Michele Tortorici, Viaggio all'osteria della werra

04/09/2012

L’eternità dove abita il poeta, di Angelo Molica Franco

E ti verrebbe voglia / di andargli dietro e di agguantarlo per la giacca [il vento] specie / quando è umido e senti che ti sfida / nel passarti accanto
. Le poesie di Michele Tortorici (Viaggio all’osteria della terra, ed. Manni 2012, prefazione di Mario Lunetta) vengono perfettamente rappresentate da questo suo verso – da Le vie amiche – poiché le odi sono proprio come quel tale vento: sfidano il lettore che rincorre i suoi versi quasi fossero dei brevi sentieri accidentati. Michele Tortorici sa affabulare con queste poesie che possiamo definire racconti che vanno spesso a capo e che rincorrono la linea verticale – da sempre poetica – in flussi che si arrampicano e che, poi, scivolano giù di nuovo, sempre. Ma la traccia orizzontale di queste liriche dimostra che c’è pure racconto, che c’è volontà narrativa in queste strofe che si slogano presto e perseguono il pensiero.  Michele Tortorici mette in versi il paesaggio, gli alberi, le città incontrate – sì perché Tortorici le città le incontra e stringe loro la mano – e il mare. Sono, questi, altri vortici. Non puoi nemmeno guardarli senza che il pensiero / corra a cercare un senso, un  tempo / definito a quello che sei lì, su quel traghetto, mentre hanno / vita le acque per quella opposizione / di correnti, del loro continuo andare a prima vista / privo di ragioni. Il mare è Musa, psicosi, nido per il poeta, il luogo dalla cui spuma si succhia la vita e sotto i cui flutti si perde lo pneuma, con paura. Viaggio all’osteria della terra è una raccolta poetica audace, aulente, autentica il cui respiro ininterrotto sa regalare al lettore il fremente stillicidio della vita che ama perdersi e ritrovarsi, sempre, nelle mille e più maglie della sciabica.

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