Alessandro De Santis, Metro C

07/07/2014
 Partendo da Virgilio, di Luigi Carotenuto
 
Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo (Eneide). “Se non potrò muovere le potenze del cielo, solleverò quelle degli inferi”. Ci sembra, questo verso virgiliano, un buon punto di partenza per riflettere intorno alla raccolta poetica di Alessandro De Santis, Metro C (manni). A conforto di ciò, v’è pure l’empatica nota introduttiva di Aurelio Picca, da uno scrittore e poeta, a un poeta e scrittore. Picca parla in sostanza di un inferno urbano ricreato da De Santis: “La mole di fango umano, urbano; lo schiattamento delle culture; le scorregge dei nuovi dannati che non usano più dentiere bensì impianti e perni di acciaio conficcati nell’osso: sono ritratti con la calma di un poeta che conta i secondi che ci separano dal nulla” (Su questa lutulenta scia, sul simbolismo della discesa infera e dell’elemento fangoso rimando al saggio di James Hillman “Il sogno e il mondo infero”oltre che alla parte iniziale dell’attenta lettura di Luca Alvino per Nuovi Argomenti). La condizione di osservatore, con l’esperienza di narratore a continuo nutrimento, ha imposto a De Santis l’inferno umano, e con la mano ferma quanto basta per raccontarci il dicibile dello squallore esistenziale, dell’anomia sociale, ci lascia intravedere anche spiragli del non detto, di tutto un mondo inenarrabile. Anche se il poeta riesce a disegnare delle figure ben delineate, con dei tic o particolari che le rendono uniche e riconoscibili, mai questi ritratti scadono in macchietta, miracolosamente calibrati da una scrittura che non si lascia prendere la mano, pur spiazzandoci spesso, soprattutto con l’uso di una figura retorica a dir poco usurata, quella della similitudine (nella poesia italiana contemporanea uno degli autori a farne uso frequente con risultati notevoli è Umberto Fiori): «e senti i canti del Ramadam salire su da youtube / come l’acqua per la pasta quando bolle» (p. 23); «Scuote le sue ore cattive, Fausto / come cuocesse un uovo al tegamino» (p. 29); «Ha paura che i giorni non / siano abbastanza, Dave / le ore brevi, spuntate, / come matite pronte per un disegno» (p. 45). Lo sguardo del poeta si concentra volta per volta, testo dopo testo, su identità umane travolte dal peso della città e di un’economia disumana, che pur nell’opacità schiacciante, brillano dei colori letterari dati dall’occhio intriso di pietà (De Santis, letterariamente, fa il trucco ai suoi personaggi, ma, non è forse un trucco da tanatoesteta?). Si tratta di vinti, e il senso di oppressione che avvolge la trama di questo giro di vite, la sconfitta generazionale e la costante frustrazione della precarietà, in cui «No, non sarà già un terremoto / quello che ci spazzerà via, / né una risata buona e giusta / quella che ci seppellirà / Un cancro ad un polmone invece dirà fine», a tutto questo coagulo di ansie, dentro «un ballo felice e rovinoso», arriva, come inatteso deus ex machina la speranza di redenzione postuma, rileggendo all’indietro il volume e tornando al primo testo, di smagliante lucentezza, pacificante: «Uomo dalla bara rosso brillante / guardando dalla tua porta / all’orizzonte, vedi la pioggia che / cade su uomini tristi come / le loro scarpe piene d’acqua. / C’è forse quiete sotto questo / avvelenato fiume in tumulto / C’è forse il tuo canto di lillà, scrigno / prezioso di grazia e vita eterna / Non c’è più tempo per l’odio / Le nuvole gridano i nostri nomi e / mentre la luna ci chiede ancora di / restare, il ritmo delle correnti è ormai / per noi una calda e così reale coperta».

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