Andrea Manzi, Morire in gola

27/06/2010

Morire in gola liricamente, di Giuseppe Amoroso

 
Un "macabro bisogno di moto" imprigiona gli uomini nella "logica" degli sconfitti, costretti ad "andare venire tornare" lungo la sempre uguale linea di destino che sembra avere tante forme e invece ripresenta, inesorabile, un percorso già scritto. «Morire in gola» (Manni, pp. 143, euro 12) di Andrea Manzi è, in una versione tecnicamente avanzata di folgoranti scelte stilistiche, un mixer felice in cui la poesia lirica si fonde senza frizioni con quella narrativa; l’eco rivitalizzata della ballata rinnova dettato e struttura quando si fa più intensa la denuncia civile; e il tassello del deforme e del grottesco mostra un motivo di doloroso stravolgimento, una rifrazione di canto imprendibile, un irreale contrappunto che scopre impensate avventure di visi in filigrana, mentre tutto vacilla e si riaccende d’ogni sortilegio e fa magico il concreto giornaliero. Il repentino transito di eventi scompone e ricompone in tanti quadri la commedia scontata dell’esistere nella ferrosa solitudine. C’è molta favola in questa dura cronaca: sorgono visi da luoghi cancellati dalle nostre pigrizie. Lì, in quella terra di dimenticanza, il poeta mette in scena i suoi stupori e quelli della città di Napoli che esce lentamente dalla notte; i "metapensieri" che popolano i concetti di figure e paesaggi e la ragnatela criptata di letteratura, scienza, filosofia; l’ineludibile ricerca di chiarimento e le curiosità minime di un io che si mette tra parentesi e pure lotta con le sterminate leggi del creato, con l’inquieto moto del mare in cui l’in- finito trova "istantanee varianti".

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