Giusi Verbaro, Solstizio d'estate

06/01/2010
Magia di una notte di ricordi, di Ottavio Rossani

 Una notte, quella del solstizio d’estate, può fare una magia: diventare il palcoscenico di una vita “ricordata”, non a spizzichi, ma tutta insieme. In una notte una vita, un “romanzo in poesia”. La recente raccolta Solstizio d’estate di Giusi Verbaro (Manni, 2008, pagg. 76, euro 15) segna per l’autrice l’appuntamento con la poesia “matura”: quella poesia che rimarrà, come emblema di un’esperienza totale. La poesia, per Giusi Verbaro, è vita: vissuta e da vivere. Lei ha scritto molti libri di poesia, ma anche di critica letteraria. Si può ben dire che come autrice ha un preciso senso critico della sua capacità creativa. Nata a Catanzaro, in Calabria, dove vive (ma d’estate sverna a Soverato, con marito, figlia e nipotina), spesso è a Firenze, dove ha studiat e ha conosciuto i maggiori poeti italiani, tra cui soprattutto Mario Luzi, con il quale ha avuto un forte sodalizio e alla cui lezione e amicizia si è rifocillata anche nella scrittura, mettendone a frutto sapienza e stile. Una poetessa “luziana”? Sì, come molte altre in Italia, con la differenza che la sua poesia ha trovato un proprio crisma, una propria autonomia stilistica rispetto al maestro. La poesia di Giusi Verbaro con Solstizio d’estate chiude, temporaneamente, una lunga ricerca. Non si tratta di un bilancio della sua opera, perché lei continua a elaborare nuovi itinerari culturali. Però è una pietra fondamentale alla quale rapportare tutto il suo lavoro poetico nonché quello di scrittrice e operatrice culturale.

Perché scegliere un “solstizio d’estate” per misurare la forza del tempo sui sentimenti umani e distribuire tutta la ricchezza interiore accumulata in mezzo secolo in uno spazio limitato (una stanza con l’affaccio su una visione marina incantevole e maliosa) che diventa infinito? La parola “solstizio”, chiavistello che apre il proscenio del silenzio, richiama e ravviva tutti gli oggetti della memoria che diventa presente e auspica un futuro degno dei ricordi, sempre però in un alone di mistero. Essa ricorre molte volte nel poema/romanzo e solo molto avanti nel racconto si svela: “Il solstizio di giugno era il punto cruciale/ della festa. L’estate irrompeva/ era l’inizio, il viaggio. La promessa”. E soprattutto: "Nel giro in arrestato dei ritorni: di ogni cosa creata/ che torna all’equilibrio/ del suo effondersi e vivere in pienezza”. Il “giro dei ritorni” è il segreto finalmente rivelato. In fondo sembra che tutto cambi, si trasformi, finisca. Invece tutto ritorna: cose e persone si modificano ma rimangono sempre sulla scena, apparentemente immodificabili. O, meglio, si può dire così: tutto si trasforma, ma nella sostanza tutto rimane come prima, con tutti gli elementi che si mescolano  e sembrano presentarsi in modo nuovo. Invece sono quelli di sempre. Esempio: una persona cresce e invecchia, sembra diversa da quando era giovane o ragazzo/a, e in certo modo lo è, però è sempre quella persona, e i lineamenti sono riconoscibili. Come anche un paese: nell’esperienza limitata di una vita, un paese si trasforma, si ingrandisce, invecchia, ma tutto sommato rimane quello di prima. Quanto meno, le cose si modificano molto più lentamente delle persone. Non c’è contraddizione in questo. Si tratta di comprendere il valore del tempo e dello spazio che creano differenze nelle coerenze dell’esistenza. “Insemina le strade ed altro verde/ il solstizio che torna. E più promette/ e più riscopre impronte”. E “Il tempo e le stagioni. Le stagioni/ e le perdite. E noi qui, alla finestra,/ a spiare le tracce di ciò che resta”. “Le stagioni e il giro./ … / E tutto trova / l’ordine impercettibile, il suo posto:/ la ragione dell’essere. Il suo moto”. 
In una notte di solstizio d’estate in cui c’è il cambio di stagione, in cui rivive “la casa dell’estate” riaperta, tutte le  cose, tutte le persone, della famiglia e del mondo, ritornano, sono ancora vive, riprendono ad agire, mentre tutti dormono, compresa la piccola Lavinia, che è il futuro ma è anche il presente, quel presente che riassume tutta la storia della protagonista.Non è un sogno, non è una visione, è una realtà che, estratta dal tempo e dallo spazio della mente, si ripropone come materia esperienziale, come “ragione dell’essere”. E se Lavinia si muove e sorride, tutto ciò che è accaduto aveva senso, ha avuto senso. Anche se ad esso si sono accompagnate rinunce, delusioni, sentimenti incompiuti, desideri inappagati. Tutto è presente, tutto è stato, e quel che rimane non può dare tristezza, può solo rinverdire nostalgia  e tenerezza. “È stupore sentire quanto il tempo/ attraversi le linee di una vita/ e intersechi nei nodi e negli ingorghi/ i punti dell’intesa, I punti della resa:/  forse è la stessa scena./ Niente che torni e muti./ Forse è la stessa estate che continua,/ in arrestata e lunga/ - più lunga di una storia di una vita – ."
In una notte si materializza tutta la ricchezza di una vita intensa, sfaccettata, forse minimale, comunque ricca di eventi e cose. La parola è la magia del racconto. Ed è anche sostanza. Senza parola, non c’è evento, non c’è fatto. Con la parola oggetti e persone vivono, si animano, si tramandano. Un anno è passato. E il “giro” (parola  chiave) permette il ritorno. “È il tempo che si espande/ nella sua grazia tenera”. La memoria è grazia. “Estrema grazia questa memoria attiva/ predisposta ai ritorni e alle stagioni”. Il solstizio porta “l’epifania d’estate” che - scrive la poetessa - “ripropone la trama/ coi suoi orditi. Ne ricompone l’ordine/ nella follia del tempo e ne ritesse i fili/ recuperando i segni e le altre impronte”.  E basta una semplice stanza, una finestra aperta nella notte, lontano in alto le stelle, e in basso il mare che non si vede ma si sente col suo regolare respiro/sciabordio. “È una stanza che vive le memorie/ di molteplici vite: il cuore acceso della vecchia casa/ che pulsa nelle tracce e nelle voci/ di cui permane come un suono ottuso”.
Dalla stessa sequenza, di un poemetto un po’ lungo, da cui sono tratti gli ultimi versi citati, estraggo il passaggio conclusivo che propongo alla lettura:
C’è sempre una finestra spalancata sul mare.
Dentro filtra la luce della luna: un chiarore soffuso
che va ad illuminare, quasi a marcare
il limite, il confine, proprio le rose rosse
- rose di macchia, rose di giardino –
che sul tavolo allegrano i miei fogli confusi.
Carte sparse e parole lasciate a respirare
quasi a filo di luna
 nello spazio in cui tutto si concentra:
l’esistente ed il sogno della vita”.
E, dunque, le “Parole fatte carne – ormai cellule vive -/ danzano  dentro un gioco di lampi e sorprese”. Il “sangue cartaceo delle storie” si riscalda e “fluisce  lento/ … / Fino al cuore”. La poetessa scrive e le parole compiono la magia di rendere veri i ritorni nel fiato della notte. Lei sa che “Ogni storia può avere più letture” e che “l’acceso correre dei sogni” rende più vibrante l’alternarsi dei respiri. Nella casa si aggirano fantasmi, ma sono proiezioni della mente che si riappropria di epoche perdute. Si tratta di amici fatti d’aria, silenziosi e attenti alle storie perse e che riemergono. Leggiamo insieme questa poesia completa:
Non ingombrano i morti: son fatti d’aria
Non ingombrano i morti: son fatti d’aria
i loro spazi sono brevi
e i sussurri sono aliti di vento
tra foglia e foglia.
Scorrono silenziosi scivolando
tra lo stipite e i ferri del balcone.
Trovano poi riparo
dietro i rami del glicine
folto di foglie nuove e di corimbi.
Schivano il filo lieve della luna
per annidarsi rapidi
nel fondo oscuro delle cose perse,
i fantasmi che arrivano leggeri
per poi posarsi piano
tra la coscienza e il cuore.
Ciò che si dimentica e ciò che si fa rivivere stanno insieme, continuano ad occupare gli interstizi della coscienza, accompagnano i pensieri e le parole. Il tempo è l’elemento fondamentale, è  lui che delimita e deforma i bordi. Tutto sembra già definito, ma basta un soffio di vento e cambiano tutte le viste. Si rianimano affetti e rimpianti. E comunque la vita trova ancora continui stimoli, ricreando rapidamente canali comunicativi chiusi. Così, nell’alternarsi di presente e memoria si incardinano temi fondanti: il mare, la natura, il tempo, le stagioni, il gioco, gli angeli – come sottolinea Giuseppe Conte, in quarta di copertina. La vita fa il suo giro (ricordate il film “il vento fa il suo giro”, che certo non affronta le stesse tematiche, ma offre il senso dell’avvicendarsi delle situazioni nel mondo) e pur nel passaggio del tempo le tracce dei passaggi restano visibili o comunque sono rievocabili. “Può la parola/ - a cui affidammo il ruolo della vita/ e ogni nostro possibile riscatto -/ qui pareggiare i conti/ e rendere ragione delle cose sottratte o consumate/ nell’incuria dei giorni? Appianare il bilancio/ delle mie tante vite non vissute?”.  Propongo un altro brano di questo lungo ma veloce poema sulla pochezza umana e sulla’eternità (supposta) dell’universo:
 
 
Tutti i luoghi non visti. Tutti gli approdi
Tutti i luoghi non visti. Tutti gli approdi
persi. Tutte le nmavi  che attraccate  al molo
attendono di aprirsi al largo mare
e le città di nebbia e i miei porti di vento
e le isole, lontane,
di cui sola conobbi i profumi segreti,
stasera sono nodo e perdizione.
   
La parola che fu nocchiero e vento,
oggi mi segna il margine
e il chiuso delle mura.
La casa è il mondo che non ho guardato.
Il tempo ha consumato l’alchimia
nel crogiolo dell’oro che non brucia.
                         
La vita, il tempo, lo spazio, la memoria, il presente e una semplice allusione al futuro e alla perpetuazione della specie: i fondamenti intellettivi della “ragione dell’essere”. Temi eterni della poesia e della letteratura. Il poema di Giusi Verbaro si inscrive con legittimità nella letteratura del nostro tempo - per l’esattezza dei versi; per la forza del contenuto – in cui la verità è invenzione e l’invenzione diventa realtà. La circumnavigazione della quotidianità di una donna al limitare del futuro è un bilancio ma anche una proposta di buon uso della Parola, che può creare e può distruggere. Giusi Verbaro, più che nelle sue precedenti raccolte poetiche (senza dimenticare i suoi importanti saggi letterari), in questo Solstizio ha raggiunto l’obbiettivo con leggerezza e grande precisione.
 

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