Giuseppe Favati, Per esempio, con la coda dell'occhio

01/10/2005

01/10/2005 - Lunarionuovo
...con la coda dell'occhio, di Stefano Lanuzza

Nrica, Elèna, Laudomia, Lisolina, Liberata, Marzia Maria Addolorata detta Marzi…: sono gli interscambiabili nomi come fili conduttori di Per esempio, con la coda dell’occhio, una eterodossa storia ‘al femminile’, un po’ cifrata seppure indiscreta, ammiccante o piccante, erotico-lesbica e senza schemi o trame; condotta sul registro d’una voce affilata in scansioni contrappuntistiche. Voce soliloquiante e strabiliare, a tratti teatro beckettiano, nebulosamente polimorfica e derisoria: adattata a sovrapporre o alternare personaggi e scenari amalgamati, alfine, entro una complessa commedia comico-grottesca con chiaroscurali sfondi domestici. L’erotismo pervadente ogni piega del testo non deborda mai dalla sostanziale tesi che parrebbe sottenderlo, quella d’una bisessualità celata in certa attitudine femminile: la cui ambivalenza si dispiega in scimmiottature del sesso etero, in abnormi atipicità e pantomime delle consuetudini coitali, in deificanti manipolazioni psicofisiche, in straniamenti e capovolgimenti di senso.
Il rigetto dei luoghi comuni della più diffusa narrativa consolatoria e di consumo, la presa di distanza dalle forme ‘chiuse’ del romanzo tradizionale e dai linguaggi-standard come da ogni aulica letterarietà, la continua sperimentazione votata a inventare nuovi codici espressivi tradotti in una lingua viva, capace di fondere i tic e i balbettamenti del parlato con una scrittura parodistica, umorosa e raffinatamente spericolata quanto loica e incisiva, caratterizzano da sempre l’opera di Giuseppe Favati, già redattore-capo e oggi condirettore, con Marcello Rossi, della mitica rivista di politica e cultura “Il Ponte” fondata da Pietro Calamandrei. Autore di volumi di versi e di scritti critici e teatrali, in questo suo secondo romanzo, un ideale seguito di Villandorme e Cartacanta (2002), l’autore inaugura una nuova forma, forse impervia ma intelligente e non ordinaria, di romanzo pansessuale.
01/01/2006 - Fermenti
L'ultimo Favati, di Gualtiero De Santi
01/04/2006 - Resine
Con la coda dell'occhio

12/06/2006 - L'Unità
Rocco e Antonia al tempo del precariato, di Mauro Novelli

Onorio lavora allo Zippo Full, sezione euro-mediterranea, una multinazionale della medicina per cui cura un foglio promozionale. Ha una fitta e «alluzzante» corrispondenza con Totò, una ragazza conosciuta l’anno precedente, che ora convive con Nrica, l’anestetista di cui è innamorata. Lui, «bel monscerino», viene presto licenziato dalla ditta, che registra profitti in crescita solo dell’11%. Lei, per sbarcare il lunario, presta servizio in un’organizzazione no-profit, nella quale per la verità più che servizi appronta servizietti ad anziani e disabili, in bilico tra slanci di generosità e circonvenzione d’incapaci. È questa, pettinata a fatica, la trama del saturnino romanzo di Giuseppe Favati, toscano, classe 1927, noto come poeta, autore per il teatro e animatore da mezzo secolo della prestigiosa rivista fiorentina “Il Ponte”.
L’eros al tempo del precariato, dunque, condita da una scrittura balzana e sincopata, sempre pronta a svariare tra frustrazioni d’ufficio, amplessi en plein air, ragionamenti a ruota libera: ma senza perdere il bandolo di una matassa che si avviluppa attorno a due solitudini irrimediabili. Sebbene tentino di «avvelenare la penna, di confondere le piste», più che due libertini settecenteschi Onorio e Totò finiscono spesso col somigliare ai gloriosi Rocco e Antonia. Non per nulla Favati chiude la prima parte facendo raccontare prima a lui e poi a lei il primo incontro, virato speditamente in sesso: un po’ come capitava in quel libro alato e porcello uscito ormai trent’anni fa.
L’impianto epistolare cede infine il passo alla narrazione di Totò, piantata e umiliata da Nrica, venuta a sapere della tresca cartacea. Sono pagine sempre effervescenti, a dispetto della tinta amara che vi si insinua. Tinta che del resto fa capolino in tutto il libro, sin dalla telefonata di un amico sindacalista, «metronomo di battaglie, le giu-ste e in-giu-ste, infine tutte perdute. A distanza le giuste appaiono oggigiorno ai più ingiuste. E le ingiuste viceversa? No, ingiuste. A distanza ulteriore, cadrà il silenzio definitivo e si cadrà dalle nuvole».

04/07/2006 - Stilos
Variazioni dell’uzzolo del mondo, di Antonio Castronuovo

A osservarlo di faccia il mondo potrà anche sembrarti in equilibrio, ma se lo guardi, per esempio, con la coda dell’occhio? Ecco il quesito di Favati: se guarderai così ci vedrai quel che una volta si chiamava vita. Già, perché in questo romanzo ambientato in un futuro imminente, quel che scorre su meccanismi quieti è una storia fatta di vita. Che per essere tale deve avere molti risvolti surreali. Così, la protagonista Totò ha origini da cassonetto (essendovi stata abbandonata –e succede da quando i cassonetti hanno sostituito la ruota Nu), svolge attività di assistenza sessuale volontaria a disabili e anziani come entità di un’associazione senza scopo di lucro (le benemerite cooperative di assistenza ad anziani e malati), traccia graffiti murali come forma d’arte lecita e gioiosa, convive in rapporto omosessuale con una compagna che le assicura spassosi pseudo-stupri il giovedì, giorno dell’uzzolo di coppia. Questa è la vita che l’autore osserva con la coda dell’occhio, quasi a dirci che ogni scenografia sociale regolare si sorregge su una mistura totalmente squilibrata. Un romanzo realistico, dunque, proprio perché improbabile, come lo è la vita vera. E per dirlo ecco l’improbabilità di uno stile basato su una lingua precaria, frantumata e vacillante, aggettivi che pari pari si adattano anche alla storia narrata: precaria, frantumata e vacillante. Da raffinato e disincantato umorista, Favati sa che bisogna violare i limiti per esprimere la realtà.

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