Benedetto Di Pietro, Il canto della pernice

25/02/2010
Benedetto Di Pietro e il canto del cuore tra Nord e Sud, di Emanuele Dolcini
 
Fra eterno pirandellismo del vivere (il gioco di maschere imposto all’Io) e riflessione sull’inevitabile amore-odio fra generazioni, lo scrittore melegnanese Benedetto Di Pietro mette sul tavolo un romanzo che cambia direttrice rispetto ai suoi interessi dell’ultimo decennio, in gran parte concentrati su quell’affascinante particolarità italiana che sono i dialetti, soprattutto le “isole” dialettali del Nord importate nel Meridione. Invece “Il Canto della Pernice”, questo il titolo della nuova uscita di Di Pietro per Manni editore di Taranto, sposa completamente la lingua italiana, cambia genere – dalla ricerca alla narrativa- e ci racconta una storia di oggi. O almeno dei nostri ultimi cinquanta anni. Una storia di generazioni che vengono al mondo da vittime designate, imparano a lottare e si fanno le ossa con l’arte di vivere. Quando la tramandano alle generazioni dopo, quelle dei figli, assistono al pervertirsi dei buoni consigli in nuovi disvalori, proprio per eccesso di vendetta. La vittima è diventata carnefice: fatta la circumnavigazione dell’orizzonte e saliti tutti i piani dell’”ascensore sociale” tocca ricominciare da capo, alla ricerca di un esistere che non sia solo il manzoniano “far torto o subirlo”. «E’ la storia di due uomini ciascuno figlio di un’epoca precisa – racconta dunque l’autore di origini sanfratellane, ma residente praticamente da sempre a Milano - di due meridionali diventati cosmopoliti per ragioni estremamente differenti, all’interno di due epoche diversissime. Il padre Gaetano Ternaro, da cui inizia l’azione, è il tipico uomo anni Cinquanta del Sud. Lascia il paese nativo di Patti perché lì se anche c’è il lavoro ti inchioda al tirare a campare. Una bella notte prende un treno di emigranti, varca il confine e infine approda in Belgio: si stabilirà a Marcinelle, proprio la Marcinelle della tragedia del 1956, con 130 italiani morti nel crollo della miniera. Lo trattano da cane, deve sudare ogni briciola di pane che mette in tavola ma alla fine ce la fa: avrà la sua casa, il suo lavoro, la sua famiglia. Il figlio Tindaro Ternaro nasce proprio negli anni del dramma nella miniera belga, e sin da quando è in fasce viene educato a diventare la «rivincita visibile» della famiglia Ternaro e dell’Italia di fronte all’ostracismo delle società che ci avevano riservato ogni sorta di razzismo. A Tindaro le cose in apparenza andranno meglio che al padre, perché come figlio di seconda generazione è un po’ più belga per sangue; avrà più benessere, studierà, potrà viaggiare e negli anni ’80 diventerà un esponente dell’”edonismo” rampante, un top manager. Il problema è che adesso lo “squalo” è diventato lui: si sposa, ha a sua volta un figlio, ma è come preda di un vortice che lo porta in giro per il mondo a prendere continue decisioni anche sulla testa della gente. Finché si arriva al 1997: quell’anno Tindaro è in Honduras esattamente nel momento in cui arriva l’uragano Mitch e devasta tutto. Qualcosa di molto simile, purtroppo, alle scene viste ad Haiti. Vagando nel crollo di un mondo, la “sua” miniera di Marcinelle, prende coscienza di qualcosa di inafferrabile e inizia la sua seconda vita». Che corrisponde alla seconda parte del «Canto», durante la quale si svela l’enigmatico titolo:«quando la pernice canta non lo fa certo nel suo interesse», è più o meno il detto siciliano preso in prestito per la scena clou della vicenda. Ad un certo punto il Tindaro della seconda vita “canterà” e qualcuno scoprirà il suo gioco. «E’ un libro in cui ho messo un pizzico di autobiografismo, visto che come ex ingegnere Eni un certo mondo delle alte professioni lo conosco; poi c’è anche ironia – commenta ancora lo scrittore me legnanese - perché non ho voluto sviluppare solo la parte seria del grande tema intergenerazionale, ma stemperarla con alcuni tocchi leggeri introducendo ad esempio figura di un pizzaiolo italiano che poi tanto italiano non è, l’uso di espressioni vernacolari siciliane e altro. In ogni caso, il modello “alto” resta chiaramente Pirandello: vivere è un gioco di ruoli, di rappresentazioni e di autorappresentazioni». Per quanto riguarda l’editore, è stato scelto Manni di San Cesario di Lecce, non grande ma ben organizzata realtà meridionale del libro, che ha sotto contratto Sanguineti e altri poeti contemporanei, oltre a vaste sezioni di Storia e diritto.
 

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