Alessandro De Santis, Metro C

03/09/2013

La poesia di chi come noi scrive dentro la balena, di Mario De Santis

 

Questa recensione del nuovo libro di poesie di Alessandro De Santis (Metro C , Manni editore, 2013, p68,  12,00 euro) ) non può che essere personale.  Intanto perché abbiamo lo stesso cognome.  Si penserà a relazioni parentali, invece è assolutamente casuale, ma anche per questo gioco mi piace  mettere in campo “l’io biografico” del recensore: questa omonimìa  innanzitutto può essere  un paradossale preludio all’anonimìa, quella che inghiotte  tutti, compresi i personaggi (è poesia ma è mosaico di frammenti narrativi) del libro, quella che inghiotte la folla metropolitana.
Siamo invisibili, come ormai dicono i classici topòi di letteratura e cinema. Il poeta De Santis (Alessandro)   pesca,  individua, nel senso vero, dà loro nome, esistenza ad alcuni,  coi loro nomi, da  Claudio a Rachid fino ad Agostino (Di Bartolomei):  sono una  galleria di “polaroid” come le chiama Aurelio Picca nell’introduzione, una  narrazione per dagherrotipi poetici di un’umanità estratta dalla  folla.  Anonimìa dentro una grande Metropoli, dissolti nella folla come nel paesaggio (“Le nuvole gridano i nostri nomi”, p15) ma dissolta anche nell’imperfezione di un’eternità dell’incompiuto, come appare nella sua pesudo-grande-bellezza Roma . Roma che è città-scavo, Roma che è sottsuolo di Storia, ha in questo intestino scavato che la Metro C, ferma, abbandonata e senza fondi, io segno di eternità della Capitale-Mondo:  eterni lavori di una linea che –  come un messia negativo – non arriverà mai  a compimento. Apocalise interrota come un coito o come una stitichezza della Storia, la Metro C è il futuro che è  già-rovina - e il paradosso per un autore è che a ROma questo concetto aparentemente metaforico si fa carne, cosa, oggetto, alla lettera.  
 
 “Metro C”, il libro,  è l’ultima fermata di un treno di scrittura che in testa ha Pasolini, ma  passa per la generazione di Lodoli, lo stesso Picca, Affinati, Colasanti, per la poesia romana in la minore tra le riviste Prato Pagano, Braci, il nume di  Beppe Salvia e il parco autori di Nuovi argomenti. LA considerazione personale è che questa è sempre stata la mia città e al tempo stesso la mia scuola letteraria. Ho cominciato scrivendo con questo impianto e quella scuola o tradizione era ed è ancora in parte la mia. Fin da quando frequentavo Salvia, Braci  e il gruppo di poeti di via del Cardello. Ora mi sento molto lontano da quel mood:Forse Miano ha cambiato in me luce e parole – esiste una geografia della letteratura? Sì, credo di si; agisce sul’io-poeta, sullo psichismo: non so…. In ogni caso, l’approccio, nel sentirlo mio e al tempo stesso non-mio, non può che essere un esercizio critico auto-biografico. Ci trovo una sorta di archeologia di una poesia che ho scritto e non scrivo più. Li leggo da una distanza e da una vicinanza.
Nel biografismo-vicinanza, quello che mi ha fatto scrivere tanti testi proprio in metropolitana e che mi fa leggere questo libro nei miei andirivieni lungo la “Metro B”, mi porta ad identificarmi, a specchiare il mio volto nei mille  e mille che incrocio. Tra loro c’è l’ombra di personaggi  che diventano metafora in “Metro C”.
Sono venticinque  testi, un nome, una persona-personaggio, una fermata. 
 
Sono personaggi che popolano un sottobosco umano, persone marginali di quella eternità “invalida” (come lo è esplicitamente “l’uomo senza braccia” e senza legami della  poesia-fermata “Torre Maura”) che aveva già-raccontato con altre allegorie di viabilità (il Grande Raccordo Anulare) Marco Lodoli. Ricordo precedenti di poesie che affrontavano il margine, la melma e che a Roma dovevano tanto – ed io per primo sono estremamente debitore.  Allora come oggi – Roma non è immutabile? -  l’individualità così tagliata, netta, definita, si profilava scolpita da parole come rughe di volti ed è l’antidoto  naturale alla cancellazione che la Folla fa dell’Io in una non-metropoli come Roma che è un cuore arcaico dentro una dimensione di Modernità.   Spetta, da un secolo a questa parte, ai poeti  salvare il mondo intero attraverso il salvataggio in versi di ognuno di queste anonime individualità eccezionali. E Alessandro De Santis  azzarda il tentativo di far lo stesso:  immetterlo in una scìa di tradizione non è sminuirne il valore, né  enfatizzarlo. È dar conto di una modalità  di un certo modo della poesia  che narra-indaga una Città-Cantica, in questo caso che ha le spoglie di Roma, eterna anche nel suo essere allegoria di allegorie, da sempre. Al tempo stesso, la scrittura e l impianto stilistico, il linguaggio, i richiamo sparsi nei testi da Alessandro De Santis  fanno parte di una modalità corale o collettiva di una scrittura e una pratica d’arte che ha scelto un linguaggio dell’esemplarità morale,  collocandosi sul versante di narratività, di poesia civile della tradizione italiana.  
 
Lo stesso libro  “Metro C” è  fato di quella “lingua lastricata di stazioni di carne”, ovvero quasi vorrebbe privilegiare il Corpo del Mondo alla Lingua, mira principalmente il suo oggetto, il suo volto, prima che sé stessa specchio meta referenziale.
Poesia di accumulazione di corpi, gergo di un cielo caduto, così locale e pure così universale nei suoi contenuti. Umanità in mosaico, i “tutti” dell’identità si riflettono  nella monade di “Io”  dei personaggi-persone di De Santis e tanto più marginali, tanto più brillanti: come le “pedine” che sposta Elio (“Malatesta”, p 41) che sono pure “occhi di madreperla rotti” come per lui, altro invalido, è la sua “stampella da due soldi ritorta”. Essi sono – a maggior  ragione – proprio gli ultimi dopo gli ultimi, i non romani – arabi, rumeni - a dare il segno del nostro essere “qui e altrove” in una nube di caos di cui i “dispari disordini” della città sono l’emblema.
In alcuni elementi dei ritratti, certe sottolineature (a volte anche immagini o metafore scelte  i “pugni in tasca” o qualche altro dettaglio simile ) forse sono meno riuscite – credo proprio per un certo peso ingombrante di iconografie e tradizioni, l’ammasso, il bricabrac su Roma – diciamo forse non originali, come non originale è la struttura del libro per fermate;  ma lo stesso è forma in un altro senso pienamente azzeccata  per un libro che affronta una metafora di città-palinsesto, città-citazione,  città-quinta  teatrale, o  città-studio-5-cinecittà. Non se ne scappa, è la stessa via crucis che ha dovuto affrontare anche Sorrentino con “La grande bellezza”, ovvero attraversare il bosco del già-visto, del già-detto, già-fatto nell’opera che usa e racconta una città che si nutre e sbrana e ingoia dentro quel “colon” urbano che è “l’organo cavo di geometria imperfetta” come scrive in un verso De Santis,  di un corpo-tessuto della città.
 
Quel che la città narrata  costringe a fare, quel che il contenuto crea come forma,  è allora un’accumulazione e una sorpresa, subito consumate ed evacuate, cloaca che attraversa come anima putrida la città e suo passaggio segreto – i Passages  baudleriani in versione romana  sono un topos anche quest ormai scontato, in  romanzi e poesia e (parte importantissima nell’ispirazione di tutti  quelli che scrivono dentro Roma come dentro una Balena, me compreso )  del cinema  -
Così le persone, sono  mangiate e poi espulse, subito discarica del  già detto e già visto. Roma come appare agli occhi del poeta di “Metro C” è sempre la città che consuma i suoi miti e i suoi cristi o eroi in un lampo (“a’ marzia' lèvate” è il suo motto, come intuì genialmente Flaiano) non ha per loro né il rispetto immobile della sequenza di defunti in Spoon River: piuttosto, come Ammanniti, Roma è già una città sottosuolo che vomita comparse, solo facce senza nomi, facce da cinema, carne da macello, anche se i personaggi di De Santis vogliono tenere per sé una luce diversa: Michela (p43) che è “curiosa tra le ombre/ la voce da usignolo” carpisce il suo attimo in “un’ora che non è la sua” e “ha imparato ad essere lenta in fretta”. E’ un libro inevitabilmente sulla storia, misurando una posterità della Storia, in una contrazione temporale: “ha paura che i giorni non/ siano abbastanza” il personaggio straniero Dave e “le ore brevi”.
 
 
IL tempo che resta  – e qui sta forse la novità rispetto alla  lunga catena di eternità letteraria legata a Roma di cui De Santis è non-epigono ma inevitabilmente erede interprete, lo misura sul suo corpo di trentenne  – è davvero poco e in scadenza.   Eppure il senso della fine non è drammatico né apocalittico (“non sarà già un terremoto/quello che ci spazzerà via”) , anche se il senso della fine come “prima di un Big Bang” ma anche “senza sfondo”. Alessandro De Santis inserisce così un senso di bidemensionalità postmoderna da contemporaneo  quale è dentro il grande archivio del già-scritto. L’attenuazione verso la prosa del suo stile testimonia una volontà di ridefinire proprio gli stilemi poetici, così come acquisire la  coscienza dentro un paesaggio: Roma allora costringe per forza a “svegliarsi coi fantasmi” c’è un accumulo di ombre, presenze, vivi e morti insieme in una città attraversata per passeggiare e dove “ritrovare/ i bossoli di quello che rimane”. Le macerie che si accumulano ai piedi dell’Angelo di Klee-Benjamin, di certo erano in gran parte a Roma e forse l’Angelo è proprio uno tra i tanti “senza nome” che cammina per la città. Accumulo e legami, tutti assieme vivi e morti “sei gradi di separazione/ tra un  trivellatore e un centurione” ed entrambi vivi e fantasmi al tempo stesso . Roma è questo nostro vivere in cui “si scava verso un fondo/ che fondo non è mai” così come la Metro C, la mai compiuta è proprio quella utopia o redenzione che non si darà mai, lasciandoci tutti assieme, quelli con nome e quelli senza, in una convivio, un “banchetto scomodo” : umanità che scoppia in una nevrosi, una sardana, un fandango che annunciano il suono nero della Storia proprio nel cuore della  città-Storia come la musica di “un ballo felice e rovinoso”. Lo sapevamo già, se leggo la Storia letteraria, eppure un libro presente ci dice che la Storia vive di questa ripetizione che si fa presente. Si tratta di capire se la Storia è come un Metrò,  è giunta al capolinea o se  l’apocalisse invece gira il suo  ennesimo ciack.   
 
 

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