Luigia Sorrentino, La nascita, solo la nascita

21/09/2009
Nascita e morte, di Ottavio Rossani

L'elemento condizionante di questa nuova raccolta di Luigia Sorrentino è il "cuore". Non quello che fa rima con amore, ma quello che fa rima con "dolore". La poetessa canta (piange) qui la tragedia di un terremoto, l'inesorabilità della morte, la sua presenza continua, con la quale bisogna diventare confidenti, anche se non conniventi.

Il "cuore" ricorre sette volte: "del cuore che nulla sa"; "luce disperata che segui la mia ombra/ vienimi innanzi a fendermi il cuore"; "... sei tu la vita la luce e hai la pace a noi tutto/ sul fiato nel pieno del cuore"; "prima di discendere in quell'abisso/ custodito dal fischio del cuore"; "eppure io vidi il cuore gonfio/ dalla parte dei campi fuori città/ nel frutteto con la camicia sporca/ il pantalone rappezzato vidi/ l'angolo retto del corpo piegato/ dietro il melo a crescere pena". Ma non interessa certo il fatto matematico. Interessa il rapporto della lingua con l'enigma della vita. E il cuore porta passioni; le passioni possono anche sconvolgere in male la forma poetica. Invece Luigia Sorrentino controlla gli estremismi passionali, contenendoli in uno spartito di musicalità riflessiva. E pertanto dosa bene gli effetti espressivi, costruendo versi scalpellati in profondità senza ferite. Versi levigati, nuovi, disorganici (cioè, senza un ordine costruito, freddo). La scansione delle immagini porta calore, forza, agilità. Si accumulano le parole, in apparenza gratuite, forse non comprensibili in una logica classificatoria, ma ben amalgamate nel ritmo che risponde ai significati più profondi.
Quali? Quelli importanti, vitali: l'esistenza, la morte "sempre in agguato", con la quale bisogna trovare un modus vivendi, altrimenti si può cadere nel gorgo della follia. Il dolore fa parte della vita. Tocca tutti, prima o poi. La morte arriva inaspettata, ma bisogna già essere preparati. Tuttavia il ragionamento non conforta. Perché quando la morte diventa protagonista in una tragedia come un terremoto, con centinaia di vittime, anche se il dolore è individuale,  l'ira, il rancore, l'urlo escono, sì, dal "cuore" del sopravvissuto, ma sono sentimenti comuni a tutti gli orfani. Il cuore esagera. La mente calma, riporta la tensione verso l'armonia. E la parola, anche consolante, è soprattutto rivelatrice. La mente sa fare domande: forse Dio non esiste? perché accade una cosa così nefasta? Per condurre questo filo unificante tra dolore, cuore, ragione, capacità di vivere e sopravvivere, serve tornare alla memoria, pensare poi ad una nuova parentesi entro cui chiudere l'evento distruttivo.
so che non vi è vita né percezione
in questo stato di demenza
il tempo lasciato in qualche scarpa
con la morte sempre in agguato
la morte che guardo
e mi fa male
ad ogni sillaba
e gli uccelli qui sono protetti
e la guerra si svolge altrove
non nelle spalle delle case
non nel rintocco del campanile
in questo stato di demenza
vi è la beffa irriverente
perché anche la miseria è buffa
come gli sbuffi delle canne
da questi tetti calmi
deove noi rimarremo ancora
con l'odore della terra bagnata
in calura di settembre
per me sei un albero che spaura
senza germogli
per chi suoni ora?
quale ora è perduta?
non oltrepasserai la sognlia
il limite invalicabile del tempo
la vita che non

L'altra parola chiave è la "nascita", che è nel titolo e cosparsa nelle varie sezioni. Tutto comincia dalla nascita, e tutto dipende da come si nasce. Crescendo, si apprende che c'è un DNA, che si proviene da una stirpe, si prende coscienza delle generazioni, quelle del passato e ci si proietta verso quelle future. Allora tutto ritrova un senso, perché interviene il tempo, che sa regolare tutte le cose. Sa risistemare anche le pulsioni, le percezioni, i sogni, le attese. "Tutto è passato sempre/ anche il vento delle cicale/ che sbattono qui vicino/ senza tregua"."A forza devo liberarmi dalla nascita che mi fu contagiosa/ nel mare in marcia contro gli anni contro le pianure e/ la desertificazione/ l'urto". Sul tempo che, passando, sa come riempire tutti i tasselli aperti o danneggiati, propongo la lettura del testo che segue:
per questo tempo
per questo tempo che ci ha preceduti
abbiamo creduto alla corona d'oro
al tempio col mare sottoposto
al viottolo selciato che conduce
alla donna beata
che ti presenta i palmi della mano
tenendo alzati i gomiti
onde ciascuno possa distintamente
osservare la devota pittura
per questo tempo
per questo tempo che ci ha preceduti
per quel supremo trauma che è la vita
mi parlavi sempre di date
 
La tragedia si è compiuta. La sofferenza ha scavato quel che doveva. Gli occhi hanno pianto. La testa ha sopportato il peso del pugno che si è abbattuto sulle spalle. "ecco il funerale/ delle gambe e delle braccia/ il funerale degli occhi verdissimi/ l'odore acre/ la morte liturgica avvolta/ nel raso bianco". La memoria di momenti felici o problematici serve ad attutire l'effetto degli aghi che scavano nel corpo per far esplodere la mente. "non credo ai miei occhi per tutta questa/ sperfezione". Poi c'è la resistenza, anche il fiore più delicato sa respingere lo sradicamento: "tu conosci la gioia del filo d'erba/ quando tutto è passato". Infine c'è qualcosa che acquieta, che spinge a riprendere il giro della vita, dopo "le onde della terra", dopo "l'infuriata materia", dopo "il peso della terra". Il "dio lieve", che in un momento è stato messo in dubbio, ora accoglie quelli che sono partiti, ma anche chi è rimasto, diviso, torturato, debole: "da quelle braccia siamo caduti/ a quelle braccia siamo ritornati". Necessario il tentativo di pacificazione (soprattutto con se stessi):
a te che hai il compito di nominare/
fiori, alberi, animali e cose tutte
a te che dichiari il nome nostro
là dove tutto sembra nascondersi
a noi che usciamo dallo spazio
nella lingua del cielo come
nuvole spaccate e in terra magnolie
noi che non ci voltiamo indietro
noi che torneremo, noi che saremo
qui dove ora siamo
 
Il verso è forte. A volte breve, molto spesso lungo, in cui non conta la linearità sintattica, quanto l'accumulo dei dati, delle cose, delle percezioni. Ma non si pensi a un magma confuso e inesplicabile. Magma è, ma visibile, modificabile attraverso immagini antropomorfiche che si rincorrono. Maurizio Cucchi nella prefazione scrive di una "presenza materica al temo stesso compatta e ferocemente inquieta", e ancora che il mondo osservato dalla poetessa sembra dotato "di una consistenza fisica densissima e mutante eppure in qualche modo impermeabile, concreto e misteriosissimo al tempo stesso". Una poesia, quella di Sorrentino, che punta un cannocchiale sul mondo e sulle sue piaghe. Ma se parliamo di mondo, parliamo dell'uomo, del genere umano, di quell' "animale umano" che mette in chiara evidenza la poetessa. Il dolore non è più personale, quindi, è universale. E anche la preghiera che concilia, che acquieta, diventa uno scivolo per il recupero di un'interiore calma, per tutti.
 

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