Cosimo Argentina, L'umano sistema fognario

18/02/2015

Niente tentennamenti, di Giuseppe Rizza

“E io è questo che voglio: essere lasciato in pace” L’umano sistema fognario, Cosimo Argentina, Manni, 2014

Leggendo L’umano sistema fognario viene in mente a come sarebbe più tollerabile il mondo se girando per le strade si sentisse un dialogo come questo:
“Hai sentito, è uscito l’ultimo di Cosimo Argentina”.
“Ah!Vado subito in libreria”.

La scrittura di Cosimo Argentina assomiglia solo a se stessa, è un unicum nel panorama contemporaneo italiano. I paragoni divengono ostici.
Leggendo i suoi romanzi si viene a leggere sempre la stessa storia, e sempre ambientata nella livida Taranto: storia di diseredati espulsi dal mondo civile, sociopatici che schifano la vita, nichilisti di provincia in imbarazzo con i sentimenti, eppure vorresti leggerne ancora, di nuovo.

Il disadattato di turno si chiama Emiliano Maresca, è innamorato (di più) della figlia del suo capo, è un appassionato di musica heavy metal, frequenta solo due amici con cui discute birra in mano, vive da solo con la madre malata.
E proprio quest’ultima, ad apertura del romanzo (a proposito di aperture, occorre citare almeno l’incipit di un capitolo che inizia così: “Il sole è un copertone incendiato mollato lì, sul ciglio dell’universo.”) che poco prima di morire gli confida di essere in realtà figlio di un altro padre.
È la molla che fa scattare le vicende irripetibili del protagonista, assistite dalla prosa incendiaria di Argentina, uno scrittore che mette al servizio della lingua i suoi virtuosismi e le sue invenzioni (soprattutto lessicali).
Una scrittura senza alcuna esitazione, perfettamente rodata e riconoscibile, e che rappresenta l’indiscusso punto di forza dei romanzi di Cosimo Argentina; una scrittura che non salva nessuno e che in mano all’autore si trasforma in un lanciafiamme incandescente contro la società contemporanea (come nel suo precedente Per sempre carnivori) senza nessuna possibilità di mediazione, uscite laterali o mezze misure: Ogni volta che entro in un locale ne ho la conferma. In giro non ci sono essere umani ma cocci, schegge, frattaglie…se ne stanno gli uni accanto agli altri dando l’impressione di essere irrimediabilmente fottuti. Hanno quest’aria di ehi, lasciami perdere che c’ho l’esaurimento che non li abbandona mai. Una massa sfrigolante di uova e pancetta umane. Un nulla di carne che si alza, va a bere, parla, ma per lo più si guarda intorno per vedere altra carne che si guarda intorno […].

Uno stile quello dell’autore che nel suo essere strabordante rischia di diventare esagerato oltre ogni limite (come nel finale della storia), e che soprattutto a chi compra libri d’ aeroporto o da supermercato potrebbe risultare decisamente indigesto.
Ma l’opera di Argentina è da prendere o lasciare, affascina o repelle: non è fatta per i tentennamenti.
Il consiglio è di accettare la scommessa.

“Poi gli occhi verdi di Anansa sono tutto ciò che resta impresso nella mia cornea. Nella sua forse uno dei miei ultimi sorrisi. Perché in fondo al di là della carne e delle ossa siamo fatti di sorrisi e inquietudine e i sorrisi sono velette messe in testa alla buona per nascondere il dolore. Sorridere, sorridere sempre, questa è la lezione che ho imparato. Ti troveranno inoffensivo e ti lasceranno in pace, e io è questo che voglio: essere lasciato in pace.”

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