Gianluca D'Andrea, Chiusure

07/10/2008
Oltre la parola il suono, di Antonio Spagnuolo

“Poesia come violenza, come rapina. Il ratto, la donna, il possesso dell’impossedibile, questo è l’aspetto culturale che caratterizza l’occidente in toto…Poesia come abbandono o distanza. Posizionarsi al margine in continua osmosi, percettività come condizione, apertura del mondo nel mondo…Ricostruire dai simboli…quale eccesso disarmonico per una lettura della realtà…” Queste sono alcune delle frasi che Gianluca propone nella chiusura del suo volume di versi, quasi come una dichiarazione provocatrice di poetica a tutto tondo.
Oltre la parola ecco apparire il suono che nel ritmo armonioso delle pagine, quasi sempre senza “schema metrico”, si scioglie in una musicalità tutta personale e particolare, incontrando figure ed illusioni che generano occasioni di spazi e di rimbalzi. Scandagliare le percezioni per carpire le emozioni di un vissuto che si annuncia come una attesa di echi e richiami: “…Ti trovo nei suoni sospetti, carni/ come lenzuola, un abbaglio/ che recide lo sconforto,/ dirti l’amore che sorveglia l’ingiustizia…”

Coinvolge il tentativo di aprire una breccia nel sentire poetico, un tentativo che esce di prepotenza dalle secche della sciapa e monotona ambiguità del quotidiano, per profondare nel gioco di parole, simboli , metafore, che cercano di scardinare la piatta frammentarietà della scrittura, superando melanconia e torpore.
“Poter seguire il tracciato del viso/ sviluppare l’arco di luce/ che accende la polpa delle labbra/ come una collina e la sua valle/ il filo che conduce al globo d’acqua/ oltre l’immagine raccolta./ Ogni fibra è un tassello, un abbraccio/ che la carne non trattiene/ come un disegno e l’ingranaggio/ che ne plasma la tecnica.” (pag. 39) –
L’intento inaspettato sorprende a decantare fra gesto e tensione, ricercando la traccia di un moderno strutturare connessioni e dissociazioni, suggestioni e immaginazioni, per essere sempre oltre il normalmente recitato.
Una identità quindi senza alcuna patina, ove l’esistenziale trascina il linguaggio senza frantumarsi in inutili sospensioni.
 

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