza. L’ho sentito pure io, che stavo nel bagno chiuso dentro.
Quando mia madre si litiga con Erika significa che sta triste, che sta depressa, che si è bevuta tutta la bottiglia del limoncello con la scusa di metterlo un poco nel capretto per dare il sapore, significa che non vuole stare più qui perché qui non capisce niente.
Erika l’ha presa per i capelli e se l’è trascinata fuori al balcone, ha detto vedi che hai combinato, guarda qua. Poi stava buttando a terra la porta del bagno.
Prenditi a tua madre ha detto.
Io sono uscito con l’accappatoio sopra ai vestiti, per far vedere che mi stavo facendo la doccia: fuori al balcone stava mia madre piangendo come una bambina con le mani sopra alla faccia, e poi con le mani faceva così e così per scacciare le bolle di sapone che salivano su dalla strada, dal fiume di detersivo appantanato sotto alle scale della chiesa.
Quando sono usciti i bambini del catechismo le bolle sono diventate mille, salivano verso di noi più grosse e più belle, venivano a schiattarsi contro alla parete del palazzo con un rumore secco, assordante, le voci dei bambini che hanno appena detto un Padre Nostro e quattro Ave Marie.
A mia madre quando dorme si addormentano le mani, io che non lo sapevo da bambino mi pigliavo sempre uno spavento a vederla dormire.
All’improvviso stende le braccia nel sonno, e gira le mani, le fa muovere, le fa ballare come se avesse le cuffie dentro alle orecchie, le cassette con le canzoni cantate da mio padre.
Adesso per evitarle la coreografia le prendo la mano prima che si addormenti, me la tengo sopra al petto, e ogni tanto le do un pizzico, però piano, poi prendo l’altra mano, che puzza ancora di detersivo, e me la bacio, le dico piano piano nell’orecchio che è tutt’apposto, che Birra Peroni ha chiamato ieri sera da Napoli e, io non gliel’ho ancora detto solo per non farla preoccupare, ma hanno quasi deciso di far salire pure a Zia Consiglia perché lei non vuole restare da sola e ha messo il Si loca fuori al vico della casa di San Rocco, quel cartone viola che teneva preparato dentro al mobile del soggiorno, ogni volta che succedeva qualche guaio, ogni volta che papà si presentava a casa sua e diceva che teneva i problemi.
È tutto apposto mamma, non devi stare così, a poco a poco vedi che le cose si aggiustano come volevi tu e poi io non te lo posso dire per non farti preoccupare, non te lo dico perché lo sai già, lo sai che l’ho visto.
La mano di mia madre a volte risponde.
Mi fa una carezza solo lei che a me però non mi dice niente, mi fa quasi paura perché quella carezza mi fa tremare pure a me, mi fa addormentare e poi non posso dire più niente.

La Polizia di qui sembra che hanno preso alla gente di mezzo alla strada a fare i poliziotti.
Sono proprio incazzosi, c’hanno la faccia verde, soprattutto la Guardia Civile, e poi con quel cappello in testa che sembra che tengono le corna, dove vogliono andare, dico io?
Devono stare per forza sempre intossicati e fare la faccia storta quando parlano sennò uno non li prende sul serio, non si mette paura di loro. Mica sono come gli antiscippo di Napoli, dico io.
Non ho mai visto a un Guardia Civile con gli occhiali da sole, o con la big babol in bocca che gli fa ballare la mascella.
E poi non ti accorgi mai quando stanno venendo, non fanno il bordello, non puoi metterti a gridare per tutto il Calvario che sta arrivando la Guardia Civile, non fai a tempo che te li trovi davanti, ai quattro angoli della strada dove abitiamo noi che si chiama il Calvario anche se non ci sta nemmeno una croce.
Al numero 45 del Calvario ci sta il negozio di Amparo, la figlia della portiera.
È l’unico negozio che i gitani non si sono presi in gestione, infatti da quando stiamo qua non l’abbiamo mai visto aperto.
La vetrina è piccola piccola, ci sta lo sporco azzeccato da dentro, che non si capisce cos’è, ma ogni tanto si scioglie, col caldo la vetrina diventa una sola macchia marrone scuro che finisce per mangiarsi l’intera sagoma del manichino, l’unico manichino che sta là, un signore sui trent’anni e passa con un ricciulillo in fronte.
La notte che siamo arrivati a Lavapiés, Enrico Castravelli ha parcheggiato la macchina sopra al marciapiede del negozio, e io la prima cosa che ho visto è stata quel manichino con la faccia bianca, la giacca di renna addosso, i capelli bianchi con il ciuffo sopra alla fronte e gli occhi spalancati come quelli di uno che si è accorto di una cosa brutta, di una macchina piena di napoletani tutti arruffati, appena arrivati alle tre di notte, senza nemmeno un poco di sonno anche perché non sanno dove si trovano, in che guaio si sono andati a mettere.
«Gesù, guarda, tiene il rossetto come le femmine.»
«Quant’è bellino, sembra Biancaneve.»

Erika si era sforzata di dire una cosa più gentile, per non sfigurare col benvenuto che sembrava ci stava dando il manichino, come se si trattasse della prima conoscenza che facevamo nel quartiere.
«E questi non ti chiamano alla gru, domani?»
«No» disse Castravelli a mia madre. «Il negozio non apre, la ragazza non sta faticando più da quando sta con me.»
«La tua fidanzata?»
«Sì sì » fece lui. «Io a casa la faccio piangere senza mazzate, non alzo nemmeno il piatto sporco da sopra alla tavola.»

Si era messo a ridere come ride quando sta al pianobar del ristorante, cacciando i denti sotto a quei baffi che sembrano di sughero.
Io già stavo pensando a quale handicappata poteva stare insieme a Castravelli e togliere il piatto da tavola e dargli il bacio con la lingua in mezzo a quei denti paurosi, quando lui cominciò a chiamarla da sotto al palazzo, urlando il suo nome che mi sembrava una cosa che faceva ridere.
«Amparooooooo, Ampariiiiiiiiiiitooooooo!»

La cosa si affacciò da una finestra del terzo piano, in mezzo a una pianta che era una specie di cactus che però era viola.
«Voy» rispose zitta zitta, la voce sembrava quella di una bambina, ma forse era solo perché erano quasi le tre e mezza, e a quell’ora stanno svegli solo i bambini, per esempio quelli che vedono ai morti.

Scese ad aprirci il portone perché non tenevamo le chiavi e il citofono non funzionava.
«Hola guapa» disse vicino a mia madre, e le diede due baci sulla guancia come se erano amiche. A me mi fece una carezza sulla testa.

Non sembrava proprio handicappata, teneva i capelli neri tirati sulla fronte con un mollettone, e un paio di orecchini che brillavano.
«Io sono la portera» disse quando stavamo salendo le scale.

Ma Castravelli la corresse subito, ci fece un’altra traduzione. «È la figlia della portiera. Prima tenevano il negozio e vendevano i vestiti e le uniformi per i lavoratori, ma poi i gitani si sono presi tutto il commercio e loro sono andate a perdere.»
Ci presentò la sua fidanzata come la figlia della portiera, ma fino a stamattina, di questa misteriosa madre si era saputo poco e niente.
Amparo se ne sta tutto il giorno nel basso della portineria, le fondamenta infernali del nostro palazzo di sei pianerottoli di legno marcio, ammuffito, pieno degli odori di tutte e tre le case per pianerottolo.
Ogni appartamento tiene la cucina con l’estrattore di fumo che dà all’interno del palazzo, quello spazio rettangolare che i gitani di sotto chiamano corrala, me tiro a la corrala, te tiro a la corrala!
Quando Erika non deve scendere a lavorare e si mette con lo stereo dentro al salone a fare i servizi, io me ne esco qui fuori e guardo giù, faccio una specie di gioco che funziona così: devo sputare al centro della corrala, dove sta il buco del tombino.
Devo sputare al centro del buco fino a che deve entrare dentro tutto quanto e deve fare quel rumore che crea una specie di eco in tutta la corrala.
E poi, lo so, escono gli scarrafoni a vedere che madonna sta succedendo.
«Statte cujeto, Antonio!»

Non ci posso mai credere che Amparo parla napoletano meglio di me.
Penso sempre che Castravelli glielo insegna nei momenti intimi, quando stanno dentro al letto insieme per esempio, e allora penso che Amparito sa dire pure un sacco di cose sporche in napoletano, e mi viene lo schifo, e sputo più forte.
«Pero qué te pasa?»
«Niente, Erika si sta sentendo a quello che urla, a Cannarone.»
«A chi?» dice, ed è uscita al centro della corrala, è il primo scarrafone del giorno, sempre con quegli orecchini, la bocca un poco storta quando ride, però bella.
Dall’alto sembra che tiene le zizze più grandi, ha un equilibrio diverso, è meglio distribuita attorno agli orecchini che la luce arriva pure così lontano, come una cometa.
«Si dice Camarón, è un grande cantante» si sente in dovere di spiegarmi ogni volta «che si droga» poi aggiunge, con un’espressione rassegnata che a me mi viene da dire che saranno cazzi suoi.

Ma non dico niente.
«Mia madre tiene una passione per lui, está enamorada.»
«Io la conosco a tua madre» ho fatto l’altro ieri.

Quando l’ho detto, lei ha allungato il collo, ha appannato gli occhi come per dire che stavo dicendo una palla.
«Sì sì, la conosco» ho detto con la voce piccola, perché le stavo confidando un segreto. «Lo so che sta dentro al negozio chiusa, esce la notte, lo so, una volta le ho buttato un sacchetto di immondizia da sopra al balcone.
«Qué dices!Scendi, Antò, scendi!»

Allora l’altro ieri sono entrato dentro al basso del nostro palazzo e Amparo mi ha spiegato quasi tutto quanto, anche se io mi guardavo attorno, il divano e il tavolo con l’incerata a fiori della vecchia casa della portiera, e mi immaginavo le volte che Castravelli era entrato qui dentro e lui e la sua ragazza avevano fatto le cose sporche in quell’angolo là, sopra a quel letto, dentro al bagno, appesi alle tendine della finestra che dà sulla strada.
E poi con quella puzza.
«Tutti quanti si lamentano quando passano per il Calvario, dicono che puzza, passano con il naso appilato, così, guarda.»

Amparo più che guardarmi mi manteneva fermo, perché io se parlo con lei non sono mai sicuro che mi capisce, allora faccio mille gesti e dico sempre guarda e faccio il pagliaccio tutto il tempo.
«È malata, hai capito? Io non posso fare niente, lei vuole stare lì dove ha lavorato tutta la sua vita, è molto gelosa della sua tienda.
«E perché si porta dentro tutta l’immondizia della strada?»
Lei ha abbassato gli occhi, forse stava pensando: ma questo criaturo che cazzo vuole da me, chi è lui per chiedermi tutte queste spiegazioni su una cosa che non sa nessuno?
Invece mi ha detto «A te ti fa paura che le persone muoiono? Te da miedo?».
Gli occhi di Amparo erano sporchi di trucco, di rimmel abbozzato qua e là, la sua faccia era la faccia di una che ti sta chiedendo aiuto per qualcosa, non era la faccia di una che ti fa una domanda per romperti il cazzo.
Ci ho pensato un poco sopra.
Io mi metto paura di tutto, mi metto paura di salire le scale quando non ci sta la luce, mi metto paura quando il sagrestano sale con lo scaletto dentro al campanile di San Cayetano per aggiustare la campana verso le sette di sera, e mi metto paura di quando Erika fa il caffè e ci mette tre ore ad accendere sotto al gas.
Ci ho pensato e mi è venuto da pensare che io mi metto paura di una cosa che sta in tutte le cose e che pure se non la vedi lo sai che ci potrebbe stare.
«Sì» ho detto, con tutta la calma del mondo. «Mi fa una paura esagerata.»
«Anche a lei, tanto» mi ha spiegato. «Lei ha paura perché sa che non sta molto bene, está malita e deve morire» gli occhi si sporcavano di più, ma lei mi sembrava tranquilla. «E allora non vuole fare morire le cose.»
«Le cose? Quali cose?»
«Tutte quelle che ci stanno, tutte quelle che trova, lei se le porta dove sta lei, perché non devono morire, non si devono buttare.»
Mi è venuto da dire maronna mia però non ho detto niente.
L’ho guardata soltanto e all’improvviso ho avuto come la sensazione che da quel momento potevo contare su Amparo per qualsiasi cosa, pure per dire che Castravelli a volte mi rompe il cazzo quando sto al ristorante, e che io non sopporto stare dentro alla cucina quando non viene il peruviano a lavare i piatti.
«Tu ci sei mai andata a Napoli?»
«Nunca.»
«Devi sapere quanta munnezza che ci sta sotto al vicolo nostro.»