Luigia Sorrentino, La nascita, solo la nascita

05/09/2009
La sperfezione, di Rita Pacifici

Ho conosciuto Luigia Sorrentino, ancora prima di leggere i suoi versi, lungo le strade della poesia. Quegli spazi reali, piazze vie di città italiane, che diventano in alcuni periodi dell’anno festosi cenacoli letterali. Non si può restituire l’emozione di quegli incontri dove le voci dei poeti, da invisibili compagni di vita si incarnano in presenze concrete e vicine. Oppure dove, all’inverso, un incontro fortuito si trasforma in una nuova esperienza conoscitiva, e ci si muove dal poeta ai suoi testi trovando, come in questo caso con la Sorrentino, consonanze profonde, forse perché tutti “siamo di questa terra, la terra dei gerani e dei cento canarini gialli”, come recita un verso della scrittrice napoletana.

Difficile non sentirsi inscritti in questo orizzonte poetico, così ricco di materia e di colori, così drammaticamente abitato da una stirpe macchiata dal peccato originale della “nascita” e gettata a metà strada tra la luce e l’ombra.
Abbiamo parlato con l’autrice della sua ultima opera La nascita, solo la nascita (ed. Manni), libro che punta diritto agli enigmi della vita e affonda nella “sperfezione ” che ci contraddistingue. Un libro pietroso, duro, di una bellezza non consolatoria, di grande forza espressiva.
Cominciamo dalle caratteristiche che si rivelano ad una prima lettura di questi versi, privi di titoli e di ogni cesura grafica. Il tuo è un “pensiero poetante” che procede non attraverso singole, fulminee illuminazioni ma in un fluire continuo, ininterrotto, come se l’ispirazione fosse sorretta da una struttura di ampio respiro, quasi narrativa …
E’ questa particolarità a rendere questi versi così adatti anche alla recitazione, al canto, che è poi un valore proprio della tradizione poetica italiana?
Le poesie de “La nascita, solo la nascita” sono nate da un urlo di dolore e di ribellione e soprattutto, dall’urgenza e dalla necessità di restituire all’umano il sé sacro, che è, per me, il più antico e misterioso legame tra gli uomini.
I testi sono stati ordinati e messi insieme seguendo una struttura poematica continuativa e diretta. Gli eventi storici a cui si ispirano indicati nelle note del libro – terremoti, maremoti, attentati, guerre e stragi – fatti lontani e vicini, abbracciano l’umanità intera in un sentire comune, la pietas. Il sentimento collettivo va oltre l’episodio di cronaca, oltre la drammaticità dei singoli avvenimenti, che sono, alla fine, solo evocati. E’ probabile che questi elementi abbiano contribuito a conferire organicità all’intera raccolta, sorretta da un impianto unitario, di tipo narrativo. La recitabilità viene dal fatto che sono versi “dalla terribilità tragica” e quindi perciò stesso, cantabili. E, in un’opera che rivela continuamente l’irriducibilità e la caducità dell’essere, le parole non possono essere che dure, scagliate come pietre.
“In quella vertebra”, il poemetto che apre la raccolta, riferisce di un evento tragico che ha avuto luogo in un determinato tempo, il tempo degli inizi, mentre “La cattedrale”, il poemetto collocato alla fine del libro – che non chiude completamente il discorso – reintroduce, attraverso un’altra nascita, l’Istituzione – il luogo della cattedra – il frammento di una nuova creazione, di qualcosa che comincia ad essere.
Come salvare questa stirpe/ chi penserà’ a lei / non ci sfiora il ricordo delle conifere… Il tono di fondo della raccolta rivela quasi un sentire antico, arcaico: la nascita è categoria universale che allude ad una condizione di vita al cui fondo c’è il dolore rabbioso per uno strappo irreversibile, definitivo. Questa “terribilita` tragica” dei versi e` un’eredita` diretta, consapevolmente gestita, della tradizione classica?
I versi che hai citato fanno parte del poemetto “Le onde della terra”. Anch’esso, un canto di morte e di rinascita dove l’umano accerchiato dalla natura distruttrice che si fa nemica, è contagiato dalla rivolta. In questa sfida, tra la natura e l’uomo, dove non ci sono vincitori né vinti, c’è, alla fine, una madre che con un gesto imperioso tiene in grembo i suoi figli. L’essere luce dopo la tenebra, l’essere presenza dopo l’assenza. Tutto il libro riflette “lo strappo” e “la richiesta di riparazione” dopo il delitto, il sovvertimento di ogni legge, naturale e umana. In questo senso, i testi contenuti nella raccolta ponendo continuamente la relazione tra la vita – così prossima alla nascita – e la morte – anch’essa, così prossima a un’altra nascita, riflettono un’essenza di per sé tragica. Sono testi però profondamente radicati al tempo in cui sono stati scritti. Un tempo in cui l’essere è andato via via perdendo il suo significato più profondo. Un tempo in cui si è scritta – come in altre epoche – prevalentemente, una storia di morte e di distruzione. Un tempo in cui il peso della morte ha prevalso su quello della vita. Sotto questo aspetto posso affermare che l’eredità classica, della tradizione greca e latina, è entrata per suo conto in queste pagine, ma non vi è stata nessuna premessa. Intendo dire che non sono stata del tutto consapevole della tradizione che trasferivo in questi versi mentre li scrivevo. Soltanto alla fine ho scoperto di essermi avvicinata al passato, a qualcosa di ancestrale e quindi di arcaico. Forse perché la mia storia – la nostra storia – viene da quell’amore lontano.
I componimenti sono raccolti in sezioni (In quella vertebra, Le onde della terra, Lo slancio della rosa, Forte è la mano, Questa infuriata materia, Il peso della terra, La cattedrale) che se non contraddicono l’impianto unitario di fondo rendono esplicite le caratteristiche del tuo linguaggio, concreto, fisico, che non smaterializza ma “accende” gli oggetti di questa poesia che si muove tra quotidiano ed assoluto. Da quali territori letterari, da quali maestri, proviene questa esuberanza linguistica?
Quotidiano ed assoluto sono sicuramente categorie a cui la mia poesia fa continuo riferimento. Verbale è ad esempio il lessico in corsivo che utilizzo qua e là in tutta la raccolta, ma ci sono numerosi altri passaggi presi dal linguaggio comune. Le voci del quotidiano che recupero – necessarie all’evoluzione della lingua della poesia – divengono però nella versificazione e nella complessità del discorso poetico, categorie dell’assoluto. Ma questo è ciò che normalmente avviene in ogni processo di creazione artistica.
Non so dirti, invece, se la mia sia davvero una poesia che attinga a degli specifici territori letterari per poi raggiungere quella che tu definisci “un’ esuberanza linguistica”. La poesia spesso, e al di là di grandi o piccoli maestri, conduce a sentieri – della materia e dell’anima – che mai avresti pensato di percorrere, ed è proprio da questo labirintico percorso che nasce la propria lingua, poco importa se accidentalmente qualcun altro, prima di te, aveva dato un nome analogo alle cose che vai “nominando”. Spesso si tratta di “Coincidenze” o di “Somiglianze”, ed ho citato, senza volerlo, con due titoli, due grandi maestri tra i contemporanei, Cucchi e De Angelis. Diversissimi, ma complementari l’uno all’altro. Naturalmente ve ne sono altri, tra i contemporanei, e, guardando all’Europa, penso a Yves Bonnefoy, uno dei più grandi poeti viventi, a Clara Janes con la quale ho trovato, addirittura, una “somiglianza postuma”, avendo letto le sue poesie solo dopo averla conosciuta come persona.
Curva sul crinale interi popoli/vecchi popoli vacillano/nei nostri occhi/…nelle lamiere campeggiano scheletri di un sogno annerito: sono versi che aderiscono al nostro presente senza mai esserne un vero resoconto. L’attenzione alla dimensione sociale percorre tutta la raccolta e ne è un nucleo fondamentale. Secondo Marina Cvetaeva “il matrimonio del poeta con il tempo è un matrimonio forzato e destinato al fallimento”, per te la storia, quel che accade oltre la propria interiorità, riguarda da vicino la poesia?
Credo che per “storia” tu intenda il contingente. E allora ti dico che tutto ciò che attraversa la mia esperienza entra nella mia interiorità e quindi nella mia poesia, senza mai divenire il resoconto della realtà. “Il peso della terra”, ad esempio, che rievoca una strage, non ha la pretesa di riconoscere o di descrivere il fatto o la dimensione sociale determinata dall’avvenimento specifico. Non è questo il compito della poesia. Il poeta racconta del colpo inferto al popolo – qualsiasi popolo – della ferita generata dall’assassinio – qualsiasi assassinio – . Quel che conta per me, è raggiungere l’essenza dell’umano attraversando anche il disumano. In questo senso è evidente che quanto accade nel mondo – il contingente – per me, riguarda da vicino la poesia.
Credo, poi, che il successo o l’insuccesso del rapporto del poeta con il proprio tempo non sia legato tanto al riconoscimento generale del poeta nella propria epoca. Penso a Leopardi, ma anche a Campana che furono riconosciuti solo dopo la loro morte. Credo che nel pensiero della Cvetaeva la grandezza di un poeta non dipenda dalla tempestività del riconoscimento, quanto dalla qualità del riconoscimento. Se ne deduce che il poeta può essere riconosciuto anche dopo la morte purché la qualità del suo tempo – cioè della sua arte – sia sempre in vita.
La tua non è poesia che si ispira al rapporto con un luogo privilegiato, eppure nei versi affiora, sia pure smembrata, la dimensione del paesaggio, quasi l’ alfabeto minimo di una natura solare. Quali luoghi ti hanno formato e percepisci come più evocativi di altri?
I luoghi che mi hanno formato e che percepisco come più evocativi di altri, sono quelli con i quali stabilisco un rapporto, una relazione profonda. Sono moltissimi questi luoghi, e non sono necessariamente a me prossimi. Questi luoghi deputati – che sono anche spazi interiori – entrano improvvisamente nell’emozione che poi si trasferisce sulla pagina a volte anche in una piccolissima immagine. Altri luoghi, invece, sono da me cercati. Allora torno fisicamente “in quel posto” per poterlo sentire nuovamente e nulla sfugge alla mia percezione in uno spazio in cui sono tornata. Ogni millimetrico verso di questo libro ha una sua collocazione, per così dire, “geografica”, fisica, anche materica. Conosco perfettamente tutto l’alfabeto minimo di cui si compone la mia poesia. Naturalmente sarebbe riduttivo parlarti di luoghi specifici… Posso dirti, invece, che questi luoghi raccolgono volumi enormi che richiedono un enorme udito.
“La nascita” testimonia un’esistenza che cresce sopra un vuoto irrimediabile, un’assenza più che una nostra presenza: […] “per me sei un albero che spaura/ senza germogli / per chi suoni ora?/ quale ora e` perduta?/ non oltrepasserai la soglia/ il limite invalicabile del tempo/ la vita che non”
In questo “inferno della polvere” come può la poesia “sentire” la vita, essere uno strumento di salvezza ?
Non bisogna dimenticare che al centro della poesia vi è l’essere umano. E’ a lui che si rivolge la parola poetica. La testimonianza del poeta raccoglie in sé il pathos della vita, ma anche l’ironia, la fragilità della condizione umana, ma anche la potenza, la protesta, ma anche l’esultanza. Quando l’esito della poesia non è solo espressione di un impulso distruttivo, ma forza rigeneratrice, rifondazione civile, libera la saggezza che fa gioire della vita così come essa si manifesta. Ed è allora che la parola poetica diviene confortante e salvifica, quando l’espressione artistica che altri riconoscono come consolatoria, rivela la propria condizione. Tutti dovremmo imparare a riconoscere la nostra particolare capacità o propensione artistica che si traduce, alla fine, in una forma di comprensione e di amore per ciò che viene da noi, dalla nostra creazione che entra in contatto con l’umanità. Il “sentire” in poesia, ma credo in tutte le altre arti, si realizza proprio nell’incontro tra il poeta e il lettore, quando l’uno si appropria della voce dell’altro e insieme si trasferiscono su un piano “altro” di conoscenza. La vetta raggiunta è per me una forma di salvezza: non per uno, uno soltanto! Ma per tutti!
“La vita che non” che è il verso finale della poesia “so che non vi è vita né percezione”, è la negazione della vita nel proprio tempo. Questo non è certamente di per sé consolatorio, ma induce a una riflessione profonda sul significato della propria esistenza. Quel “non” testimonia l’impotenza di intervenire in ciò che accade nel proprio tempo e nella propria epoca ed è il riconoscimento della propria impotenza. E allora, compito del poeta è traghettare, anche con parole dure, scagliate come pietre, l’uomo verso la propria coscienza. Dal tempo dell’esaltazione e dell’espiazione al tempo della consapevolezza affinché ciascuno possa riappropriarsi dell’integrità perduta. In questo senso posso affermare di credere nella funzione sciamanica, rivelatrice della poesia. La forza della parola poetica da un lato deve rivelare all’essere umano la sua condizione esistenziale misera, contaminata dall’ingiustizia, dalla violenza, dall’ineguaglianza, dall’altro, spalancando la porta del sé sacro, deve mettere in luce la condizione divina che appartiene all’essere – a ciascun essere – fin dalla sua nascita.
 

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