Massimo Loche, Lo scottante problema delle caldarroste

23/08/2005

Libri preziosi

Ci vuole una certa dose di ottimismo per scrivere manuali di scritttura in un'era di conclamato dominio delle immagini e del neo-analfabetismo. Massimo Loche, giornalista di carta stampata (L'Unità, L'Espresso Rinascita) prima che di televisione, parte da un'esperienza concreta: i cinque anni passati a Rainews24, sperimentale luogo di convivenza di linguaggi, diversi ma tutti vincolati all'obbligo della concisione.


L'obiettivo di questo vademecum è indubbiamente alto: ridurre i danni del corrente imbarbarimento nel quale versa quella particolare specie della lingua italiana che è divulgata dal giornalismo televisivo. Loche parte dalla necessità di «unificare lo stile di scrittura» (o non è forse un 'non-stile', quello che procede per accumulo e giustapposizione di frasi, dove i nessi di subordinazione vanno scomparendo a favore di una punteggiatura martellante che sminuzza ogni concetto in segmenti elementari?) sulla scia di esempi illustri quali i books of style che diciplinano la scrittura di giornali e testate radiotelevisive, prima di tutte la BBC. Sì, perché non è un problema solo nostro l'invasione barbarica del linguaggio mediatico: nell’introduzione al manuale di stile della Bbc si legge: «Dobbiamo essere coscienti del pauroso impoverimento causato dalle emittenti radiotelevisive che sembrano decise a ridurre l’uso dell’inglese al livello dell’asilo d’infanzia, o addirittura a un livello più basso».


L'autore parte dall'esigenza di dare regole (non definitive, precisa, perché la lingua è in continua evoluzione), e elenca molte espressioni da non usare, alcune delle quali rasentano l'horror. Come non inorridire davanti a una frase come quella pronunciata da un cronista di Tg nazionale, «le salme sono felicemente atterrate»? Errore dovuto, spiega Loche, dal «trascinamento automatico degli aggettivi» da contesti diversi da quelli utilizzati. Dobbiamo districarci in un linguaggio spesso povero, infestato dal gergo politichese, burocratese, da frasi fatte, da espressioni stereotipate o ridondanti. Loche perora la causa dell'italiano rispetto al loro corrispettivo straniero, e in qaulche caso dà indicazioni di pronuncia.


E poi c'è un capitolo, dall'eufemistico titolo Testi non esemplari, sui molti esempi di imprecisione. In sintesi: il verbo è moribondo, la sintassi agonizza, e anche la punteggiatura si sente poco bene. Aldilà del doveroso (utopico?) appello affinchè i giornalisti scrivano meglio, resta la provvidenziale via di fuga suggerita dalle Lezioni americane di Italo Calvino, nella parte dedicata all'esattezza:


Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze. Non m'interessa qui chiedermi se le origini di quest'epidemia siano da ricercare nella politica, nell'ideologia, nell'uniformità burocratica, nell'omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l'espandersi della peste del linguaggio.


L'autore si appella ai giornalisti per fare sì che la 'peste del linguaggio' non dilaghi troppo. Ma intanto diventa sempre più essenziale alla nostra salute continuare a leggere. Letteratura, se possibile.  

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