Donatella Tesi, Il cancello chiuso

03/09/2006

I cancelli al Pen, di Paolo Calcagno

Nella corsa all'antipremio della letteratura italiana Donatella Tesi è partita come outsider: il suo Cancello chiuso (229 pagine, 20 euro) porta i colori di Manni Editore ed era certamente in svantaggio sui versanti della distribuzione e della promozione rispetto agli avversari che sfoggiano le insegne di colossi dell’editoria, quali Adelphi, Garzanti e Mondadori. Eppure, ieri, a Compiano, ai piedi dello storico castello, nell’affascinante borgo medievale della Valle del Taro che dal ’91 ospita il premio letterario «Pen Club Italiano», la scrittrice fiorentina ha tenuto testa fino in fondo agli altri finalisti, Pietrangelo Buttafuoco (Le uova del drago), Giuseppe Conte (Ferite e rifioriture), Claudio Magris (Alla cieca), Salvatore Niffoi (La vedova scalza). Alla fine Magris l’ha spuntata, mentre la Tesi si è classificata al terzo posto, dietro a Niffoi e davanti a Buttafuoco e Conte: comunque un successo per l’unica scrittrice finalista al prestigioso trofeo di Compiano.
Signora Tesi, perché ne Il cancello chiuso ha voluto rievocare ancora il suo rapimento del 1981?
«Nel libro accenno al mio rapimento perché è un’opera sulle donne della mia famiglia, a partire da mia madre, che adoravo e che era costantemente sospesa tra il reale e il sogno. Da lì sviluppò una nevrosi che l’ha portata al morbo di Alzheimer di cui è morta. Indagando su mia madre ho scoperto che mia nonna materna era morta in manicomio. Dunque, le malattie mentali sono costanti nella storia della mia famiglia e, oltre che per la loro natura genetica, ho sviluppato la convinzione che sono state accelerate dalla condizione di esclusione sociale e di segregazione che hanno vissuto queste donne isolate, cadute in profonda depressione per essere state abbandonate dai mariti. Nel secolo scorso, l’isolamento per le donne si presentava come una barriera, un terribile "cancello chiuso" che le teneva prigioniere».
C’è un punto di contatto tra la prigionia sociale delle due donne e la sua prigionia forzata?
«Sì, credo che la mia prigionia abbia chiuso il ciclo. Ma io ne ho potuto parlare, scrivendo un libro e, così, sfondando quel "cancello chiuso". Forse, non mi sono liberata completamente di quel dolore, ma almeno continuo a combatterlo con la scrittura che proprio quel dolore mi ha fatto scoprire».
Lei non partecipò al processo ai sequestratori e ci fu chi insinuò che non volesse accusare il suo carceriere con cui avrebbe avuto una relazione intima.
«Scrissi nell’87 Sindrome da sequestro proprio per spazzare via tante fandonie, documentando punto per punto i giorni del mio sequestro. Ci sono violenze molto più gravi di quella sessuale: quando per tanti giorni sei in una buca e non ti puoi muovere, subisci una regressione infantile a livello psichico e animale a livello fisico».

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