Claudio Menni
Gardo Mongardo
Nota critica di Carlo D'Amicis
Ci sono scrittori che abitano la letteratura come una casa (spesso niente più di due camere e cucina) e scrittori che la vivono come una strada impervia, a cielo aperto.
Claudio Menni appartiene a quest’ultima categoria. E dico ultima perché, dopo di loro, tutto è ancora da inventare. Da pensare. Da scrivere.
Un tempo si chiamavano avanguardie. Ora stanno dietro, e per trovarli in libreria – se pure riescono ad arrivarci – devi superare montagne di carta. Che però, delle montagne, non hanno né il potere ossigenante né tanto meno quell’aura di conquista che ti spinge ad ascendere la cima.
Se la maggior parte dei romanzi, oggi, è una passeggiatina anchilosata tra il tinello delle idee e il logoro divano sul quale da tempo sonnecchia la lingua italiana, come un picchetto d’onore bisogna accogliere al traguardo lo scrittore che – con l’unica bussola della propria urgenza interiore – macina i chilometri che separano le parole da ciò che veramente, profondamente, siamo. “Poco poteva accadere di peggio”, dice a un certo punto il protagonista, con una frase che si addice tanto al suo vagabondaggio quanto alla ricerca espressiva di Menni, e alla sua poetica priva di lacci, “camminando libero per la strada”.
Gardo Mongardo è questo: un viaggio, un’avventura, una esplorazione. Ma è anche una fuga, come quella che il suo protagonista – dopo essersi cacciato in mezzo ai guai per quella improntitudine di provinciale italico che poi, lontano da casa, si rivelerà esotico e accattivante atout – è costretto a intraprendere in giro per il mondo. E così come Gardo fugge da qualcosa di troppo stanziale e definito, la scrittura di Menni rifugge dalle convenzioni, dal già detto, e raccoglie la sfida di quel niente abissale che può diventare la pagina bianca, vincendola a suon d’invenzioni linguistiche, provocazioni mentali, accensioni geniali.
Certo, ogni autore è già, di per sé, il libro scritto della sua vita. Ma è anche l’equilibrista che si lancia nel vuoto, per riempirlo con le sue traiettorie. Quel vuoto, in un certo senso, è la sua palestra. È l’officina. È, come dice Gardo a una certo punto, “uno dei tornanti migliore”.
Come un viaggio tra i tornanti, Mongardo va sempre più in alto, oltre, ma – appunto – anche ritorna, ché non esiste altrove senza il pensiero di un posto, di un’origine, di una figura madre a cui tornare. E mentre Gardo sale, mentre si allontana, ciò che era, a sua volta, invisibile, si muove e forse muore. Rendendo malinconico, ma anche terribilmente vero, lo slogan con cui consolava la fatica del suo essere straniero: “non sono più estraneo qui che in via Ugo Bassi”.
Attraversare di corsa eppure zoppicante, i ponti che legano Parigi a Rio, Bahia a Cannes, Barcellona a New York, Las Vegas a Los Angeles, Città del Messico a L’Avana, fino alla fine mondo, il suo approdo è anche il nostro di lettori, sballottolati come picari da un angolo all’altro del pianeta, tra lo sfavillio di un party con Nick Nolte e Uma Thurman e squallidi ricoveri, in quell’angusto spazio che c’è tra cielo e fango, tra la miseria umana e l’apoteosi, tra la libido più bestiale e la poesia. All’interno di questo spazio, grazie a una scrittura densa, compressa, quasi esplosiva, Claude riesce a farli toccare, a congiungerli, quasi a fonderli, questi estremi, con uno stile che tiene insieme la tragicità e l’allegria del vivere, il buio e la luce, l’inferno e la redenzione. Del resto, così è la vita. Per accorgersene, basta uscire di casa.
Carlo D’Amicis
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