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01/06/2006

Le parole da costruire, di Serena Mauro

Una scuola-laboratorio di scrittura creativa, tenuta dal marzo al maggio del 2005. Abituati ad un’idea di arte come genio, impulso, ci si domanda se si possa imparare a scrivere, e a scrivere in modo creativo. Se una scuola possa servire, e a cosa possa servire. E così un certo scetticismo fa prendere in mano questi undici racconti, risultato di quell’esperienza.
Sfogliando le prime pagine, però, si rimane catturati dalla rete di parole tessute nell’introduzione. “Nelle notti in cui Shahrazad narra le sue storie”, scrive Antonio Errico, “sono due le salvezze consentite da un solo racconto, due salvezze ogni volta: quella di Shaharazad e quella di chi l’ascolta narrare nel fondo della notte”. Un racconto, in fondo è davvero una forma di salvezza. Per chi legge: apre mondi, panorami lontani, profondità interiori, permette di vivere vite mai vissute, salva dalla routine di gesti sempre uguali, crea prospettive, punti di vista. E così ci si lascia trasportare da un racconto. Sono le parole a cullare i bambini, storie sospese tra il giorno e la notte, tra la veglia e il sonno. Da adulti sono ancora parole, ad accompagnarci, a distrarci, a interessarci, a stupirci, a farci comprendere. “Nella finzione di una narrazione, tra i riflessi degli specchi, nelle righe delle pagine, prendono forma fisionomie della vita, figurazioni del tempo che la vita reale nelle loro forme della concretezza e della storia non possono dare”. “Ora come allora, come sempre: voci. Ora come allora qualcuno le raccoglie”. Nascono così i racconti. “Accade che si racconti di una condizione di soglia, di confine, di una distrazione a un crocevia, quando sembra di stringere tutto il mondo in una mano e quel mondo all’improvviso si sfarina. Che si racconti una condizione di vertigine, di confuso chiaroscuro, di riti effimeri, giorni avidi di ore, di miti spaventosi, di spasimi, paure, sinistre allegorie di uno straniamento, di un rifiuto di qualcosa, di qualcuno. Innanzitutto di sé o dell’immagine che di sé rispecchio il tempo”. Allora un racconto è salvezza anche per chi scrive. Un ritrovarsi o nascondersi nelle parole, quelle stesse parole che usiamo ogni giorno, e a un certo punto sembrano non bastare più. E allora le parole cominciano a volteggiare, si incrociano e si scontrano nella forma di un racconto, di undici racconti. Storie di pizzica, di notti d’estate, la storia, per tutti i salentini, quella della figghia te lu re. Storie raccontate di fronte a uno specchio. Storie di momenti in cui dobbiamo fare i conti con i nostri dolori. Storie di lacerazioni, di paure, di gioie piccole, racchiuse in un gesto o in un oggetto. Storie che sanno di piccoli doni, narrate con leggerezza, con sensibilità. Non restano domande sull’utilità di una scuola, restano questi piccoli racconti a parlare.

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