Giuseppe Fiori, La conversazione sparita

18/12/2014

La recensione, di Elisabetta Bolondi

Giuseppe Fiori è uno scrittore eclettico: lo conoscevo soprattutto per la sua propensione per il poliziesco e per la letteratura dedicata ai più giovani. Ora, in questo volumetto, un “memoir” un po’ familiare e un po’ storico-politico, ci svela un’inedita immagine di sé, un rileggersi in chiave intima ma mai intimistica: la sua infanzia, i genitori (a cui dedica lo scritto), la famiglia, la scuola, la guerra, la professione del padre, gli amici di famiglia, tutto scorre davanti a noi come in un film un po’ lento, dove le immagini si stampano lentamente nel nostro immaginario, regalandoci pezzi di vita e di città, Roma negli anni quaranta e poi in quelli difficili del dopoguerra, che molti di noi hanno conosciuto, se non vissuto, almeno nei comuni ricordi di famiglia.
Una famiglia borghese “allargata” che abitava in un grande appartamento a via Lambro, traversa di Corso Trieste: i tre nuclei convivevano e il piccoletto di casa, Picci, ascoltava bevendo le parole che facevano da corollario alle cene intorno ad un tavolo quadrato, dove regnava l’autorevolezza del pater familias, l’avvocato Giovanni Battista Fiori, civilista con studio in casa. Già, a quel tempo lo studio professionale conviveva con i ritmi giornalieri della famiglia e i clienti del legale finivano per far parte della grande famiglia: la signora con turbante, citata dall’autore, ne è un esempio, così come la consuetudine con i magazzini Mas di Piazza Vittorio, che la famiglia Castelnuovo, da sempre proprietaria, aveva affidato alle cure dell’avvocato nel tentativo riuscito di sfuggire alla persecuzione nazista.
La conversazione, che è la chiave di lettura del libro, era il luogo di incontro e scontro delle diverse idee, delle diverse generazioni che proprio attorno al tavolo da pranzo si sviluppavano: una sorta di formazione permanente, una curiosità alimentata dalla varietà degli argomenti e dei temi affrontati:
“Perché mi affascinava tanto? Voglio dire come poteva esercitare una qualche fascinazione una discussione politica, letteraria o famigliare nei confronti di un piccoletto che, dopo cena, avrebbe dovuto già avere sonno? Eppure il piacere di rimanere sveglio era troppo grande, fissare le parole in volo, le idee condensarsi in nuvolette leggere…”
L’autore è capace di ripensare la sua infanzia in modo profondo, riproponendo sensazioni lontane nella memoria ma che, evidentemente, ne hanno segnato positivamente il futuro di intellettuale.
Tra una citazione di letture fatte, di film visti, di esperienze di vita, di musiche ascoltate, le riflessioni storico-antropologiche di Fiori non sono mai astratte, ma sostenute da esperienze ed esempi che non possono che condividersi. La nostalgia per un tempo in cui non c’era la tv ed internet era termine sconosciuto, riunirsi a conversare in gruppi di amici, al caffè o a casa, ai giardini pubblici o al ristorante ha dato vita a milioni di narrazioni orali, molte delle quali sono diventate poi testi scritti e codificati. Anche io ricordo con piacere i “dopo cena” organizzati dai miei genitori negli anni cinquanta, quando il nostro salotto si riempiva di amici che fumando e bevendo tiravano tardi in lunghissimi dibattiti sull’ultimo film, l’ultimo romanzo, l’ultimo scandalo politico.
Una modalità sociale di incontro “sparita”, come il carrettino dei gelati che l’editore ha sapientemente messo in copertina.
Il libro si accorda con un’idea della vita e della scrittura che condivido”, ha commentato il grande Raffaele La Capria, a margine del libro, e l’affermazione appare davvero appropriata per un piccolo testo che suggerisce pensieri, ricorda atmosfere, allude a modalità di rapporti che solo una generazione che ha vissuto simili esperienze sembra poter condividere.
Ho pensato, soprattutto nella prima parte del libro, al celebre film di Ettore Scola, “La famiglia”, la cui atmosfera è abilmente rievocata dalla scrittura sapiente ed armonica nel libro di Giuseppe Fiori.
 

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