Italo Testa, Biometrie

01/09/2005

Prima di intraprendere il bivio, di Matteo Fantuzzi


Questo libro colpisce innanzitutto per quanto eterogeneo, per la commistione di stili, di soluzioni. La prova è la gestione della composizione: se la struttura portante infatti nasce in un periodo che va tra il 1999 e il 2002, le sezioni Penelopepescanata e Moti e richiami abbracciano tempi ben maggiori, un range che oscilla tra il 1989 e il 2004.
La sensazione è che Italo Testa (1972) voglia chiudere i conti col passato, voglia virare, voglia cambiare pagina, affrancarsi dal lavorio compiuto, fissarlo sulla carta e passare oltre. Biometrie sembra avvicinarsi a quel periodo in cui il bozzolo diventa farfalla e ci consegna l’esoscheletro.
La mescolanza che non abbandonerà mai il lettore è evidente fin dal primo testo Scandire il tempo dove a una metrica senza fronzoli si uniscono rime come furti: antifurti e il panorama si rivela fortemente metropolitano: «Devi intonare la litania dei corpi / di quelli esposti nel riverbero dei fari / di quelli accolti nel marmo degli ossari, // devi orientarti per i tracciati amorfi / tra le scansie dei centri commerciali / scandire il tempo di giorni diseguali, // devi adattarti al ritmo delle sirene / lasciare i ripari, esporti agli urti / abbandonarti al canto degli antifurti, // trasalire nel lucore delle merci / cullarti al flusso lieve dei carrelli / sognare animali e corpi a brandelli, // devi nutrirti di organi e feticci / profilare di lattice ogni fessura / pagare il conto e ripulire con cura, // recitare il rosario dei volti assenti / svuotare gli occhi, ritagliare le bocche / aderire alla carne e schioccare le nocche», come accade per esempio nelle "rooms" (forte è l’influenza inglese un poco in tutto il libro, nella parola e nel ritmo) della IV sezione, Hopper’s sunlight: «dell’uomo che legge al tuo fianco non misura la distanza / l’ovale di un tavolo ai cui bordi ristanno / due involucri in prosa: // e avverti come la parete gialla si stacchi / il fotogramma di questo abbandono, della resa / all’assalto d’ombra».
Si legge insomma con una certa continuità l’aria di altri autori anagraficamente molto simili, Fabrizio Lombardo, Laura Pugno, una poesia non precisamente performativa ma in grado senza remore di concedersi le libertà di cui ha bisogno. Ne è un chiaro esempio Ixione dove vengono citati gli Sparaklehorse o Mezzanine dei Massive Attack associati a Eliot, soluzione interessante appesantita però (purtroppo) dalla decisione di riprendere con troppa insistenza il linguaggio degli SMS, cioè ad esempio con "ke" al posto di "che", "ocki" al posto di "occhi", "xmettere" al posto di "permettere" ecc., soluzione difficile da digerire dopo il cinquantesimo verso e in generale da elargire con parsimonia e non pedissequa sistematicità affinché risulti ben più efficace e possa puntare diritta l’obiettivo.
Dall’altra in direzione totalmente opposta gli haiku della sezione Stradale: «ansia nel tunnel / sui grandi fari gialli / punti di neve» che descrivono una grande via, fortemente autunnale e padana dove sorprende la riuscita descrizione del grigiore e della solitudine nella capacità aggiunta e fondamentale in Testa di non compiere catechesi (soprattutto in questa sezione), sebbene le descrizione algide e controllate (come sempre) siano in grado di dire al lettore ben di più di una certa ricerca della morale "ad ogni costo" e assolutamente meglio attecchiscano e facciano presa.
Il poeta pare raggiungere l’obiettivo di mappare la società e i territori urbani senza iperbolismi.
Ora, però, si tratta di cercare di comprendere verso quale direzione si orienterà in futuro Testa, verso quali linguaggi e soluzioni stilistiche, perché, se per descrivere l’isteria del quotidiano questo modo di operare soddisfa, esso non potrà essere protratto in eterno: questo libro denota insomma con la sua lettura l’urgenza della decisione, della scelta (ma per assurdo anche della possibile non scelta, che personalmente troverei un peccato mortale).
Prima di intraprendere il bivio egli ci propone tutte le possibili soluzioni e con le note finali anche il percorso compiuto, quello della cultura enciclopedica, di una cultura che possiamo definire "classica", "universitaria" ma soprattutto della fusione con quella underground, in un percorso di innovazione e recupero delle radici che si potrà ritrovare sostanzialmente inalterato in qualsiasi progetto di sviluppo urbano.
Anche in questo Testa è metropolitano, anche per questo riesce a descrivere la società attraverso diottrie sempre differenti che si adattano alla lettura delle diverse situazioni «Un’altra notte in stanze ammobiliate / seguendo le intermittenze alla parete, / un’altra notte, su un copriletto stinto / ascoltando i rumori dal muro a fianco. // Un’altra notte con lo sguardo al soffitto / nell’alone dei neon che lava il corpo, un’latra notte, quando parte un colpo / lasciarsi andare giù a peso morto».
Nel continuo passaggio di testimone tra le diverse generazioni di scrittura diviene così impossibile non considerare la poesia di questo autore, non apprezzarne lo sforzo nell’operato, nel catalogare le gamme, le possibilità. Egli sembra davvero in definitiva uno di quegli autori in grado con altri nati a cavallo del 1970 di delineare i possibili percorsi che verranno seguiti dalle generazioni che gli succederanno nella naturale evoluzione della nostra poesia.

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