Claudio Menni
Gardo Mongardo
Nota critica di Gian Luca Favetto
Gardo Mongardo io lo conosco. Prima era un uomo bambino che beveva le sue birre saldo nella penombra, poi ha superato il cavalcavia dei trent’anni ed è entrato nella scrittura. Ci è entrato dentro, di zucca, di pancia, di mani, di gambe, di culo, rimanendo pur sempre saldo nella penombra. E saldo nella sua carne. Attaccato alla carne e al tempo di cui tutti siamo fatti, anche se dimentichi.
Quando penso alla parola ‘carne’, vedo una coscia di bue, un pezzo rosso, morbido e duro insieme, posato sul bancone di una macelleria. Oppure vedo la scrittura. Che sanguina e ride. La scrittura è carne rossa, deve esserlo, mica può essere carne bianca, né verdura, né purè.
Di carne rossa, muscoli, vene, nervi e un po’ di grasso è la scrittura con cui è fatto Gardo Mongardo, uno che vola – sbatacchia le ali spostandosi – da passera a passera e da alcol ad alcol, così come Cosimo Piovasco di Rondò nelle pagine di Italo Calvino passava da albero ad albero. Entrambi vivono in una foresta, sempre a qualche metro di altezza. Lontano. Lo capisci subito, sin dall’inizio, che Gardo ha l’acqua nel suo destino. L’acqua scorre. Scivola via. Sembra che almeno lei non abbia fine. E invece.
La fine esiste per tutte le cose. Finiscono i fiumi, il tempo. Il tempo finisce, quando finisce la pagina, quando finisce la parola con il silenzio che porta in sé.
In genere, quando il tempo finisce, viene l’amore. O la morte.
Oh, ma anche loro, anche l’amore e la morte, così indissolubili, finiscono. E allora ricomincia la scrittura.
Buona scrittura Gardo, buona lettura…
Gian Luca Favetto |