Mario Massimo, La morte data

09/06/2011

La scrittura elegante di Massimo, di Andrea Viviani

C’è, nella scrittura di Mario Massimo, una qualità che va facendosi sempre più rara: l’eleganza. Fatta di scelta accurata di parole, di termini e qualificazioni che sostengono, validano, legittimano e danno sostanza al trascorrere degli eventi. L’agito è sullo sfondo, l’agito è pretesto: la letteratura è, come dev’essere, altro.
Non scivolano, gli occhi, non le divorano le righe di questa raccolta di racconti: il sentiero è irto di virgole, e la sintassi, per larga parte affatto semplice, obbliga alla piena consapevolezza dell’atto-lettura. Non è volume da portare con sé sotto l’ombrellone a meno di intendere, quelle, ore non di svago beato (e beota) ma lunghi, dilatatissimi attimi di riflessione e divertimento dal fluire convulso degli eventi che chiamano vita.
C’è varietà, nei racconti, anche d’estensione; sperimentalismo (pluri)linguistico, audacia situazionale; si svaria per geografie di luoghi e di tempi. Eppure, troneggia l’occhio (univoco) del narratore: col suo taglio visuale e il suo stile sartoriale egli si fa trait d’union di eventi e attori davvero disparati (se disperati, è dato scoprirlo al lettore). Uno sguardo dotto, non culto, quello di Mario Massimo: denso sul mondo che è stato ed è, ancora, potente, vivo, nella memoria evocativa della sua scrittura.
 

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