Massimo Rizzante, Nessuno

19/11/2007

Parole corpi e dis-canto, di Lello Voce

Rizzante realizza, con questo testo di grande complessità, un’esemplare architettura di temi e forme, tutti giocati intorno al nucleo duro e affilato di un dolore, a volte addirittura di uno sbigottimento «civile» che trasforma la voce del poeta in quella del disilluso testimone cui solo un’inarrivabile distanza dal mito, un’immersione senza limiti nel disincanto (e nel dis-canto) impedisce di trasformarsi in arte della vendetta e del sogno. La figura di Telemaco ne è l’emblema, con le sue radici classiche che risuonano in armonica con i rimandi al più spericolato degli sperimentatori della parola, Joyce e il suo Dedalus. Rizzante trascorre con acrobatica e raffinata abilità da un registro all’altro: ai versi lunghi si alternano quelli più brevi, e fin un lampo di poesia concreta, alcune «prose», unisce ai suoi testi «transcreazioni» di Seferis e Oscar V. de L. Milosz, mentre i temi, in un caleidoscopio ordinatissimo, sciorinato sotto gli occhi del lettore un campionario stringente di occasioni mancate, di contraddizioni, aoporie. Che si tratti del rapporto ormai impossibile, con la memoria e con la storia («Non è più l’epoca che dialogava con i morti / … / Se poi la vita è mettere radici, / allora io non sono mai vissuto»), o invece di un più «politico» e quotidiano j’accuse a questa Italia da lap poetry («Mi resta solo questa ex repubblica dei limoni / vivaio di gerarchetti e pater nostri, / paradiso terrestre per chiunque cammini a quattro zampe, / penisola di ignoti militi a se stessi»), che l’obiettivo sia strettosi destini della specie, o che invece sia piuttosto il linguaggio a descrivere paesaggi imprevisti e invisibili a mente nuda di parole («la smania del piolo di diventare scala, / la cieca obbedienza della trottola alle rivoluzioni del globo»), o scene quotidiane attraversate da «studentesche cubiste» e «Calamity Jane del Nuovo Texas» disperse nel deserto di questa nostra «Ex Magna Grecia, / caput mundi, repubblica romanza», la poesia di Rizzante scorre veloce e crudele come una staffilata sul volto della lirica, della melodia, delle facili speranze. Quella di Rizzante è un’arte del distacco esercitata con dedizione assoluta, come se fosse l’ultima strada praticabile per un definitivo e inappellabile coinvolgimento.

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