Claudio Morandini, Rapsodia su un solo tema

07/07/2010
07/07/2010 – nottedinebbiainpianura.blogspot.com
Il romanzo-universo, di Angelo Ricci
 
Possono un romanzo, una storia, rappresentare un universo? Leggendo questo romanzo la risposta non può che essere una sola: sì. Può un romanziere essere un costruttore di vite, di eventi, di mondi? Anche in questo caso la risposta non può che essere la stessa: sì. Come Borges, Claudio Morandini non si limita a raccontare, non si ferma a descrivere. Claudio Morandini costruisce un vero e proprio mondo, un vero e proprio universo che prende vita dalla parola. Il linguaggio sorvegliato, i differenti piani di lettura, la stessa alternanza degli strumenti espressivi (il diario, il verbale di interrogatorio, il dialogo) hanno la funzione di dilatare il tempo, in una autentica lezione di tecnica del romanzo. C'è molto dentro a questo libro, ma c'è molto anche dietro a questo libro. Non voglio assumere concetti altrui, ma mi pare che a Rapsodia su un solo tema bene si attagli la definizione di oggetto narrativo. Questo non è solo un romanzo. E' uno strumento di comprensione e di rappresentazione di un ben più ampio discorso. Un discorso sulla libertà dell'arte, sulla libertà dell'uomo, un discorso forse anche sulla sopraffazione. Su quella sopraffazione che è sempre presente nelle nostre vite e che solo l'arte può sconfiggere. La libertà dell'arte. Ecco il fine ultimo di questa storia. Una libertà che può essere la via di salvezza per ogni essere umano che abbia la volontà di seguirla. Una libertà e una salvezza che nemmeno la morte può riuscire a sconfiggere. 
Konrad Lorenz, ne Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, osservava, negli anni Settanta, come vi fosse una fortissima similitudine tra gli striscioni della propaganda di regime nei paesi del blocco sovietico e i cartelloni pubblicitari e le insegne luminose dei paesi capitalisti. Le due cose, a prescindere dalle differenze ideologiche, erano elementi comuni di un medesimo indottrinamento.
Claudio Morandini ha fatto sua questa lezione. E la rappresenta magistralmente, attraverso un fortissimo filtro narrativo. 
Questo è un libro che spiazza. Che spiazza noi, lettori e scrittori, abituati ad una narrativa che, a volte, si appiattisce su se stessa e che cerca soltanto di creare una serie di effetti pirotecnici, per affascinare i lettori. Dimenticandosi poi completamente dei contenuti.
Rapsodia su un solo tema è uno dei rari romanzi italiani che potrebbe benissimo essere tradotto per i lettori di qualsiasi paese europeo. Credo si debba ringraziare Claudio Morandini per averlo scritto e Manni per averlo pubblicato.
 
 
L'intervista, di Angelo Ricci
Claudio, affrontiamo subito il tuo Rapsodia su un solo tema. È un romanzo che si stacca nettamente da molta letteratura contemporanea. Quanto c’è di passione letteraria e quanto, permettimi, di provocazione?
Non avevo l’intenzione di provocare, ti assicuro, e nemmeno di contrappormi polemicamente alle mode correnti. Volevo soprattutto condividere una passione personale (per la musica, in particolare per il mondo musicale del Novecento) che negli anni si è nutrita di ascolti e letture, raccontandola attraverso le vicende di alcuni personaggi. Volevo misurarmi con il racconto della musica. Poi, certo, volevo prendere alcune distanze: da certe atmosfere dei romanzi precedenti, da alcuni cliché con cui anch’io avevo giocato e che oggi dilagano.
Ho corso (consapevolmente) qualche rischio, in questo: la musica colta del Novecento non attrae folle isteriche di fan; la struttura del romanzo, che fin dalla copertina finge di essere un saggio, o almeno una raccolta di pagine anche saggistiche, invita il lettore a stare al gioco in un modo che oggi non è più praticato;
nel mondo interiore e nelle vicende dei personaggi si entra un po’ alla volta, e ci vuole un po’ di pazienza, lo so. Ma (e questo è un grosso ma) credo di avere lasciato al romanzo una certa leggerezza, di averlo colorato di ironia sorridente; e assicuro di non avere calcato troppo la mano con la componente analitica della musica.
Ripeto, la mia non era un’operazione snobistica, o élitaria, e sono felice che un editore come Manni lo abbia capito e abbia voluto credere in Rapsodia.
 
Mi pare che tu sia riuscito, con grande maestria, a creare un vero a proprio mondo parallelo. Tuttavia, non è per nulla un mondo algido e artefatto, bensì un mondo che ci lancia come un atto di accusa. E questo atto di accusa è che l’umanità non apprezza l’Arte, il Bello, ma anzi fa di tutto per eliminarli o ammaestrarli. Secondo te, l’amore, la passione, direi anche la dedizione per l’arte possono essere ancore di salvezza o sono solo illusioni?
Dedizione per l’arte, dici bene. Nel mio romanzo la composizione della musica viene raccontata proprio così, come un esercizio paziente, un lavorare costante sul proprio stile, un confronto continuo con la tradizione alla ricerca di una propria voce nuova. In un’arte concepita così, come lavoro umile ma consapevole (da artigiano, da orafo), vedo una possibile salvezza al degrado e l’imbarbarimento dei nostri tempi. Forse Rapsodia su un solo tema vuole suggerire anche questo: esiste un mondo di bellezze, di suoni, di parole e di colori che pochi conoscono, ma che appunto esiste, e può restituire gratificazioni ed emozioni in abbondanza, può insegnare una tensione alla libertà oltre che un’attenzione alle regole (a quelle che noi stessi ci siamo dati), e ci aiuta a scavare dentro di noi e dà voce a ciò che siamo e non sappiamo di essere.
Il libro racconta dei condizionamenti che la musica può subire da diverse forme di potere. Ma racconta soprattutto di come la musica (e l’arte in genere) possa sfuggire a questi condizionamenti, possa depistare i censori, persuadere i committenti (senza committenza, o senza un pubblico, l’arte muore), forzare le direttive, o almeno, accettato qualche compromesso, possa rimanere fedele a se stessa.  
Quanto all’oggi, all’Italia di oggi intendo, assisto con preoccupazione all’indifferenza generalizzata, alla diffusa sordità all’arte, frutto di un lavoro pluridecennale di diseducazione. Alla grandezza perturbante e non ingabbiabile dell’arte i grandi mezzi di informazione hanno sostituito prodottini edulcorati, rassicuranti, divertenti, di facile consumo, kitsch, magari dotati di un carattere subdolamente celebrativo. Rapsodia racconta anche di questa forzatura, anche se riferendosi a periodi e contesti diversi.
Al potere, paradossalmente, sembra più pericoloso il lavoro paziente dell’artista che esercita un suo magistero che unisce libertà e disciplina, e insegna a dominare il caos attraverso l’esercizio del controllo – piuttosto che il gesto dell’artista invasato, del vate ispirato, che si può sempre far passare per un innocuo picchiatello.
 
Una storia, quella che narri in Rapsodia su un solo tema, che non è ambientata in Italia. È una scelta programmatica o semplicemente funzionale alla struttura del romanzo?
Nei precedenti romanzi ero rimasto in Italia, un Italia di pianura, non geograficamente o topograficamente definita, di cui si riconoscevano dei tratti nei paesaggi, nei cognomi, che so, in certi aspetti (preferisco alludere che nominare).
Nel caso di Rapsodia, invece, la scelta rispondeva a una sorta di criterio geometrico: il giovane compositore statunitense, da una parte; dall’altra, il vecchio compositore russo; insomma due generazioni, due mondi, con due percorsi storici diversi, intenti a guardarsi e a cercare di capirsi. In effetti avrei potuto trovare esempi di artisti piegati dalla censura e dall’autoritarismo ovunque nel mondo; ma per varie ragioni ho rinunciato ad altre ambientazioni e ho trovato esemplare, paradigmatico il confronto Prescott-Dvoinikov. Se per esempio avessi provato a immaginare un Dvoinikov italiano (sul modello, che so, di Alfredo Casella) non mi sarebbe venuto altrettanto bene. Sarebbe mancato il dramma potente di chi prima ha vissuto la stagione eccitante della rivoluzione anche artistica del suo paese, poi la lunga e cupa fase del ripiegamento e dell’oppressione; e il tutto avrebbe finito per avere un colore da commedia, se non da farsa, che non mi interessava.
 
Dentro a questo romanzo c’è molto. Ma anche dietro a questo romanzo c’è molto. Non è certo un libro improvvisato. Come è stata la tua preparazione operativa e organizzativa, per arrivare alla sua stesura definitiva? Quali sono state le fonti, letterarie e non, che hai utilizzato o che ti hanno ispirato?
Le fonti sono tante, e in questi mesi mi sto divertendo a enumerarle nel mio blog, come ho fatto per i romanzi precedenti. In fondo ogni cosa che scriviamo si nutre di ciò che abbiamo letto, oltre che di ciò che abbiamo vissuto. I libri ci aiutano a trovare le parole giuste, il tono giusto – e anche il giusto distacco.
Il modello iniziale sono state le Conversazioni di Robert Craft con Igor Stravinsky: da quell’antica lettura (nell’edizione Einaudi del 1977) ho preso l’idea della forma dialogica, del confronto tra vecchio e giovane. Ma in generale il modello di Stravinsky (la sua filosofia della musica, i suoi scritti, l’imprevedibilità delle sue svolte stilistiche) ha dato un contributo fortissimo, anche se il vecchio Dvoinikov non gli assomiglia per nulla, quanto a carattere e percorso di vita. Poi Luciano Berio: musica, scritti, e il ricordo (poi rinfrescato grazie alle repliche notturne) del suo ciclo di trasmissioni C’è musica e musica. Poi La musica Moderna, una collana di LP della Fabbri dei tardi anni sessanta che mi ha permesso di entrare in confidenza con molti autori. Poi, che so, i vecchi film di Ken Russell, che anni fa mi erano sembrati l’unico modo per raccontare la vita dei musicisti senza impantanarsi nell’agiografia. Le vecchie foto sgranate dei tre volumi dell’enciclopedia De Agostini sulla Rivoluzione russa, curata negli anni sessanta da Enzo Biagi. E ancora: la puntata dei Muppet’s con Liberace, i balletti di Khachaturian, le lettere di Shostakovich (e la sua musica, d’accordo), le conversazioni con un amico compositore come Alessio Elia… E poi la mia piccola storia di pianista distratto e mancato, i miei amori (e le mie idiosincrasie) di amateur della musica…
Dai modelli più illustri di letteratura dedicata alla musica, invece, sono stato alla larga, per non scimmiottarli e correre il rischio di schiantarmi. Il Mann del Doctor Faustus, Proust… letture antiche, sedimentatesi da qualche parte nella memoria, che non ho voluto rinfrescare per sentirmi più libero.
 
Claudio, tu abiti ad Aosta. Com’è l’Italia letteraria vista da lassù? Come senti, da scrittore, il rapporto con la tua terra?
In Valle d’Aosta conosco diverse persone piene di talento, curiose e ansiose di misurarsi ad un livello più ampio, al di là dei confini regionali.  Ma la cultura ufficiale che si respira qui, a parte le dovute eccezioni, è per lo più autoreferenziale, giocata sull’esaltazione di un localismo che a me pare di maniera.
A supplire in parte a questo isolamento c’è quella rete di contatti che si crea e si alimenta negli anni attraverso le amicizie, internet, i colleghi di penna…
La domanda che mi fanno spesso da queste parti è: come mai non scrivi mai di Aosta, o della Valle d’Aosta? Perché non ci sono le montagne in ciò che scrivi? Qualcuno me lo rimprovera pure, come se si dovesse per forza scrivere del posto in cui si è nati. Ed è vero, ambiento le mie storie in pianura, o in giro per il mondo, e forse già questo è un modo di parlare, non parlandone, di Aosta e del mio rapporto con essa.
Però, in fondo, la cittadina dal provincialismo bacchettone e opprimente che ho raccontato in Nora e le ombre era una specie di Aosta scivolata in mezzo alla pianura padana. E il racconto Fosca, che compare in Nero Piemonte e Valle d’Aosta, butta all’aria con una certa perfidia tutta una serie di luoghi comuni arcadici delle mie parti…
 
Quali sono gli autori e/o i libri ai quali sei più legato, che ti hanno influenzato di più, coi quali senti una comunanza di idee o di stili o, semplicemente, che più ti piacciono?
I miei autori di sempre: Palazzeschi, Landolfi, Tozzi. Ma in Rapsodia non si sentono. Manganelli, Savinio, corretti con Calvino. Pavese, Fenoglio, la Romano. Poi piccoli culti personali, come Arturo Loria. Tra i viventi, Mari, la Matteucci, Carla Vasio.
Dei recentissimi, mi piace la lucida crudeltà di Stéphanie Hochet. Ma gli amici scrittori che ammiro e a cui mi sento legato da una sintonia profonda sono tanti, e non posso enumerarli qui tutti.
Quanto agli autori tra le cui pagine ho cercato una “russità” che mi aiutasse a trovare il tono giusto nelle parti più legate al mondo di Dvoinikov, citerei Bulgakov.
Tra gli americani mi hanno sempre affascinato Updike per il realismo dello sguardo e Vonnegut per il montaggio. E Seinfeld (le sue sit-com, soprattutto le prime stagioni, hanno nutrito l’immaginario del mio Prescott).

 

01/07/2010 - Pulp
La musica di tutti i tempi, di Umberto Rossi

Non fatevi ingannare dal titolo. Rapsodia su un solo tema non è una serie di interviste a un compositore russo del ‘900. Rafail Dvoinikov esiste solo in questa storia. Forse. Morandini si è inventato sia lui che il suo intervistatore Ethan Prescott. In realtà questo è un romanzo, un gran bel romanzo, ambientato alla metà degli anni ’90 del secolo scorso: l’altro ieri, quando il Muro di Berlino era appena caduto. Grazie a questo evento storico Prescott, giovane e stimato compositore di musica colta, musicologo, docente, può andare nell’ex-Unione Sovietica e incontrare un vecchio e semidimenticato musicista russo che ammira immensamente, per l’appunto Dvoinikov. Sono due personaggi diversissimi: Ethan è omosessuale, Rafail un vecchio donnaiolo; il primo è un trentenne nato ben dopo la seconda guerra mondiale, il secondo è sopravvissuto alla prima, alla rivoluzione russa, allo stalinismo con annesse purghe, alla destalinizzazione, al disgelo, agli anni cupi di Breznev, insomma a tutte le tragedie di un paese che da questo punto di vista è sempre stato ben fornito.

Eppure li unisce almeno una cosa: un immenso amore per la musica contemporanea, quella che, purtroppo, non ascolta quasi nessuno. E ribadisco: purtroppo. Morandini invece quella musica la conosce bene, e si sente da come ne parla e da come fa rivivere l’ambiente dei grani musicisti russi del ‘900, mescolando i veri artisti (Stravinskij, Prokofiev, Rachmaninov, Skrijabin) con quelli evocati dalla sua immaginazione – che, va detto, è quella di un romanziere storico di razza. Che oltre tutto ha dalla sua una lingua curata, che mai cede alla tentazione di strafare.
Il risultato è un romanzo che ho finito in una giornata; non capita spesso. Un romanzo che costruisce sapientemente tensione e curiosità e sentore di segreti non rivelati. Man mano che Ethan intervista il vecchio Rafail, cominciamo a capire che l’intervistato non dice tutto: sembra avere il cuore in mano, ma in realtà è reticente. D’altro canto, il vecchio compositore pare sapere cose di Ethan che l’americano neanche sospetta. E a questi due personaggi se ne devono aggiungere altri due, a complicare la faccenda; Polina, la giovane che tiene compagnia al vecchio e malandato Dvoinikov (ma perché?), e Carl, pianista jazz – compagno di Ethan – che resta regolarmente a casa ad aspettare il ritorno del suo giovane amante, la cui vita gli è indissolubilmente intrecciata (ma come?). E poi l’infernale Galavamov, dissennato incrocio di musicista fallito e burocrate di partito, che ha rovinato la vita di Rafail negli anni dello stalinismo, costringendolo a riscrivere le sue opere, storpiandole, banalizzandole (eppure la sua vittima è a tratti stranamente rispettosa…).
È la storia della musica del Novecento, ma dopo un po’ ci si rende conto che è la storia della musica di tutti i tempi. Con i musicisti che lottano per campare, scrivendo la musica che fa piacere ai potenti di turno, e poi nei ritagli di tempo quella che piace veramente a loro ma che pochi capiscono. Era così ai tempi di Mozart (morto più di fame che delle macchinazioni del tutto immaginarie di Salieri, che, date retta a chi ne sa qualcosa, in realtà era un galantuomo), era così ai tempi di Shostakovich (alla cui vicenda vera si è ispirato Morandini, ma senza appiattirsi sul modello); ed è così oggi, sembra suggerire lo scrittore, che c fanno passare Bocelli per un grande tenore lirico (cosa che non è), e inzeppano i film di colonne sinfoniche pacchiane e monotone ispirate al peggiore Orff (quello dei Carmina Burana, che vi sfido ad ascoltare tutti, e non il solito O Fortuna che ficcano dappertutto, anche nelle pubblicità delle patatine).
Nel romanzo un episodio mi va di evidenziare, perché mi ha divertito alquanto: a un certo punto la casa discografica con la quale è a contratto Ethan gli propone di incidere un disco dove alla sua musica sinfonica venga accoppiata la base ritmica di un musicista (si fa per dire) techno, tal DJ Kosmo. Il tutto in nome del dio denaro, anche se probabilmente l’operazione sarà un fallimento anche dal punto di vista commerciale. L’incontro tra i due è un pezzo da antologia, e fornisce un contrappunto comico a un romanzo che non brilla proprio per allegria. Sarà forse per questo che mi piace il libro di Morandini: a me la musica techno fa assolutamente schifo, quasi quanto il rap (in particolare quello abbaiato da rapparoli italiani). Qui l’ho scritto, e non lo nego. Mi piace invece un romanzo con idee, con qualcosa da raccontare, e scritto magistralmente. E anche per questo mi piace Rapsodia su un solo tema. Che, e questo dimostra che abbiamo a che fare con qualcosa di notevole, potete leggervelo e gustarvelo anche se pesate che il massimo della musica siano techno e rap. Mi dispiace per voi, e spero che questo libro vi illumini: sicuramente non vi annoierà. 
 
17/07/2010 - Giornale di Brescia
Rapsodia sull'arte imprigionata, di Claudio Baroni

Un saggio, un diario, un documento... un romanzo. Lo stesso autore offre la chiave di lettura: questo è un libro-matrioska. Come le bambole della tradizione russa racchiude al suo interno repliche, che paiono identiche ma che portano al cuore della questione. E il nocciolo centrale è la libertà creativa dell’artista, l’essenza stessa dell’arte. Scegliendo la musica come emblema universale della geniale originalità umana.
Coinvolge, stupisce, spiazza e inquieta l’ultimo romanzo di Claudio Morandini. Il protagonista è Ethan Prescott, musicista e musicologo di Philadelphia attratto dalla sorte di Rafail Dvoinikov, compositore russo che ebbe forza creativa rivoluzionaria agli inizi del secolo,ma che poi venne costretto da solerti funzionari invidiosi e meschini ad adeguarsi alla retorica di regime. Prescott riesce a con- vincere il suo editore e la sua università a finanziare la ricerca. E parte per la Russia.
Siamo nel 1996, Rafail Dvoinikov, ora che il regime è crollato, vive appartato in una casa di campagna, accudito da Polina, segretaria devota fino al sacrificio. In una lunga intervista racconta come ha cercato di far fronte all’ottusa censura sovietica. Verbali di interrogatori, confidenze personali, silenziose sofferenze dicono di quanto opprimente fosse il regime con gli artisti.
Tra un viaggio e l’altro, tra America eRussia, il lettore scopre anche le più subdole ma non meno forti pressioni che la logica del mercato impone al musicista occidentale. Prescott è indotto dal suo editore a mettere le sue partiture a disposizione di DJ Kosmo, ignorante e supponente star della musica techno.Sarà un’operazione commerciale, frutterà denaro e fama. Basta solo essere disposti a fare qualche piega... Prescott convive con Carl, paranoico suonatore di jazz. Questi, come quasi tutti gli strumentisti del genere, è convinto di coltivare la sua inventiva nell’improvvisazione,ma si esercita ripetendo le improvvisazioni dei grandi e ne resta indelebilmente influenzato. Quasi a spiegazione delle sue scelte, Dvoinikov mostra a Prescott un saggio: l’autore è un musico di corte del Settecento e l’argomento è la musica del Ventesimo secolo...
Come dire che solo forma e contesto sono cambiati, ma la sostanza resta immutata: piaggeria cortigiana, devozione per i grandi, repressione di regime o logiche di mercato mettono in catene la libertà della creatività artistica.
Il romanzo termina con un colpo di scena, omaggio finale al piacere della lettura, che ovviamente non vi sveleremo.
Claudio Morandini, docente di lettere in un liceo di Aosta, ha al suo attivo testi per teatro e radio, e altri due romanzi. Ma questa «Rapsodia su un solo tema» è di rara fascinazione. Raffinata architettura e profondità della riflessione contribuiscono a rendere ancor più piacevole il testo. L’autore mette la sua cultura musicale al servizio della limpidezza del racconto. E non è poco.

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