C'è un grande prato verde

11/07/2012

Roma, il derby come un palio nel prato del campionato, di Marco Mathieu

Prima fila anzi seconda, non è la MotoGp e nemmeno la Superbike, non ci sono ragazze-un-po'-svestite-con-l'ombrellino ma la vista mozza il fiato uguale. Incantata. Da una storia fatta di pietra e cupole, strade e archi, impero e religioni, architettura e decadenze, il Tevere in mezzo e i raggi del sole di taglio. A emozionare. Perché in questo inizio di pomeriggio domenicale la luce batte forte dentro Roma e la primavera è anticipata. Accesa. Come il semaforo che diventa verde, moltiplicando il rumore forte, allegro, fruscio di decine di motori a quattro tempi che diventa rombo collettivo, disordinato. Caschi, sguardi, mani, scatti. Scarti. Il tuo scooter in mezzo a decine, centinaia di altri. Sciame metallico in cui tuffarsi dentro. Mare d'asfalto, attenzione al fondo: sconnesso. Questa piccola orgia di traffico cittadino in movimento nervoso sul Lungotevere prosegue, veloce. Diretta a nord. Perché oggi, domenica 4 marzo, è giorno di derby. Giorno lungo settimane in realtà. E non tanto per i due "anticipi" della ventiseiesima giornata di campionato, ieri, fondamentali per lo scudetto: il Milan ha suonato il Palermo 4-0 con tripletta di Ibra alle sei di pomeriggio, la Juve è stata "pareggiata" in casa alle dieci e un quarto della sera da un tiro-gol di Boukary Dramé, difensore senegalese del Chievo. Ma nemmeno per quel che sta per succedere nel resto dell'Italia del calcio, tra pomeriggio e sera. Perché il pallone oggi si ferma e conta soltanto qui. A Roma-capitale, senza più possibilità di ambire all'Olimpiade e intanto libera dalla neve ma non dagli omicidi in serie, ennesima versione del romanzo criminale cittadino, da giorni-settimane-mesi non c'è voce - alla radio, sui giornali, al bar oppure sui muri - che non ricordi, annunci, spieghi, anticipi - retroscena compresi - l'unica cosa che conta davvero. A forma di partita.

Roma-Lazio. Centosettantesima volta di questo derby, che sembra un palio. La prima fu - 8 dicembre 1929 - quando i giallorossi vinsero grazie al gol di Volk nello "stadio della Rondinella", che sorgeva tra il Flaminio e l'attuale Auditorium. Sì, proprio l'Auditorium che in qualsiasi punto della dissestata geografia stradale della capitale ti ritrovi indicato: non sai se ti trovi sull'Aurelia vecchia o su quella nuova? devi decidere quale direzione imboccare sul raccordo? vorresti il segno del nome di un viale, monumento o quartiere? Niente, trovi sempre e solo un cartello, beffardo nella sua frequente inutilità: Auditorium, con relativa e improbabile freccia.
Ne vedi anche lungo questo percorso che accompagna il fiume e punta lo stadio, sciarpe, bandiere e scooter, con te nel mezzo. Fino all'Olimpico, fino al parcheggio casuale, ai controlli e a un altro fiume, tifosi in cammino verso i cancelli, poi le scale e ti affacci sulla solita-sorprendente-magia del prato verde visto dall'alto. Con il delirio intorno, ti mettono in mano un foglio e sopra ci sono scritte le formazioni che lo speaker sta per annunciare. Sono filastrocche sghembe. Contrada Roma: Stekelenburg, Taddei, Juan; Heinze, José Angel, Simplicio; De Rossi, Pjanic, Lamela; Totti, Borini. Contrada Lazio: Marchetti, Scaloni, Biava; Dias, Garrido, Ledesma; Matuzalem, Gonzalez, Hernanes; Mauri, Klose.

Ti guardi intorno e scopri che sui tabelloni elettronici non è previsto l'aggiornamento dagli altri campi. Chissenefrega degli altri brandelli di campionato, compreso quello in cui Giovinco ha fatto i miracoli sul prato di Parma, ma non è bastato e così ha vinto il Napoli (2-1), quando era quasi ora di uscire per arrivare fin qui dentro. Enorme catino di cemento, plastica e acciaio. Zeppo di romanità. Spettatori paganti, 50.801. Perché quando ti danno il numero, nel foglio dell'incasso consegnato ai giornalisti, pensi di essere stato scoperto, sei tu quell'uno in più oltre quota 50.800. Poco importa, nessuno ti ha notato e intanto partono i cori. Iniziano i laziali in trasferta, radunatisi a Ponte Milvio qualche ora fa prima di riempire la curva Nord, mentre il resto dello stadio si sta colorando di giallorosso. Laziali, romanisti. Divisi su tutto tranne che su Lucio, nel senso di Dalla e nel senso di questo giorno che aveva dato il titolo a una delle sue canzoni più celebri: celebrato tre giorni dopo la morte. Applausi di tutti. Poi si scaldano le voci guerriere e le curve innalzano striscioni. Quando mancano 24 minuti all'inizio fa impressione l'applauso della Sud che accompagna il ritorno di Stekelenburg negli spogliatoi dopo il riscaldamento: anticipazione inconsapevole di quel che sta per accadere. Di là intanto, leggi le scritte bianco-azzurre: "white&bluefans", "quelli di sempre", "veterani" e "lazio youth". Tra i tanti. Di qua, un timido "lazio-lazio-vaffanculo" per migliaia di voci introduce il diluvio di applausi per la squadra, che in fila emerge dagli spogliatoi. Sventolio di bandiere gialle e rosse, in ogni combinazione e gradazione possibile, finanche a strisce  -  la bandiera della Catalogna  -  oppure con il bianco, in altri casi il nero, a completare sciarpe e stendardi. Compresi quelli di sfottò: "noi borini, voi burini"; "dopo madrid, mettete 'n posa pure qui". Ma anche politica e attualità, nero su bianco: "difendi la tua terra dalla democrazia che uccide daje luca no tav". E poi la sintesi tifosa in faccia alla curva laziale: "a brutti". Di là rispondono con "c'avete un progetto come il ponte sullo stretto, non si realizza mai".

Arriva la canzone di Venditti, "Roma, Roma, Romaaaa..." e segna il confine, pensavi di essere qui a raccontare una giornata di campionato ma scopri che il derby è un palio, non conta nient'altro e in gradinata finisce una partita e ne inizia un'altra. Fatta di silenzio e urla che ci sbattono contro, ogni fischio dell'arbitro solleva nugoli di disapprovazione e boati, guardi i volti di chi fissa il campo e al primo minuto sono già stravolti dalla partecipazione, compresi quelli che si muovono, nella zona di tribuna dietro le panchine, per insultare meglio i laziali. Meno di dieci minuti dopo: rigore ed espulsione. Stekelenburg fuori e non perché è finito il riscaldamento, Hernanes gol. Stadio ammutolito per tre quarti, e fortuna degli scommettitori: 3,40 era quotato il rigore nel derby romano, 3 questo cartellino rosso che cambia la partita e quasi anche la luce. Perché dopo il pareggio di Borini, questa strana partita continua, undici contro dieci e tutti gli altri a divorarsi di tifo, ma il cielo ha già deciso, nel senso del sole che non fa più brillare i colori dentro lo stadio e un po' li spegne, incupisce. Alla mezz'ora del primo tempo il rosso diventa più scuro, il giallo arancione e l'azzurro quasi blu, mentre i fischi dell'Olimpico romanista seppelliscono Mauri reo di simulazione. Dall'altra parte arrivano gli ululati: la Nord inveisce contro il colore della pelle di Juan, che non ci sta e risponde, segnala la cosa all'arbitro, come se non fosse lì anche lui, così quello dice qualcosa al "quarto uomo", che confabula con un altro e via, come bambini col telefono senza fili, passa il tempo e arriva infine la voce dello speaker: "la società risponde di eventuali cori razzisti...".

Succede anche questo nel palio di Roma che ignora il resto d'Italia e del campionato. Quello che conta è qui. Roma si basta. E mica solo nel calcio, che comunque diventa risultato semplice, forte, definitivo, dopo il gol di Mauri. Al sedicesimo minuto del secondo tempo. E fino alla fine.
Lazio-contrada-vincente: i giocatori corrono sotto la Nord, come a festeggiare uno scudetto, una coppa. Ma questo è il derby, anzi il palio.
Hai appena il tempo di buttare gli occhi sullo stadio romanista che si svuota veloce e deluso, quando sul prato riemergono i giocatori della Lazio, qualcuno già svestito e pure in ciabatte. Tutti e ancora sotto la curva in festa. Cori, urla, magliette-pantaloncini-calzettoni lanciati, saltelli collettivi, boati, la Nord che canta. Diecimila voci, almeno. Felicità e delirio. Sei già stato in una situazione del genere e lo sai: poche sensazioni valgono questi momenti, il mondo potrebbe finire e tu sei rabbiosamente, intensamente felice, stravolto manco avessi giocato eppure capace di urlare al cielo e ai giocatori in mutande là sotto tutto il tuo senso di appartenenza. Tifoso. Non te ne andresti più, rimarresti lì a fermare il momento, il giorno, la stagione e la rivalsa. Tutto in un canto di guerra, vinta. E quanto cantano, questi della Lazio, sciarpe e bandiere, tutto è bianco, azzurro e blu. Il sole sta ormai scendendo, da un'altra parte della città, ma la vittoria nel derby vale tutto. Non c'è più la Roma, in campo, e nemmeno in gradinata, solo cinque che smettono per un attimo di arrotolare gli striscioni e mostrano l'ultimo, urlando: "laziale figlio di puttana". Ma ora è davvero finito, il palio di Roma. Quindici anni dopo, la Lazio ha vinto il derby in casa della Roma. E allora esci anche tu, l'uno più 50.800, collegandoti al resto d'Italia per scoprire il riassunto dei risultati. In ordine alfabetico: a Firenze la Viola ha regolato il Cesena (2-0); in Salento hanno pareggiato Lecce e Genoa (2-2), mentre a Siena si è arreso il Cagliari (3-0); niente gol invece, tra Udinese e Atalanta (0-0).

In un attimo sei fuori dall'Olimpico. Niente più cori, solo l'eco lontana della felicità laziale, e da questa parte capannelli di delusione giallorossa. Avanzi di bandiere e panini, bottiglie vuote, cartacce e sciarpe ripiegate. Così, quando ti ritrovi infine sul Lungotevere scopri che la gara allegra delle due ruote si è trasformata in una dimessa parata di scooter. Accelerano di meno, scartano appena, vanno via tristi e dimessi facendo anche meno rumore. Roma verso sud, lungo il Tevere. A casa, in diretta televisiva, il Bologna stronca il Novara (1-0). Allora provi a farti una ragione di questa domenica romana, mentre l'Inter pareggia con il Catania (2-2). Ma scopri che è un altro campionato, lontano da q

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