Alessandro De Santis, Metro C

11/11/2013

Dal sottosuolo, di Luca Alvino

Da Omero in poi, il viaggio nel sottosuolo è divenuto sinonimo di un percorso condotto nella profondità dell’essere, il tentativo sfacciato di scrutare oltre il limite della mortalità per avventurarsi lungo un itinerario doloroso di conoscenza e di salvezza. Di conoscenza, perché – come Odisseo e come Dante – chi accede alle profondità ipogee lo fa per oltrepassare il confine imposto all’uomo dalla misura; e di salvezza, perché da quell’abisso non si torna indietro senza aver dipanato il groviglio dello smarrimento e della desolazione.
In Metro C – la seconda raccolta poetica di Alessandro De Santis, pubblicata da Manni nel 2013 – il poeta compie un’operazione di carotaggio antropologico tra gli strati disagiati del tessuto sociale romano, con l’intenzione di restituire un’idea generale dell’uomo nella sua contemporanea derelizione. L’esplorazione è scandita dalle fermate della fantomatica metro C, ovvero la terza linea della metropolitana romana, concepita negli anni novanta e non ancora portata a compimento. Chi vive a Roma sa bene che negli ultimi anni la metro C è stata una ferita aperta nel ventre della città, coi suoi eterni cantieri polverosi che, anziché combattere l’intasamento cittadino, ne hanno esasperato il disagio sugli abitanti.
Nel viaggio compiuto dal poeta nell’underground capitolino, a ogni fermata (individuata da un nome, un orario e una didascalia piuttosto criptica – e dunque inefficace) incontriamo un personaggio. Sono immagini di reietti, diseredati, figure rimaste al margine di una società in continuo movimento, esistenze incagliate sul fondo di gallerie abbandonate, senza speranza, senza via d’uscita. Come osserva Aurelio Picca nella nota introduttiva, le immagini rappresentate somigliano a polaroid che abbiano perso la loro connotazione pop per manifestarsi nella loro aspra disarmonia; ritratti restituiti a un’essenza di onesta impurità, sfrondati di quella patina di lirismo che a volte si sovrappone alle immagini disadorne dei panorami urbani e che, per una pigra connivenza intellettuale, solitamente induce al compiacimento piuttosto che alla compassione, a sterili considerazioni estetizzanti piuttosto che a una riflessione costruttiva. Come defunti nel regno delle tenebre, sono personaggi che vivono imprigionati in un eterno presente, corrucciati nella loro asfissiante mancanza di prospettiva: «Ha paura che i giorni non / siano abbastanza, Dave / le ore brevi, spuntate»; «Se sei fermo vuol dire che sei morto».
De Santis ricorre principalmente a immagini statiche, sottoposte alla rigida tutela della paratassi, movimentate al massimo da una lieve sfumatura avversativa o temporale nella chiusa di ciascuna poesia, e raramente si avventura nella complessità della subordinazione. Il movimento viene affidato al lessico, che schiude minimi spiragli di vitalità in un contesto di perfetta stasi esistenziale: la pioggia che «picchia forte», le donne che «vanno a casa / in ritirata», Maria che «soffia una preghiera», Aurelio che muove «passi stretti», e così via. L’unica possibile via di redenzione passa per l’esattezza della visione, per la spietatezza del nitore con cui la tragicità dell’esistenza troppo spesso si manifesta: la vita va inseguita nel dettaglio, nell’indecenza dell’effettività. Nulla potrà arrivare da una prospettiva metafisica sganciata dal dato drammatico della caducità: «Non sarà già un terremoto / quello che ci spazzerà via, / né una risata buona e giusta / quella che ci seppellirà / Un cancro ad un polmone invece dirà fine».
Alcune immagini risultano particolarmente felici, nella loro lucidità epifanica (l’uomo senza braccia di Torre Maura: «un uomo – si sa – esige del legami / non ha motivo d’essere / quell’albero potato / senza rami») come nella loro ricercata indolenza (i «cuscini / lanciati in aria alla rinfusa / quasi fossero imprevisti»; o ancora la signora Ida, «lenta come un pavone» che «muove l’unghia pittata ad indicare / com’è che vuole il taglio»). Altre peccano di scontatezza, e per un’evitabile frettolosità mancano l’obiettivo di giungere al cuore della rappresentazione poetica: gli occhi «neri come il bitume», il matto che «spesso dice la verità».
Il viaggio è destinato a rimanere senza meta. Quando sembra stia per giungere a destinazione, la sua traiettoria incrocia la curva del tempo e la consapevolezza si sfalda in vertigine onirica. La conoscenza non produce appagamento. Non può esserci compiutezza nelle regioni ombrose del sottosuolo, nel territorio oscuro dell’inadeguatezza e della più cupa indistinzione: «Si scava verso un fondo / che fondo non è mai / e quando il gran lavoro / (s’) appressa al taglio-nastro, / ossa e occhiaie vengon fuori / e la gente scalpita, / mescola da bere col ricordo, / in un banchetto scomodo, / dove il rumore di fondo è un / ballo felice e rovinoso».
 

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