Alessandro De Santis, Metro C

17/05/2013

L'anticipazione

Metro C è una discesa nel ventre molle della città, è un viaggio in cui, a ogni fermata, come scattando rapide istantanee, si incontrano fantasmi di ogni tempo, celebrità e personaggi anonimi, non ancora morti e non del tutto vivi. De Santis parte dalla periferia, dalle frange remote dell’esistenza, e tappa per tappa, fotogramma per fotogramma, si approssima a un centro. Senza alcuna aspirazione a raggiungerlo: ci si deve accontentare di sfiorarlo, fino a ritrovarsi da un’altra parte, in un’altra periferia, magari meno dimenticata, che sia comunque un nuovo inizio.

Aurelio Picca, scrittore che meriterebbe il Nobel più che il Premio Strega, ci introduce alle poesie di Alessandro De Santis, in uscita a giorni con la sua antologia Metro C (Manni editore), di cui vi anticipiamo alcuni versi.
 
Non so più cosa sia la poesia. Sarà che da ragazzo l’ho cercata come una preghiera o una punizione che mi  facesse  male. Oppure  mi  rendesse  invisibile,  non per  sparire  ma  per  ripararmi  da  un  mondo  di  anime morte  eppure  provviste  di  forma,  liquidi,  pensieri. Non volevo essere il migliore, non avevo ambizioni, se non quella di scrivere il mio nome senza il tremore della  mano:  in  realtà  la  maggiore  delle  ambizioni.  Però quando la poesia c’è, nel senso che contiene quel poco di vita che si fa poesia, non vorrei ma ci inciampo sopra perché in petto mi monta un frastuono di battaglia: un urlo muto epperò di ossa frantumate e di sangue scolato come piscio agli angoli dei muri. Alessandro  (De  Santis,  metto  il  cognome  tra  due fette di pane perché un poeta, sì, tiene alla memoria, ma  di  più  ha  urgenza  del  nome  suo  per  costruire  la propria, irripetibile leggenda – assumendosi il rischio della sconfitta) si prende amorevole cura di incendiare le polaroid. Le poesie da lui messe a mangiare dentro scatolette di conserva, come se le parole fossero cadaverini pasoliniani,  pure spuntati da trincee ungarettiane, rassomigliano molto a delle polaroid non pop, bensì sporche di  fango  e  ringhiere  arrugginite  che  un  tempo,  tra  i Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dividevano in borgate (le famose Borgate!) la periferia di Roma che sbatteva a Sud sotto le capocce dei Colli Albani chiamati anche Castelli Romani. Polaroid di conserva e filo spinato che, comunque, fanno i conti con un tempo precipitato in un’eternità dove si aspettano e abbracciano sereni flagellati e flagellanti. Alessandro  conta  i  minuti  e  le  ore  per  fare  i  suoi scatti in mezzo a codesto territorio geologico, umano e circense.  Lo  fa  calmo.  Senza  ingerire  psicofarmaci. Scatta e strappa le polaroid che gli giungono in mano con  lentezza rituale, giacché indossa l’abito del sacerdote e la coroncina di fiori appassiti della vestale. La mole di fango umano, urbano; lo schiattamento delle culture; le scorregge dei nuovi dannati che non usano più dentiere bensì impianti e perni di acciaio conficcati nell’osso: sono ritratti con la calma di un poeta che conta i secondi che ci separano dal nulla. Lo fa con la grazia di un antico arrotino chino sulla mola, o con lo zinale di un pizzicagnolo appena striato dalla bava rosa di una pancetta di maiale fresco. Alessandro scatta e strappa; strappa affinché la poesia cali l’asso quando il sipario è giù. Ecco allora la firma del Poeta. Grazie ragazzo. Grazie per il “ventoso vicolo di un tempo”.
Aurelio Picca
 
Fontana Candida
Ore 11,45. Torno subito. Finalmente parte il fax
 
Gli occhi di Rachid sono
neri come il bitume
brulicano intenzioni
Vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio
o solo chiederti se ti serve qualcosa
offrirti della sambuca che ti bruci la gola
Ma tu vuoi una postazione internet
un occhio miotico sul mondo
Pigi i tasti nero fondente in progressione
e senti i canti del Ramadam salire su da youtube
come l’acqua per la pasta quando bolle.
 
 
Torre Maura
Ore 10,35. Sguardi ottimisti. Un insolito vento
 
L’uomo senza braccia
non cerca appigli
l’uomo senza braccia
ha sporte che gli pendono dai lembi
muove il mento
come a voler dire qualcosa
il volto smunto
povero di peli
un tipo biondo lo fissa
segue con lo sguardo
la sua ellittica geometria
un uomo – si sa – esige dei legami
non ha motivo d’essere
quell’albero potato,
senza rami.
 
 
Villa San Pietro
Ore 11,05. Un fumetto. E un bambino col gilet
 
Ha paura la mattina, Jacopo
sente che l’abisso gli frenerà il respiro
ha paura che i nipoti vivano
impotenti, con un vulcano sotto i piedi
e macchie grosse così sulla pelle.
Non vuole pensarsi depresso, Jacopo
pronto neppure per dieci
euro sgualciti nella tasca.
Cammina e urla, e gli dispiace,
ma urla così piano che lo strano
frutto che ha appeso al cuore, non
oscilla neppure un po’.
 
 




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