Claudio Menni
Gardo Mongardo

Nota critica di Valerio Aiolli

Gardo Mongardo è un libro che non te la manda a dire. È un libro che punta in basso, al centro delle cose, e non ne fa mistero. E qual è il cuore delle cose, il motore del mondo, secondo Claudio Menni, il suo autore? Il sesso. Il sesso, e il denaro.

Il sesso che attraversa quasi ogni pagina di questo romanzo non è gioco, non è sport, non è divertimento. O se lo è lo è soltanto in piccola parte. Gardo – giovane che fugge dalla provincia e si getta di star cercando qualcosa – ha lo sguardo troppo limpido, duro e limpido, per limitarsi a intendere il sesso come un gioco. Il sesso non è un divertimento quindi, o almeno non solo un divertimento; ma non è nemmeno un mistero. Non ha niente di sacro il sesso, in questo romanzo. Niente di romantico, tanto meno.

È che il sesso per Gardo Mongardo è un modo di interpretare il mondo. Un modo di capire gli uomini e le donne che popolano l’Italia, la Francia, il Brasile, gli Stati Uniti, Cuba. Un modo di capire i rapporti, le relazioni che intercorrono tra questi uomini e queste donne. E le relazioni che intercorrono tra tutte queste persone – le decine e decine di persone (non personaggi) che affollano il romanzo – il narratore stesso. E, attraverso di lui, fra tutte queste persone e noi lettori. Un modo di coniugare la letteratura alla vita.
Il sesso. E il denaro.

Gardo a un certo punto delle sue peregrinazioni incontra un uomo già in avanti con gli anni, Elia: un ebreo di Salonicco che traffica ad alti livelli in affari per così dire riservati. Elia introduce Gardo nel dorato mondo degli alberghi a cinque stelle, delle gallerie d’arte alla moda, dei vernissage. Se lo fa complice. Lo guida nell’universo sporco ma in abito scuro delle grandi transazioni di denaro. Il rischio, nella vita di Elia e quindi in quella di Gardo, è dietro l’angolo, sempre. Il rischio di essere scoperti con le dita nella marmellata. Ma Gardo perderà Elia non a causa dei rischi connessi al denaro, ma a causa di quelli connessi al sesso. L’incrocio di denaro e sesso per conoscere la vita, quindi; e per conoscere la morte.

Céline e Henry Miller sono i numi tutelari che mi sono venuti in mente leggendo questo libro. Lo stile franco, senza concessioni alla bella frase, al periodo ben architettato. Non c’è tempo di rifinire le architetture, e soprattutto non c’è motivo: altre e ben più urgenti sono le forze in campo in questo romanzo picaresco e pieno di energia.

Valerio Aiolli