Alessandro De Santis, Metro C

01/10/2013

Quel che la metropoli ha inghiottito, di Gian Paolo Grattarola

Un attraversamento delle viscere intestinali della metropoli romana, abitata dalla degradata parabola esistenziale di reietti e antieroi del nostro tempo: “uomini tristi come/ le loro scarpe piene d’acqua”. Dalle nocche robuste con cui Claudio “bussa alla porta di chi si dovrebbe vergognare”, agli occhi neri come il bitume di Rachid che “vorrebbe piantarti un coltello nell’orecchio/ o solo chiederti se ti serve qualcosa”. Dal “viso pigiato sulle cosce” del rumeno magro e smunto al sacchetto di plastica tenuto tra le gambe di Domenico tanto brutto da non lasciarsi compatire. Dalla periferia al centro il tragitto si perde tra mille rivoli di persone smarrite e prive di legami, come alberi senza rami. Dal matto che “impreca ad alta voce e sputacchia” sullo scalino del capolinea a Fausto, che “vorrebbe una moneta per/ fare uno scatto avanti/ una donna con le occhiaie/ da spingere col palmo”, ancora in piedi per miracolo alla stregua di pugili suonati come Tiberio coi suoi guantoni: “L’attrice lo ha lasciato/ la coca l’ha smangiato/ ha chiesto al mondo a/ che round eravamo,/ il conteggio avanzava/ e la vista era nebbiosa, / una zanzariera calcata sulle palpebre”…   
Alessandro De Santis, classe 1976, autore di precedenti pubblicazioni in versi e prosa, torna in libreria con una raccolta di testi poetici tenuti insieme da un unico filo conduttore: venticinque componimenti le cui denominazioni rimandano alle fermate della linea metropolitana di Roma (e non a caso la linea del titolo è la terza, tuttora in tribolata costruzione), dove di volta in volta entrano nel campo ottico del poeta le apparenze spaesate e frustrate di personaggi emarginati dalla superficie del tessuto sociale. Un campionario umano sfuggito a ogni possibile tentativo di assimilazione e di ancoraggio che la metropoli ha risucchiato e ingurgitato nel proprio ventre sotterraneo, lasciando languire la loro vita in un fremito di solitudine. Ognuno di loro è stato segnato da effetti dirompenti che hanno aperto la via a qualcosa di nuovo e di sconvolto, per farsi poi da parte lasciando profondi segni di alterazione. Accumulazioni di esperienze personali che portano l’autore a isolare dolori, sentimenti, frustrazioni, immagini all’interno di un alveo poetico di comune coerenza tematica e di suggestiva scioltezza stilistica. Lo sguardo vitreo e graffiante di Alessandro De Santis ci consegna il racconto cadenzato per versi e immagini di uno straniamento suburbano che è insieme evocativo e desolante. Riuscendo a liberare nell’atmosfera claustrofobica della sua poesia scorci improvvisi e vertiginosi di tenera e disperata umanità. 

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