Alessandro De Santis, Metro C

04/11/2014

I “segni” invisibili dell’Uomo, di Marco Onofrio

Leggendo Metro C (Manni 2013, pp. 72, Euro 12,00), la seconda prova poetica di Alessandro De Santis, mi è venuto subito in mente Roma (1972) di Federico Fellini, e in particolare la scena degli scavi per la metropolitana (in quel caso la linea A, completata alla fine degli anni ’70): oltre un frammento di muro appena abbattuto appaiono gli affreschi millenari di una camera stagna, che però svaniscono velocemente al contatto con l’aria del mondo moderno che li invade. E mi piace pensare che nel libro di De Santis – quarant’anni dopo il film di Fellini, a mo’ di ideale restituzione – si metta in opera il fenomeno opposto: i “segni” invisibili dell’Uomo (metastorico, sotto gli abiti degli individui contemporanei e gli scatti dei frammenti estemporanei) appaiono proprio dagli scavi della linea C, prefigurata già funzionante, in una sorta di “itinerarium mentis [et corporis]” sgranato nel “rosario laico” di 25 stazioni di approfondimento (da capolinea a capolinea: Pantano↔Giuochi istmici) che corrispondono ad altrettanti “carotaggi” della vicenda umana esistenziale.
De Santis affonda la penna, come una vanga aguzza e affilata, dentro l’humus dell’uomo vero che palpita, dolorosamente, sotto le croste del numero sociale. Il tessuto metropolitano (una Roma slabbrata, inquietante, babelica) è un terreno stratificato di simboli da dissodare, da scovare e riportare alla luce. Questo giovane e interessante poeta esplora i territori reali e ideali attraversati nello strazio dell’essere, ogni giorno, dalle persone più comuni e creaturali; a cominciare dagli umili, dai reietti, dai pazzi, dai barboni, dai dimenticati, dai diversi, dagli indesiderati. E lo fa con il coraggio di azzerare la distanza tra parola e cosa: usando anzi la parola per scardinare la menzogna che tiene in piedi il «ballo felice e rovinoso» in cui tutti siamo involti, sotto il giogo della storia che ci annulla – impedendo o anestetizzando ogni autentica evenienza di “liberazione”. De Santis, facendo sua la lezione pasoliniana, rialza il sipario sulla scena muta degli «uomini tristi come / le loro scarpe piene d’acqua», che in fondo siamo noi tutti, nessuno escluso, dinanzi al male di vivere e alla morte. Il “lupo mannaro”, Claudio, Rachid, il “rumeno”, Tiberio, Fausto, “l’uomo senza braccia”, il “matto”, Maria, Elio, Michele, Dave, Aurelio, Dino, Domenico, Fabio, Paolo, Mirco, Walter, Jacopo… sono i personaggi-qualunque di una storia immensa, che però da sempre non ha voce; sono gli antieroi dell’eroismo quotidiano in cui, a ben guardare, può riflettersi l’esperienza eterna di ogni uomo: hanno il volto di ognuno di noi. E lo sono anche Agostino e “Re Luciano” (cioè i calciatori Di Bartolomei e Re Cecconi, stroncati da una morte assurda) che a loro volta furono, per un breve, fulgido periodo, eroi dei rispettivi tifosi.
A tutti costoro De Santis eleva – con il “pedale basso” di un organo distorto e rumoroso, che “urla piano” − una dolente elegia di amore cosmico, fatto di comprensione, empatia, partecipazione. L’obiettivo dell’occhio poetico è vedere «l’esatto diametro del cuore umano», cioè: arrivare a un grado così alto di consapevolezza fisica/metafisica dell’esistente e del circostante, da sentire che «le nuvole gridano i nostri nomi», e capire che «non c’è più tempo per l’odio». Dietro questo “Spoon River” di uomini stremati, eppure ancora vivi, che si muovono sul vuoto della storia, si individua dunque una radice lirica elegiaca strettamente legata a una corda di poesia “civile”, mai esibita e per questo più autentica. Sono (siamo) uomini che ascoltano «sempre la stessa musica», ciascuno «col suo groppo / ciascuno il suo rancore», e tuttavia sanno (sappiamo) articolare l’irriducibile coraggio di «ricominciare» dal punto più basso e disperato, dal «sudore del non dire», dalle «mani chiuse a pugno nelle tasche», dalle intenzioni che «brulicano» inquiete dentro gli occhi. Le spalle «curve come una / stampella da due soldi ritorta» sono in realtà il guscio a “nicchia di vita” che la storia e la vita stessa, con tutta la loro violenza, non possono spezzare. L’uomo resiste in piedi, malgrado i colpi: formidabile incassatore. Il tempo scorre come un fiume su tutte le cose, e lascia bave di «rugiada dagli angoli della bocca / mentre il sole scolora / i fogli di giornale / quasi fossero foglie» macinando ogni forma di quotidianità. La conoscenza dell’essenziale che resta, al fondo del perenne divenire, dovrà procedere per scarti eccentrici, attraverso geometrie di sguardo ellittiche e divergenti, capaci di racchiudere l’imperfezione di ogni cammino, gli «occhi di madreperla rotti» così come la dentatura dei pensieri «cariati». Ci vuole il “matto”, di ascendenza pirandelliana e zavattiniana, che è tale perché – sparigliando le carte apparecchiate – strappa dalle viscere, per tutti, “la” sanguinolenta verità:
Irto sullo scalino del capolinea
il matto parla
dice, sputacchia, impreca ad alta voce
(…)
Non c’è proprio niente da ridere, stronzi
Il matto parla
dice, sputacchia, impreca ad alta voce
lui, spesso dice la verità.
La poesia, in quanto riflesso infinito dell’esistenza (De Santis scrive: «schiuma dei giorni, una bava / luminosa che si fa /d’un tratto resina, costringe sulla / pagina la gioia di un respiro») è la lunghezza d’onda energetica sulle cui frequenze tende a sintonizzarsi il “matto” quando parla. Il poeta assomiglia al “matto” nella misura in cui le sue parole, libere, consentono la restituzione del “fondamento” occultato o rimosso. Quella di De Santis, infatti, non è una poesia che sfugge la realtà, deviando verso la tangente, ma che anzi cerca di trafiggerla al cuore, di affondarci dentro con passione (e compassione) totalizzante, senza eludere il suo «rapinoso schianto», la consistenza scabrosa e appuntita dei suoi apparati: «ferri, cocci, e materiali».
(…) il ritmo delle correnti è ormai
per noi una calda e così reale scoperta.
Cioè: l’eterea ispirazione della prima ora si è agglutinata in concrezioni ormai indubitabili, con cui è forte ed è anche bello fare i conti. Non a caso il libro d’esordio in poesia di De Santis s’intitola Il cielo interrato (Joker 2006). Una poesia concreta, dunque, corporea e materica: potresti sollevarla con un braccio, come la donna nel quadro di Chagall, «e invece si lega a questa / terra come il più / basico degli elementi». De Santis legge i corpi a mo’ di «carte fisiche» di pianure, globi, mappe di paesaggi e ricordi. La condizione emblematica da cui scrive è un sentirsi sospesi tra «arcobaleno» e «filo spinato»:
le ore brevi, spuntate,
come matite pronte per un disegno
– la mano ferma in posa -
ma senza il foglio da solcare.
Per infilarsi negli interstizi e nei margini sconnessi dell’esistenza occorre un gesto poetico “naturale” («come l’acqua per la pasta quando bolle») e, di conseguenza, una lingua ruvida e arricciata, ma insieme liquida e metamorfica: una lingua «lastricata di stazioni di carne», che spinge il discorso poetico verso una «rinvenuta / frontiera di punte di spillo e mosche». E si scopre, al termine del viaggio, che il capolinea d’arrivo è “soltanto” il punto di partenza verso l’altro capolinea. Il processo di conoscenza, cioè, è giocoforza infinito, poiché la vita “non conclude” e non consente, gratis, alcuna indebita arroganza. Scrive De Santis, nell’ultima pagina del libro: «Si scava verso un fondo / che fondo non è mai». È questa, semmai, la “via maestra” per cui e da cui il cammino resta sempre aperto, in poesia come nella vita, pronto a rinnovarsi dalle proprie ceneri, a cominciare ogni volta daccapo.

 

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